Cammino lentamente,
ma non torno mai sui miei passi
ABRAHAM LINCOLN
Dimmi, cosa pensi di fare
con la tua sola, selvaggia e preziosa vita?
MARY OLIVER, Giorno d’estate
La penultima notte in California mi svegliai al buio al rumore del vento che scuoteva i rami degli alberi e al picchiettio della pioggia sulla tenda. Fino a quel momento il clima era stato così asciutto che avevo smesso di mettere la copertura antipioggia, dormendo con l’unico riparo della rete tra me e il cielo. Mi affannai al buio e a piedi nudi per sistemare la copertura sopra la tenda, rabbrividendo nonostante fosse l’inizio di agosto. C’erano stati più di trenta gradi per settimane, con punte di trentotto, ma con il vento e la pioggia il tempo era cambiato all’improvviso. Tornata nella tenda, indossai i leggings di pile e la giacca a vento, mi infilai nel sacco a pelo e lo chiusi fino al mento, legandomi il cappuccio stretto attorno alla testa. Quando mi svegliai alle sei il piccolo termometro sullo zaino diceva che c’erano tre gradi.
Camminai lungo una cresta elevata sotto la pioggia, con addosso tutti i vestiti che avevo. Ogni volta che mi fermavo per più di qualche minuto, mi veniva così freddo che battevo comicamente i denti finché non riprendevo a muovermi e ricominciavo a sudare. Nelle giornate serene, affermava la mia guida, si sarebbe visto l’Oregon all’orizzonte in direzione nord, ma io non vedevo niente a causa della fitta nebbia che riduceva la visuale a non più di tre metri. Non avevo bisogno di vedere l’Oregon. Potevo percepirlo, immenso davanti a me. L’avrei percorso per tutta la lunghezza se fossi arrivata fino al ponte degli dèi. Chi sarei stata se l’avessi fatto? Chi sarei stata se non l’avessi fatto?
A metà mattina in mezzo alla nebbia comparve Stacy, che camminava in direzione sud. Eravamo partite insieme dalla Seiad Valley il giorno prima, dopo aver trascorso la notte con Rex e le due coppie. Al mattino, Rex aveva preso un autobus per tornare alla sua vita reale, mentre il resto di noi aveva continuato a camminare, dividendosi poche ore dopo. Ero piuttosto sicura che non avrei più rivisto le due coppie, ma Stacy e io avevamo deciso di incontrarci ad Ashland, dove lei aveva in programma di fermarsi qualche giorno per aspettare la sua amica Dee prima di cominciare il tratto in Oregon. Vederla adesso mi sorprese, come se fosse per metà donna e per metà fantasma.
«Sto tornando a Seiad Valley» mi disse e spiegò che aveva freddo, i piedi pieni di vesciche, e che la notte precedente il sacco a pelo si era inzuppato d’acqua e non c’erano speranze che si asciugasse prima di sera. «Prendo un autobus per Ashland» disse. «Vieni a cercarmi all’ostello quando arrivi.»
La abbracciai prima che se ne andasse, inghiottita dalla nebbia nel giro di pochi istanti.
La mattina dopo mi svegliai prima del solito, il cielo di un grigio diafano. Aveva smesso di piovere e la temperatura era salita un po’. Mentre mi legavo Mostro e mi allontanavo dal campo sentii un brivido di eccitazione: erano i miei ultimi chilometri in California.
Ero a circa un chilometro e mezzo dal confine quando un ramo che pendeva basso sul sentiero si infilò sotto il mio braccialetto di William J. Crockett e lo fece volar via nella fitta boscaglia. Scrutai le rocce, i cespugli e gli alberi in preda al panico sapendo già, mentre mi facevo strada in mezzo all’erba, che era una causa persa. Non avrei trovato il braccialetto. Non avevo nemmeno visto dov’era andato a finire. Avevo udito un debolissimo rumore metallico quando il ramo me l’aveva strappato via. Sembrava assurdo perdere quel braccialetto proprio adesso, un funesto presagio. Tentai di farmene una ragione e di interpretare quella perdita come qualcosa di buono – un simbolo di ciò di cui non avevo più bisogno, forse, l’alleggerimento di un peso metaforico –, ma poi quell’idea perse slancio e io riuscii solo a pensare a William J. Crockett, l’uomo del Minnesota che aveva circa la mia età quando era morto in Vietnam, il cui corpo non era mai stato trovato, la cui famiglia certamente lo piangeva ancora. Il mio braccialetto non era nient’altro se non il simbolo della vita che aveva perduto troppo giovane. L’universo se l’era solo ripreso nelle sue fauci voraci e spietate.
