L'ombra
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L'ombra

  1. 400 pagine
  2. Italian
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  4. Disponibile su iOS e Android
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Informazioni su questo libro

Smoky ricorda quella notte. L'orrore l'ha marcata con tinte indelebili e i sogni continuano a ravvivarne il ricordo. C'era lui quella notte in casa sua e tutto ciò che amava è morto. Suo marito, sua figlia. E dopo averle lacerato l'anima, il coltello che ha usato si è accanito anche sul suo volto, regalandole una maschera che non può più togliere. L'agente speciale Smoky Barrett non è ancora pronta a tornare al suo lavoro nell'FBI. La pistola di ordinanza sembra essere diventata troppo pesante per la sua mano. Ansie e paure la tormentano, di giorno come di notte. Le serve ancora tempo. Ma quel demone non ha intenzione di concederglielo, ha bisogno di lei per sentirsi vivo, e per il suo perfido e sofisticato gioco pretende il miglior avversario possibile. Sa che il solo modo per stanarla è ferirla ancora, colpirla lì dove è più vulnerabile, perché a quel punto l'istinto della caccia si risveglierà in lei. E la sfida sarà finalmente aperta.

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Informazioni

Print ISBN
9788856613926
eBook ISBN
9788858504345

CAPITOLO 1

Sto facendo uno dei sogni. Sono soltanto tre: due belli, uno violento, ma da tutti e tre mi risveglio con i brividi, e con la consapevolezza di essere sola.
Quello di stanotte riguarda mio marito.
Potrei dire che mi ha baciato sul collo e basta. Sarebbe più semplice. Ma sarebbe anche una menzogna, nel senso più puro della parola.
La verità è che io desideravo che lui mi baciasse sul collo con ogni molecola del mio essere, con tutta me stessa, e quando l’ha fatto le sue erano le labbra di un angelo, inviato dal cielo in risposta alle mie ferventi preghiere.
Avevamo entrambi diciassette anni, un’epoca dove non esistevano la noia e le tenebre. C’erano solo emozioni intense, e una luce così forte che bruciava l’anima.
Lui si è chinato verso di me nel buio del cinema e – Dio! – ha esitato appena un attimo e – Dio! – io mi sono sentita sull’orlo di un precipizio ma ho finto di essere calma, e – Dio! Dio! Dio! – lui mi ha baciato sul collo, ed è stato il paradiso e ho saputo, in quel preciso momento, che saremmo stati insieme per sempre.
Lui era l’anima gemella. Molte persone non la trovano mai. Ne sentono parlare, sognano di trovarla, o dicono che non esiste. Ma io l’avevo trovata a diciassette anni, e non l’ho mai più lasciata andare. Neppure il giorno in cui lui agonizzava tra le mie braccia, neppure quando la morte me l’ha strappato mentre gridavo forte, neppure adesso.
Il nome di Dio oggi significa sofferenza: Dio! Dio! Dio! Mio marito mi manca da morire.
Mi sveglio con il fantasma di quel bacio sul rossore dei miei diciassette anni, e capisco che non sono più un’adolescente, e che lui ha smesso di invecchiare. La morte lo ha congelato per sempre all’età di trentacinque anni. Ma per me lui ne ha sempre diciassette, e continua a chinarsi in avanti, sfiorandomi il collo in quel momento perfetto.
Allungo una mano verso il suo posto nel letto, e provo una fitta di dolore improvvisa e accecante. Prego di morire, prego che la mia sofferenza finisca. Ma naturalmente continuo a respirare, e presto il dolore si attenua.
Mi manca tutto della mia vita con lui, anche i difetti: la sua impazienza, la sua rabbia. Mi manca lo sguardo di sufficienza che mi rivolgeva a volte, quando lo accusavo di qualcosa. Mi manca l’irritazione che provavo perché dimenticava sempre di fare benzina, lasciando la macchina con il serbatoio quasi vuoto ogni volta che io dovevo andare da qualche parte.
Quando pensiamo a cosa potrebbe mancarci, se perdessimo la persona amata, spesso ignoriamo che non sentiremo solo la mancanza dei fiori e dei baci. A me mancano gli errori e i dispiaceri proprio come mi manca il calore dei suoi abbracci di notte. Vorrei che fosse qui, e che mi baciasse. Vorrei che fosse qui, e che mi tradisse. Qualunque cosa, purché lui fosse qui.
