Il bambino senza nome
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Il bambino senza nome

  1. 448 pagine
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Il bambino senza nome

Informazioni su questo libro

« È una storia incredibile. Così avventurosa, sorprendente e atroce da sembrare il soggetto di un grande film. »
la Repubblica Mark ha da poco iniziato la sua vita da ricercatore a Oxford quando suo padre Alex bussa alla sua porta con un angoscioso segreto da confessare. I brandelli di quel segreto sono rinchiusi in una logora valigia che custodisce i ricordi evanescenti e ossessionanti che per quasi settant'anni suo padre ha cercato di seppellire sotto il peso dell'oblio, mentre brandelli di immagini confuse riaffioravano dal buco nero della memoria. Tocca a Mark ora aiutare suo padre a ricostruire la sua storia, l'epopea tragica e assurda, incredibile eppure drammaticamente reale, di un bambino bielorusso ebreo di cinque anni che è scampato avventurosamente allo sterminio della sua famiglia e del suo villaggio, ha vagato per nove mesi da solo nei boschi, tra la neve e i lupi, è stato catturato da un'unità lettone filonazista, è stato portato davanti al plotone di esecuzione e lì, le spalle contro il muro della scuola, ha rivolto al sottoufficiale che stava per premere il grilletto una strana, perfetta domanda da bambino: «Puoi darmi un pezzo di pane, prima di spararmi?». È stata quella strana domanda a salvargli la vita, anche se non è bastata a preservarlo dalle beffe del destino: le SS decidono di prendere quel bambino dai capelli biondissimi e dagli occhi cerulei come loro mascotte, per farne una mascotte da utilizzare per la propaganda. Ora vuole ricordare, Alex, ritrovare le sue radici, la sua famiglia, il suo passato, vuole sapere tutto, anche il suo nome, perché quello con cui è cresciuto, si è sposato, ha generato tre figli, Alex Kurzem, non è che il nome falso che gli diedero su un foglio di via.

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Informazioni

Anno
2011
eBook ISBN
9788858502914
Print ISBN
9788856613957
Page 7 PARTE PRIMA

1

QUESTO È TUTTO QUEL CHE SO

Se qualcuno mi chiedesse «Che tipo è tuo padre?», trovare una risposta semplice ed esauriente mi sarebbe difficile.
Pur avendo trascorso un’intera vita insieme a lui, non sono mai riuscito a mettere davvero a fuoco la sua personalità: in lui c’è il contadino russo, timido e sempre un po’ assorto, con un’aria che sulle prime a un estraneo può apparire d’ingenuità, se non di sprovvedutezza, ma anche l’uomo accorto, socievole, incredibilmente pratico.
La sua inattesa comparsa sulla soglia del mio appartamento di Oxford, un pomeriggio di maggio del 1997, mi lasciò più sconcertato che mai.
Stavo rientrando nella mia tana, con un bel carico di libri appena comprati nella libreria di Blackwell e già pregustavo il piacere di godermi il prezioso bottino: avrei chiuso la porta dello studio a qualunque intrusione dal mondo esterno e mi sarei immerso nella lettura per parecchie ore.
Appena entrato, però, scorsi un pezzo di carta. Qualcuno lo aveva infilato sotto la porta: il talloncino della carta di imbarco di un volo da Melbourne. In un angolo c’era scritto: «DA DAPHNE PAPÀ».
Riconobbi subito la grafia di mio padre: scriveva solo in stampatello e senza punteggiatura. A dire il vero, non sapeva scrivere in altro modo. Era cresciuto nell’Europa dell’Est durante la Seconda guerra mondiale: in pratica, non era mai andato a scuola.
Il suo arrivo mi lasciò di stucco. Ci eravamo sentiti per telefono solo un paio di giorni prima: stava guardando la televisione insieme a mia madre, nella nostra casa di Melbourne, e quando gli avevo chiesto se ci fossero delle novità, la sua risposta era stata: «Niente di niente, figliolo, cosa vuoi che succeda in questo angolo di mondo in mezzo ai boschi?».
E anche quando gli avevo chiesto se avessero in programma qualcosa per i giorni seguenti, il tono non era minimamente cambiato, né la sua voce aveva tradito emozione alcuna: «Nessun progetto a dire il vero. Proprio niente».