Non potevo far altro che proseguire.
Arrivai al confine solo pochi minuti dopo e mi fermai per rendermene conto: California e Oregon, una fine e un inizio uniti nello stesso punto. Per essere un luogo così importante, non aveva affatto un’aria importante. C’erano solo una cassetta di metallo marrone che conteneva un registro del sentiero e un cartello che diceva WASHINGTON: 797 CHILOMETRI… nessun cenno all’Oregon.
Ma io sapevo che cos’erano quei 797 chilometri. Ero stata in California due mesi, ma sembravano passati anni da quando mi ero ritrovata al passo del Tehachapi da sola con il mio zaino, immaginando di arrivare in questo luogo. Mi avvicinai alla cassetta di metallo, tirai fuori il registro e lo sfogliai, leggendo le annotazioni delle settimane precedenti. C’erano messaggi di persone di cui non avevo mai sentito parlare e altri di gente che non avevo incontrato, ma che sentivo di conoscere perché ne avevo seguito le tracce per tutta l’estate. Le annotazioni più recenti erano quelle delle due coppie: John e Sarah, Helen e Sam. Sotto le loro frasi di giubilo scrissi la mia, così sopraffatta dall’emozione che optai per la brevità: “Ce l’ho fatta!”.
Oregon. Oregon. Oregon.
Ero arrivata. Feci ingresso nello stato, cogliendo scorci del maestoso monte Shasta a sud e del più basso ma più aspro monte McLoughlin a nord. Camminavo su una cresta in quota, incontrando piccole chiazze di neve ghiacciata che superai con l’aiuto del mio bastoncino da sci. Vedevo le vacche pascolare negli alpeggi poco più in basso, i grossi campanacci squadrati che risuonavano a ogni movimento. «Ciao, mucche dell’Oregon» urlai verso di loro.
Quella notte feci il campo sotto una luna quasi piena, il cielo limpido e freddo. Aprii Aspettando i barbari di J.M. Coetzee, ma lessi solo poche pagine perché non riuscivo a concentrarmi; la mia mente vagava fantasticando su Ashland. Era finalmente così vicina che potevo concedermi di pensarci. Ad Ashland ci sarebbero stati cibo, musica e vino e persone che non sapevano niente del PCT. Soprattutto, ci sarebbe stato del denaro, e non i soliti venti dollari. Avevo messo traveler’s check per un ammontare di duecentocinquanta dollari nella scatola indirizzata ad Ashland, perché avevo previsto che sarebbe stata la scatola che mi avrebbe accolta alla fine del trekking. Non conteneva cibo né altri rifornimenti. C’erano solo traveler’s check e abiti da “mondo reale”: i miei Levi’s preferiti e una maglietta aderente nera; un reggiseno di pizzo nuovo di zecca e mutandine coordinate. Nei mesi precedenti avevo pensato che sarebbero stati quelli gli abiti con cui avrei celebrato la fine del trekking e avrei chiesto un passaggio per tornare a Portland. Quando avevo cambiato itinerario, avevo chiesto a Lisa di mettere la scatola più piccola in un’altra di quelle che avevo riempito di cibo e rifornimenti e di spedirmela ad Ashland invece che a una delle tappe che non avevo fatto nella Sierra Nevada. Non vedevo l’ora di metterci le mani sopra – su quella scatola dentro una scatola – e trascorrere il fine settimana con addosso abiti normali.
Arrivai ad Ashland il giorno successivo all’ora di pranzo, dopo aver chiesto un passaggio a un gruppo di volontari dell’AmeriCorps.
«Hai sentito la grande novità?» mi aveva chiesto uno di loro dopo che ero salita sul pullmino.
Scossi la testa senza spiegare che per due mesi avevo avuto notizie scarsissime, piccole o grandi che fossero.
«Conosci i Grateful Dead?» mi chiese e io annuii. «Jerry Garcia è morto.»
