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Capitolo XI
Le pietre di Sherburne
Alisoun e sua zia Colet si passavano accanto guardinghe. Nessuna delle due si sentiva a proprio agio a voltare le spalle all’altra.
«Come hai fatto a salvarti?» le aveva chiesto Colet non appena la ragazzina aveva varcato la soglia di casa.
Alisoun si era voltata verso lo zio. «Non mi vuole qui.»
«Non girarti dall’altra parte quando ti parlo!» aveva detto Colet con tono imperioso.
John lo zoppo aveva spinto Alisoun avanti. «Porta rispetto a tua zia, ragazzina.»
Colet era bionda e grassa, con le sopracciglia e i capelli tanto chiari da sembrare trasparenti. Aveva denti larghi e sporgenti, che facevano capolino le rare volte in cui tentava di sorridere. Alisoun la trovava disgustosa. Fin dal primo incontro aveva fatto un voto: sarebbe rimasta muta finché fosse restata nella casa della zia.
Tre giorni di silenzio fecero impazzire Colet. «Non posso tollerare quest’impertinenza in casa mia.»
«Cos’hai da lamentarti, moglie? Ti obbedisce in tutto e per tutto.»
«Salvo quando le chiedo di parlare. Non posso sapere cosa pensa se non parla.»
«Non ti piacerebbe sapere cosa pensa.»
«Questa è opera del demonio. Non esiste nessun bambino capace di non parlare così a lungo. E che mi dici dell’arco? Chi le ha insegnato a usarlo?»
«Mio fratello Duncan. Un’idea sciocca, lo ammetto.»
«Devi toglierglielo.»
«Se lo punta contro uno di noi, lo farò, moglie. Ma non prima.»
«Non sei solo uno zoppo, sei anche un debole, marito.»
«E uno sciocco, visto che ho sposato una donna tanto isterica.»
Alisoun ascoltava la discussione, seduta fuori dalla porta. Teneva d’occhio le cuginette mentre mescolava un intruglio di miele, avena e latte per la pelle della zia. La zia Colet si indignava per quelle che chiamava le arie della madre di Alisoun, ma quale altra moglie di contadino si viziava con impiastri per ammorbidire e sbiancare la pelle? Si preparava per andare a corte? E mentre se ne stava sdraiata a sonnecchiare al pomeriggio con il cataplasma in volto, Alisoun doveva sedere accanto a lei e scacciare le mosche attirate dal miele.
Le due cuginette cominciarono a strillare, si tiravano i capelli a vicenda. Alisoun spostò di lato la scodella e separò le bambine. Sentì un dolore penetrante al braccio destro. La mano era indolenzita a causa del movimento per girare la densa mistura. Le bambine litigavano, ma chi poteva rimproverarle? Erano sudate e nervose perché costrette a giocare al sole. Anche Alisoun, seduta all’ombra di un sottile albero, sentiva la testa che le girava per il caldo ed era nauseata dall’odore dolciastro dell’intruglio. Portò le due bambine vicino alla casa e permise a entrambe di inzuppare un dito nella mistura. Questo le avrebbe tenute buone per un po’.
Alisoun si sedette sulla panca, si portò una mano sugli occhi per farsi ombra e guardò in lontananza. Non c’erano nuvole di polvere che potessero annunciare il ritorno del cugino. Era lì da tre giorni, e non aveva ancora visto Rich. Quella mattina John aveva colto la preoccupazione nei suoi sguardi furtivi fuori dalla porta e le aveva assicurato che il ragazzo sarebbe tornato dal mercato quel giorno stesso: aveva avuto un contrattempo, ma senza dubbio entro mezzogiorno si sarebbe fatto vedere e sarebbe andato subito a prendere la sua cavalla.
Era mezzogiorno passato ormai, ma di Rich non c’era traccia. Alisoun non pensava che il cugino avrebbe accettato di ripartire subito dopo il suo arrivo per andare alla fattoria a prendere l’animale. Così progettò di partire lei stessa non appena il sole fosse tramontato. Sarebbe stato più facile a quell’ora. Il suo letto si trovava in una parte separata della casa, nessuno si sarebbe accorto della sua scomparsa prima della mattina seguente.
