L'amante del Doge
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L'amante del Doge

  1. 272 pagine
  2. Italian
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  4. Disponibile su iOS e Android
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L'amante del Doge

Informazioni su questo libro

1755. Il carnevale veneziano è all'apice dell'ebbrezza e della festa. Caterina Dolfin, nonostante il divieto materno, partecipa a una festa in casa del console inglese, per dimenticare per qualche ora i dispiaceri che l'assillano: la recente morte del padre, che l'ha educata all'amore per l'arte e allo studio della filosofia, la povertà e le nozze imminenti con un uomo che detesta. Nella biblioteca del palazzo, dove si rifugia per sfuggire al frastuono degli invitati, incontra l'affascinante Andrea Tron, ambasciatore della Serenissima, erede di una delle più facoltose famiglie veneziane, cui tutti predicono un futuro da doge. Stregato dalla bellezza di Caterina, Tron osa proporle un cinico patto: diventare la sua amante in cambio della sicurezza economica. Da quel momento Caterina si trasforma in un'adultera, ma anche in una donna padrona di sé e delle proprie scelte, incurante del disprezzo della società e dell'odio di chi scatena contro di lei calunnie d'ogni sorta e le tesse intorno torbide trame. Fino a quando gli eventi non rischiano di precipitare, ripagando la sua audacia con una pericolosa moneta.

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Informazioni

Print ISBN
9788856613193
eBook ISBN
9788858503935

1

Lavezzari bussò alla stanza da letto di Sua eccellenza e attese di essere ammesso.
Andrea Tron era già vestito di tutto punto, in giacca di seta scura che metteva in risalto il fisico molto alto e dalle perfette proporzioni, tanto apprezzato dalle signore. Lo jabot della camicia di lino finissimo, immacolato e spumeggiante di intarsi, aggiungeva all’aspetto un tocco ulteriore di raffinatezza.
«Siete fortunato, questa mattina, Lavezzari. La casa avita mi concilia il sonno. Solo qui riesco a dormire fino a così tardi.»
Lavezzari inarcò il sopracciglio, estraendo dalla tasca del panciotto un orologio. Le otto: la gran parte dei nobili veneziani dormiva ancora della grossa, tra morbide coltri e guanciali di piume. Per le abitudini del signor ambasciatore, invece, era un’ora inusuale. Tron preferiva alzarsi di buon mattino: così si esprimeva lui. A notte fonda, recriminava il segretario con qualche esagerazione, costretto com’era a uniformarsi ai ritmi imposti dal padrone.
«Sarà perché siete costretto a dormire da solo, eccellenza, senza compagnia femminile» commentò il segretario, dissimulando appena un sorrisetto malizioso.
«Con chi avete spettegolato, ieri sera, per fare un’osservazione così indiscreta? Mio padre? Zuanne?»
«Soprattutto Zuanne» confermò Lavezzari senza scomporsi. «Gli piace molto chiacchierare. In particolare di voi. Mi ha spiegato che vostro padre mai vi permetterebbe di intrattenervi con un’estranea sotto il suo tetto. È inflessibile, nel campo della morale.»
«Vedute molto anguste, purtroppo» confermò l’ambasciatore. «Cos’altro vi ha raccontato, quel chiacchierone?»
«È fierissimo della vostra posizione di uomo politico più potente della Repubblica dopo il doge, carica che, d’altro canto, ricoprirà quanto prima... Parole testuali. In un paio d’ore, mi ha sciorinato tutta la storia dei Tron di San Stae, una delle più antiche Casade veneziane, al cui servizio mi onoro di essere fin dalla nascita! Mi pare di avere compreso che vostro padre abbia una vita molto attiva e un ottimo fiuto per gli affari. Operosità, intraprendenza, duro lavoro! Questa xè la regola della Casa, sostiene Zuanne.»
Tron esplose in una risata.
