Soffiando via le nuvole
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Soffiando via le nuvole

  1. 294 pagine
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Soffiando via le nuvole

Informazioni su questo libro

Harri ha undici anni, vive a Londra, ma solo da pochi mesi. È arrivato da un paese, il Ghana, molto lontano da lì, talmente lontano che quando parla al telefono con suo padre, rimasto in patria con la sorella più piccola, gli sembra che sia all'interno di un sottomarino, in fondo al mare. La sua nuova vita non è affatto male, nonostante sia tutto molto diverso da prima: ci sono le mille regole da imparare anche solo per prendere un ascensore e i tanti modi di dire la stessa cosa che si sono inventati gli inglesi, forse per paura di restare senza parole. E poi c'è la scuola, che non assomiglia per nulla a quella che frequentava in Ghana: ci sono ragazzi che provengono da tutto il mondo, e questo è un bene, perché si scoprono sempre giochi nuovi, ma è anche un male, perché a qualcuno non va giù che tu abbia la pelle nera e dice che puzzi come un topo di fogna. Un giorno, un suo compagno di scuola viene accoltellato per strada e Harri decide di trovare il colpevole: della polizia, da quelle parti, non ci si può fidare, lo sanno tutti. Quando, durante le sue indagini, scoprirà i veri colpevoli, per lui arriverà il momento di scegliere da che parte stare e, con esso, la terribile consapevolezza di essere diventato grande troppo presto, costretto a crescere in fretta da un mondo in cui a nessuno è più concesso di giocare, neppure ai ragazzi.

