L'eretica
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L'eretica

  1. 392 pagine
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L'eretica

Informazioni su questo libro

Inghilterra, 1178. Un affollato corteo reale si appresta a salpare alla volta di Palermo: la giovanissima principessa Giovanna va in sposa a Guglielmo II di Sicilia. I due vascelli, che spiegheranno le vele con il vento dell’alba, sembrano draghi nelle tenebre che ora avvolgono il porto di Southampton. È una notte afosa e immobile, satura delle ufficiali gozzoviglie che hanno salutato l’imminente partenza, pesante di tensione e aspettativa, rischi e incertezze. Solo una lanterna è ancora accesa sul ponte e disegna nell’oscurità una sagoma sinistra: una sentinella del male.
Tra i viaggiatori che ora dormono ignari ci sono nobili e servi, damigelle e uomini di Chiesa. E anche una donna che otto anni prima aveva compiuto quel viaggio al contrario: è Adelia Aguilar, medico della dotta Scuola di Salerno, esperta nello studio dei cadaveri. Più di una volta è stata di aiuto a Enrico II nel districare atroci delitti e il sovrano ripone in lei la massima fiducia. Ecco perché le ha affidato il compito di vegliare sulla salute di sua figlia e sulle sorti di Excalibur: la spada leggendaria che, in gran segreto, deve essere allontanata dal suolo inglese e dai potenziali usurpatori.
Ma il lungo viaggio è ben presto funestato da morti misteriose. Tutte le vittime, in precedenza, avevano avuto screzi con Adelia, e la donna è subito additata come colpevole: ha lanciato una maledizione, è una strega. A quel punto, dovrà difendersi non solo dalle superstiziose calunnie, ma soprattutto dall’assassino che si cela nella scorta: un uomo capace di eclissarsi dietro il più abile dei travestimenti, mosso dalla più atroce delle vendette, disposto a tutto pur di veder Adelia morire. Ma, ancora di più, pur di vederla soffrire.