«Tutto ciò che a Niccolò Tron manca in altezza e imponenza fisica – che invece possedeva mia madre, Chiara Grimani – è compensato dall’energia del carattere. Un vecchio d’altri tempi, che ha sempre comandato a bacchetta me e i miei fratelli. Solo mia madre riusciva a tenergli testa. Ma quante baruffe, fra loro. È stato lui a decidere il destino di tutti i figli: il matrimonio e la prosecuzione della stirpe per mio fratello secondogenito – di nome Francesco, come il mio nonno materno – il convento per Antonio e Vincenzo, le nozze con un Barbarigo di San Polo per l’unica femmina, ben felice di fuggire dalle grinfie paterne. E noi tutti zitti e obbedienti. Ancora oggi, a quarantatré anni suonati, mi fa rigare diritto, sebbene i miei fratelli mi accusino di essere il preferito.»
«A voi è toccata la carriera politica.»
«Esatto. Come primogenito ma soprattutto più intelligente dei suoi figli. Giudizio suo. Ai soldi penso io, mi disse da ragazzo, alla discendenza tuo fratello, tu occupati solo di onorare Venezia e il nome dei Tron. Non so i miei fratelli ma, per quanto mi riguarda, sono molto felice della sorte che mi è toccata.»
«Ha visto giusto. Credo che neppure lui avrebbe potuto immaginare doti più eccelse e una carriera più brillante. E quanto al matrimonio... no, proprio non siete tagliato.»
«Devo considerarla una critica?»
Prima che Lavezzari potesse rispondere, Zuanne bussò alla porta ed entrò senza attendere il permesso. Andrea Tron sorrise al vecchio servitore, che gli era caro come un padre, e spalancò le braccia per stringerlo a sé. Era rientrato a Venezia a notte fonda dopo quasi un anno di assenza e non si erano ancora salutati.
L’esile figura del vecchio scomparve sul petto del padrone, al quale non arrivava nemmeno alla spalla.
«Come vàea, vècio?» lo salutò.
«Vècio, paròn. Xè vero» si rammaricò questi, scuotendo il capo.
Poi, senza sprecare altro tempo in inutili smancerie, raddrizzando le spalle per conferire un tono ufficiale e severo alle rimostranze che era in procinto di avanzare, tese al Tron un foglietto stropicciato.
«Paròn, vardè cossa che ghe xè in giro par Venessia. I dise che se stà trovà anca tra le balote dela votasiòn, al Maggior Consiglio.»
Tron prese lo scritto che Zuanne gli porgeva e gli gettò un’occhiata distratta: un epigramma. Senza dubbio satirico, sospettò, altrimenti il servo non si sarebbe affrettato a mostrarglielo prima ancora di salutarlo.
Era abituato alle satire. Rappresentavano uno dei passatempi preferiti della città e il loro numero lievitava in rapporto all’importanza delle vittime. Sul suo conto, ne fiorivano a bizzeffe: aneddoti, storielle, dicerie, alcune delle quali senza dubbio esagerate rispetto alla realtà, specie quelle che avevano per oggetto le sue avventure galanti. Conduceva una vita che offriva molto materiale a quel genere di maldicenze e dunque non poteva lamentarsene.
Lo sguardo indispettito di Zuanne, che mal digeriva, invece, tutto quello che suonasse come un attacco alla dignità dei Tron, lo convinse a dedicare ai versi un’occhiata più attenta, per non urtarne la suscettibilità.
Illustrissima Signoria,
la Repubblica xè finia,
Voleu saver perché?
Perché un Savio vol far da re!
Andreas Tronus, Venetiarum Rex !
Passò il foglietto a Lavezzari che lo lesse, sorrise a sua volta e scrollò le spalle. Un attacco politico: accusavano Sua eccellenza di possedere un potere tale da aspirare a farsi re di Venezia. Pungente, se si considerava l’insofferenza che i veneziani, nobili e popolani, mostravano nei confronti di chiunque volesse ergersi a signore o sovrano, fierissimi com’erano della loro Repubblica, ma spiritoso e garbato: niente di offensivo o volgare. E, in fondo, non menzognero, come attestava il soprannome con cui, da anni ormai, Andrea Tron veniva chiamato a Venezia: El Paròn. Il padrone.
