Cavalieri del Regno della Fantasia - 2. La spada del destino
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Cavalieri del Regno della Fantasia - 2. La spada del destino

  1. 320 pagine
  2. Italian
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Cavalieri del Regno della Fantasia - 2. La spada del destino

Informazioni su questo libro

Il giovane Alcuin, elfo apprendista all'Accademia dei Cavalieri della Rosa d'Argento, torna a casa dal padre per una breve licenza. Ad attenderlo, però, non è un periodo di riposo, ma l'inizio di una nuova, pericolosa avventura! Il ragazzo dovrà infatti scoprire l'identità della madre che non ha mai conosciuto e andare a liberarla nel reame dove è tenuta prigioniera: l'oscuro Reame della Notte Eterna, la cui popolazione è stata ridotta in schiavitù dal malvagio Argo. La missione di Alcuin sarà piena di insidie e pericoli, ma il giovane potrà contare sull'aiuto di una misteriosa ragazza di luce, dai poteri sorprendenti...

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Informazioni

Anno
2012
eBook ISBN
9788858505953
Print ISBN
9788856616521
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8

VOLO NEL BUIO

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cchidoro volò senza sosta notte e giorno. La resistenza dei draghi blu era leggendaria, Alcuin lo sapeva, ma restò comunque impressionato. Il suo amico, fedele compagno di mille voli, solcava l’azzurro del cielo con una leggerezza ineguagliabile. Si lanciava tra le nubi tempestose senza farsi spaventare dai tuoni e dai lampi, a volte inseguendoli.
Sotto di loro si avvicendavano paesaggi incredibili. Pianure dorate, basse colline ricoperte di fiori, mari dalle acque azzurre, verdi, di un tenue viola pastello. Burroni neri come la pece o ghiacciai tanto candidi da brillare come diamanti. Deserti, steppe, fiumi, arcipelaghi di corallo e giungle inospitali. E poi città maestose e piccoli villaggi, imponenti castelli e antiche rovine dimenticate da tempo.
Ogni tanto decidevano di atterrare per una sosta, stando attenti a non dare troppo nell’occhio: per questo sceglievano i luoghi più solitari: spiagge deserte dalla sabbia vellutata come seta, impenetrabili foreste o praterie di cui non s’intravedeva la fine.
Oltre alla mappa di sua madre, Petra aveva donato ad Alcuin anche una dettagliata cartina del Regno della Fantasia che si stava rivelando davvero utile. Il giovane varcò un reame dopo l’altro finché attorno a lui non cominciò a calare una notte sempre più fonda.
La cosa all’inizio non lo preoccupò: com’era naturale, man mano che procedeva verso nord le ore di luce diminuivano e le tenebre s’impadronivano delle giornate. Ma arrivò un momento in cui la notte fu completa e oscura, in cui nemmeno un raggio di sole colorò il cielo di azzurro.
– Dovremmo esserci ormai – disse Alcuin stringendosi ancora di più al collo di Occhidoro. – Il buio è ovunque, proprio come mi ha raccontato Petra. Il cielo è senza stelle e senza luna. Di giorno non spunta mai il sole e queste grosse nuvole sopra di noi non se ne vanno. Sembrano bloccate qui, cristallizzate nel cielo.
I suoi sensi si abituarono pian piano all’oscurità e si fecero più acuti, pronti a percepire ogni ombra, ogni sagoma nella notte, ogni rumore insolito.
– Guarda, Occhidoro! – esclamò d’un tratto l’elfo. Un gruppo di nuvole si era aperto all’improvviso sotto di loro, facendo apparire come dal nulla le montagne più maestose che avesse mai visto. Dovevano essere i Monti senza Tempo, pensò l’elfo, e capì perché si chiamavano così: quelle cime imponenti, avvolte dalla nebbia, sembravano essere lì da sempre, simili a giganteschi mostri di pietra addormentati.
L’aria si fece d’improvviso più fredda e pungente. Uno strano odore di pioggia ghiacciata arrivò alle narici di Alcuin, e un vento sottile prese a soffiare da nord.
– Che paesaggi meravigliosi... – riuscì a mormorare l’elfo, scuotendosi dal muto stupore che lo aveva colto. Era a casa. Il luogo dove era nato diciotto anni prima: il Reame della Notte Eterna... Un reame in guerra e sofferente, si disse con un tuffo al cuore. – Stiamo attenti, Occhidoro. Rimaniamo nascosti in mezzo alle nubi per ora.
Alcuin portò una mano alla tasca interna del suo mantello da viaggio dove custodiva la vecchia mappa sgualcita che sua madre aveva donato a Petra.
– Presto ti rivedrò, mamma. Sono qui! Sto venendo a liberarti.
Poi le nuvole inghiottirono di nuovo il drago blu e il suo cavaliere.
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Scesero. Alcuin e Occhidoro si tuffarono nella fitta nebbia che avvolgeva i Monti senza Tempo e, quando riemersero al di sotto di quel velo di foschia, videro un’ampia vallata dagli alberi curiosamente bianchi: erano bianchi i sottili tronchi scheletrici, di un candore un po’ opaco, quasi perlaceo; erano bianche le foglie, aguzze come aghi di pino; ed erano bianchi anche i grandi fiori dai petali a forma di goccia. Ma la cosa davvero straordinaria era che quei fiori emanavano una strana luminescenza che arrivava a rischiarare il cielo soprastante.
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– Non ho mai visto niente di simile, e tu? – esclamò Alcuin.
Occhidoro scosse il capo in un muto “no”, sorpreso quanto il suo cavaliere da quelle piante spettrali.
– Sembrano vecchi fantasmi che cercano di trattenere il ricordo di un passato che non c’è più, della luce che li illuminava un tempo... Aspetta solo un istante, voglio controllare dove ci troviamo.
Occhidoro rallentò, mentre Alcuin sfilava la cartina regalatagli da Petra. – Il Bosco della Mezzaluna – sussurrò poco dopo, e guardò sotto di sé.