Lungo la strada per Bishopthorpe, Alfred, uno degli uomini dell’arcivescovo, compensava la mancanza di loquacità del suo capitano enumerando i morti di peste e i moribondi a York. Owen non lo ascoltava. Sapeva che Alfred era preoccupato per un’infiammazione a un braccio e che, secondo lui, era un segnale della malattia, nonostante Lucie gli avesse assicurato che si trattava di una bruciatura. Owen pensò che fosse meglio lasciare che Alfred blaterasse, anche se non riusciva a capire come parlare della peste potesse confortarlo.
Mentre attraversavano la porta di Bishopthorpe, Alfred indicò una figura in piedi di fianco alla porta del salone.
Owen era sorpreso. «Fratello Michaelo, fuori in cortile, al caldo? Piuttosto strano.» Il segretario dell’arcivescovo non era solito esporsi ai raggi del sole.
Gli stallieri aiutarono Alfred e Owen a scendere da cavallo e nel frattempo fratello Michaelo li raggiunse procedendo lentamente. Il suo volto, solitamente imperturbabile, era triste.
«Benedicte, fratello Michaelo» disse Owen. «Prego che tutti stiano bene nella casa.»
«Benedicte, capitano Archer. Alfred.» Michaelo si inchinò verso entrambi. «È con grande tristezza che debbo annunciare che la Morte ha visitato questa dimora. Maeve, la cuoca, questa mattina ha perduto la figlia più giovane a causa della peste.»
Alfred si fece il segno della croce e tossì nervosamente.
«Che il Signore le conceda l’eterno riposo» mormorò Owen. «Spero che tutti gli altri famigli stiano bene.» Non era dell’umore di insistere sulla morte di una bambina. La loro cameriera, Kate, aveva appreso quella mattina della scomparsa del fratellino minore, un’altra vittima dell’epidemia. La sorella di Kate, Tildy, che si trovava a Freythorpe Hadden con Gwenllian e Hugh, non era ancora a conoscenza della triste notizia.
«Finora Dio non ha preso nessun altro,» disse Michaelo, «ma due dei figli del giardiniere sono malati.» Si segnò. «Sua Grazia spera che voi possiate preparare qualcosa con quanto abbiamo in dispensa per calmare Maeve. Nessuno riesce a confortarla.»
«Qualche sostanza aromatica aggiunta al brandy di Sua Grazia sarà sufficiente ad alleggerirle il cuore, e se avete delle radici di valeriana la libereranno dall’insonnia. Il sonno è il rimedio migliore per il dolore.»
Michaelo guardò la borsa che Alfred si teneva premuta sul naso. «Vedo che avete le borse profumate. Noi utilizziamo le sfere di ambra grigia. Cos’è meglio secondo voi, capitano?»
«In tutta onestà, non posso giurare sull’efficacia di nessuno dei rimedi, Michaelo. La cosa che spaventa di più è la folla. Tra la folla il contagio è più rapido. Ma se la figlia di Maeve non è mai uscita...»
«La cuoca aveva condotto con sé la figlia a York per comprare alcuni oggetti di arredamento per il palazzo dell’arcivescovo» disse Michaelo cupamente. «E ha portato la bambina a messa nella cattedrale.»
Alfred si portò una mano sotto l’avambraccio, dove l’infiammazione doleva.
Owen, che notò il gesto, si maledisse per essersi lasciato trascinare in quella discussione. «È da parecchio tempo che mancate da York, fratello Michaelo. Non ci sono folle né attorno al palazzo né nella cattedrale. La gente se ne sta per conto proprio. Volete informare Sua Grazia che sono qui?»
Michaelo osservò Owen per un momento. «Avete un aspetto sano, capitano.» Poi guardò Alfred. «Ma sembra che voi non stiate bene, non porterete la peste a Bishopthorpe?»
Alfred sbiancò.
«Per l’amor del cielo, la peste è già qui» protestò Owen. «Alfred ha solamente una bruciatura. Visto che vi interessa tanto la salute degli altri vorrei precisarvi che madonna Wilton gli ha dato una lozione per curarla.»
Gli occhi di Michaelo erano diffidenti. Il segretario dell’arcivescovo si limitò a sbuffare e li introdusse in casa.