L’appellativo era frutto anch’esso di una gustosa satira nella quale l’autore lo aveva definito Pa-Tron, a rimarcare il potere di cui godeva nella Repubblica. La trovata era piaciuta e il nomignolo gli era rimasto appiccicato per sempre, subendo solo, via via, alcune evoluzioni: da Pa-Tron, a Patron e infine a Paròn, davanti al quale, quasi a definitiva consacrazione di uno stato di fatto, era stato aggiunto l’articolo.
Così era diventato El Paròn per antonomasia: più che una spiritosaggine, il riconoscimento ufficiale che Andrea Tron era l’esponente più influente e ascoltato del Senato; di fatto, l’uomo più potente della città dopo il doge, sebbene, considerata l’ancor giovane età, non fosse neppure Procuratore di San Marco ma solo Ambasciatore della Serenissima e Savio, per citare appena le cariche più prestigiose.
Ormai l’espressione era entrata a tal punto nel lessico cittadino che la adoperavano sia i nobili suoi pari sia la gente del popolo. I primi, in qualche caso, con un filo di acredine, i secondi con affetto sincero.
Tron accartocciò il foglietto e lo gettò nel camino, allungando una ruvida carezza a Zuanne, che non dimise per questo lo sguardo corrucciato.
«Le xè ciàcoe. E co’ le ciàcoe no se impasta le frìtole» cercò di rassicurarlo, memore dell’effetto calmante dei proverbi sul vecchio servitore. «Lavezzari, l’agenda della giornata, per favore.»
«È stringata, eccellenza. Alle undici in Senato. Al pomeriggio incontro con il Grande Elettore di Colonia, motivo principale del vostro rientro a Venezia. Sarebbe opportuno che vi rivolgeste a lui in tedesco, almeno quando siete soli. Così suggeriscono i Dieci. In segno di omaggio.»
«Ci sarei arrivato anche da solo. Conosco l’etichetta meglio dei miei colleghi. Impieghino il loro zelo per imporre alle giovani leve di studiarsi quattro lingue straniere come ho fatto io, invece di vedersi sempre costretti a richiamare in patria il sottoscritto ogni volta che ci sono ospiti inglesi o tedeschi, perché non sanno come cavarsela. Mi risparmierebbero un sacco di fatica.»
«E anche al vostro segretario, se posso permettermi. Conclusa la riunione in Senato, dovreste trascorrere con l’augusto ospite il resto della giornata: concerto delle putte ai Filarmonici, una puntata al Florian e una – ma segreta e riservatissima, ha preteso l’entourage del duca – al Ridotto di San Moisé per provare il brivido del tavolo da gioco. Quindi in casa Nani, alla Giudecca, per il banchetto serale.»
Tron prese il biglietto scuro, a eleganti caratteri dorati, che il segretario gli porgeva e si limitò a scorrere le prime righe.
Carnevale 1755
Cenone di Giovedì Grasso con danze
Casino Nani alla Giudecca
La S.V. ...
«Spero che abbiate previsto il tempo di una passeggiata per me, da solo. Sapete che mi piace fare un giro fino a Rialto, fra le botteghe e le calli... Come xè el Carneval, ’sto ano?» domandò, circondando con un braccio le spalle minute e un poco curve di Zuanne, che non mostrava alcuna intenzione di allontanarsi, per scusarsi della scarsa attenzione concessa alle sue rimostranze e soprattutto farsi perdonare di doverlo congedare: intendeva sbrigare un poco di lavoro prima di uscire. Ma conosceva in anticipo la risposta del servo: il carnevale precedente era sempre migliore di quello in corso. Per Zuanne tutto si corrompeva, con il trascorrere del tempo. Le feste diventavano meno spettacolari, le primavere meno soleggiate, il mare meno azzurro, il governo della Repubblica meno severo.