In effetti il bosco aveva una strana forma a falce e il colore bianco degli alberi lo faceva assomigliare dall’alto a una grossa mezzaluna nel nero dei Monti senza Tempo. Studiando la mappa, Alcuin notò che poco lontano doveva esserci un lago.
Biancolago – lesse ad alta voce, sovrappensiero, mentre le sue parole si condensavano nell’aria fredda in piccole nuvolette bianche. – Occhidoro, dobbiamo tornare indietro: ci stiamo allontanando dalle vette più alte dei Monti senza Tempo, dove si trova il Cancello, l’ingresso ai cunicoli sotterranei. Dovrebbe essere vicino alla sorgente del Fiume Crono... La mappa che Petra mi ha dato è chiara, ma sarà il caso di...
Un acuto stridio interruppe le sue parole.
Occhidoro sollevò il capo di scatto, arrestandosi immobile a mezz’aria; le sue possenti ali azzurre frustavano la nebbia tutt’attorno.
– Cos’è stato? – domandò Alcuin, aguzzando la vista man mano che la foschia si diradava. Improvvisamente sentì la Sciabola del Destino vibrare al suo fianco: che volesse avvertirlo?
Pian piano il cielo si popolò di sagome indistinte... Infine, l’elfo le vide chiaramente.
Erano una dozzina di creature alate dall’aspetto mostruoso. Somigliavano in tutto e per tutto a grosse lucertole coperte di scaglie rossastre. Fauci piene di denti affilati come coltelli si aprivano e chiudevano, lasciando intravedere lunghe lingue biforcute che sibilavano nel vento.
Alcuin sguainò la sua Sciabola del Destino e la brandì davanti a sé. – Andiamo via di qui, Occhidoro!
Il drago blu non se lo fece ripetere due volte: si avvitò in aria invertendo la rotta, ma a quel punto si accorsero che quelle creature erano anche alle loro spalle!
– Siamo in trappola! – gridò l’elfo, sgomento. – Non abbiamo altra scelta che prepararci a combattere!
Il cuore gli martellava forte nel petto. Sollevò ancora di più la sua Sciabola del Destino ma, quando quelle strane lucertole furono abbastanza vicine da poterne distinguere ogni particolare, ebbe un’altra brutta sorpresa: in sella avevano dei cavalieri.
Non li aveva notati all’inizio, perché indossavano armature nere e rosse che si mimetizzavano alla perfezione con le scaglie dei rettili volanti. Solo allora li vide... e li riconobbe.
– Questa non ci voleva! – gemette. – Sono i Minotauri del Buio di cui ha parlato Petra! Che sciocco sono stato a non pensarci: pattugliano i confini del reame nascosti tra le cime delle montagne!
Le lucertole erano ormai vicinissime. Le grosse bocche, gocciolanti bava nerastra, si spalancarono a pochi centimetri da loro. Dodici contro uno: sembrava una battaglia persa in partenza, ma Alcuin non si arrese. Colpì alla cieca. Con un fendente raggiunse sul muso uno dei grossi rettili, che precipitò nel vuoto insieme al suo cavaliere, e ferì un altro a un’ala, costringendolo alla ritirata.
Ma erano troppi. E Occhidoro era allo stremo.
– Resisti, amico mio! – gridò Alcuin.
Ma il drago, sebbene fosse più grande, sembrava come intorpidito dai morsi di quelle creature mostruose.
– Occhidoro! – urlò Alcuin, accorgendosi che qualcosa non andava. – Occhidoro, riesci a sentirmi?
Il drago blu lanciò un lungo fischio e spalancò le ali, perdendo per un attimo quota.
Approfittando di quel momento di difficoltà, quello che sembrava il Capitano dei Minotauri, che aveva un corno spezzato, sfoderò la spada e fece segno agli altri di attaccare tutti insieme.
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– Abbattetelo! – ringhiò sopra il frastuono della battaglia. – Dovete fermarlo!
Alcuin strinse il collo di Occhidoro: – Vola! – lo supplicò. – Ce la puoi fare, amico mio! Ascoltami: mostragli di cosa sei capace. Sono perduto senza di te, mi hai sentito, Occhidoro?
Il drago ruggì e, raccogliendo le ultime energie che gli restavano, con una mossa a sorpresa si scagliò in mezzo alle lucertole volanti, riuscendo ad aprirsi un varco. Volò, cercando di distanziarle il più possibile.
Alcuin si aggrappò al collo di Occhidoro con una tale disperazione che gli sembrò di essere un tutt’uno con lui. Volarono come non avevano mai volato prima. Senza prendere fiato. Senza posa. Finché si trovarono sopra le rive di un lago dalle acque bianche come latte.
– Il Biancolago! – esclamò Alcuin. Per un istante pensò di avercela fatta. Di essere in salvo. Un sorriso fiducioso gli apparve sul volto pallido, ma subito svanì.
Altri Minotauri spuntarono da dietro un banco di nuvole, in groppa alle loro mostruose cavalcature.Occhidoro cercò di schivarli, ma invano.
Lo scontro fu violento.
Il drago blu lanciò un ruggito disperato, carico di rabbia e di dolore. Alcuin urlò a sua volta, mentre veniva disarcionato.
Cadde nel vuoto.
Svanì nella nebbia.
Sempre più veloce.
Verso terra.
L’impatto violento con le onde del lago gli mozzò il fiato in gola. L’acqua era gelida e lo trascinava verso il fondo. Alcuin lottò per nuotare, ma fu tutto inutile. Le braccia gli dolevano, le gambe sembravano pesanti come marmo e si sentiva mancare il respiro. Si arrese, lasciandosi trasportare dalle correnti.
L’ultima cosa che udì prima di perdere i sensi fu il grido disperato di Occhidoro.
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– Avanti, svegliati –. Una voce melodiosa ruppe il silenzio.
Alcuin socchiuse gli occhi, stordito. Era forse... morto?
– Coraggio, ce la puoi fare – continuò la voce gentile. – Provaci, almeno. Mi senti?
Il giovane cavaliere avrebbe voluto dirle di sì, ma aveva così freddo e si sentiva così debole che non riuscì ad articolare le parole né a fare un cenno col capo.
– Guardami – ricominciò la voce. – Apri gli occhi e guardami.
Alcuin si sforzò di obbedire. Fece un grosso respiro e sollevò lentamente le palpebre. All’inizio non vide nulla, ma pian piano dalla penombra emerse una misteriosa figura avvolta in un mantello bianco.
Fu tutto ciò che riuscì a vedere. Poi perse i sensi una seconda volta.