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Informazioni

Print ISBN
9788856621860
eBook ISBN
9788858505144
SECONDA PARTE

Capitolo 6

Le prime due morti sembrarono accidentali, e una lo fu veramente.
Dopo che le signore si furono ritirate per la notte, l’abate di Saint-Benoît, che era restato a tavola con gli uomini, propose di andare a caccia di cinghiali; la caccia al cinghiale riesce meglio di notte quando il maschio, pericolosissima preda, lascia la femmina e i piccoli nella tana e perlustra la foresta per frugare tra le foglie marce e raspare la terra con le zanne per affilarle.
Come Rowley spiegò poi a Adelia, avevano tutti bevuto abbondantemente ma nessuno era ubriaco. Lo scudiero aveva vigilato su sir Nicholas, accertandosi che ogni coppa di vino servita al suo padrone contenesse anche una bella porzione di acqua.
L’abate stava raccontando di un vecchio cinghiale che durante l’inverno aveva rovinato i campi seminati e ucciso due contadini. Un degno avversario al massimo delle sue forze, che Dio lo protegga, aveva detto l’abate. A conferma delle sue parole, un cacciatore aveva portato al tavolo degli escrementi della bestia affinché gli ospiti potessero giudicare.
Inoltre, l’abate possedeva una muta di cani da caccia sans pareil e pronti a gettarsi nella mischia. Era sicuro che i suoi ospiti desideravano vederli in azione.
«Come puoi immaginare, tesoro,» riferì poi Rowley a Adelia «quasi tutti i nobili e qualcuno non nobile si alzarono subito in piedi gridando di sellare i cavalli, specialmente Ivo e sir Nicholas e, naturalmente l’onnipresente O’Donnell.» Le labbra di Rowley si irrigidirono come ogni volta che nominava l’irlandese.
«Ho cercato di frenare padre Adalburt,» proseguì «perché la caccia al cinghiale non è cosa da dilettanti, ma quell’idiota strillava eccitato e non c’è stato modo di persuaderlo. Anche Locusta, povero ragazzo, lui sì che ha poche occasioni per cacciare dovendo sempre farci da guida, ha voluto partecipare. E persino padre Guy era entusiasta e ha detto che sarebbe venuto con noi, almeno come osservatore.»
Il vescovo di Winchester si era tirato indietro, adducendo come scusa l’età e la stanchezza. Rowley aveva accompagnato il gruppo controvoglia, soprattutto, disse, per tenere d’occhio quegli idioti.
Nella piccola portineria di pietra sui terreni dell’abate di Saint-Benoît i cacciatori si stanno armando, perché è lì che il buon abate tiene aste, lance, balestre, frecce, dardi, archi di legno di tasso e coltelli di vario tipo. Gli uomini sono eccitati e, come sempre quando la preda è un cinghiale, un po’ nervosi. Nei recinti i cani si agitano tumultuosamente in attesa di essere liberati per fare quello per cui sono stati addestrati.
Qualcuno fa notare a Scarry che ha scelto una lancia troppo sottile. «Quella non penetrerà mai nella pelle di un grosso cinghiale.»
Scarry sorride ingenuamente. «Davvero?» Però soppesa la lancia e la prende lo stesso.
Adelia stava curando i pellegrini malati nel cortile dell’abbazia quando la caccia partì, tra il frastuono delle trombe e dei corni, le grida del bracchiere, gli ululati dei cani e i richiami dei cavalieri.
Dormiva quando tornarono, ma come tutti fu destata dalla lunga nota del corno che usciva dalla foresta per annunciare la morte della preda e rendere onore alla selvaggina.
Solo che stavolta non annunciava la morte di un animale...
Pioveva. Monaci, ospiti e pellegrini si radunarono davanti al portone per assistere al ritorno dei cacciatori, bagnati fradici. L’abate in lacrime camminava accanto a una lettiga frettolosamente approntata sulla quale erano adagiate due sagome.
Il cadavere di sir Nicholas Baicer fu portato direttamente nella cappella della Vergine. Lord Ivo, che sanguinava orrendamente, fu portato nella camera dell’abate e steso sul letto.
Il cinghiale si era dimostrato un avversario veramente temibile. Dopo che i cani lo avevano trovato e circondato abbaiando, lord Ivo, l’abate e i loro scudieri erano smontati da cavallo per ucciderlo.
Pur azzannata dai cani su ogni lato, l’enorme bestia era riuscita a caricare, trafiggendo lord Ivo all’inguine e scagliandolo in aria prima che l’abate gli piantasse la spada nell’occhio.
«Solo dopo,» disse l’abate ancora piangendo «ci siamo accorti che sir Nicholas non era con noi da quando avevamo trovato il cinghiale. Non c’è luna stanotte ed era così buio nella foresta che molti hanno sbagliato strada. Lo abbiamo cercato finché non lo abbiamo trovato privo di vita, trascinato dal cavallo, con il suo povero piede ancora impigliato nella staffa. Dio mi perdoni per questa tragedia che ci è capitata... un nobile cavaliere ferito a morte, un altro già in paradiso e il mio cane migliore con lui. Di sicuro, siamo perseguitati da una maledizione.»
Sotto la direzione di Mansur e del dottor Arnulf, Adelia e l’erborista del monastero fecero quel che poterono per lord Ivo.