Scelto da 375,005 studenti

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Informazioni

Anno
2011
eBook ISBN
9788858505113
Print ISBN
9788856614879

GIUGNO

images
La nostra base sono le scale fuori dalla mia torre, quelle che vanno al primo piano. Là siamo al sicuro. Le usano solo i tossici e sono troppo rimbambiti per notarci. Io e Dean eravamo appostati (è un altro modo per dire quando stai di guardia a vedere se arrivano i cattivi). Dobbiamo restare finché non succede qualcosa, anche se ci vuole tutto il giorno e tutta la notte. Ci è voluto così tanto che ci siamo fatti una Coca alla ciliegia e delle Skips ai gamberetti.
Io ero di turno al binocolo e Dean doveva prendere gli appunti. Doveva scrivere tutto quello che vedevo, per le prove.
Dean: «Ho cercato di prendere il telefono di mia madre, ma le serviva. La macchina fotografica comunque era una merda, solo tre megapixel. Dovremo cavarcela alla vecchia maniera».
Secondo me la vecchia maniera è anche meglio. Avete presente le Skips? Sono buonissime. Sanno di gamberetti ma è come se il sapore ti friggesse sulla lingua. Una figata.
Io: «Devo dire tutto quello che vedo?».
Dean: «No, solo le cose sospette. Se uno si muove come se fosse colpevole o se fa una roba strana».
Io: «Gesù vale?».
Dean: «No, lui non è un sospetto. Gli assassini non usano i rollerblade, si notano troppo. Attirerebbero subito l’attenzione».
Io: «Lo pensavo anch’io».
Gesù stava passando coi rollerblade. Non cade mai. È molto aggraziato. Lo chiamano Gesù solo perché ha la barba e i capelli lunghi, solo che sono grigi. Tutti dicono che se Gesù fosse ancora vivo sarebbe come lui. Comunque io l’ho detto, anche se non lo scrivevamo.
Io: «Gesù passa davanti alle case basse coi rollerblade. A momenti cade su una crepa del marciapiede ma si salva per un pelo. Continua. Un bambino gli mostra il dito medio. Ora?».
Dean: «Le dodici e otto minuti».
Io: «Ricevuto. Nessun evento sospetto. L’investigatore Opoku riprende la sorveglianza».
Sorvegliare dal nostro appostamento è fortissimo. Nessuno sa che lo stiamo guardando. Soprattutto col binocolo vedi cose che di solito non vedi. È molto rilassante. Ho visto che Gesù ha un serpente tatuato sul braccio. Non lo sapevo. Molto bello. Ho visto anche un triciclo sul tetto della fermata dell’autobus. Bello anche quello.
Si vedeva il campo da basket ma non c’era nessuno. Fa una tristezza così vuoto e abbandonato. Non so perché.
Il momento più bello però è stato quando ho visto il nido dei piccioni. Vivono sulle finestre della Pikey House (è una vecchia casa dove stavano gli orfani ma è bruciata prima che arrivassi io). Li vedevo proprio che dormivano sui davanzali. Il mio piccione non c’era, ma gli altri continuavano ad andare e venire. Probabilmente stavano portando la cena alle mogli e ai figli.
Piccione: «Ciao, sono tornato con la cena!».
Piccionini: «Mmm! Vermi! I miei preferiti!».
Dean: «Lascia perdere i piccioni! Concentrati, abbiamo un lavoro da fare. A meno che non vuoi scriverli tu, gli appunti».
Io: «Ok, ok, mi concentro!».
Ci stavamo concentrando sul furgone di Chips n Tings. Sta sempre parcheggiato davanti alla mia torre dall’altra parte della strada. Tutti quelli che vanno a comprarci da mangiare sono dei sospetti perché ci fanno dei panini veramente schifosi. Devi proprio essere un criminale per mangiarli.
Dean: «È una copertura per la droga, te lo dico io. La nascondono nella carta o dentro il pane. Una volta ho chiesto delle patatine e quel cretino manco mi ha servito. Ha detto perché non andavo da McDonald’s».
Io: «Aveva un dente d’oro?».
Dean: «No, ma stava fumando. Se fumi dentro un camion delle patatine vero quelli della vigilanza ti fanno chiudere. Salute e sicurezza, capito? No, c’è qualcosa di sospetto».
Di notte i delinquenti bazzicano sempre intorno a Chips n Tings fumando e ascoltando musica a tutto volume dentro le loro macchine. Uno mica si fa tutta la strada fin lì se il cibo è così schifoso. Io non ci andrei neanche se stessi per morire di fame. Stavo proprio fermissimo per non far tremare il binocolo. E stavo abbassato per non tradire il nostro appostamento. Siamo rimasti lì delle ore. Il sedere cominciava a farmi anche male ma non potevo muovermi per primo. A un certo punto ha cominciato anche a piacermi, quel dolore, segno che ero un vero investigatore.
Dean: «Vedi qualcosa?».
Io: «Non ancora. Un maschio bianco non identificato ha comprato un panino e poi se n’è andato. Nessun segno di colpevolezza».
Dean: «Occhi aperti».
Io: «Garantito, capo. Confermo occhi aperti».
I SEGNI DI COLPEVOLEZZA COMPRENDONO:
Quando non riescono a stare fermi
Quando parlano troppo
Guardarsi intorno come se hanno perso qualcosa
Fumare troppo
Sbraitare troppo
Grattarsi
Mangiarsi le unghie
Sputare
Scoppi di violenza improvvisi
Gas incontrollabili (scorreggiare molto)
Isteria religiosa