9

SULL’ISOLA DEI CAVALIERI

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a luce del mattino inondava la Sala delle Esercitazioni. Le grandi finestre che affacciavano sui giardini della Cittadella dei Cavalieri erano spalancate e lasciavano entrare un vento fresco che portava con sé le fragranze dell’estate. Un silenzio carico d’attesa riempiva la stanza.
Alena, al centro, teneva gli occhi chiusi e respirava piano; i suoi lunghi capelli neri erano mossi da una brezza gentile. In mano, sguainata, reggeva la sua Spada del Destino, Miraggio. Era leggera come una piuma ma resistente come poche altre armi del Regno della Fantasia: impugnandola, la ninfa sentiva scorrere nelle sue mani la forza misteriosa racchiusa in quell’arma magica.
Poi un urlo ruppe il silenzio.
Il primo cavaliere si gettò su di lei con una rapidità impressionante, ma Alena non si lasciò cogliere di sorpresa.
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Scivolò di lato con un movimento fluido, veloce, perfetto.
Quella semplice mossa bastò a disorientare il suo avversario, un elfo del Reame dei Vulcani, che si trovò completamente sbilanciato in...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Colophon
  3. Frontespizio
  4. Introduzione
  5. Prologo
  6. Parte prima ~ Antichi segreti
  7. Parte seconda ~ Il Reame della Notte Eterna
  8. Parte terza ~ Il potere della Luce
  9. Epilogo