La gente mi chiede, a volte, cosa si prova a perdere l’uomo che ami. Rispondo che è dura, e non aggiungo altro.
Potrei dire che è come essere crocifissi. Potrei dire che per giorni e giorni ho urlato senza mai smettere, anche quando giravo per la città, anche con la bocca chiusa, anche senza emettere alcun suono. Potrei dire che faccio questo sogno ogni notte, e che ogni mattina perdo di nuovo mio marito.
Ma perché dovrei rovinare loro la giornata? Così dico solo che è dura, e in genere non mi chiedono altro.
Questo è solo uno dei sogni, e mi costringe ad alzarmi dal letto, tremante.
Fisso la stanza vuota, poi mi volto verso lo specchio. Ho imparato a odiare gli specchi. Qualcuno direbbe che è normale, che tutti noi guardando il nostro riflesso ci concentriamo sulle imperfezioni. Le belle donne creano le rughe di espressione proprio continuando a cercarle nello specchio. Adolescenti con occhi e corpi da sballo piangono perché hanno i capelli del colore sbagliato, o perché pensano di avere il naso troppo grosso. Giudicare se stessi attraverso gli occhi degli altri è una delle maledizioni della razza umana.
Ma la maggior parte delle persone, guardandosi allo specchio, non vede quello che vedo io.
Il volto che vedo io è questo: ho una cicatrice larga circa un centimetro, che scende dritta attraverso la fronte, poi scarta bruscamente a sinistra con un angolo di novanta gradi. Al posto del sopracciglio sinistro ho questa cicatrice, che prosegue fino alla tempia e poi curva verso la guancia, arriva al naso, segue la narice sinistra e scatta oltre la mascella e giù per il collo, terminando all’altezza della clavicola.
Chi mi guarda da destra vede un profilo normale. Ma vista di fronte faccio una certa impressione.
Tutti si guardano allo specchio almeno una volta al giorno, o si vedono riflessi nello sguardo degli altri. E sanno cosa aspettarsi. Sanno ciò che vedranno, ciò che viene visto. Io non vedo più ciò che mi aspetto di vedere. Vedo il riflesso di una faccia estranea, di una maschera che non posso togliermi.
Quando sono nuda davanti allo specchio, come adesso, vedo anche tutto il resto: una collana di cicatrici circolari, del diametro di un sigaro, che vanno da una clavicola all’altra. Altre cicatrici uguali mi attraversano i seni, scendono lungo lo sterno fino allo stomaco, e finiscono dove inizia il pelo pubico.
Sono del diametro di un sigaro perché sono state fatte con un sigaro acceso.
Lasciando da parte le cicatrici, se possibile, il resto non è male. Sono piccola, non arrivo al metro e sessanta. Non sono magra, ma in forma. Ho quello che mio marito definiva un corpo voluttuoso. Diceva che mi aveva sposato per la mia mente, cuore e anima, ma anche per le tette perfette da prendere in bocca e per il culo a mandolino. I miei capelli neri, ondulati e folti, scendono quasi fino al suddetto culo.
Anche questo gli piaceva molto.
È difficile per me andare oltre le cicatrici. Le ho viste centinaia, forse migliaia di volte. Se mi guardo allo specchio, sono ancora l’unica cosa che vedo.
Me le ha fatte l’uomo che ha ucciso mio marito e mia figlia. L’uomo che io in seguito ho ucciso.
Provo un gran senso di vuoto quando ci penso. Un vuoto enorme, buio e privo di sensazioni. Come affondare in una gelatina nera.
Non c’è problema, ci sono abituata.
È questa la mia vita, ora.
Dormo appena dieci minuti, e so che per stanotte non dormirò più.
Alcuni mesi fa mi sono svegliata in piena notte, come adesso. In quelle ore fra le tre e mezza e le sei del mattino, quando ti senti l’unica persona sulla terra. Avevo fatto uno dei sogni, come sempre, e sapevo che non sarei riuscita ad addormentarmi di nuovo.
