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Elinor Mackey viene a sapere che suo marito Ted ha una relazione extraconiugale mentre sta facendo pulizia nella borsa per alleggerirne il carico e precisamente nel momento in cui si sta chiedendo che cosa ci faccia nella suddetta borsa un pezzo (rotto) dell’impianto di irrigazione.
Si è rintanata nel tepore della lavanderia semibuia, nel tentativo di raccogliere le forze per affrontare più di cento e-mail di lavoro che l’aspettano sul suo computer portatile. (Il sito Adolescenti russe con le tette piccole! è rimasto incastrato nel suo filtro antispamming. Dovrebbe lasciarlo uscire? Chissà se gli uomini considerano che avere le tette piccole sia una cosa positiva?) Forse cucinerà degli spanakopita per la cena organizzata dal suo club di lettura, alla quale ognuno deve contribuire con un piatto. Dal momento che stanno leggendo l’Iliade, hanno deciso di preparare una cena greca. È da qualche minuto che la testa di Elinor vaga così, come la mano di un bambino che non riesce a stare dentro ai margini del disegno e pasticcia tutto il foglio, dopo aver scelto il blu per colorare gli alberi e il marrone per il cielo. Stringe il pezzo rotto dell’impianto di irrigazione e le torna in mente che l’aveva infilato in borsa per portarlo dal ferramenta e comprarne uno uguale. È un trucco che le ha insegnato suo padre. Bisogna sempre portarsi dietro il pezzo rotto perché il commesso ti aiuti a trovarne uno uguale e ti spieghi come aggiustarlo. Elinor solleva la cornetta per chiamare la sua amica Kate e dirle della cena greca. Ed è a quel punto che sente la voce di Ted dall’altra parte del filo.
«Gina, Gina» sospira Ted.
Elinor trattiene il respiro. Alza gli occhi e guarda le scatole di detersivo allineate sulla mensola sopra la lavatrice.
«Mi manchi» dice questa Gina, chiunque essa sia.
Elinor lascia cadere a terra il pezzo dell’irrigatore, si alza in piedi e spegne l’asciugatrice. Ted? Una relazione?
«Che cos’è questo rumore?» chiede Ted.
«Non sento niente» dice Gina.
Forse si tratta di un’interferenza. Uno di quei misteriosi fenomeni che permettono di inserirsi nella conversazione telefonica di due sconosciuti. Le è già successo una volta. Aveva cominciato a digitare il numero e subito dopo aveva sentito uno studente che contrattava con il suo professore per ottenere un voto più alto.
«Non possiamo più vederci così spesso» dice Ted. Sì, non c’è dubbio che sia lui quello che sta parlando con questa singhiozzante Gina. Ted, quello che odia le feste e la gente! Quello che dorme con i pantaloni del pigiama di flanella con su disegnati cowboy e indiani.
Elinor espira, scostando la bocca dalla cornetta del telefono come se buttasse fuori del fumo.
«Vorrei che ne parlassimo di persona, stasera» dice Gina. «Finisco alle sei. E voglio cucinare per te.» Mugola la parola cucinare come se fosse qualcosa di estremamente peccaminoso.
«Okay» le concede Ted. Elinor potrebbe giurare che c’è un’ombra di paura nella sua voce.
Una relazione. Elinor aspetta di venire travolta dalla gelosia. Invece prova solo pena. Per Ted, per il loro matrimonio. E stanchezza. Le sale lungo la spina dorsale e le fa ciondolare in avanti la testa.
Stringe al petto la borsa vuota. Il contenuto è sparso sull’asciugatrice. Al college aveva una borsa così grande che, quando andava ai concerti, riusciva a ficcarci dentro una confezione da sei di lattine di birra. Ora nella sua grande borsa tiene un costoso portafoglio di pelle pieno di carte di credito e ricevute, un palmare, occhiali da vista, un telefono cellulare, delle pastiglie per il mal di testa, un tubetto di correttore per le occhiaie reclamizzato come “perdono in bottiglia” e un pesante mazzo di chiavi che non sa neanche che cosa aprano.
Ted e Gina riagganciano. Elinor si stringe il telefono al petto. Ted, una relazione. Il loro matrimonio che si sfascia.
Corri da lui e digli che hai bisogno di parlargli, si dice. Poi fissa un appuntamento con la consulente matrimoniale. Questo è il suo lato tranquillo e posato che l’ha guidata durante gli anni del college, dell’università di legge, e in tutti i quindici anni che ha trascorso come avvocato nell’ufficio del personale di numerose società di informatica della Silicon Valley. Ma ultimamente tutte queste doti sono state sostituite dall’impellente necessità di starsene sdraiata. Da una sensazione di indolenzimento alle ossa simile all’influenza.
