Il castigo
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Il castigo

  1. 576 pagine
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Il castigo

Informazioni su questo libro

Gli invitati sono tutti riuniti nel giardino della grande villa per brindare agli sposi: lui è uno psichiatra illustre e controverso, lei una giovane rampolla dell'alta società newyorchese. La sposa si fa attendere, come nelle migliori tradizioni. Ma quando il ritardo si fa imbarazzante, iniziano a cercarla. E la scoperta è macabra: la ragazza è in un cottage al limitare del bosco, decapitata con un machete. La concomitante scomparsa del giardiniere messicano fa subito ricadere i sospetti su di lui, ma le ricerche della polizia sono vane: l'uomo sembra essersi volatilizzato. Senza lasciare traccia. Né prove. Né movente plausibile. La pista seguita non convince la madre della vittima, che si rivolge a David Gurney, ex detective della Omicidi di New York. Da più di un anno ha abbandonato il distintivo, ma a quanto pare gli è impossibile godersi la pensione: ogni volta che un'indagine mette in crisi ogni logica, Gurney finisce per essere chiamato in causa. Solo lui sarà in grado di raccogliere la sfida di un killer così sfuggente da far dubitare della sua reale esistenza. Così geniale da riuscire a orchestrare nell'ombra un piano sadico e spietato. E pronto a colpire lo stesso Gurney, di cui conosce il punto più vulnerabile.