A quel punto, un leggero click aveva rivelato l’inserimento del vivavoce, affinché anche mia madre potesse unirsi alla conversazione. Lo faceva sempre.
Chiacchierammo un po’ tutti e tre, parlando del più e del meno. In particolare, raccontai loro quel che avevo fatto durante la settimana e mi soffermai sull’intenzione di andare a Tokyo, dove mi sarei fermato più o meno quattro mesi per portare a termine una ricerca sul matsuri, una cerimonia rituale. A Oxford lavoravo come ricercatore.
Mio padre non aveva molto da dire in proposito, perciò la conversazione si esaurì rapidamente. In verità, i miei genitori si erano sempre mostrati molto condiscendenti e collaborativi nei confronti di ogni mia scelta, ma la passione per la cultura e la storia del Giappone non aveva mai smesso di stupirli. Il fatto che da bambino pretendessi di vestirmi come un samurai in miniatura anche solo per andare a comprare il latte nel negozio all’angolo era divenuto una sorta di leggenda familiare.
Promisi comunque di richiamarli, prima di partire per il Giappone. Poi, proprio quando stavo per riagganciare, sentii che a mio padre era sfuggita una risatina nervosa, risatina che di regola segnalava in lui una qualche preoccupazione in corso. Esitai solo un istante, ma prima che potessi chiedergli se c’era qualcosa che non andava, aveva messo giù il telefono. In pratica, per tutta la conversazione, quello era stato l’unico indizio che lasciasse supporre che avesse in mente qualcosa di particolare.
Guardai di nuovo la scritta sul talloncino: «DA DAPHNE PAPÀ». Per quanto non potesse che essere così, non riuscivo a credere che mio padre fosse davvero lì nei pressi. E il mio disagio aumentava: che cosa ci faceva a Oxford? Più volte avevo chiesto ai miei genitori di venire a trovarmi, fin da quando mi ero iscritto all’università, e mia madre lo avrebbe anche fatto con piacere, ma mio padre non aveva mai voluto saperne: continuava a ripetermi di aver lasciato l’Europa nel 1949 e di non avere alcuna intenzione di tornarci.
«L’Europa è il passato,» affermava con forza «un passato che ormai mi è estraneo. Adesso la mia patria è l’Australia.»
Glielo sentivamo ripetere spesso. Tuttavia, nessuno di noi, familiari o amici, lo prendeva molto sul serio. A dire il vero, noi non gli chiedevamo mai perché la pensasse così e lui si guardava bene dal fornirci spiegazioni. Sia noi sia lui eravamo troppo assorbiti dal trantran quotidiano nel soleggiato “Paese della fortuna”, come spesso veniva definita l’Australia.
Mi diressi verso la casa di Daphne, l’anziana vicina che abitava dall’altra parte della strada. Mi stava certamente spiando da dietro le tende del soggiorno, perché la porta si aprì senza nemmeno lasciarmi il tempo di bussare. Mi indicò subito il salotto, nella parte posteriore della casa, e al colmo dell’eccitazione mi disse: «È tuo padre!». Sembrava sbalordita quanto me. Poi, in un sussurro, aggiunse: «Sembra che si sia addormentato. Fa’ piano!».
Daphne mi fece strada lungo il corridoio e aprì la porta del salotto. Mio padre era lì: gambe allungate davanti a sé, braccia strette intorno alla valigetta marrone che teneva sulle ginocchia, testa appoggiata sullo schienale della poltrona. Impossibile vedergli gli occhi.
Sussurrai qualche parola di ringraziamento a Daphne per essersi presa cura di mio padre ed entrai in punta di piedi, ma subito pensai fosse meglio non disturbarlo. Stavo già tornando sui miei passi, quando sentii che si stiracchiava; poi avvertii il suo sguardo e mi voltai. Aveva alzato la testa, i suoi occhi azzurri mi stavano fissando con curiosità. Le sopracciglia sollevate e le guance rosee davano al suo viso la consueta aria maliziosa, e tuttavia restai colpito da un’insolita tristezza – che peraltro sparì in fretta, mascherata dall’abituale vivacità.