Dean li ha imparati tutti alla tivù. C’è anche gente che mostra dei segni ma è innocente lo stesso, tipo quando non riesce a stare ferma perché gli scappa la pipì. A noi interessavano solo quelli che mostravano tre o più segni contemporaneamente. Tre è il numero magico.
Dean: «E quello là? Sta fumando e mi sembra che si è appena mangiato le unghie. Metti a fuoco».
Ho messo a fuoco.
Io: «No, tutto a posto, è solo Terry Takeaway. Lui fuma sempre in quel modo».
Dean: «Sì ma tu puoi garantire per lui? Per me è un lurido bastardo. Tienilo d’occhio».
Io: «Mostra solo due segni e tutti e due sono normali per lui. Si è solo fermato per farsi accendere la siga. Secondo me è a posto».
Dean: «Sicuro?».
Io: «Sicuro. È mio amico».
È stato in quel momento che Terry Takeaway mi ha visto. Anche Asbo doveva avermi visto perché ha cominciato a tirare al guinzaglio e quando Terry Takeway l’ha seguito guardava proprio verso di noi. Si è messo le mani intorno alla bocca per farsi venire la voce ancora più grossa.
Terry Takeaway: «TI HO VISTO, HARRI!».
Terry Takeaway ci gode a farti prendere un colpo. Lo trova molto divertente.
Dean: «Ca..., la nostra copertura è saltata. Missione sospesa. Che palle».
Io: «Scusami, capo, colpa mia».
Dean: «Non importa. La prossima volta però ci sto io al binocolo, ok?».
Io: «Ok».
La prossima volta io mi travesto così i civili non mi riconoscono. Al mercato puoi comprare un naso e degli occhiali finti, costano solo una sterlina. I civili sono tutti quelli che non sono sbirri o criminali.
Io: «Magari non è più qui. Se io avevo ucciso qualcuno sarei già scappato per non farmi prendere dalla polizia».
Dean: «Sì ma controlleranno gli aeroporti. Secondo me invece starà nascosto finché la polizia non smette di cercarlo. Presto ammazzeranno un altro ragazzo e dovranno concentrarsi su quello. Allora il nostro assassino può uscire dal nascondiglio e fare come se non fosse successo niente».
Io: «Maledizione».
Dean: «Già. Per quello ci servono le prove, no? Dobbiamo muovere il culo, cominciare a raccogliere il dna. Sangue, saliva, anche la merda. I capperi del naso. Qualunque cosa uscita da una persona che riusciamo a prendere senza farci accorgere. Se la teniamo in frigo non va neanche a male. Ci bastano dei sacchetti o qualcosa per metterci dentro i campioni».
Io: «Aspetta».
Ho tirato fuori delle Chewit al ribes nero. Me ne sono messa in bocca una, poi mi sono tolto dal naso il cappero migliore che sono riuscito a trovare e l’ho avvolto nella cartina. Ci stava perfetto. C’era un casino di spazio per avvolgerlo e tenerlo bello intero.
Io: «Perfetto!».
Poi ho tirato la bomba-caccola a Dean. L’ha schivata appena in tempo. Gli ho dato una Chewit e lui ha fatto lo stesso. Si è cavato un megacappero e l’ha fatto su come una bomba e poi me l’ha tirato. Se uno ne prende un pezzetto funziona anche con la cacca. Però non so come si fa a prendere della merda umana senza che il padrone se ne accorga. Anzi, non voglio neanche saperlo! Il capo dovrà pagarci un extra per farlo!
Io: «Cos’è il dna?».
Dean: «È come una specie di impronta ma interna. Tutte le cellule del corpo hanno sopra un’etichettina solo tua. Ce l’hanno anche le cellule della cacca e della saliva, un’etichetta per ciascuna. Solo che si legge solo al microscopio».
Io: «E che cosa dice?».
Dean: «Ci sono un sacco di colori. Ma l’ordine dei colori è diverso per ogni persona, tipo che il mio dna potrebbe essere verde azzurro rosso verde e il tuo verde azzurro verde rosso, per un milione di volte. È l’ordine che decide se sarai intelligente o veloce e di che colore avrai gli occhi e che crimini commetterai. Il dna decide tutto ancora prima che nasci».
Una figata pazzesca. Deve essere per questo che sono veloce, perché Dio lo sapeva che volevo esserlo. Mi ha dato tutte le capacità che volevo prima ancora che gliele chiedevo. Cioè, il dna è proprio una grande invenzione. Mi piacerebbe vedere i miei colori, così potrei scoprire che altre capacità mi verranno in futuro. Spero che una sia il basket. Ho preso un’altra caccola e l’ho guardata col binocolo girato all’incontrario però non ho visto niente, i colori sono sepolti troppo all’interno.
Peccato che l’assassino non ha fatto in tempo a vedere i suoi colori. Magari poteva scoprire il colore di quando infilzava il ragazzo morto e dipingerlo di un altro colore. Poppy lo fa sempre. Finisce di pitturarsi le unghie, poi decide che invece quella tinta non le piace e ricomincia daccapo. Dovrebbe tenersi un colore e basta, cioè, o continuerà a pitturarsi le unghie per sempre e non le resterà più tempo per amare me!
Lydia è innamorata del Samsung Galaxy. È un tipo di telefonino. Non parla d’altro. Crede che zia Sonia gliene regalerà uno per il compleanno. L’ho anche sentita in bagno mentre pregava che succedeva. L’ho aspettata fuori.
Io: «Glielo dico. Non si prega per un telefonino!».
