Capitolo 4
Un inizio poco incoraggiante
Murdoch aveva ceduto alla nipote la sua camera, molto più pulita dell’altra e fornita di una finestra con gli scuri e una porta di legno.
Celia si offrì di aiutare Margaret a spogliarsi. «Lasciate che vi sfili gli stivali, padrona.»
Asciugandosi, gli stivali si erano ristretti; fino a quel momento Margaret non se n’era accorta, ma ora le facevano male. Si sedette sull’unica sedia presente nella stanza, facendo scricchiolare il legno. Sentiva la testa pesante, come se stesse per caderle da un momento all’altro. Non fece in tempo ad appoggiarsi allo schienale che Celia era già pronta a slacciarle l’abito.
Terminato il proprio compito, la fantesca rimase accanto al baldacchino protetto da cortine, tenendo in mano una pelle di pecora da posare sulle coperte. Non appena Margaret infilò i piedi freddi sotto le lenzuola, si rese conto che Celia aveva riscaldato il letto e lasciato la pietra bollente sul fondo. Le fu grata di quel pensiero gentile.
Distesa sul materasso a riposare le membra stanche, pregò di addormentarsi subito, ma il letto, per quanto comodo, non era il suo, e i rumori che salivano dalla taverna erano invadenti e a volte contrastanti. Più che conciliare il sonno, lo agitavano. Margaret sentiva un peso sul petto, faticava a respirare. Lacrime inutili e imbarazzanti le salirono agli occhi. Tirò le cortine per nascondere a Celia la propria debolezza.
Senza parlare, la fantesca si infilò nell’altro lato del letto.
Margaret fu svegliata dal rintocco delle campane. Per un istante rimase immobile sotto il cumulo di coperte, con gli occhi chiusi e arrossati dal pianto. Le pulsava la testa. Si impose di reagire. Se l’atteggiamento dello zio non mutava, poteva restarle poco tempo per muoversi. Doveva mettere da parte ogni timore e darsi da fare per trovare Roger.
La vescica piena la costrinse a scendere dal letto caldo per cercare il pitale sul freddo pavimento.
«L’ho messo fuori dalla porta» disse Celia con voce assonnata. «Ve lo prendo.»
«Faccio io. Devo sbrigarmi se voglio andare a messa a St Giles.» Margaret sperava di trovare in chiesa sostegno e conforto.
«Alla vedova Sinclair non farebbe piacere vedervi maneggiare un pitale» disse Celia, sedendosi sul letto. «Vi vestirò io. Dovete fare una buona impressione.»
«Non ce n’è alcun bisogno. Nessuno mi noterà.»
Celia si alzò a fatica e si avvicinò al braciere per accendere un’altra lampada.
Alla luce Margaret vide il paletto di legno consunto che chiudeva l’uscio dall’interno. Serviva forse a proteggere il sonno dello zio? Aperta la porta, guardò a terra e notò che il pitale era vuoto: i servi svolgevano almeno le mansioni essenziali.
Celia prese la cuffia e vi infilò i capelli; poi si lisciò l’abito stropicciato: durante la notte era caduto dal piolo, asciugandosi a terra. «Stasera lo appenderò meglio.» La ragazza aveva l’aria affaticata e soffriva a ogni movimento.
«Non è necessario che mi accompagni» disse Margaret, anche lei indolenzita dalla cavalcata.
Tuttavia Celia insistette e si dedicò alla vestizione.
Sulla scala il vento sollevò loro le gonne e tolse il velo a Margaret. Un gatto attraversò in fretta il cortile e svanì nell’ombra. I tralci secchi di fagioli urtavano contro i germogli appena spuntati. Le due donne passarono nel vicolo tra le due case e sbucarono in High Street. In quel grigio mattino, sulla salita che portava alla chiesa di St Giles, le uniche creature viventi erano dei grossi topi e un uomo coperto di stracci che spazzava la strada davanti a una bottega chiusa. Per il mercato era troppo presto, ma non si vedevano nemmeno i carri di provviste entrare in città né i contadini portare il bestiame al pascolo. Sembrava che tutti gli abitanti di Edimburgo attendessero nascosti, col fiato sospeso.
