L'isola del tesoro
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L'isola del tesoro

  1. 416 pagine
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L'isola del tesoro

Informazioni su questo libro

"La storia è perfetta: un ragazzo sveglio e coraggioso con cui identificarsi, una buona dose di mistero, minaccia e spavento, personaggi forti, carismatici e truci, un gruppo umano dai caratteri vari e marcati, un viaggio per mare, un territorio tropicale di pericoli e agguati, una piccola fortezza da difendere, trucchi, inganni, assalti, per non parlare del tesoro." dall'introduzione di Roberto Piumini

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Informazioni

Anno
2011
eBook ISBN
9788858503409
Print ISBN
9788856617368
Page 311 SESTA PARTE
IL CAPITANO SILVER

28

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NEL CAMPO NEMICO

La luce rossastra della torcia che illuminò l’interno del fortino confermò il peggiore dei miei sospetti. I pirati si erano impossessati dell’edificio e delle provviste: ecco lì il barilotto del cognac, la carne di maiale e il pane, come prima. Ma soprattutto, cosa che decuplicò il mio terrore, non si vedeva traccia di prigionieri. Potei solo dedurne che erano morti tutti quanti, e il cuore mi si strinse nel petto al pensiero di non essere rimasto lì a morire con loro.
In tutto, c’erano sei pirati: gli unici rimasti in vita. Cinque erano in piedi, con il viso gonfio e arrossato per l’improvviso risveglio dal loro sonno ubriaco. Il sesto si era soltanto sollevato su un gomito: era pallidissimo, e la benda macchiata di sangue che gli copriva la testa indicava che era stato ferito da poco, e medicato ancor più recentemente. Ricordai l’uomo colpito da una pallottola che era tornato di corsa nel bosco durante il grande attacco al fortino, e non dubitai che si trattasse proprio di lui.
Il pappagallo era appollaiato sulla spalla di Long John, intento a lisciarsi le penne. Silver stesso, mi parve, aveva un aspetto un po’ più pallido e rigido del solito. Indossava ancora l’elegante abito di lana con cui era venuto a negoziare, che però era ormai ridotto a uno stato pietoso, tutto chiazzato di fango e pieno di strappi dovuti ai rami appuntiti del bosco.
– E così, – esclamò – ecco qui Jim Hawkins, che mi venga un colpo! Sei passato a trovarci, eh? Be’, mi sembra un gesto amichevole da parte tua.
Detto questo, si sedette sul barilotto del brandy e si mise a riempire la pipa.
– Passami un po’ la torcia, Dick – disse. Poi, quando la pipa si fu accesa, soggiunse: – Bene così, ragazzo. Adesso infila la torcia nella catasta della legna, e voi, signori, non state lì impalati! Non c’è bisogno di stare in piedi per il signor Hawkins. Vi scuserà, statene certi. E così, Jim – continuò sistemando il tabacco nella pipa – eccoti qui. Una bella sorpresa per il povero vecchio John! Ho visto che eri in gamba la prima volta che ti ho messo gli occhi addosso: ma questa proprio non riesco a capirla, devo ammetterlo.
A tutto ciò, come potrete immaginare, non diedi risposta. Mi avevano sistemato con le spalle al muro, e io me ne stavo lì, guardando Silver negli occhi con un’espressione che speravo risultasse spavalda. Tuttavia, nel mio cuore regnava la disperazione più nera.
Silver tirò un paio di boccate dalla pipa, in tutta calma, e poi riprese a parlare. – Ora vedi, Jim, dato che sei qui – disse – ti dirò cosa penso. Mi sei sempre piaciuto e ti ho sempre considerato un ragazzo sveglio, tale e quale a me quando ero giovane e bello. Ho desiderato a lungo che ti unissi a noi e prendessi la tua parte, per finire i tuoi giorni da gentiluomo, e ora, caro mio, non hai alternative. Il capitano Smollett è un ottimo marinaio, e non mi stancherò mai di ripeterlo, ma è molto rigido, quanto alla disciplina. «Il dovere è dovere» dice, e ha ragione. Stai alla larga dal capitano, è meglio per te. Quanto al dottore, è infuriato. «Ingrato briccone», ecco come ti ha definito. Insomma, per farla breve: non puoi tornare dai tuoi amici, perché non ti riprenderebbero. Così, a meno che tu abbia intenzione di costituire un terzo gruppo tutto da solo (ma credo che ti sentiresti un po’ isolato), dovrai unirti al capitano Silver.
Fin qui, tutto bene. I miei amici erano dunque ancora vivi, e sebbene credessi, almeno in parte, a ciò che aveva detto Silver (che fossero, cioè, irritati per la mia diserzione), il sollievo che provai fu maggiore della preoccupazione.
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– Non dirò nulla quanto al fatto che sei in mano nostra – continuò Silver. – Però questa è la realtà, e puoi starne certo. Io sono sempre stato favorevole al ragionamento: le minacce non portano mai niente di buono. Se la proposta ti piace, ti unirai a noi. Altrimenti, Jim, sei libero di rispondere di no: libero e benvenuto, Jim, e che mi venga un colpo se mai marinaio ha fatto una proposta più generosa!