Thoresby ricevette Owen nel suo parlatorio, che di solito era fresco anche d’estate, con le finestre che si aprivano davanti sul giardino e dietro sul fiume. Ma quel giorno il locale aveva un odore stantio. Gli scuri erano serrati e nel braciere bruciava legno di rosmarino. Ambra grigia, rosmarino – Thoresby non si limitava a pregare per difendersi dalla peste. L’arcivescovo era chino sul lavoro. I suoi capelli erano divenuti opachi per la vecchiaia. Quando alzò la testa per accogliere Owen, gli occhi apparvero incavati e le labbra contratte in una smorfia.
«Benedicte, Archer.» Riportò gli occhi sul documento che stava esaminando.
Owen era abituato al carattere dell’arcivescovo. «Benedicte, Vostra Grazia. Spero che abbiate trovato tutto di vostro gradimento a Bishopthorpe.»
«Come sempre.»
Thoresby non rendeva facile il compito di comportarsi con cortesia. «Come sta la Regina Filippa, Vostra Grazia?»
«Non bene. La fine è prossima.»
«Che Dio possa benedirla e preservarla» disse Owen facendosi il segno della croce.
Thoresby sospirò e indicò a Owen una sedia dall’altra parte del tavolo al quale era seduto. «Avete provveduto a Maeve?»
Owen si sistemò sulla sedia, incrociò le braccia e annuì. «Ho già dato istruzioni a Michaelo, Vostra Grazia.» Guardò i documenti. Sembravano petizioni, lettere.
«Maeve è una buona cristiana» disse Thoresby. Batté le mani per chiamare un servitore che emerse silenzioso da un angolo buio. «Porta queste carte sul mio tavolo da lavoro.»
Mentre il giovane raccoglieva i documenti e li portava dall’altra parte della stanza, l’arcivescovo disse: «Prego Dio perché gli altri suoi figli siano risparmiati». Fece segno al servitore di versare del vino, quindi si appoggiò allo schienale della sedia simile a un trono, posando le mani sui braccioli arrotondati. «E la vostra famiglia, Archer? Stanno tutti bene?»
«Sì, ringraziando Dio.» Owen notò che la mano del servitore tremava mentre versava il vino. Non c’era di che stupirsi. La peste era entrata nel maniero. Tutti probabilmente si chiedevano chi sarebbe stata la prossima vittima. «Abbiamo mandato i bambini dal padre di Lucie in campagna.»
Thoresby prese il calice e ne osservò il contenuto. «Una scelta lodevole, anche se la campagna non ha salvato gli abitanti di questa magione. Simon, il giardiniere, ha due figli malati. Chi può sapere se sarebbero stati più al sicuro a York? Ma raramente mi servo del palazzo in città, è più sensato che Simon stia qui. Comunque ha molti figli e...»
Owen guardò il giardino fuori dalla finestra. «Questo non ha alcuna importanza.»
«Simon sopporta bene il dolore.»
«Le morti si susseguono così rapidamente, una dopo l’altra.»
«Non è così che succede?» Thoresby esaminò il calice alla luce. «Come mastro apotecario, Lucie sarà molto impegnata.»
«Sì, lo è davvero. A ogni visita della peste la gente chiede rimedi sempre più strambi. Un ricco mercante ieri ha chiesto frammenti di diamante per spargerli intorno al letto, in modo che la morte si tagliasse i piedi se avesse tentato di avvicinarsi.»
«Strano. Ho sempre immaginato che la morte portasse gli stivali.»
«Io i sandali.»
Thoresby prese un generoso sorso di vino.
Owen era infastidito dalle oziose chiacchiere dell’arcivescovo. Non era da lui e non faceva altro che procrastinare le inevitabili cattive notizie. Tuttavia era molto meglio assecondarlo. «Spero che Vostra Grazia stia bene.»
«Abbastanza bene, Archer.»
Owen pensò che non fosse vero. Gli occhi dell’arcivescovo erano spenti. «Sono venuto al maniero ogni volta che ho potuto» disse Owen. Oltre a essere capitano degli uomini dell’arcivescovo a York e avere il compito di mantenere l’ordine nel beneficio della cattedrale, Owen era responsabile della conduzione di Bishopthorpe in assenza dell’arcivescovo. Forse avrebbe potuto portare la conversazione sugli affari da sbrigare quel giorno.