Lydia: «Figurati! Io prego per quel che mi pare!».
Io: «Adoratrice del Diavolo!».
Lydia: «Leccaculo!».
Non glielo regaleranno mica a Lydia un Samsung Galaxy, costa cento sterline. Se glielo regalano allora io chiedo una PlayStation, altrimenti non è giusto. Zia Sonia ci vuole bene uguale a tutti e due. A me piace ascoltare quando parlano al cellulare. Li senti dappertutto: camminando, in coda alla cassa del super, ai giardinetti. Il massimo è quando sei sull’autobus, perché non possono andarsene. Allora senti proprio tutto. Dicono un sacco di cavolate. Li ascolto tutte le volte che andiamo in autobus al negozio del cancro. (L’autista sta seduto dietro un vetro antiproiettile. Fichissimo. Così è in salvo dai proiettili e se un animale impazzisce non può morderlo.)
Una volta ho sentito uno che parlava di formaggio. Stava dicendo a quello dall’altra parte del telefono che gli aveva comprato il formaggio.
Tizio al cellulare: «Ho preso il formaggio. Non il camambèr, non ne avevano. Ho preso del bri».
Cioè, ha detto proprio così! Troppo divertente! Un’altra volta ho sentito una ragazza che parlava di quando le avevano fatto il piercing all’ombelico. Raccontava che l’anello aveva fatto infezione.
Ragazza al cellulare: «Cioè, ti dicono che devi lavarlo, no? E io l’ho lavato. Sì, con acqua salata. Però si è infettato lo stesso. Usciva una cifra di pus. Alla fine l’ho tolto e fanculo l’anello. Secondo te può venire il cancro all’ombelico?».
Giuro su Dio, senti delle robe assurde! È molto rilassante. La mamma dice che sono solo chiacchiere, ma a me piace. Penso che è interessante. Però non devi farti vedere che ascolti, altrimenti smettono e finisce il divertimento.
Lydia: «Lo userò solo per le emergenze. In realtà è per te, così sai sempre dove sono. È più sicuro, no?».
Io: «Bugiarda. Lo vuole solo perché così può dirsi le porcherie con Miquita!».
Lydia: «Ma cosa dici! Non è vero».
Mamma: «Che porcherie?».
Lydia: «Niente!».
Io: «Che si baciano coi ragazzi».
Mamma: «Quali ragazzi?».
Zia Sonia: «Lydia ha un ragazzo!».
Lydia: «Non ce l’ho, è lui che racconta balle».
Io: «Che cosa ti sei fatta al naso?».
Zia Sonia ha una benda sul naso e l’occhio è pieno di lividi tutti colorati tipo arcobaleno. Sembra che è tornata dalla guerra. Ero già pronto a distruggere chi gliel’aveva fatto. Lo infilzavo con il coltello coi denti, così gli faceva anche più male.
Mamma: «Sì, cosa ti sei fatta?».
Zia Sonia: «Oh, è stata tutta colpa mia. Volevo tirare giù la valigia da sopra l’armadio perché non trovavo un vestito, ma è scivolata e mi è caduta in pieno sul naso. Tac, rotto! Ho visto le stelle».
Lydia: «Accidenti!».
Mamma: «Dovresti stare più attenta».
Zia Sonia: «Lo so».
Quando Julius è tornato che aveva cambiato l’acqua al merlo zia Sonia è diventata molto silenziosa. Lui se l’è fatta sedere sulle ginocchia come una bambina. Le teneva il braccio come se era una manetta, tipo se lei voleva scappare. Julius ha una mano che può prenderle tutto il braccio da tanto è grande. Pensava che stavamo ancora parlando di Agnes. (Ha la febbre ma non morirà, Dio non lo permetterà se promettiamo tutti di fare i bravi.)
Julius: «Se le servono delle medicine, posso procurargliele io. Quelle giuste. Mica quelle schifezze già scadute. A Legon ho un amico, posso fargli una telefonata».
Mamma: «Grazie, siamo a posto. Hai già fatto abbastanza per noi».
Julius: «Julius vuole solo che tutti siano contenti, no?».
Si è fatto una megarisata e ha tirato i pantacollant di zia Sonia. A momenti la faceva cadere. Sotto i pantacollant si vedeva la riga delle mutande. Faceva un po’ schifo.
Mamma: «Bene, io devo andare a lavorare. Sonia, vieni in cucina che ti do la ciambella».
Io: «Non lo sapevo che avevamo la ciambella. Me ne dai un pezzo?».
Mamma: «È l’ultima fetta. Domani la rifaccio».
Ho sentito il cassetto segreto della mamma aprirsi e chiudersi. Si capisce che è quello da come scricchiola. Là dentro mica ci tiene la ciambella, solo tutti i soldi e le tavolette di cioccolata Dairy Milk. Lo so perché ci ho guardato stamattina. Ma non ho preso niente.
Io: «Non c’è traccia di briciole sulle labbra del sospetto al suo rientro dal sito della cucina. Il mio naso da investigatore ha fiutato puzza d’imbroglio». (L’ho detto solo nella mia testa.)
Julius se ne va sempre come una furia, si lascia dietro come un risucchio d’aria, e zia Sonia deve corrergli dietro come un cagnolino. Il risucchio di Julius le ha fatto venire la faccia rigida come il vento di scorregge della metropolitana. Ha un odore di kill-me-quick e di Persuasore.
Mamma: «Ricordatevi che l’ascensore è rotto. E fai attenzione su quelle scale, che non cadi di nuovo».
Zia Sonia: «Non ti preoccupare, tesoro. Di che colore lo vu...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Colophon
  4. MARZO
  5. APRILE
  6. MAGGIO
  7. GIUGNO
  8. LUGLIO