Di comune accordo applicarono del muschio di sfagno sulle ferite per pulirle e fermare il sangue. Ma Adelia notò che le zanne erano penetrate in profondità: sicuramente c’erano lesioni interne e suturando le ferite avrebbero solo prolungato le sofferenze di lord Ivo, senza salvargli la vita.
Mentre usciva dalla stanza per andare a prendere del succo di papavero nella sua borsa, trovò Rowley che l’aspettava fuori. «Ivo sta morendo?»
«Sì. Ormai non possiamo fare altro che lenire il dolore.»
«Quanto resisterà?»
«Non lo so.»
«Vado a vederlo. Dio abbia pietà di lui. È stato un buon amico e un valoroso soldato.»
Quando Adelia tornò, Rowley teneva la mano di lord Ivo e il vescovo di Winchester pregava mentre preparava l’olio santo per l’estrema unzione. L’abate, ancora in abiti da caccia, padre Guy e il dottor Arnulf discutevano a bassa voce su quale delle reliquie di Saint-Benoît avrebbe potuto aiutare l’anima di lord Ivo nel suo ultimo viaggio. Intanto il solitamente imperturbabile Mansur, apparentemente estraneo alla conversazione, osservava la scena con un’espressione preoccupata.
Le candele poste a capo del letto gettavano ombre che deformavano le facce degli uomini rendendole simili a teschi con le orbite vuote.
Solo i lineamenti del moribondo erano illuminati, e Adelia strinse i denti pensando alla sua sofferenza e al coraggio con cui la sopportava. Aveva gli occhi chiusi, le labbra contratte ma la sua mano stringeva quella di Rowley come una morsa.
«Ecco, mio signore» disse Adelia consegnando la fiala a Mansur.
Il dottor Arnulf piombò loro addosso. «E questo cos’è?»
«Succo di papavero. Lo ha prescritto lord Mansur contro il dolore.»
«Succo di papavero?» si scandalizzò padre Guy. «È la mistura del diavolo. Quel caro uomo sul letto viene purificato e redento dalle sue sofferenze. Con la sua agonia Cristo ha santificato il dolore rendendolo divino. Arnulf, voi che siete un monaco degli ordini minori oltre che un medico, certamente non approvate. Ci sono editti del Vaticano...»
«Non approvo assolutamente» dichiarò deciso il dottor Arnulf. «Papavero, mandragola, semi di canapa, non troveranno mai posto nella mia borsa delle medicine.»
Adelia li guardò sbalordita. «Quest’uomo sta soffrendo terribilmente. Non potete, non potete, negargli un po’ di sollievo.»
«Meglio il tormento del corpo di quello dell’anima» sentenziò padre Guy.
L’abate si unì al coro; aveva ancora addosso l’odore della foresta e il sangue di lord Ivo sulla manica della tunica. «Figliola, ho mandato a prendere il femore di santo Stefano, il primo martire. Dobbiamo pregare che il contatto con l’osso aiuti questo coraggioso cavaliere nel suo martirio.»
«Aiutami» disse Adelia in arabo.
Mansur entrò in azione. Strappatale la fiala di mano, la mostrò a Rowley che guardò Adelia. Lei assentì con un cenno del capo.
L’arabo sollevò la testa di lord Ivo e Rowley gli somministrò l’oppiaceo. «Ecco, caro amico mio.»
Mentre padre Guy farneticava che il nobile lord non si era ancora confessato, un furibondo Arnulf spinse Adelia fuori dalla porta.
«Ragazzetta presuntuosa,» sibilò «voi e il vostro padrone volete andare contro i Santi Padri, contro il rituale stabilito da Santa Madre Chiesa?»
Questo era troppo. «Da quando una vera madre permette a un figlio di soffrire come quel pover’uomo?» sibilò in risposta. «O un vero medico, se è per questo?»
«Mettete in discussione la mia autorità?»
«Sì, dannazione, sì.» E si allontanò furiosa nel corridoio.
Lord Ivo impiegò un giorno intero per morire. Giovanna e le dame di compagnia lo trascorsero nella chiesa dell’abbazia a pregare per l’anima che se n’era andata e per quella che stava per andarsene.
Adelia restò chiusa in camera sua e Mansur venne a riempire la fiala altre due volte. Lord Ivo aveva ripreso conoscenza in tempo per confessarsi e ricevere i sacramenti dal vescovo di Winchester.
Il dottor Arnulf e padre Guy, disse Mansur, dopo essersi lavati le mani della faccenda erano usciti dalla camera del moribondo.
«Bene» commentò Adelia, ma poi fece una smorfia. «Non ci siamo fatti degli amici oggi, tu e io.»
«Vogliamo degli amici come questi?»
«No. Eppure si definiscono cristiani. Quando mai Cristo ha assistito alle sofferenze senza intervenire per portare aiuto?»
«Io non credo che questi siano cristiani, sono ecclesiastici.»
Quando Mansur se ne andò, Adelia guardò dalla finestra. Pioveva forte. Poco lontano c’era un fiume di cui non conosceva il nome; le gocce di pioggia formavano dei cerchi sulla superficie. Sotto il cielo plumbeo la foresta era una grande macchia indistinta. Davanti a quel paesaggio estraneo fu presa dal panico e si sentì come un’orfanella abbandonata in un luogo ostile. Il pensiero che Allie forse stava provando le sue stesse sensazioni la depresse.