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Informazioni

Print ISBN
9788856624007
eBook ISBN
9788858507025

1

VITA IN CAMPAGNA

L’aria di quella mattina di settembre era immobile, come un sottomarino che, a motori spenti, cerca di eludere i dispositivi di intercettazione del nemico. L’intero paesaggio era fermo nella morsa invisibile di quella calma: la quiete prima della tempesta, una calma profonda e imprevedibile come l’oceano.
Era stata un’estate stranamente sottotono, la semisiccità aveva lentamente prosciugato la vita dall’erba e dagli alberi. Le foglie stavano già cambiando colore, dal verde al rosso, e cominciavano a cadere in silenzio dai rami degli aceri e dei faggi, lasciando prevedere un autunno smorto.
Davanti alla portafinestra della sua cucina in stile country, Dave Gurney guardava il giardino e il prato falciato che separavano la grande casa dal pascolo incolto che scendeva fino al laghetto e al vecchio fienile rosso. Si sentiva un po’ a disagio e faceva fatica a concentrarsi. La sua attenzione vagava tra l’asparagina in fondo al giardino e il piccolo bulldozer giallo accanto al fienile. Dave sorseggiava il suo caffè del mattino, che si stava raffreddando nell’aria secca.
Concimare o non concimare, quello era il problema dell’asparagina. O il primo, quanto meno. Una risposta affermativa avrebbe sollevato una seconda domanda: letame naturale o concime in sacchi? La chiave del successo, come Gurney aveva scoperto su vari siti internet che gli aveva consigliato Madeleine, era la scelta del fertilizzante giusto. Ma non aveva ancora capito se bastava la concimazione fatta in primavera o se doveva ripetere l’operazione.
Nei due anni e mezzo trascorsi tra i monti Catskill, aveva provato a lasciarsi coinvolgere da quelle questioni da “casa con giardino” che tanto entusiasmavano Madeleine. Ma i suoi sforzi erano disturbati dalle termiti del rimorso. Non tanto per aver comprato quella casa con cinquanta acri di verde intorno (continuava a sembrargli un buon investimento), quanto per aver deciso di cambiare vita, lasciando il dipartimento di polizia di New York e andando in pensione a quarantasei anni.
La domanda che lo assillava era: era stato troppo precipitoso a barattare il suo distintivo da detective pluridecorato con le mansioni bucoliche di un aspirante signorotto di campagna?
Alcuni eventi inquietanti suggerivano di sì. Da quando si erano trasferiti nel loro paradiso di campagna, a Dave ogni tanto veniva un tic alla palpebra sinistra. Con dispiacere suo e di Madeleine, aveva ripreso occasionalmente a fumare, dopo quindici anni di astinenza. E poi c’era l’elefante nella stanza: la sua decisione di accettare, l’autunno precedente, dopo solo un anno di vita da pensionato, il caso dell’orribile omicidio Mellery.
Era sopravvissuto a stento, mettendo in pericolo anche Madeleine e, in quell’istante di chiarezza che segue spesso un incontro ravvicinato con la morte, si era sentito motivato a dedicarsi appieno ai semplici piaceri della campagna. Ma succede una cosa buffa quando ci si costruisce nella mente una limpida immagine della vita che si vorrebbe vivere: se non la si tiene stretta ogni giorno finisce per sbiadire rapidamente. Un momento di grazia è solo un momento di grazia, destinato a diventare un fantasma, un’immagine sfocata sulla retina che evapora come il ricordo di un sogno, fino a diventare solo una nota discordante che pervade la nostra esistenza.
Comprendere questo processo, aveva scoperto Gurney, non significava possedere la chiave magica per arrestarlo. E così il miglior atteggiamento che riusciva a tenere riguardo alla vita bucolica era un tiepido entusiasmo, che strideva con il fervore di sua moglie, e lo costringeva a chiedersi se fosse davvero possibile cambiare, o, per meglio dire, se lui ne fosse in grado. Nei momenti più bui, lo demoralizzava la rigidità artritica del proprio modo di pensare, del proprio modo di essere.