Mi fermai su un marciapiede nel centro cittadino e mi chinai per guardare un’immagine della faccia di Garcia a colori psichedelici sulla prima pagina del quotidiano locale, leggendo quello che riuscivo attraverso la lastra di plastica del contenitore, troppo al verde per acquistarne una copia. Mi piacevano molte canzoni dei Grateful Dead, ma non avevo mai collezionato le registrazioni dei loro concerti dal vivo né li avevo seguiti in giro per il paese come facevano alcuni dei miei amici deadheads, fan sfegatati del gruppo. Mi aveva colpita di più la morte di Kurt Cobain l’anno prima: la sua fine tragica e violenta era un monito non solo per gli eccessi della mia generazione, ma anche per i miei. Eppure la morte di Garcia sembrava una cosa più grande, come se fosse la fine non solo di un momento ma di un’intera epoca che era durata per tutta la mia vita.
Percorsi alcuni isolati con Mostro in spalla per andare all’ufficio postale, oltrepassando cartelli artigianali esposti nelle vetrine che dicevano: TI AMIAMO, JERRY, RIP. Le strade erano animate da una mescolanza di turisti ben vestiti che arrivavano per il fine settimana e di radicali del Nordovest Pacifico, riuniti in gruppetti sui marciapiedi e più rumorosi del solito per via della notizia. «Ehi» mi salutarono parecchi di loro mentre passavo, talvolta aggiungendo “sorella”. Avevano età variabili dall’adolescenza alla maturità, vestiti con abiti che li collocavano in qualche punto del continuum hippy/anarchici/punk rock/artisti stonati. Io sembravo esattamente una di loro – pelosa, abbronzata e tatuata; con sulle spalle tutto ciò che possedevo – e avevo anche lo stesso odore, solo peggio, dal momento che non mi lavavo seriamente dalla doccia al campeggio di Castle Crags in preda ai postumi di una sbronza un paio di settimane prima. Eppure mi sentivo così lontana da loro, da chiunque, come se fossi atterrata lì proveniente da un’altra epoca e da un altro pianeta.
«Ehi!» esclamai sorpresa passando davanti a uno degli uomini silenziosi che c’erano sul pickup al lago Toad, dove Stacy e io avevamo cercato il Rainbow Gathering, ma lui rispose con un cenno assente, dando l’impressione di non ricordarsi di me.
Arrivai all’ufficio postale e spinsi la porta d’ingresso, con un largo sorriso, ma quando dissi il mio nome alla donna dietro il banco, lei tornò soltanto con una piccola busta imbottita. Niente scatola. Niente scatola nella scatola. Niente Levi’s né reggiseno di pizzo né i duecentocinquanta dollari in traveler’s check o il cibo che mi serviva per fare il tratto successivo di sentiero fino al parco nazionale del lago Crater.
«Dovrebbe esserci una scatola per me» dissi, tenendo in mano la busta imbottita.
«Dovrà tornare domani» disse la donna con indifferenza.
«È sicura?» balbettai. «Voglio dire… Ormai dovrebbe essere arrivata.»
La donna si limitò a scuotere la testa freddamente. Non gliene importava un accidente di me. Ero sporca e puzzavo come i giovani radicali del Nordovest Pacifico. «Il prossimo» disse, facendo un cenno all’uomo in testa alla fila.
Barcollai fuori dall’ufficio, accecata dal panico e dalla rabbia. Ero ad Ashland, Oregon, e avevo solo 2,29 dollari. Dovevo pagare una stanza all’ostello per quella notte. Mi serviva il cibo prima di poter proseguire il trekking. Ma soprattutto, dopo sessanta giorni di cammino con lo zaino in spalla, avevo bisogno che le cose fossero facili. Solo per qualche giorno. “Per favore.”
Mi diressi verso un telefono pubblico nelle vicinanze, mi tolsi Mostro dalle spalle e mi chiusi nella cabina. Era una sensazione bellissima stare lì dentro, come se non dovessi uscire mai più da quella minuscola capsula trasparente. Guardai la busta imbottita. Me l’aveva spedita la mia amica Laura di Minneapolis. La aprii e tirai fuori il contenuto: una lettera avvolta attorno a una collana che aveva fatto in onore del mio nuovo nome. STRAYED diceva in lettere maiuscole argentee agganciate a una catenina a pallini. A una prima occhiata sembrava dicesse STARVED, affamata, perché la Y era leggermente diversa dalle altre lettere, più larga e schiacciata e ricavata da uno stampo diverso, e perché la mia mente aveva tradotto la scritta in una parola familiare. Mi misi al collo la catenina e guardai il mio riflesso distorto sulla superficie di metallo del telefono. La indossavo insieme a quella che portavo da Kennedy Meadows, l’orecchino d’argento e turchesi che era appartenuto a mia madre.