Quel senso di malessere è comparso dopo che lei e Ted hanno smesso di tentare di fare un figlio. Per un anno ci avevano provato da soli, poi, per altri due si sono sottoposti a cure e trattamenti, comprese due inseminazioni intrauterine e due fecondazioni in vitro. Una volta Elinor è rimasta incinta, ma ha abortito quasi subito. Questo le ha ridato la voglia di continuare a provare. Ha sempre desiderato avere due figli maschi, adora i ragazzi. E invece si è ritrovata con in mano una diagnosi di “infertilità senza causa certa” (forse dovuta all’età, aveva spiegato il dottore), dieci chili di troppo e qualche problema ormonale. Alla soglia del suo quarantesimo compleanno si sentiva come un animale da fattoria ormai inutile che doveva venire soppresso.
«Ti spiace se vado a vedermi un film da maschi?» urla Ted dall’anticamera, facendo prendere un colpo a Elinor. Che realizza di essere rimasta lì come un’ebete, con una calza spaiata in mano.
«Ah» dice. Capita che lei e Ted vadano al cinema separati. A lei piacciono i film d’autore e quelli in costume, preferisce sparatorie e film d’azione. Affrontalo. Lui e la sua relazione! La calza le trema tra le mani.
«Sei lì?» Nella voce di Ted c’è un’ombra di preoccupazione.
«Un film!» gli urla Elinor. «Certo. Divertiti!» Ha l’aria troppo allegra ed entusiasta. «Aspetta» dice più dolcemente. Sente i passi di Ted risuonare attraverso l’anticamera e la cucina. Poi la porta del garage che cigola e rimbomba. Fa’ qualcosa! Molla la calza e si precipita verso la porta di casa. Seguilo! Mentre va verso il garage si ricorda che la sua macchina è dal meccanico. Si volta e si scaraventa fuori dalla porta che dà sul patio posteriore attraverso i cespugli che separano la sua casa da quella di Kat, amica e vicina, per farsi prestare il suo minivan.
«Ti spiego dopo» ansima mentre strappa le chiavi di mano a Kat.
«Sei a piedi nudi.» Kat la scruta da sotto la visiera di un berretto da baseball che le copre i capelli neri e corti. Elinor apprezza il fatto che Kat non la stia giudicando, ma che stia semplicemente considerando un dato di fatto. Kat è la persona meno critica che lei conosca.
Elinor riesce a raggiungere Ted allo stop in fondo alla strada. Agguanta gli occhiali da sole di Kat dall’aletta parasole e si abbassa per nascondersi dietro al volante. All’interno dell’auto l’aria è resa soffocante dalla canicola di agosto, così accende l’aria condizionata. Sul televisore nel retro del furgoncino è partito il dvd del cartone animato Il Re leone. Elinor non ha idea di come si spenga quel coso e comincia a smanettare pigiando tutti i pulsanti che le capitano sottomano per cercare di far tacere gli animali.
Ted la coglie alla sprovvista e svolta nel parcheggio della loro palestra. Elinor gira a sua volta troppo bruscamente e urta il marciapiede. Una donna saluta Ted con la mano. Elinor si accorge di averla già incontrata durante le sue sporadiche visite in palestra. Lavora lì come trainer. Ha una trentina d’anni, è magra e in forma, e i capelli castano chiaro le arrivano al sedere: un sedere che Elinor le invidia; piccolo, tondo e sodo come una mela. Ogni tanto le ha visto indossare sulle magliette una spilla con scritto: «Chiedimi di parlarti della Zona!».
Elinor guida fino al retro del parcheggio e guarda la ragazza che sale sulla macchina di Ted dopo aver buttato la sacca sul retro.
Li segue sulla rampa di accesso dell’autostrada in direzione sud. Escono dopo poco e si infilano nelle stradine di un quartiere che lei non conosce. Ted parcheggia davanti al supermercato biologico Healthy Oats. La donna – Gina, questa deve essere Gina – scende dalla macchina e fa un saltello, come se l’avesse portata da Tiffany. Prende Ted per mano mentre lui si guarda attorno furtivo. Ted! Che tiene per mano la sua amante in pubblico! Lui si libera dalla stretta, ma Gina sembra non farci caso. Elinor spegne il motore e aspetta. Anche nel loro quartiere c’è un Healthy Oats, ma Elinor c’è entrata solo un paio di volte per comprare un preparato iperproteico e ha evitato accuratamente i prodotti freschi decisamente troppo cari.