La campana della messa rintoccò mentre erano a metà della salita. Margaret raccolse le gonne e affrettò il passo. Celia tentò di seguirla ma rimase presto indietro. Rassettate le vesti davanti all’entrata, Margaret fece il suo ingresso in chiesa e si diresse verso il coro, fermandosi prima della balaustra che separava i fedeli dal clero. Celia la raggiunse poco dopo.
I presenti erano meno numerosi rispetto a St John, la sua chiesa di Perth, o alla cattedrale di Dunfermline. Ricordando la taverna affollata della sera precedente, Margaret si stupì: forse a Edimburgo, per trovare coraggio, la gente contava più sulla birra che sulle preghiere.
Il canto la calmò. A capo chino, invocò l’aiuto di Dio per la sua missione. Pregò per la salvezza di Roger, per l’anima di Jack e anche per Katherine, che doveva sentirsi sola senza la compagnia sua e di Celia. In casa erano rimasti altri servitori ma nessuno con cui la suocera potesse piangere la morte di Jack. Di quindici anni più giovane di Roger, Jack era stato un conforto per Katherine quando il figlio se n’era andato per il mondo. E sebbene negli ultimi sei anni avesse vissuto a Perth lavorando come agente di Roger, il giovane non si era dimenticato della zia che lo aveva allevato e con lei trascorreva sempre i giorni di festa.
Nel tentativo di allontanare l’immagine del cadavere che aveva visto, Margaret si concentrò sul ricordo di una sera di alcuni mesi prima. Jack era arrivato a casa sua per cena, con le guance arrossate dal freddo e i capelli biondi luccicanti di fiocchi di neve. Quando la fantesca li aveva lasciati per portare il mantello di Jack ad asciugare in cucina, lui le aveva afferrato la mano per appoggiarvi la guancia. Margaret ricordava ancora il calore del suo respiro sulla pelle. Quella sera era stata sconsiderata a permettergli di baciarle ripetutamente la mano. Si erano ritrovati così vicini che lei gli aveva sentito l’odore della segatura sugli stivali e l’alito che sapeva di vino.
«Hai aperto una cassa di vino e non me ne hai portato?» gli aveva chiesto in tono scherzoso quando infine lui le aveva lasciato la mano.
Da quando Roger era lontano, Jack cenava con lei tutti i sabati per metterla al corrente degli affari: la aggiornava sulla mercanzia arrivata dalla Germania o dalle Lowlands scozzesi – vino, tessuti, stoviglie –, su quanta lana e articoli di cuoio avevano spedito. Quelle cene erano per lei un vero piacere e la facevano sentire parte degli affari, più di quando Roger era a casa.
Era stato dopo San Martino che aveva iniziato a notare quanto spesso pensava a Jack e con quale ansia aspettava il sabato; si preoccupava di ciò che avrebbe indossato, aiutava la cuoca a cucinare i piatti che lui più amava. Jack era un uomo attraente e allegro, che se da un lato apprezzava la sua intelligenza, dall’altro la esasperava divertendosi a provocarla. Sapeva di piacere alle donne. Margaret non avrebbe dovuto incoraggiare le sue attenzioni, ma era difficile separare ciò che era giusto provare da ciò che non lo era. Non voleva offenderlo; lo considerava un amico fidato e leale. E non le dispiaceva affatto che la trovasse desiderabile.
Lottò contro l’immagine della salma sfigurata di Jack avvolta nel sudario, delle sue orribili ferite. “Santa Madre di Dio, fa’ che Roger sia vivo.” Dovevano concedersi l’opportunità di avere figli, di darsi reciprocamente gioia. Erano stati separati così a lungo che le sembrava di conoscerlo a malapena, di sentirsi ancora intimorita, in soggezione.
Margaret non sapeva che cosa sarebbe stato di lei se al termine di quella ricerca avesse scoperto un cadavere. Suo padre si trovava a Bruges, sua madre al convento di Elcho, Andrew all’abbazia, Fergus era troppo giovane. Il cuore le balzò in petto per un nuovo terrore. Se l’omicidio di Jack era collegato ai commerci di Roger, allora anche Fergus era in pericolo. E si trovava tutto solo a Perth. “Gesù mio, proteggi Fergus. Aiutalo a riconoscere i suoi nemici.”