– Devo darvi una risposta, allora? – chiesi con la voce che mi tremava. Nonostante i suoi giri di parole, infatti, sentivo la minaccia di morte incombere su di me. Le guance mi bruciavano, e il cuore mi batteva all’impazzata.
– Ragazzo – rispose Silver. – Nessuno ti vuol mettere fretta. Prenditi il tempo che ti serve per riflettere. Noi non vogliamo una risposta immediata: il tempo scorre più che piacevolmente, in tua compagnia.
– Va bene – dissi io, facendomi un po’ di coraggio. – Se devo scegliere, ho il diritto di sapere come stanno le cose, e cioè perché voi siete qui, e dove si trovano i miei amici.
– Come stanno le cose? – ripeté uno dei pirati borbottando cupo. – Fortunato l’uomo che lo sa!
– Sarà meglio che tu tenga chiusa quella boccaccia fino a quando non ti sarà rivolta la parola, amico! – gridò Silver con fare feroce rivolto verso l’uomo che aveva parlato. Poi, riprendendo il tono cortese che aveva usato in precedenza, mi rispose: – Ieri mattina, signor Hawkins, durante l’ultimo turno di guardia della notte, ecco arrivare il dottor Livesey con la bandiera bianca, e mi dice: «capitano Silver, siete stato tradito: la nave è sparita»1.
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Be’, forse avevamo bevuto un bicchierino, e cantato una canzone per aiutarlo a scendere giù, non lo nego. Comunque, nessuno di noi aveva tenuto d’occhio la nave. Guardammo verso il mare e, tuoni e fulmini! Quella vecchia nave non c’era più. Non ho mai visto una banda di stupidi con un’espressione più stupida della nostra. E puoi crederci se te lo dico io, che ero lì a bocca aperta. «Allora,» continua il dottore «veniamo a patti». Così siamo venuti a patti, lui e io, ed eccoci qui: provviste, brandy, fortino, la legna che sei stato tanto premuroso da procurarci e, in un certo senso, tutta quella nave benedetta, dalle crocette alla chiglia. Quanto a loro, se ne sono andati, e non so dove siano.
Di nuovo tirò qualche boccata dalla pipa, in tutta calma.
– E voglio che tu ti metta bene in testa una cosa – aggiunse. – Eri incluso anche tu nei patti, ed ecco le ultime parole che sono state dette: «In quanti partite?» ho chiesto io al dottore. E lui: «Quattro, di cui uno ferito. Quanto al ragazzo, non so dove sia, accidenti a lui, e non me ne importa un bel niente. Ci siamo stufati di lui». Queste sono state le sue ultime parole.
– È tutto? – chiesi.
– È tutto quel che verrai a sapere da me, figliolo – rispose Silver.
– E adesso devo scegliere?
– E ora devi scegliere, puoi starne certo – disse lui.
– Allora ascoltate – risposi. – Non sono tanto stupido da non sapere cosa mi devo aspettare. Che accada pure il peggio, tanto non me ne importa niente. Ho visto morire troppe persone da quando vi ho incontrato. Ma ci sono un paio di cosette che vi devo dire – proseguii, a quel punto piuttosto eccitato. – La prima è questa: vi trovate proprio in una brutta situazione: avete perso la nave, avete perso il tesoro2, avete perso quasi tutti gli uomini.
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L’intera impresa è andata alla malora, e se volete sapere chi è stato a farla andare alla malora, eccovi servito: sono stato io! Io mi trovavo nel barile delle mele la sera in cui avvistammo l’isola, e ho sentito parlare voi, John Silver, e voi, Dick Johnson, e Hands, che adesso è in pasto ai pesci, e prima che fosse trascorsa un’ora ho riferito tutto quanto. Quanto alla goletta, sono stato io a tagliare la gomena, a uccidere gli uomini che avevate lasciato a bordo, e a portarla in un luogo in cui non la troverete mai, non uno solo di voi! Adesso tocca a me ridere. Ho avuto la parte più importante, in quest’impresa, fin dall’inizio, e voi non mi fate più paura di una mosca. Uccidetemi, se volete, o risparmiatemi. Ma vi dirò una cosa ancora, e poi basta: se mi risparmiate, il passato è passato, e quando vi ritroverete davanti al tribunale per rispondere della vostra pirateria, cercherò di salvarvi, per quanto potrò. Sta a voi scegliere. Uccidete un altro uomo, senza guadagnarci nulla, o risparmiatemi, e avrete un testimone che potrebbe salvarvi dalla forca.
Mi fermai, senza fiato. Con mia grande sorpresa, non uno di loro si mosse. Rimasero tutti seduti a guardarmi come tante pecore. E mentre ancora mi fissavano, ripresi a parlare.
– E adesso, signor Silver, – dissi – dato che mi sembrate l’uomo più in gamba qui dentro, vi chiedo un favore: se mi dovesse andar male, vorrei che faceste sapere al dottore in che modo vi ho affrontato.