«All’incontro con l’ospite mancano circa tre ore, eccellenza» si intromise Lavezzari. «È questo il momento più adatto per un giretto privato.»
«Dedicheremo un poco di tempo al disbrigo della posta, allora» annunciò Tron, dopo aver accompagnato Zuanne fino alla porta, per persuaderlo con dolcezza ad andar via.
«È raccolta tutta qui, sulla scrivania» lo informò Lavezzari, spostandosi verso l’angolo più luminoso della stanza dove, accanto a una finestra dalle ampie vetrate appena schermate da cortine di impalpabile, candido velo, era collocato un tavolo in noce scuro. «Suddivisa in tre pile ordinate, contraddistinte ciascuna da un cartellino colorato. Il rosso indica le missive urgentissime, cui sarebbe opportuno dare almeno un’occhiata prima che inizi la seduta al Senato. Provengono tutte da vostri colleghi: questioni politiche, richieste, perorazioni.»
«Le solite cose» sbuffò Tron, con una smorfia. «Ci sarà tutto il tempo di occuparsene durante la riunione. Riassumetele voi in poche parole. Mi fido del vostro scrupolo.»
Lavezzari aprì una cartelletta contenente alcuni appunti.
«Vi scrivono i capi dei due schieramenti: Memmo e Foscarini.»
«Il giovane e brillante Memmo... Ma è vero quello che si racconta in giro?»
«A che proposito, eccellenza?»
«Suvvia Lavezzari, non fate sempre il puritano! Se aspettassi da voi i pettegolezzi più succulenti della città, starei fresco. Fortuna che il mio sfacciato cugino Querini si preoccupa di tenermi aggiornato.»
«Alludete a Giustiniana Wynne? Confermo che è diventata l’amante in carica, per così dire.»
«Ottimo gusto, quel Memmo.»
«Anche la Wynne ci guadagna, considerato il marito vecchio e malandato che si ritrova. L’amante è giovane, bello e ardente.»
«Spero che quello scavezzacollo si comporti bene e le sia fedele. Lei è uno splendore di ragazza.»
Gli occhi di Tron ebbero un guizzo al pensiero della chioma scura e della seducente giovinezza di Giustiniana Wynne, frutto illegittimo di una passione fra un inglese e una greca, complice Venezia.
«Non credo proprio. Memmo si concede frequenti distrazioni. Proprio come voi, eccellenza.»
«Cosa intendete dire, Lavezzari?» chiese Tron, fingendo un tono severo che non scompose affatto il segretario.
«Siete il suo eroe, il modello ideale cui Memmo si ispira in ogni campo, lo sanno tutti. Anche nel disordine sentimentale, a quanto pare.»
«Cosa c’entra? Io sono un ambasciatore. Le donne mi sono utili. Frequentarle, corteggiarle e persino imbastire relazioni sentimentali mi consente di carpire informazioni preziose per la Repubblica. Non sapete quanto impegno devo profondere per farle sentire felici, appagate e dissipare in loro il sospetto di servire ai miei scopi.»
«Capisco, eccellenza.»
«No che non capite. Fate l’ironico e l’insolente, invece. La vita di un ambasciatore della Serenissima è gravosa, caro Lavezzari. Richiede energia.»
«E soldi.»
«Vero. Torniamo al lavoro. Cosa vuole questa gente?»
«Memmo e la sua combriccola si scagliano contro le antiquate istituzioni della Repubblica, tutte da riformare – così affermano – a cominciare dagli Inquisitori e dai Dieci. A tal proposito, sollecitano il vostro appoggio in Senato per approvare un provvedimento che temperi la censura e magari mandi a casa l’attuale Censore di Stato.»
«Il nostro scrupoloso e inflessibile Reghellini. Odiato e vituperato da tutti ma inamovibile. La vedo molto dura.»