Ma nessuno era al sicuro con Edoardo Gambelunghe deciso a reclamare il regno di Scozia. Tutti conoscevano le sofferenze che gli inglesi avevano inflitto ai gallesi. Molti scozzesi avevano partecipato a quel massacro al fianco di Edoardo, e se ora toccava a loro, era soltanto per il castigo di Dio. Ma i morti di Berwick erano mercanti, non soldati. E gli inglesi continuavano a restare impuniti. Per la gente Edoardo era giunto ormai alla vecchiaia e l’amara delusione provata nei confronti del proprio erede lo aveva reso ancora più crudele. “Buon Dio, lascialo morire e fa’ in modo che il suo debole figlio si metta una mano sulla coscienza e rinunci a distruggere il Lothian e a umiliare il nostro re John Balliol. E riporta a casa Roger.” La cosa che più temeva al mondo era di rimanere sola, con quel tremendo dolore e senza denaro neanche per ritirarsi in convento. “Sono troppo giovane, Signore. Non ho ancora vissuto.” Erano preghiere sciocche, le sue. Ogni giorno morivano bambini e giovani madri. Chi era lei per aspettarsi da Dio un trattamento diverso?
Si guardò intorno. Forse fra gli altri fedeli c’erano anche degli inglesi; ormai vivevano in mezzo a loro. Margaret si domandò a che cosa pensassero quel mattino. L’uomo con la scabbia sul cranio pelato piangeva qualcuno caduto in battaglia, pregava di essere liberato dagli inglesi, oppure si stava semplicemente sforzando di non grattarsi la chiazza irritata? E la donna con l’elegante mantello che le stava accanto? Teneva gli occhi bassi, ma continuava a muovere le mani come se le stesse esaminando. Erano gonfie, come quelle di Margaret dopo una giornata di bucato. Quel mantello doveva essere il migliore che possedeva, di lana fina, a trama larga. Non caldo ma molto bello. Nella luce fioca era difficile scorgere l’abito che indossava sotto.
Alle spalle di Margaret qualcuno puzzava di urina, di sicuro a causa di un rimedio contro vesciche e geloni. Una donna mormorava le sue preghiere accompagnata dal tintinnio dei grani di un rosario. Ecco cosa doveva fare per pregare senza distrarsi. Infilò la mano nel borsellino nascosto nel corsetto in cerca del rosario: tra i grani le dita sfiorarono il peso da telaio trovato nel sudario. Un peso così leggero che forse serviva a bilanciarne un altro. Potevano usarlo per i lavori di fino, come il mantello che aveva ammirato.
Mentre i fedeli si avviavano all’uscita, Margaret si voltò a guardare la donna al suo fianco. Il profilo e il passo le ricordavano qualcuno ma non riusciva a rammentare chi.
«Non ho potuto fare a meno di notare il vostro mantello» disse.
La donna si affrettò verso la porta senza degnarla di uno sguardo.
«Perché mai parlare con un’estranea vista la situazione che c’è in città?» commentò Celia.
Era vero, ma se qualcuno avesse rivolto la parola a lei, Margaret sarebbe stata troppo curiosa per non dargli almeno un’occhiata.
Fuori dalla chiesa, la nebbia salita dal fiordo sfocava i muri delle case accorciando le distanze. I fedeli si dispersero lentamente e Margaret e Celia restarono sole con lo spazzino visto in precedenza, che nel frattempo era arrivato in cima alla salita.
page_no="60" «Spazza tutta la città?» si domandò Margaret ad alta voce.
«Credo che ci spii» disse Celia, distogliendo lo sguardo.
«Depistiamolo tornando alla taverna di buon passo.»
Quando gli passarono accanto, Margaret si irrigidì e lo salutò con un «Dio vi benedica».
«Benedica anche voi» borbottò l’uomo.
Quella risposta la calmò. Forse l’uomo era esattamente ciò che sembrava: uno spazzino. Margaret non doveva lasciarsi influenzare dall’atmosfera cupa che regnava in città.
«San Columba!» esclamò Celia, inciampando e cadendo in una pozzanghera.
Margaret le porse il braccio ma lei lo respinse. «Vi infangherete le maniche.»
La fantesca era in ginocchio nella pozzanghera eppure si preoccupava delle vesti altrui. Margaret la afferrò per la vita e l’aiutò a rialzarsi.
«Ho inciampato in un sasso» borbottò Celia.
Margaret si domandò se non avesse perso l’equilibrio perché ancora indolenzita dalla cavalcata del giorno precedente.