Ecco la spiegazione ai semi di lino. Più o meno una settimana prima, mentre stava frugando nella macchina di Ted alla ricerca di un ombrello, Elinor aveva trovato sul sedile posteriore mezzo chilo di semini puzzolenti. Arrivavano giustappunto da quel supermercato, dove loro non si servono quasi mai. Dopo indagini più accurate, Elinor aveva constatato che si trattava di una mistura di minuscoli semi color miele che brillavano nella confezione di plastica trasparente. In un’altra busta c’era una polvere sottile e dorata. Farina integrale di semi di lino.
«A cosa servono?» Aveva chiesto a Ted appoggiando le buste sul tavolo della cucina.
Ted era vicino al lavandino e, quando si era voltato e aveva visto le borse, aveva fatto un balzo ed era arrossito.
«Sono semi di lino» aveva balbettato.
«Okay» aveva riso Elinor. «Non volevo ficcare il naso negli affari tuoi.» Aveva reagito come se nelle buste ci fossero stati dei film porno o delle sigarette.
Ted si era impelagato in un lunga spiegazione, non richiesta, sul come e il perché i semi di lino e le farine composte dagli stessi fossero il modo più sano per assumere cereali. Erano ricchi di fibre, di grassi Omega 3 e lignani, qualunque cosa fossero. Gliel’aveva detto il dottor Edmunds. Se uno doveva proprio mangiare carboidrati, allora era meglio che fossero complessi.
«Fantastico» aveva replicato Elinor. «E quando l’hai visto questo dottor Edmunds?» Anche adesso non aveva nessuna intenzione di stargli addosso, stava solo cercando di fare conversazione. Ultimamente non parlavano quasi mai.
«La settimana scorsa.»
«Mentre eri al convegno a Monterey?» Ted era un podologo e aveva passato tutta la settimana precedente a un convegno con i suoi colleghi. Ma il dottor Edmunds era un medico generico.
«Sul campo da golf.»
Ted detestava il golf. Di solito, quando andava alle conferenze riusciva a fare in modo di non giocare. Chissà, forse aveva incominciato a giocare, e a mangiare semi.
«Ti preparo dei pancake ai semi di lino» si era offerto Ted, dopo aver finalmente chiuso il rubinetto ed essersi asciugato le mani.
«Grande» aveva detto Elinor. «Una bella dose di semi di lino.» Le era venuto mal di testa.
Ora l’inesorabile allarme antifurto di una macchina le sta facendo venir voglia di fiondarsi con il minivan di Kat contro la piramide di mele e fragole fuori dal negozio. Chiama la consulente matrimoniale, pensa, e fissa un appuntamento per domani. Ma ha lasciato il cellulare a casa, così come il portafoglio e le scarpe. Le piace l’atmosfera ovattata e accogliente che si respira nello studio pieno di sole della consulente, i tappeti orientali, le mensole cariche di libri, le particelle di polvere che si librano pigramente nell’aria.
Quando lei e Ted erano andati a parlare del fatto che l’infertilità avesse rovinato la loro vita sessuale, la dottoressa Brewster aveva annuito solidale, insistendo sul fatto che si trattava di una situazione piuttosto comune. Quando Ted si era lamentato del fatto che Elinor era sempre arrabbiata e distante, la dottoressa Brewster gli aveva spiegato che quegli sbalzi d’umore erano causati dagli ormoni. E che Elinor non poteva farci niente.
Durante i primi mesi di trattamento, scanditi da un continuo andirivieni negli studi medici, Elinor aveva cercato di combattere quell’inferno ormonale. Aveva fatto yoga e meditazione, aveva seguito dei corsi di acquerello. Ma non faceva altro che pensare a minuscole salopette Osh-Kosh e stivali da cowboy in miniatura. Il laboratorio di analisi aveva fatto una valutazione della qualità dei loro due embrioni durante la fecondazione in vitro e li aveva premiati con un bel 10, il massimo a cui si poteva aspirare. Elinor voleva stampare un manifesto: I miei embrioni hanno preso 10 allo Stanford Hospital!
«C’è qualcosa che non va in me!» aveva insistito Elinor.
«Non è colpa tua» aveva replicato Ted stringendola tra le braccia. «Ti amo. Prendiamoci una pausa. Andiamo a Parigi.»
Elinor l’aveva allontanato. «Non, merci» aveva risposto cupa.
Durante la seconda fecondazione in vitro, arrivati più o meno alla ventesima iniezione, gli ormoni ebbero il sopravvento. Elinor era brusca, sbatteva le porte e dava addosso a Ted per ogni cosa. Era sempre colpa sua. Pioveva? Le si bucava una gomma? La colpa era sempre di Ted.