Non posso dire che l’inatteso arrivo non mi avesse allarmato, sia pure non più di tanto. Col passare degli anni, al suo carattere impulsivo e imprevedibile mi ci ero abituato. Spesso gli capitava di prendere decisioni improvvise, senza curarsi troppo di quali potevano essere le reazioni di chi gli stava accanto.
«Marky!» esclamò affettuosamente.
«Papà?»
Avevo una gran voglia di chiedergli perché mai fosse venuto, così all’improvviso e senza avvertirmi, ma non volevo farlo davanti a Daphne, che sembrava rendersi conto molto bene di quanto l’inattesa comparsa di mio padre mi avesse sconcertato. La gentile vicina cercò infatti di allentare la tensione: «Beviamoci una birra,» esclamò allegramente «una bella Foster’s!»
«A Melbourne!» disse Daphne alzando il bicchiere.
«A Melbourne!» le fece eco papà, sorridendomi con evidente imbarazzo.
Quando finalmente lasciammo la casa di Daphne e riattraversammo la strada per tornare da me, era ormai sera. Nella luce incerta, ebbi qualche difficoltà a infilare la chiave nella serratura; alle mie spalle, mio padre aspettava pazientemente, tossicchiando.
Aperta la porta, mi voltai per aiutarlo a portare dentro i suoi bagagli; ma non appena ebbi afferrato la malconcia valigetta marrone che aveva posato accanto a sé, si affrettò a strapparmela di mano. «Lascia che la prenda io» disse con tono solenne.
Nei confronti di quella valigetta aveva sempre mostrato un atteggiamento estremamente possessivo. Che nessuno, tranne lui, potesse prenderla in mano era una vera e propria legge – non espressamente formulata, ma non per questo meno tassativa. Non la lasciava mai, ed era solito tenerla sottobraccio così stretta da sembrare incollata alla cassa toracica.
La valigetta, unico “bene” portato con sé dall’Europa alla fine della Seconda guerra mondiale, conteneva i pochi ricordi della sua infanzia trascorsa in Russia e in Lettonia.
Per quel che ricordo, era sempre stata al centro della vita familiare. Pur sapendo tutti ciò che custodiva – fotografie, documenti e altre reliquie del passato – a nessuno di noi era mai stato concesso di dare una sbirciata al suo interno. Talvolta, di fronte a tanta segretezza, tra il divertito e l’annoiato mia madre esclamava: «Per amor di Dio, Alex, la custodisci come se si trattasse di Fort Knox! Cos’hai lì dentro, i gioielli della corona?».
A casa, la valigetta era invariabilmente sepolta in fondo all’armadio dei miei, ben nascosta sotto la Bibbia di mia madre, come se le Sacre Scritture potessero garantire un’ulteriore, e forse magica, protezione. A ogni buon conto, la chiave se la teneva sempre in tasca, fuori dalla nostra portata, mia e dei miei fratelli, Martin e Andrew. Ovviamente, quell’aura di mistero le aggiungeva un potere quasi totemico, che avvertivamo soprattutto quando papà decideva di raccontarci qualcosa – un episodio, un aneddoto – del suo passato, usando la valigetta come punto di partenza.
Un paio di volte al mese, di solito dopo che mia madre aveva lavato i piatti e mentre tutti ci accingevamo a piazzarci davanti al televisore pronti a lasciarci assorbire dalla trama del poliziesco di turno, mio padre si sedeva a terra accanto al camino – indipendentemente dalla stagione – e mia madre si sistemava nella sua poltrona. Avevamo sempre la sensazione che il profondo silenzio che piombava sull’intera famiglia al solo evocare “quella stupida scatola”, come amava definirla mia madre, aumentasse in mio padre il bisogno di porsi al centro della nostra attenzione. Era come se, tacitamente, ci dicesse: «Ho da raccontarvi una storia, molto migliore di quella che state guardando».
Diventava palesemente irrequieto. Alzava la testa spingendo il mento in avanti, come se si stesse sforzando di udire qualcosa, e i suoi occhi prendevano a vagare per la stanza, senza mettere nulla a fuoco, apparentemente persi in un altro mondo, incantati da quanto vedevano. Ma soprattutto, ad attirare la nostra attenzione, facendoci capire quanto stava per accadere, era il modo in cui tossicchiava, come se si sforzasse di schiarirsi la voce.