«Madre Santa,» gridò la fantesca scuotendo le gonne «guardate quanto fango.» Il mantello scozzese e la gonna dell’abito color ruggine erano del medesimo grigio sporco.
«Ti sei fatta male?» domandò Margaret esaminandole i palmi delle mani. Qualche pietruzza era incastrata nel fango ma la pelle, benché arrossata, non sanguinava. «Per fortuna, non ti sei tagliata. Torniamo nella nostra camera.»
Procedettero lentamente, con Celia che si fermava di continuo a strofinarsi le mani.
page_no="61" Dietro la locanda c’era un orto con i resti infangati e limacciosi del precedente raccolto, e un basso edificio da cui uscivano fumo e aromi appetitosi. La cucina, pensò Margaret.
«Va’ di sopra, togliti gli abiti bagnati e asciùgati. Io arrivo subito» disse a Celia, e si diresse verso il basso edificio. Lo zio stava rimestando qualcosa in un grosso paiolo; Margaret non si aspettava di trovarlo lì.
«Dove sei stata?» domandò scuro in viso.
«A St Giles. Sono andata a messa con Celia.»
«A messa? Dopo il viaggio che hai affrontato, e senza scorta? Non ti avevo forse detto che a Edimburgo le donne non possono andare in giro da sole? Non conosci i soldati? Sono quasi tutti criminali. Gambelunghe perdona chiunque entri nel suo esercito.»
«Ieri hai detto che ti servirebbe una lavandaia. C’erano altre donne a messa.»
Lo zio alzò le spalle e scosse il capo. «Il guaio è che con te qui, non faccio altro che preoccuparmi.»
«Sono una donna sposata e mando avanti casa mia. So cavarmela da sola.»
«Qui non è come a casa tua.» Murdoch prese due ciotole da una mensola e staccò un mestolo da un gancio. Si muoveva con la sicurezza di chi sa dove trovare le cose. «Se avessi avuto un po’ di pazienza ti avrei portato la zuppa in camera. È di radici, con un po’ di carne di coniglio e anche di manzo.»
«Che Dio ti benedica. Sono affamata.»
«Siediti» disse Murdoch, scodellando la zuppa nella ciotola.
«Anche Celia ne gradirebbe.»
page_no="62" «A suo tempo. Tu sei la padrona.»
«È caduta in High Street. È tutta bagnata e infangata.»
«Si è fatta male?»
«Si è solo sporcata i vestiti, credo.»
«Grazie a Dio voi donne siete protette dagli indumenti. Adesso siediti. Celia sarà occupata a togliersi tutti quegli strati di panni.»
Margaret si accomodò sulla panca, posò la ciotola sul davanzale e mescolò la zuppa, meravigliandosi della quantità di carne che conteneva. Strano che gli inglesi non l’avessero confiscata.
«Cucini tu per la taverna?»
«Io cucino per me. Per la taverna c’è il cuoco.»
«Allora questa non è la cucina della taverna?»
«Quella si trova più in là.»
Era un locale grande per un uomo solo. «Possiamo far asciugare qui i vestiti di Celia?»
Murdoch aggrottò le sopracciglia. «No. C’è un braciere nella vostra camera.»
«Ci vorrà un secolo. Quello che serve è un bel fuoco come questo.»
«Chiedilo al mio cuoco, si chiama Roy. La cucina è dietro la capanna dove dorme la cameriera... quando ne abbiamo una.»
Non volendo irritarlo ulteriormente, Margaret si alzò non appena ebbe finito e portò una ciotola di zuppa e una fetta di pane nero a Celia. La fantesca mangiò rapidamente, quindi raccolse gli indumenti bagnati e si avviò verso la cucina della taverna, con la speranza di lavare le macchie prima che si seccassero.
Margaret si sentiva stanca morta, ma quando si distese sul letto e chiuse gli occhi fu posseduta di nuovo dai suoi fantasmi. Sussultava a ogni scricchiolio. Si consolò pensando che doveva abituarsi al nuovo ambiente: una volta conosciuti meglio la locanda, gli edifici annessi e la città, i rumori non l’avrebbero più spaventata.
La pioggia era cessata ma il suo odore aleggiava ancora nell’aria. Sul terreno dietro la cucina di Murdoch c’era la stanza della cameriera, un capanno di canne e fango col tetto di paglia. Margaret spinse la porta. L’interno era polveros...