Una mattina Elinor aveva cercato di distruggere a martellate uno stick per il test di gravidanza, cosa che si era rivelata impossibile. Prima aveva sussurrato al bastoncino «Dammi – quella – seconda – linea – rosa». Poi l’aveva appoggiato su un pezzo di carta igienica, si era lavata le mani e aveva chiuso gli occhi. Li aveva riaperti. Niente. Allora si era precipitata nello sgabuzzino, aveva preso il martello dalla scatola degli attrezzi, era tornata in bagno e aveva iniziato a colpire lo stick. O per lo meno ci aveva provato. Il primo colpo non aveva prodotto alcun risultato. Con il secondo era riuscita a scheggiare il lavandino, ma quell’affare non si era nemmeno ammaccato. A quel punto si era trasformata in una furia, aveva cominciato a singhiozzare e a colpire con il martello tutto quello che si trovava davanti, con il viso in fiamme e un rivolo di bava che le colava dalla bocca. Alla fine era crollata al suolo con le gambe incrociate, stringendo a sé il martello. Ted aveva spalancato la porta, l’aveva guardata a bocca aperta, come se fosse un’estranea incrociata in mezzo alla strada dalla quale ci si vuole tenere alla larga. Non si era mai sentita meno attraente di allora. Era stato a quel punto che la fatica l’aveva assalita, pesante come un grembiule per i raggi X.
La dottoressa Brewster aveva suggerito loro di sospendere per un po’ il trattamento; di farsi una vacanza, di andare fuori a cena, di farsi fare dei massaggi. L’idea era quella di prendersi una pausa insieme, ma Elinor si era isolata, staccandosi da Ted, allontanandosi dalla sua rabbia, trovando rifugio nella lavanderia. Le aveva dato un grande conforto lavare e piegare gli abiti: finalmente un compito che riusciva a portare a termine. Faceva delle lavatrici piccole, non necessarie, solo per essere cullata dal suono dell’asciugatrice. Adorava il rumore dei bottoni e delle cerniere che sbatacchiavano nel cestello, il metronomo del metallo contro il metallo riusciva a calmarla, mentre quando si metteva al computer teneva gli occhi fissi sullo schermo senza riuscire a concludere niente. Quando la sua energia si era fatta più debole, aveva smesso di dividere i colori e ora tutti i loro abiti erano di una indefinibile sfumatura tra il rosa e il grigio, che ricordava il cielo nei giorni di brutto tempo. Ted faceva finta di non accorgersene. Era sempre gentile e accomodante. «Lascia che ti aiuti» insisteva quando la trovava in lavanderia. «Dovresti lasciar perdere.»
«Perché?» chiedeva Elinor sulla difensiva. Non era poi così strano che si lavasse le mutande.
Ted le portava i fiori, preparava da mangiare. Elinor lo ringraziava a stento. La loro vita sessuale era inesistente. Il sesso li faceva solo litigare. Elinor aveva preso a fare lavatrici una dietro l’altra e a leggere ossessivamente romanzi, rintanandosi nella confortante familiarità dei classici che aveva letto al college: Anna Karenina, L’età dell’innocenza. Mentre Ted aveva cominciato a frequentare la palestra in modo maniacale. O per lo meno questo era quello di cui era convinta Elinor.
Perché Ted e quella Gina ci stanno mettendo così tanto? Non si saranno mica messi a pomiciare accanto al sacco di bulgur? Il parcheggio è stipato di SUV, stanno facendo tutti la spesa per cena. Elinor non ha ancora deciso cosa fare una volta che quei due saranno usciti da lì. Cerca di trattenere la rabbia. Brutta troia anoressica e macrobiotica!
Finalmente Ted e Gina ricompaiono, con un sacchetto della spesa a testa. Di carta, non di plastica. Per la prima volta, Elinor si accorge di quanto sia dimagrito lui. Le aveva detto di aver perso più o meno otto chili, ma ora nota che i pantaloni gli penzolano dalle anche. Suo marito è un bell’uomo ed è invecchiato bene: la tipica star della squadra di football delle superiori. Ben piazzato, petto largo, spalle quadrate, faccia da ragazzino, affascinanti zampe di gallina agli angoli degli occhi. Gina sorride a Ted e si soffia via dal viso un ciuffo di capelli castano chiaro. Elinor si accorge che per tutto il tempo in cui quei due sono rimasti nel supermercato non ha mollato un attimo il volante. Vi si è avvinghiata come per affrontare una curva a gomito. I fuseaux di Gina mettono in evidenza due polpacci ben torniti e una porzione di pelle abbronzata che sbuca sopra i calzini bianchi alla caviglia. Elinor cerca di mettersi in contatto con la sua rabbia e di farla tacere. Ehi, troietta! Vedi di metterti un paio di pantaloni la prossima volta! Per un attimo pensa di fare una piazzata ...