Quello del bulldozer era un buon esempio. Sei mesi prima ne aveva comprato uno piccolo, usato, dicendo a Madeleine che sarebbe servito per i loro cinquanta acri di boschi e prati, con un vialetto d’ingresso lungo quattrocento metri. Gurney vedeva il bulldozer come un mezzo con cui eseguire necessari interventi di manutenzione e miglioramento del paesaggio. Insomma, una cosa buona e utile. Ma fin dall’inizio lei non lo aveva considerato una prova del maggiore coinvolgimento del marito nella loro nuova vita, anzi al contrario, un indizio, rumoroso e puzzolente di gasolio, del suo scontento. Il bulldozer esprimeva la sua insoddisfazione per il loro ambiente, la sua infelicità per il trasloco dalla città alla montagna, la smania di controllo che lo spingeva a voler modellare a tutti i costi un mondo nuovo e inaccettabile in una forma più congeniale al suo cervello. Madeleine aveva espresso la sua obiezione solo una volta, e in modo molto conciso: «Perché non puoi accettare tutto ciò che abbiamo intorno come un regalo di una bellezza incredibile, e smettere di volerlo “sistemare”?».
Mentre Dave, in piedi davanti alla portafinestra, ricordava quel commento velato di esasperazione, la voce di Madeleine si intromise nei suoi pensieri.
«C’è qualche possibilità che ripari i freni della mia bici prima di domani?»
«Ti ho già detto di sì.» Bevve un sorso di caffè e fece una smorfia. Era sgradevolmente freddo. Gettò un’occhiata al vecchio orologio a pendolo sopra la credenza di pino. Aveva un’ora libera, prima di uscire per una delle occasionali conferenze che teneva all’accademia di polizia di Albany.
«Dovresti venire con me, uno di questi giorni» propose lei, come se l’idea le fosse appena balenata in mente.
«Certo» rispose Gurney. Rispondeva sempre così al periodico suggerimento di accompagnarla in uno dei suoi giri in bicicletta lungo i boschi e i declivi che coprivano gran parte delle Catskill occidentali. Si voltò a guardarla. Madeleine era sulla soglia della zona pranzo, in calzamaglia, camicia larga e berretto da baseball macchiato di vernice. Gurney non riuscì a non sorridere.
«Cosa c’è?» chiese lei, inclinando la testa di lato.
«Nulla.» A volte la sua sola presenza lo affascinava all’istante, svuotandogli la mente da ogni pensiero negativo. Madeleine era una creatura rara: una donna estremamente bella che sembrava preoccuparsi pochissimo del proprio aspetto. Gli si avvicinò e guardò anche lei fuori dalla porta a vetri.
«I daini sono andati ancora a mangiare i semi degli uccelli» osservò, più divertita che irritata.
Dall’altra parte del prato, tre mangiatoie per fringuelli appese a dei bastoni ricurvi da pastore erano inclinate da un lato. Guardandole, Gurney scoprì di condividere, almeno in parte, i sentimenti benevoli di Madeleine verso i daini e i piccoli problemi che causavano. Era una cosa strana, perché invece la pensava in modo diverso da lei sugli scoiattoli, che anche in quel momento stavano depredando le mangiatoie per gli uccelli degli ultimi semi che i daini non erano riusciti a prendere. Nervosi, rapidi, aggressivi nei loro scatti, sembravano spinti da una fame ossessiva, da un desiderio avido di consumare ogni particella di cibo disponibile.
Mentre il suo sorriso evaporava, Dave li osservava con un’inquietudine che stava diventando, come riconosceva nei suoi momenti di lucidità, la sua reazione istintiva a troppe cose. Un’inquietudine che nasceva dalle fratture interne al suo matrimonio e le metteva in risalto. Madeleine avrebbe descritto gli scoiattoli come affascinanti, ingegnosi, pieni di risorse e capaci di un’energia e una determinazione stupefacenti. Sembrava amarli, come amava quasi tutte le cose della vita. Lui, dal canto suo, li avrebbe presi a fucilate.
Be’, non proprio a fucilate, con l’intento di ucciderli o storpiarli, ma non gli sarebbe dispiaciuto qualche colpo di pistola ad aria compressa, per farli cadere dalle mangiatoie dei fringuelli e rispedirli di corsa nel bosco, dove era più giusto che restassero. Uccidere era una soluzione che non gli era mai piaciuta. Durante tutti gli anni trascorsi nella polizia di New York, in qualità di detective della Omicidi, non aveva mai tirato fuori la pistola. Non l’aveva mai adoperata fuori da un poligono di tiro e non aveva intenzione di cominciare in quel momento. Qualsiasi cosa lo avesse spinto a diventare un poliziotto e a restarlo per molti anni, non era certo il fascino delle armi o le soluzioni ingannevolmente semplici che possono suggerire.
Si rese conto che Madeleine lo stava osservando, con il suo sguardo curioso e attento. Forse aveva indovinato dalla sua mascella serrata i suoi pensieri sugli scoiattoli. In risposta a quella specie di chiaroveggenza, Gurney voleva dire qualcosa per giustificare la propria ostilità verso quei topi dalla coda soffice, ma fu distratto dallo squillo del telefono, anzi, di due telefoni allo stesso tempo, il fisso dello studio e il suo cellulare. Madeleine andò nello studio e lui rispose al cellulare.