Mi sono infilata una maglietta e i pantaloni di una tuta, un paio di vecchie scarpe da ginnastica e sono uscita. Ho corso nella notte, fino a quando il sudore ha inzuppato i vestiti e le scarpe, e poi ho corso ancora. Respiravo in fretta, con i polmoni irritati dall’aria fredda della notte. Ma non mi sono fermata. Ho corso ancora più veloce, più veloce che potevo, senza pensare a nulla.
Sono finita, ormai con i conati di vomito, davanti a uno di quei minimarket che riempiono la valle. Mi sono appoggiata a un muro e ho rivoltato lo stomaco. Un paio di altri fantasmi mi hanno guardata, poi hanno distolto lo sguardo. Mi sono pulita la bocca e sono entrata nel negozio.
«Un pacchetto di sigarette» ho detto al gestore, ancora con il respiro grosso.
Era un cinquantenne, sembrava indiano.
«Che marca?»
La domanda mi ha lasciato interdetta. Non fumavo più da anni. Ho guardato le file di pacchetti alle sue spalle e ho fissato quelle che una volta erano le mie preferite.
«Marlboro. Rosse.»
Lui ha preso il pacchetto e ha battuto il prezzo. In quel momento mi sono resa conto di essere in tuta, senza soldi. Invece di provare imbarazzo, mi sono arrabbiata, come al solito.
«Ho dimenticato il portafoglio» ho detto, con il mento in fuori, sfidandolo a non darmi le sigarette o a provare a farmi sentire ridicola.
Lui mi ha fissata per un momento, in quello che uno scrittore definirebbe “un silenzio denso di significato’’. Poi si è rilassato.
«È uscita a correre?»
«Sì. Scappo da mio marito, che è morto. Sempre meglio che suicidarsi, immagino.»
Le mie parole avevano un suono strano, un po’ strozzato. Ma invece del disagio che avrei voluto vedere nei suoi occhi, ho visto uno sguardo dolce. Non di pietà, di comprensione. Ha annuito e mi ha messo in mano il pacchetto.
«Mia moglie è morta in India, la settimana prima che partissimo per l’America. Prenda le sigarette, pagherà la prossima volta.»
Sono rimasta un attimo immobile a fissarlo. Poi gli ho strappato di mano il pacchetto e sono uscita di corsa, prima che cominciassero a scendermi le lacrime. Ho corso di nuovo fino a casa, piangendo.
Quel negozio è un po’ lontano da casa mia, ma ormai vado sempre lì, ogni volta che mi viene voglia di fumare.
Mi siedo sul letto, prendo il pacchetto sul comodino e penso all’indiano, mentre accendo una sigaretta. Una parte di me ama quell’uomo, nel modo in cui puoi amare un estraneo che ti tratta con gentilezza proprio nel momento in cui ne hai più bisogno. È un amore profondo, una fitta al cuore, e anche se non saprò mai il suo nome, so che non lo dimenticherò mai fino al giorno della mia morte.
Aspiro una lunga boccata e guardo la sigaretta. La punta rossa come una ciliegia nel buio della stanza da letto. “È questa l’insidia nascosta del fumo’’ penso. Non tanto la dipendenza dalla nicotina, che comunque è già abbastanza brutta. Ma il modo in cui una sigaretta sembra perfetta in certi momenti. All’alba con una tazza di caffè fumante. Di notte in una casa solitaria piena di fantasmi. So che dovrei smettere di nuovo, prima di diventare un’altra volta dipendente, ma so che non lo farò. Le sigarette sono tutto ciò che ho, ora. Il ricordo di una gentilezza, un conforto e una fonte di forza, tutto in un cilindro di carta pieno di tabacco.
Espiro il fumo e lo guardo salire, galleggiare nell’aria e poi sparire. “Come la vita’’ penso. La vita è fumo, semplicemente, e noi cerchiamo di illuderci che non sia così. Basta un soffio di vento a farci scomparire, lasciando solo l’aroma del nostro passaggio, nei ricordi di chi ci conosceva.
Tossisco, ridendo. È buffo. Sto fumando, la vita è fumo e persino il mio nome è fumoso: Smoky. Smoky Barrett. È il mio vero nome, impostomi da mia madre perché «suonava bene». Questo mi fa ridere ancora di più, al buio, nella mia casa vuota, e penso, mentre rido, a come suona folle una risata, quando si ride da soli.
Così ho qualcosa a cui pensare per le prossime tre o quattro ore. Penso alla follia. Domani è il gran giorno, dopotutto.
Il giorno in cui dovrò decidere se tornare al lavoro nell’FBI, oppure infilarmi la canna della pistola in bocca e premere il grilletto.