«Avete agito bene, Archer. Vi siete dimostrato degno della fiducia che ho riposto in voi.» Thoresby finalmente incontrò lo sguardo di Owen. Sorrise.
A Owen non piaceva il sorriso di Thoresby. Spesso significava guai. «Non mi avete certamente convocato a Bishopthorpe per congratularvi del mio lavoro.»
«No, ho dell’altro lavoro da assegnarvi. Devo portarvi con me per un breve periodo.»
Owen serrò la mascella.
«Mi accompagnerete al mio maniero di Sherburne.» Il palazzo si trovava a sud di Leeds, una giornata buona di viaggio da York.
«Cosa c’è a Sherburne?»
«La pietra per completare la Cappella della Vergine. Le cave sono tutte esaurite.»
«L’ho sentito dire. Ma pensavo che Michaelo e il capomastro stessero esaminando altre cave.»
«Nessuna garantisce la qualità sufficiente.»
«C’è una cava vicino a Sherburne?»
Thoresby socchiuse gli occhi e guardò il suo interlocutore, come se pensasse che Owen deliberatamente si ostinasse a non capire. «No, intendo smantellare il palazzo. Le pietre sono ben tagliate, di ottima qualità.»
Owen fissò Thoresby, domandandosi come fosse opportuno rivolgersi ad un arcivescovo che aveva perduto il senno.
Thoresby accennò un sorriso. «Trovate il mio progetto poco pratico?»
Folle era la parola più adatta. «Poco pratico in primo luogo.»
«In primo luogo?»
«Penso che non sia opportuno, Vostra Grazia. Non posso che domandarmi quale possa essere la vostra motivazione. Vi siete stancato della casa? Non è più di vostro gradimento? E cosa dirà il prossimo arcivescovo di York di questo capriccio?» Mentre Owen parlava, il volto di Thoresby si imporporava.
«Capriccio?»
«Per la costruzione di un simile edificio è stato necessario l’impiego di molti uomini e di molto lavoro. E voi intendete raderlo al suolo perché preferite usare le pietre per la vostra tomba, quando senza dubbio avete delle alternative che possono evitare tale inutile distruzione.» Lo stesso Owen era sorpreso della propria veemenza.
«Se avessi un’alternativa la seguirei, Archer. Ma le cave nelle vicinanze non garantiscono la qualità necessaria e quelle lontane comporterebbero costi e tempi troppo elevati. Inoltre è difficile trovare gente disposta a lavorare nel mezzo di una pestilenza. Voglio completare la cappella quest’anno, prima della festa di San Martino.»
Owen rifletté. Pur utilizzando le pietre di Sherburne, l’arcivescovo non poteva aspettarsi che i muratori ottenessero quel risultato. Mancavano poco più di tre mesi. E perché quella scadenza? Thoresby pensava di essere destinato a morire tanto presto? «Perché quest’anno?»
«Ho fatto voto di ultimare la Cappella della Vergine per ottenere la Sua intercessione per la gente di York. Ho pregato che risparmiasse loro la peste.»
Owen guardò Thoresby diritto negli occhi. «Allora siete in ritardo, Vostra Grazia. Abbiamo seppellito più di cento persone in città negli ultimi due mesi.»
Thoresby aveva il viso teso. «Non sapevo che fossero così tanti.» Il rammarico era evidente nel tono della sua voce. «Comunque, posso ancora fare qualcosa.»
Forse. Ma Owen non avrebbe abbandonato Lucie in quei giorni così difficili per intraprendere un viaggio tanto folle. «Perdonatemi, ma c’è bisogno di me a casa, Vostra Grazia. Ed è meglio per voi che io continui a difendere i vostri interessi in città. La paura rende la folla imprevedibile. Pensate alla Festa del Raccolto.»
«Sapete benissimo che non ci sarà nessuna Festa del Raccolto quest’anno. Il che è un’altra buona ragione per usare le pietre che già possiedo, non avrò entrate a breve. Voi verrete con me a Sherburne.»
«Perché? In che modo vi sarei utile?»
«Discutete i miei ordini?»
«Questo viaggio è una follia, Vostra Grazia. E mi impedirebbe di svolgere adeguatamente il mio lavoro di capitano e di fattore.»
Thor...