Poi si alzava di scatto e usciva dalla stanza, mentre noi, silenziosamente, ci preparavamo al suo ritorno. A un cenno di nostra madre, uno di noi ragazzi spegneva il televisore. Potevamo anche essere sul punto di scoprire chi era l’assassino in Homicide o Consider Your Verdict, i nostri telefilm preferiti – non si udiva mai una parola di protesta. Eravamo tutti molto più ansiosi di ascoltare quello che papà ci avrebbe raccontato.
A volte la mamma ci dava una tavoletta di cioccolato; ma sempre, i miei fratelli e io, aspettavamo con impazienza che papà rientrasse nella stanza. Pochi istanti dopo, lui ricompariva con in mano la fatidica valigetta. La posava delicatamente a terra, in mezzo alla stanza, e con gesto plateale tirava fuori una fotografia o un documento, spiegazzato, unto, ingiallito dal tempo. Poi la richiudeva in tutta fretta e vi poggiava sopra l’oggetto prescelto, attorno al quale costruiva tutta la storia.
Talvolta si trattava di episodi legati agli anni di guerra, ma più spesso delle avventure cui era andato incontro quando viaggiava sui treni merci lungo l’Australia, o quando, negli anni Cinquanta, lavorava in un circo. Di tanto in tanto riapriva la valigetta e lentamente, sempre con gesti teatrali, ne estraeva qualcosa di nuovo. Al pari di un prestigiatore che tiri fuori un coniglio dopo l’altro dal cilindro, per scegliere la fotografia o il documento desiderato non aveva alcun bisogno di abbassare gli occhi: finivano nelle sue mani come per magia. Quanto a noi, le sue storie – e il modo in cui sembravano spuntare dalla vecchia e malconcia valigetta – ci affascinavano tantissimo.
A parte l’amore per la cucina dell’Europa orientale, tutto faceva pensare che la fatidica valigetta fosse l’unico legame rimastogli col passato, l’unico che sembrava interessargli davvero. Dal primissimo istante in cui, nel dicembre del 1949, aveva messo piede in Australia, mio padre aveva intrapreso con incrollabile entusiasmo quel cammino che lo avrebbe portato a naturalizzarsi australiano. Al punto che presto finì per convincersi di essere un australiano “autentico”. Per esempio, se al volante qualcuno gli tagliava la strada, non esitava a imprecare contro quel “maledetto nuovo arrivato” – dimenticando che lui stesso, con il suo inglese incerto e dal forte accento russo, come anglo-australiano lasciava molto a desiderare.
L’amore di mio padre per il Paese in cui era giunto da profugo, a bordo di una nave, era illimitato. Era difficile che considerasse favorevolmente qualcosa che non fosse australiano. Della Nelly, la nave che lo aveva portato via da un’Europa distrutta dalla guerra e lo aveva fatto approdare nel paradiso australiano, teneva sempre con sé una fotografia, custodita gelosamente nel portafoglio.
Era solito dire: «Dal momento in cui uno mette piede in Australia diventa automaticamente libero di essere se stesso, senza temere di essere perseguitato, libero di vivere la propria vita». Poi, alzando teatralmente gli occhi al cielo, aggiungeva: «Perché mai dovrei voler tornare in Russia? La povertà, il gelo... Dio me ne scampi! Dovrei essere matto!».
E portava l’esempio di se stesso: «Guardate me. Se non fossi venuto in Australia adesso sarei costretto a badare alle pecore in qualche gelido pascolo nel bel mezzo della Russia. Qui invece mi sono fatto una posizione». Lo diceva senza vanteria, solo con gratitudine. Ai suoi occhi, la patria di adozione era “il più bel posto del mondo”.
Gli ho sempre ammirato questo atteggiamento, che tuttavia contrastava con quello dei genitori di molti miei amici, anch’essi immigrati, i quali erano soliti lamentarsi e rimpiangere la madrepatria – dove, a loro dire, avrebbero vissuto meglio.