2

LA SPOSA DECAPITATA

Jack Hardwick era un uomo cinico e sgradevole, dagli occhi acquosi, che beveva troppo e pensava che la vita fosse una specie di grottesca barzelletta. Aveva pochi ammiratori entusiasti e non ispirava fiducia. Gurney era convinto che se Hardwick avesse messo da parte tutte le sue motivazioni discutibili, non gliene sarebbe rimasta neppure una.
Ma ciò nonostante, Hardwick restava uno dei detective più intelligenti e intuitivi con cui avesse mai lavorato. Perciò quando portò il telefono all’orecchio e udì l’inconfondibile suono graffiante della sua voce, fu assalito da emozioni contrastanti.
«Davey, ragazzo mio!»
Gurney fece una smorfia. Non era il tipo d’uomo che qualcuno chiamerebbe “ragazzo mio”, e questa doveva essere proprio la ragione per cui Hardwick aveva scelto quel nomignolo.
«Cosa posso fare per te, Jack?»
La risata ragliante dell’altro lo irritò come non mai. «Quando abbiamo lavorato al caso Mellery ti vantavi di alzarti con le galline. Ho pensato di chiamare a quest’ora per vedere se era vero.»
Bisognava sempre sopportare un po’ di quegli sfottò, prima che Hardwick si degnasse di esporre il motivo della chiamata.
«Cosa vuoi, Jack?»
«Hai davvero dei polli che schiamazzano e cacano in giro, in quella tua fattoria, oppure “alzarsi con le galline” è solo un modo di dire?»
«Cosa vuoi, Jack?»
«Perché dovrei volere qualcosa? Un vecchio amico non può chiamare solo in nome dei vecchi tempi?»
«Risparmiami le stronzate sui vecchi amici, Jack, e dimmi perché hai chiamato.»
Di nuovo la risata ragliante. «Come sei freddo, Gurney, troppo freddo.»
«Senti, non ho ancora preso la mia seconda tazza di caffè. Se non vieni al punto nei prossimi cinque secondi, riattacco. Cinque… Quattro… Tre… Due… Uno…»
«Giovane sposa uccisa al ricevimento del matrimonio. Pensavo che potrebbe interessarti.»
«Perché?»
«Merda, come è possibile che a un asso della squadra Omicidi non interessi una cosa del genere? Ho detto “uccisa”? Giusto, avrei dovuto specificare “fatta a pezzi”. L’arma del delitto è un machete.»
«L’asso è in pensione.»
Ci fu un lungo raglio prolungato.
«Non scherzo, Jack, sono davvero in pensione.»
«Lo eri anche quando ti sei buttato nel caso Mellery.»
«È stata una deviazione temporanea.»
«Sul serio?»
«Ascolta, Jack…» Dave stava perdendo la pazienza.
«E va bene, sei in pensione. Ho capito. Ora dammi due minuti per spiegarti l’occasione che ti sto dando.»
«Jack, per l’amor di Dio…»
«Solo due minuti, cazzo. Sei così occupato a massaggiare le tue palle da golf da pensionato da non poter concedere due minuti al tuo vecchio socio?»
L’immagine fece scattare il tic alla palpebra di Gurney. «Non siamo mai stati soci.»
«Come puoi dire una cosa del genere?»
«Abbiamo lavorato insieme a un paio di casi. Ma non eravamo soci.»
A essere onesti, Gurney doveva ammettere che, almeno sotto un certo aspetto, lui e Hardwick avevano una relazione unica. Dieci anni prima, lavorando in giurisdizioni distanti tra loro centocinquanta chilometri, su aspetti diversi dello stesso omicidio, avevano scoperto una metà ciascuno del corpo della vittima. Quel tipo di coincidenza in campo investigativo può forgiare un legame forte, per quanto bizzarro.
Hardwick abbassò la voce a un registro sincero e patetico. «Allora, ce li ho questi due minuti, oppure no?»
Gurney si arrese. «Dimmi tutto.»
Hardwick ritornò al suo tono da imbonitore di luna park con un cancro alla gola. «Capisco che tu sia molto occupato, perciò vengo subito al sodo. Voglio farti un favore gigante.» Fece una pausa. «Sei ancora lì?»
«Sbrigati.»
«Bastardo ingrato! E va bene, senti cosa ho per te. Omicidio sensazionale, risalente a quattro mesi fa. Ragazzina viziata sposa un celebre psichiatra. Un’ora dopo, al ricevimento nella lussuosa villa di lui, il giardiniere impazzito decapita la sposa con un machete e fugge.»
Gurney ricordava i titoli di alcuni giornali scandalistici relativi a quella faccenda: Dalla felicità al bagno di sangue, La sposa decapitata. Attese che Hardwick andasse avanti. Invece lo udì tossire in un modo così disgustoso che dovette scostare il telefono dall’orecchio.
Poi Hardwick chiese di nuovo: «Sei ancora lì?».
«Sì.»
«Silenzioso come un cadavere. Dovresti emettere un bip ogni dieci secondi, per far sapere alla gente che sei vivo.»
«Jack, posso sapere perché cazzo mi hai chiamato?»
«Per regalarti il caso della tua vita.»
«Non sono più un poliziotto, quello che dici non ha senso.»
«Forse con la vecchiaia stai perdendo l’udito. Quanti anni hai, quarantotto o ottantotto? Ascolta, ecco il succo della storia. La figlia di uno dei più ricchi neurochirurghi del mondo sposa un tronfio psichiatra, uno di quelli che vanno in tivù all’Oprah Winfrey Show, Cristo santo. Un’ora dopo, tra duecento ospiti, lei entra nel cottage del giardiniere. Ha bevuto un po’, vuole invitarlo a unirsi al brindisi di nozze. Poiché tarda a tornare, il maritino manda qualcuno a chiamarla, ma la porta del cottage è chiusa a chiave e lei non risponde. Allora il marito, lo spettabile dottor Scott Ashton, bussa forte e la chiama. Nessuna risposta. Va a prendere una chiave, apre, e la trova seduta lì con il vestito da sposa e la testa tagliata. La finestra posteriore del cottage è aperta e il giardiniere non si vede da nessuna parte. Sulla scena del crimine arrivano tutti i poliziotti della contea. Nel caso tu non l’abbia ancora capito, sono coinvolte persone molto in vista. Il caso finisce nelle nostre mani qui al Bureau of Criminal Investigations, o per meglio dire nelle mie mani. All’inizio sembra semplice: basta trovare il giardiniere impazzito. Il rinomato dottor Ashton lo aveva preso sotto… ehm, la sua protezione. Hector Flores, questo è il nome, era un immigrato messicano clandestino. Ashton lo assume, si rende conto che l’uomo è intelligente, molto intelligente, così comincia a sottoporlo a dei test. Lo sprona, gli dà un’istruzione. In meno di tre anni Hector diventa il suo protetto, più che il suo giardiniere. Quasi un membro della famiglia. Sembra che, in virtù di questo nuovo status, abbia persino avuto una relazione con la moglie di un vicino di Ashton...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Colophon
  4. Il castigo