– Me ne ricorderò – rispose Silver, con un tono tanto strano che non seppi giudicare, per quanto mi sforzassi, se in cuor suo ridesse della mia richiesta o se fosse rimasto colpito dal mio coraggio.
– Adesso però ve la dico io un’altra cosa: è stato sempre lui che ha riconosciuto Cane Nero! – esclamò il vecchio marinaio dalla faccia color mogano di nome Morgan, quello che avevo visto nell’osteria di Long John, sui moli di Bristol.
– Esatto, e senti questa – aggiunse il cuoco. – Te ne dirò un’altra, tuoni e fulmini! È stato questo stesso ragazzo a fregare la mappa3 a Billy Bones.
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Dall’inizio alla fine, c’è sempre stato di mezzo Jim Hawkins!
– Facciamolo fuori! – gridò Morgan con una bestemmia, e balzò in piedi, brandendo il coltello con l’agilità di un ventenne.
– Fermo lì! – gridò Silver. – Chi sei tu, Tom Morgan? Forse pensavi di essere il capitano, qui dentro? Per tutti i diavoli, ti faccio vedere io! Prova a contraddirmi, e finirai anche tu dove sono finite un bel po’ di brave persone prima di te, in questi trent’anni: alcuni in cima a un pennone, che mi venga un colpo, e gli altri fuori bordo, tutti insieme in pasto ai pesci Non c’è mai stato uno che mi abbia tenuto testa e abbia rivisto la luce del giorno, Tom Morgan, puoi starne certo.
Morgan si fermò, ma un mormorio sordo serpeggiò tra gli altri.
– Tom ha ragione – disse uno.
– Sono già stato tormentato a sufficienza da un capitano – soggiunse un altro. – Che io possa morire impiccato se mi lascerò ancora tormentare da te, John Silver.
– C’è qualcuno tra voi, signori, che vuole vedersela con me? – ruggì Silver, chinandosi in avanti sul barilotto, con la pipa ancora accesa nella mano destra. – Date un nome a quel che state cercando di fare. Non siete muti, mi sembra. Chi vuole farsi avanti sarà accontentato. Non ho certo vissuto tutti questi anni perché un maledetto figlio d’ubriacone mi mettesse i bastoni tra le ruote proprio alla fine! Sapete tutti come si fa: siete gentiluomini di fortuna. Sono pronto. Prenda un coltellaccio, chi ne ha il coraggio, e prima che questa pipa sia vuota avrò visto il colore delle sue budella, anche se mi manca una gamba.
Nessuno si mosse, nessuno rispose.
– Ecco che razza di uomini siete! – continuò Silver, riportandosi la pipa alla bocca. – Be’ devo proprio dire che siete un bello spettacolo, comunque. Non mi sembrate tanto vogliosi di combattere. Forse però capirete l’inglese di re Giorgio. Io, qui, sono il capitano per elezione. Sono capitano perché sono di gran lunga il migliore. Non volete combattere, come dovrebbero fare i gentiluomini di fortuna. Allora, per tutti i fulmini, mi dovrete ubbidire, e potete starne certi! Questo ragazzo mi piace: non ne ho mai conosciuto uno migliore. È più uomo di chiunque di voi qui dentro, ratti schifosi che non siete altro, e vi dirò una cosa: fate solo che mi accorga che qualcuno lo sfiora con un dito, e vedrete. Non dico altro.
A questo discorso seguì una lunga pausa. Io me ne stavo dritto contro la parete, con il cuore che mi martellava ancora nel petto ma rallegrato da un sottile raggio di speranza. Silver si riappoggiò al muro incrociando le braccia, con la pipa all’angolo della bocca, calmo come se fosse seduto in una chiesa. Tuttavia, il suo sguardo vagava furtivo, e con la coda dell’occhio non perdeva mai di vista i suoi recalcitranti seguaci. Questi, da parte loro, si riunirono a poco a poco all’estremità opposta del fortino. Per parecchio tempo mi risuonò nelle orecchie, come il gorgoglio di un torrente, il sommesso brusio delle loro voci. Uno dopo l’altro alzavano la testa, e la luce rossastra della torcia illuminava per qualche secondo le loro facce nervose. Ma il loro sguardo non era rivolto a me, bensì a Silver.
– Sembra che abbiate un sacco di cose da dire – osservò quest’ultimo, sputando lontano. – Alzate la voce e ditele chiaramente, oppure smettetela.
– Scusa, capitano – disse uno. – Ma visto che prendi piuttosto alla leggera certe regole, magari potresti osservarne almeno altre. La ciurma non è soddisfatta. Non vogliamo essere scocciati, e abbiamo gli stessi diritti delle altre ciurme, lo dico chiaro e tondo. Per le tue stesse regole, mi sembra che abbiamo il diritto di parlare tra noi. Chiedo scusa, perché il capitano sei tu, in questo momento. Ma ...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Colophon
  3. Frontespizio
  4. Introduzione
  5. Dedica
  6. PRIMA PARTE:  Il vecchio bucaniere
  7. SECONDA PARTE:  Il cuoco di bordo
  8. TERZA PARTE:  Le mie avventure a terra
  9. QUARTA PARTE:  Il fortino
  10. QUINTA PARTE:  La mia avventura in mare
  11. SESTA PARTE:  Il capitano Silver