Sollevai la cornetta e tentai di fare una chiamata a carico del destinatario a Lisa per chiederle della mia scatola, ma non ci fu risposta.
Mi trascinai infelice per le strade, tentando di non desiderare niente. Niente pranzo, né i muffin e i dolcetti che vedevo esposti nelle vetrine, né il caffelatte nei bicchieri di carta che i turisti stringevano nelle mani immacolate. Mi diressi all’ostello per vedere se trovavo Stacy. Non c’era, mi disse l’uomo alla reception, ma sarebbe rientrata più tardi: si era registrata per la notte. «Desidera registrarsi anche lei?» mi chiese, ma io mi limitai a scuotere la testa.
Andai alla cooperativa dove vendevano cibo biologico, di fronte alla quale i tizi del Nordovest Pacifico erano assembrati in una specie di accampamento diurno, raggruppati sull’erba e sui marciapiedi nei pressi del negozio. Quasi subito vidi un altro degli uomini che avevo incontrato al lago Toad, il tizio con la bandana, il capo del gruppetto che chiamava tutti “baby” come Jimi Hendrix. Era seduto sul marciapiede accanto all’ingresso del negozio e reggeva un piccolo cartello di cartone con scarabocchiata sopra a pennarello una richiesta di denaro. Davanti a lui c’era una lattina di caffè vuota con una manciata di monete.
«Ciao» dissi, fermandomi di fronte a lui, rincuorata alla vista di una faccia familiare. Portava ancora la stessa strana bandana lercia.
«Come va?» rispose, senza dar segno di ricordarsi di me. Non mi chiese denaro. A quanto pare, avevo scritto in faccia che non ne avevo. «Te ne vai in giro?» chiese.
«Sto facendo il Pacific Crest Trail» dissi per rinfrescargli la memoria.
Annuì senza riconoscermi. «Sta arrivando un sacco di gente da fuori per le celebrazioni dei Dead.»
«Ci sono delle celebrazioni?» chiesi.
«Stasera c’è qualcosa.»
Mi chiesi se avesse messo in piedi un mini Rainbow Gathering al lago Crater, come aveva detto che avrebbe fatto, ma non glielo domandai. «Prendila con filosofia» gli dissi, allontanandomi.
Entrai nella cooperativa; l’aria condizionata era strana su braccia e gambe nude. Ero stata in empori e piccoli supermarket per turisti in alcune delle tappe di rifornimento lungo il PCT, ma non entravo in un grande magazzino da quando avevo cominciato il trekking. Camminai su e giù per le corsie guardando cose che non potevo avere, sbalordita dall’improvvisa abbondanza. Come avevo fatto a dare per scontate tutte quelle cose? Vasetti di sottaceti e baguette freschissime avvolte nella carta, bottiglie di aranciata e cartoni di sorbetto e, soprattutto, frutta e verdura così brillanti nei loro contenitori che quasi mi accecavano. Indugiai, annusando le cose: pomodori e cespi di lattuga, pesche noci e lime. Mi ci volle tutta la mia forza di volontà per non farmene scivolare in tasca qualcuno.
Andai nel reparto prodotti di bellezza e mi spremetti sul palmo delle mani crema da tre campioncini diversi, poi me le sfregai sul corpo, inebriata dalla fragranza discreta: pesca e noce di cocco, lavanda e mandarino. Soppesai gli stick di rossetto e ne provai uno chiamato “vertigine di prugna” usando un’imitazione di cotton fioc naturale, organica e fatta con materiali riciclati che trovai lì accanto, in un vaso di vetro con un coperchio argenteo che sembrava destinato ai medicinali. Avevo scelto quel rossetto perché la sfumatura era simile a quella che usavo di solito, nella mia vita pre-PCT, ma adesso sembravo un clown, la bocca vistosa e folle sul viso segnato dalle intemperie.
«Posso aiutarla?» mi chiese u...