«A loro dire, Venezia non uscirà mai dalla decadenza in cui versa se non si aprono le frontiere agli apporti della cultura straniera, in particolare quella francese.»
«I philosophes
«Sempre loro. La pietra dello scandalo. Foscarini e i conservatori invece tuonano contro la rilassatezza dei costumi, inneggiano al rigore dei tempi andati e vi esortano a farvi promotore di una legge suntuaria che moralizzi i costumi e inasprisca la censura.»
«Addirittura?»
«Così scrive sua eccellenza Foscarini» confermò Lavezzari, chiudendo la cartelletta e scorrendo con sicurezza le lettere classificate come urgentissime. Ne estrasse una e la scorse con lo sguardo fino al punto desiderato. «Bisogna sigillare le frontiere per impedire che giungano a Venezia le opere dei philosophes, ciarlatani che, con le loro stramberie, finiranno per mettere a ferro e fuoco il mondo. Che rimedi suggerite voi, che conoscete bene quelle fandonie destinate a tramontare nel volgere di pochi lustri? Non sarebbe opportuno inasprire la censura e sbarrare le frontiere alla libera circolazione di teorie così pericolose e sovversive? E degli Inquisitori di Stato, cosa vi pare? Molli, arrendevoli, titubanti: questo sono! Dov’è finito il rigore dei tempi andati? Così si mina la sicurezza della Repubblica, si compromette per sempre la grandezza della Serenissima Dominante. Rigore, repressione, maniere risolute, occorrono! E voi, eccellenza Tron, forte dell’esperienza internazionale, dovete farvi valere, imporvi!»
«Sapete cosa vi dico, Lavezzari?»
«Cosa, eccellenza?»
«Ne ho le tasche piene di tante fandonie. Fra un paio d’ore, al Senato, dovrò sorbirmele di nuovo. Invece mi stuzzica molto l’idea di curiosare nella pila di corrispondenza che voi contraddistinguete con il cartellino: saluti, pettegolezzi, varie.»
«Sarebbe molto più urgente occuparsi della terza, eccellenza: petizioni.»
«Insisto: saluti, pettegolezzi, varie.»
«Posso permettermi di osservare che siete il solito vanitoso?» chiese in tono cortese Lavezzari, consapevole che qualche battuta pungente non solo non indisponeva l’ambasciatore ma anzi gli era molto gradita. Andrea Tron, nonostante l’elevatissima posizione che occupava in città, era rimasto una persona semplice e alla mano, cui piaceva molto scherzare. Con lui – e solo con lui – era possibile permettersi libertà che, con altri nobili, anche di posizione molto inferiore, erano impensabili. Lo sapevano tutti a Venezia e, a giudizio del segretario, ne approfittavano fin troppo: i giovani gli si rivolgevano come a un coetaneo, i popolani spesso non si facevano scrupolo di attenderlo per strada o davanti all’ufficio, per presentargli di persona suppliche e perorazioni. Una confidenza eccessiva, che Lavezzari deplorava ma Sua eccellenza sembrava non trovare affatto fastidiosa. Chiamava quasi tutti per nome: come riuscisse a tenerne a mente tanti, restava un mistero che ancora non era dato decifrare.
«Meglio sarebbe se mantenessero le distanze opportune» borbottava spesso fra sé Lavezzari, per il quale tanta popolarità si traduceva in pile di suppliche da evadere, in aggiunta alla già considerevole mole di missive che giungevano da mezzo mondo.
«Vanitoso, io? Proprio non comprendo le ragioni di questa dura critica.»
«Sì che le comprendete, eccellenza. Sapete bene che è tutta corrisponden...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Colophon
  4. Nota Bio-bibliografica
  5. 1
  6. 2
  7. 3
  8. 4
  9. 5
  10. 6
  11. 7
  12. 8
  13. 9
  14. 10
  15. 11
  16. 12
  17. 13
  18. 14
  19. 15
  20. 16
  21. Conclusione
  22. Ringraziamenti