I sobborghi occidentali di Melbourne, dove sono cresciuto, erano abitati prevalentemente da famiglie di immigrati provenienti, tra l’altro, da Italia, Grecia e Malta. Molti di loro sembravano dominati dal desiderio di tornare in patria. Non solo si aggrappavano ostinatamente alla loro lingua, persino quando cominciava a essere dimenticata, e usavano l’inglese solo quando necessario, ma si circondavano di tutti quei cibi, usanze, pratiche religiose e stili di vita che li aiutassero a mantenere vivo quel mondo in cui avevano vissuto prima di emigrare.
Non era così per mio padre, che non mostrava mai di nutrire qualche interesse per le sue origini russe. E noi seguivamo il suo esempio.
Tuttavia, nonostante la ferma determinazione di aderire in tutto e per tutto a un comportamento da veri australiani, non era la passione per il calcio o per qualche altro sport a unirci, cosa invece tipica dei rapporti padrefiglio nell’Australia degli anni Settanta. A costituire un legame forte tra noi era semmai proprio l’immagine di mio padre e della sua inseparabile valigetta. Non a caso, quando penso a lui, non posso fare a meno di vederlo così, con in mano la valigetta marrone. Anche se non mi fu mai permesso di dare uno sguardo al suo misterioso contenuto.
Invece della valigetta afferrai dunque la borsa da viaggio, piuttosto piccola a dire il vero, più adatta a un breve spostamento nel fine settimana che a un viaggio all’altro capo del mondo. Ci avviammo lungo il corridoio e raggiungemmo il minuscolo soggiorno di casa mia. Mio padre restò in piedi guardandosi attorno.
«Dunque, è qui che abiti» dichiarò infine; poi sollevò con enfasi le sopracciglia e aggiunse: «Piccolo, come una cantina, o un bunker». Infine, soddisfatto per il paragone, osservò compiaciuto: «Non è soleggiato come le case australiane».
Mi accorsi che aveva i lineamenti contratti, e che appariva stanco per il lungo volo. La stanchezza era del tutto giustificata, ma c’era dell’altro: il suo imbarazzo era palese.
«Papà,» gli dissi più gentilmente che potei «te la senti di vuotare il sacco?»
«Vuotare cosa?»
La mia domanda lo fece “fuggire” al lato opposto della stanza, dove si mise a osservare le stampe appese alla parete e le porcellane giapponesi in bella mostra sulla mensola del camino.
«Vuotare il sacco, dirmi perché sei venuto, naturalmente.»
«Non ti capisco» ribatté con fare innocente. «Ti avevo detto che un giorno o l’altro sarei venuto a trovarti, che avrei voluto vedere dove si fosse stabilito mio figlio maggiore.»
Si piazzò davanti alla finestra e si mise a scrutare il giardinetto sul retro della casa.
Un po’ rabbonito, tutto quello che riuscii a dire fu: «Un minimo di preavviso sarebbe stato gradito, papà».
«Con quanto anticipo avrei dovuto avvisarti?» chiese con una punta di ironia. «Puoi star certo che non occuperò molto spazio.»
Ovviamente, il problema non era lo spazio. Non era disposto a chiarire il motivo della sua improvvisa comparsa, era evidente. Si voltò verso di me; per la prima volta mi accorsi che gli mancava un dente, proprio sul davanti.
«Il dente!» esclamai indicando il buco.
«L’ho perso in volo, da qualche parte sopra l’India, credo. Per il resto, tutto bene.»
Quel dente mancante lo faceva apparire vulnerabile, addirittura ferito. Non me la sentivo di insistere ancora per ottenere una risposta alla mia domanda.
Durante la cena, nella piccola cucina di casa mia, confessò improvvisamente che la mamma del viaggio a Oxford non sapeva nulla. Le aveva detto che avrebbe fatto una scappata a Sydney, per salutare Otto, un vecchio amico dei tempi in cui lavorava in un circo. Otto era malato, e papà aveva piacere di rivederlo. Mi disse anche di aver promesso a mamma di telefonarle ogni giorno, e che intendeva chiamarla subito. Lo accompagnai nello studio, dove avevo il telefono, e tornai subito in soggiorno: ascoltare la telefonata...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Colophon
  4. Nota bio-bibliografica
  5. Dedica
  6. Parte prima
  7. Parte seconda
  8. Parte terza
  9. Epilogo
  10. Nota dell’autore
  11. Ringraziamenti
  12. Indice