Formiche
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Formiche

  1. 60 pagine
  2. Italian
  3. ePUB (disponibile su mobile)
  4. Disponibile su iOS e Android
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Formiche

Informazioni su questo libro

Sono già tre le donne uccise, in due mesi. Tutte con i capelli rossi. Proprio come lei. Tutte con indosso, nelle foto divulgate dalla polizia, degli indumenti terribilmente simili a quelli che spariscono dal suo armadio. E anche stavolta, la notte del terzo omicidio, Alison Malville non è affatto sicura che suo marito sia rimasto sempre a casa mentre lei scivolava suo malgrado nel sonno e le formiche tornavano a popolare i suoi incubi. Un sensazionale racconto digitale per gli amanti del thriller.

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Informazioni

BRIAN FREEMAN

FORMICHE

Traduzione di
Alfredo Colitto

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Nel sogno, Alison Malville aveva il corpo ricoperto di formiche nere.
Come un esercito invasore, si infilavano sotto i bottoni della camicia da notte, attraversavano la seta e marciavano sulla pelle umida. Dal cuscino, risalivano lungo la foresta dei suoi capelli rossi, si attaccavano alle ciglia, esploravano gli orifizi del viso. Lei cercava di annegarle con le lacrime. Incapace di muoversi, gridava senza produrre nessun suono, mentre migliaia di formiche le salivano sui piedi, tra le cosce, sul tronco e sul collo, violando ogni piega tra le sue membra.
“Svegliati” le disse il cervello.
Svegliati.
Alison si rizzò a sedere di scatto. Anche da sveglia sentiva ancora le formiche strisciarle addosso, e si tolse con gesti frenetici la camicia da notte, strappando i bottoni. Nuda, scese dal letto e si appoggiò contro il muro, sfregandosi, schiaffeggiando la pelle per uccidere le formiche. Alla fine, esausta e singhiozzante, si accasciò sul pavimento e si abbracciò le ginocchia.
Di nuovo. Era successo di nuovo.
Ormai sognava le formiche quasi ogni notte. Quando chiudeva gli occhi, loro erano lì, in attesa di scivolare attraverso le pareti. Avevano persino cominciato a filtrare dal sonno alla veglia. Alison non riusciva a sfuggire all’assedio. Dovunque si spostasse, dentro casa, le sentiva ammassate sul soffitto, che la spiavano.
Sapeva cosa le stava accadendo. Non c’entravano le formiche, ma suo marito. Era lui che la stava facendo impazzire.
Seduta sul pavimento, fissò l’orologio digitale sul comodino. Le sei. Attraverso le tende non filtrava ancora nessuna luce, ma presto sarebbe stata mattina, ed era già in ritardo. Non ci era riuscita. Aveva deciso di restare sveglia per vedere cosa faceva Michael, ma a un certo punto dopo mezzanotte si era addormentata, malgrado tre tazze di tè molto, molto forte. E aveva dormito sodo.
Le formiche erano tornate.
Si alzò in piedi rapidamente. Aveva la pelle d’oca. Prese la vestaglia appesa dietro la porta dell’armadio a muro, la indossò e legò la cintura in vita. Tolse la sedia che bloccava la maniglia della porta, uscì dalla stanza e sbirciò lungo il corridoio. Il primo piano della casa era buio e silenzioso.
Sentì un odore strano nell’aria stantia, che usciva dai termoconvettori insieme all’aria calda. Era un profumo. Il suo.
Controllò prima Evan. Il figlio, dieci anni, dormiva in una stanza affollata di poster di mostri, attaccati ai muri con le puntine da disegno. Era ossessionato dai vecchi film di Frankenstein. Dai vampiri. Dai lupi mannari. Ma a differenza della madre era senza paura, immune ai brutti sogni. Alison lo trovò spaparanzato sopra le coperte, la bocca aperta e la zazzera castana che gli copriva gli occhi. Attraversò il campo minato di giocattoli sulla moquette e gli accarezzò una guancia con il dorso di una mano. Evan mormorò qualcosa, senza svegliarsi.
Alison udì un rumore alle sue spalle. Si voltò ma non c’era nulla.
Solo formiche.
Si affrettò a scendere di sotto, tenendosi stretti gli avambracci. La casa era così fredda e l’aria così secca che la ringhiera di metallo le trasmise una scossa quando la sfiorò. Le mattonelle di ceramica del soggiorno erano blocchi di ghiaccio, che attraversò in punta di piedi. Passò in sala da pranzo, dove c’era una spessa moquette, ma si tagliò un piede su qualcosa. Si chinò a frugare tra le fibre della moquette e trovò un pezzetto di vetro triangolare. Lo sollevò tra le dita, guardò i ripiani polverosi della credenza e vide che mancava un calice russo di cristallo, un regalo di nozze dei suoi genitori.
«Oh, Evan» mormorò.
Ma non aveva tempo di preoccuparsi del bicchiere rotto. Si spostò sul retro della casa, dove Michael aveva sistemato il suo ufficio privato. La porta era chiusa, come sempre. Quella stanza era off-limits per tutti, a parte lui. Suo marito sosteneva che Evan si era messo a giocare con il suo computer e per questo aveva deciso di chiudere a chiave lo studio. Secondo Alison, aveva paura di cosa lei avrebbe potuto trovare nascosto nei suoi file personali.