CAPITOLO 2

«Fai ancora gli stessi tre sogni?»
Questo è uno dei motivi per cui mi fido dello strizzacervelli che mi hanno assegnato. Non fa giochetti, non gira intorno alle cose, non cerca di fregarmi di nascosto. Va dritto al punto, attacca di fronte. Anche se mi lamento e lotto contro i suoi tentativi di guarirmi, lo rispetto.
Si chiama Peter Hillstead, ed è il più lontano possibile dalla maschera freudiana che ci si potrebbe aspettare. È alto poco meno di un metro e ottanta, capelli neri, viso da modello e un corpo che mi ha fatto pensare, la prima volta che l’ho visto. Il tratto più significativo tuttavia sono gli occhi, di un blu elettrico che non avevo mai visto associato ai capelli neri.
Malgrado la faccia da star del cinema, credo che per me non sia possibile il transfert nei suoi confronti. Quando sei con lui non pensi al sesso. Pensi a te. Hillstead è una di quelle rare persone a cui importa davvero chi ha davanti, e quando sei con lui non puoi dubitarne. Non hai mai l’impressione che stia pensando ad altro, mentre gli parli. Ti fa sentire come se tu fossi l’unica cosa importante dentro il suo studio. Questo è ciò che mi impedisce di innamorarmi di lui. Non lo vedo come un uomo, ma come qualcosa di molto più utile: uno specchio per l’anima.
«Gli stessi tre» rispondo.
«Qual è stato quello di stanotte?»
Mi sposto appena sulla sedia, a disagio. So che lui se ne accorge, e mi chiedo cosa pensi che significhi. Non faccio altro che calcolare, pesare ogni cosa. Non posso evitarlo.
«Quello dove Matt mi bacia.»
Annuisce. «Sei riuscita a riaddormentarti, dopo?»
«No.» Lo fisso senza dire altro. Oggi non sono dell’umore giusto per cooperare.
Il dottor Hillstead mi fissa, con il mento poggiato sulla mano. Sembra contemplare qualcosa, come se fosse a un bivio, e sapesse che qualunque direzione scelga non ci sarà modo di tornare indietro. Passa quasi un minuto. Poi sospira e si massaggia la radice del naso.
«Smoky, sai che tra molti dei miei colleghi non godo di una buona reputazione?»
Non riesco a evitare un moto di sorpresa, per la notizia in sé e per il fatto che abbia deciso di comunicarmela. «No, non lo sapevo.»
Sorride. «È la verità. Ho delle idee controverse su come svolgere la mia professione. Per esempio, sono convinto che non ci sia una vera soluzione scientifica per i problemi della mente.»
Come cazzo devo rispondere a una cosa del genere? Il mio analista mi dice che la sua professione non possiede soluzioni per i problemi mentali. Non ispira molta fiducia.
«Posso capire che sia una visione poco apprezzata.»
È la migliore risposta che mi viene in mente, così a caldo.
«Intendiamoci bene. Non sto dicendo che la mia professione non possieda alcuna soluzione per questi problemi.»
Ecco un altro motivo per cui lo apprezzo. È intuitivo quasi fino alla chiaroveggenza. È una cosa che non mi spaventa. La capisco. Molti professionisti dell’interrogatorio hanno tale capacità. Anticipare ciò che l’altro sta pensando riguardo a ciò che hai appena detto.
«Quello che intendo dire, è che la scienza è esatta. La gravità dice che ogni volta che lasci andare un oggetto, cadrà sempre verso il basso. Due più due fa sempre quattro. La mancanza di variazioni è l’essenza della verità scientifica.»
Ci penso su. Annuisco.
«Ora, cosa fa la mia professione?» il dottor Hillstead fa un gesto vago. «Il nostro approccio ai problemi della mente non è scienza. Non ancora, almeno. Non siamo arrivati al due più due. Se ci fossimo arrivati, io potrei risolvere i problemi di ogni paziente che entra da quella porta. Per la depressione, farei A, B, C, e funzionerebbe sempre. Ci sarebbero leggi invariabili. Questa sarebbe una scienza.» Ora sorride, asciutto. Forse un po’ triste. «Ma non risolvo ogni caso. Non ne risolvo neppure la metà.» Resta in silenzio per un momento, poi scuote la testa. «Esistono ...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Colophon
  4. L'ombra