Fotografie.
Accostò un orecchio alla porta e lo udì russare leggermente. Da settimane dormiva lì, lontano da lei.
Fu contenta di saperlo ancora in casa, comunque. Si disse che la sua paranoia era un’illusione, come le formiche. È così che funziona, pensò, quando sospetti qualcosa che non osi credere. Usi tutte le opportunità per dire a te stessa che ti stai sbagliando.
Michael non era un mostro.
Eppure, Alison sapeva che il suo essere lì al mattino presto non significava nulla. Lei aveva dormito per la maggior parte della notte, e in quelle ore poteva essere successo di tutto. Doveva sapere la verità. Tornò in soggiorno, dove il soffitto a volta incombeva sopra l’ingresso. Michael teneva le sue chiavi in una ciotola di ceramica accanto alla porta. Le prese, spalancò la porta di casa e corse fuori.
Vivevano in campagna. Gli uccelli cinguettavano tra i rami degli abeti oltre il campo. Le pietre del sentiero erano gelide. Il respiro si condensava appena usciva dalla bocca.
La berlina nera di Michael era fuori dal garage. I finestrini erano coperti di ghiaccio. Il cofano era freddo, ma la notte il termometro scendeva a sei o sette gradi sottozero, e i motori si raffreddavano quasi immediatamente. Aprì la portiera del conducente. Michael non bloccava mai le portiere. Non ce n’era bisogno, in quel posto nel mezzo del nulla.
Alison ricordava il numero esatto di chilometri. Era uscita di soppiatto per memorizzarlo prima di andare a letto. Era la sua àncora di salvezza.
Si sedette in macchina, scossa da brividi così forti che quasi non riuscì a infilare la chiavetta nell’accensione. Accese il quadro e il cruscotto si illuminò di luci bianche e rosse. Si chinò sul volante e si coprì la bocca con una mano.
Rilesse tre volte il numero sul contachilometri, per essere sicura di non sbagliarsi.
Michael aveva guidato per quasi cinquanta chilometri durante la notte.
Evan era seduto al tavolo della cucina, intento a mangiare latte e cereali mentre voltava le pagine di un fumetto. Alison udì il rumore dell’acqua che scorreva nei tubi e capì che il marito era sveglio. Era vestita per andare al lavoro, perciò prima di mettersi a friggere si legò un grembiule per non sporcare la blusa rosa con qualche schizzo di pancetta. Michael amava la colazione calda, e lei gliela preparava ancora ogni mattina, come faceva da anni. Come se tra loro non fosse cambiato nulla.
«Posso avere del succo d’arancia?» chiese Evan.
Lo sguardo di Alison si ammorbidì. «Certo.»
Aprì l’enorme frigo a due porte e prese un cartone di succo dalla mensola in alto. Scuotendolo, si accorse che era vuoto. Sospirò, infastidita. Era una piccolezza, ma quel giorno non ce la faceva neppure a sopportare i piccoli contrattempi.
«Mi dispiace, non c’è più succo.»
«Oh.»
«L’hai finito e non me l’hai detto?»
«No.»
Alison lo guardò con finta severità. «Perché se lo finisci e rimetti il cartone vuoto in frigo, io non so che devo comprarne dell’altro. E così tu resti senza.»
«Non sono stato io» insistette Evan.
«Come vuoi» rispose Alison. Era sicura che fosse lui il colpevole.
Tornò ai fornelli. La pancetta si stava carbonizzando. Tolse subito la padella dal fuoco, ma l’odore di bruciato era forte. Poiché aveva cucinato già vestita per andare al lavoro, ora il tailleur e i suoi lunghi capelli rossi avrebbero emanato odore di pancetta, invece che di profumo francese.
«C’è qualcos’altro che vuoi dirmi?» chiese a Evan.
«Tipo?»
«Tipo cosa è successo al bicchiere di cristallo in sala da pranzo. Quello sulla credenza che non dovevi toccare.»
Il figlio deglutì, nervoso. «Cosa vuoi dire?»
«Voglio dire che qualcuno l’ha rotto. Ho trovato i pezzi in fondo al sacchetto della spazzatura.»
«Non sono stato io.»
Alison inclinò la testa di lato, seccata. «Evan, ricordi quello che ti dico sempre? Gli errori vanno bene, le bugie no.»
«Non è una bugia.» Evan la fissò con occhi grandi e sinceri, abbassando la voce fino a un bisbiglio. «Credo sia stato un diavolo che sputa.»
«Un che?»
«Un diavolo che sputa.» Evan le mostrò il fumetto. Sulla pagina c’era un diavolo dalla pelle rossa, con la lingua fuori. «Vedi, fanno succedere brutte cose di notte, e l’unico modo per sapere che sono stati loro è che sputano sangue sul pavimento.»
«Bel tentativo, ma non attacca.»
Evan indicò il pavimento. «Guarda, c’è del sangue!»
Lei si rese conto che aveva ragione. Piccole gocce di sangue punteggiavano il pavimento dal soggiorno alla cucina. «Quel sangue è mio, ragazzino» rispose. «Mi sono t...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Formiche (Piemme Shots)
  3. Copyright