Le mancava il conforto che le avrebbe dato Gyltha. “Abbiamo attraversato momenti peggiori, cara” le avrebbe detto di sicuro. Ed era vero, ma li avevano affrontati insieme.
Era buio quando Mansur tornò per annunciare la morte di lord Ivo. Le consegnò un saio da monaco. «Devi indossarlo e raggiungere il vescovo nella cappella della Vergine.»
«Perché?»
«Pensa che ci sia qualcosa di strano nella morte di sir Nicholas.»
L’orrore della giornata improvvisamente si volse in commedia. Solo Rowley poteva ordinarle di attraversare un’affollata abbazia travestita da monaco invece di invitarla a un appuntamento amoroso. Per fare cosa? Eseguire un’autopsia?
Naturalmente sarebbe andata. E se la scoprivano, be’, ormai la sua reputazione era già abbastanza compromessa. Sarebbe andata perché lei era limatura di ferro attratta dalla calamita di quell’uomo. Sarebbe andata perché... be’, perché era una cosa frivola da fare, e in quel momento la frivolezza era una benedizione.
Si tolse il velo e il cerchietto e infilò il saio tirandosi il cappuccio fino agli occhi. «Ti sembro un monaco?»
«Sì. Uno di bassa statura.»
Nessuno badò a lei. L’abbazia era in subbuglio per quei due ospiti importanti uccisi mentre si trovavano sotto la sua protezione. C’erano persone da avvisare, messaggi da inviare, funerali da organizzare, liturgie da celebrare e, oltre a tutto il resto, le preghiere delle ore canoniche da recitare. I monaci entravano e uscivano correndo dalle porte, con i cappucci fradici di pioggia e le teste chine per evitare di bagnarsi piedi e sandali nelle pozzanghere. Non avrebbero notato Adelia neppure se fosse passata in mezzo a loro sbattendo due cimbali.
La cappella della Vergine, separata dalla chiesa, era probabilmente l’edificio più antico dell’abbazia. L’uomo che l’aspettava era più alto del portico istoriato di sculture e scaglioni.
«Te la sei presa comoda» le disse, ruotando la maniglia a forma di anello e spalancando vigorosamente una delle porte.
Subito Adelia percepì odore di incenso, cera e morte. L’unica luce proveniva dalle alte candele su sostegni di ferro poste agli angoli del catafalco su cui giaceva sir Nicholas. Su entrambi i lati erano inginocchiati due monaci.
L’unico suono era il gocciolio della pioggia che penetrava da una fessura del tetto e cadeva in un secchio nascosto nell’ombra.
Rowley disse: «Grazie, fratelli, potete andare. Ora veglierò io il mio amico per un po’».
Lieti di andarsene, i monaci si alzarono prontamente strofinandosi le ginocchia indolenzite. Prima di uscire fecero un inchino al cadavere, uno all’altare e uno al vescovo di St Albans.
Rowley chiuse la porta con il chiavistello. «E adesso vieni a vedere.»
Il cadavere era avvolto in un sudario di seta. Il viso non era scoperto come si usava e Adelia ebbe l’impressione di guardare una mummia egiziana.
Insieme e con fatica – sir Nicholas era un uomo massiccio – lei e Rowley lo sciolsero dal bozzolo.
Quando finalmente lo vide, Adelia capì perché il viso era stato coperto: al posto di un occhio c’era un buco frastagliato.
«Com’è successo?»
«Lo ha trovato lo scudiero Aubrey e ha suonato il corno. Gesù, che disastro quella caccia. Pioveva, buio come l’inferno, troppi uomini sparsi tra troppi fottuti alberi, nessuno che sapesse dove fossero gli altri e io che cercavo di radunarli.»
Rowley si tolse il berretto per passarsi le dita tra i capelli e Adelia notò che aveva il viso segnato dalla stanchezza e dal dolore.
«Quando ho udito il corno di Aubrey ho dato di sprone per raggiungerlo. Il ragazzo... aveva liberato il piede di Nicholas dalla staffa e stava piangendo sul cadavere del suo padrone. C’era una grossa scheggia nell’occhio del povero Nicholas e abbiamo pensato che il cavallo si fosse imbizzarrito mandandolo a sbattere contro un ramo, e per questo fosse morto.»
«Ma adesso non lo pensi più?»
«Be’... con Ivo ferito e Nicholas morto, non c’era tempo per pensare. Ma mentre vegliavo Ivo cercando di capire com’erano andate le cose, mi è venuto in mente che se fosse stata la scheggia di un ramo a uccidere Nicholas avremmo dovuto trovare molto sangue... e invece non ce n’era. I morti non sanguinano; me l’hai insegnato tu.»
«Era già stato ucciso da qualcos’altro?»
«È per questo che ti ho fatta venire. E sbrigati, tra poco porteranno qui anche Ivo.»
Adelia gettò indietro il cappuccio e, come sempre, si inginocchiò e chiese perdono al cadavere per ciò che stava per fare. L’anima che lo aveva abitato era stata assolta; i morti erano senza peccato... ed erano il suo campo di lavoro.
Chi l’aveva composto lo aveva lavato frettolosamente; sulla pelle c’erano ancora macchie verdi nei punti in cui il cavaliere era stato trascinato sull’erba con le vesti stracciate. Pietre e rovi avevano lasciato profonde lacerazioni.
«Ho bisogno di luce.»
La cera calda gocciolò sulle pieghe del sudario quando Rowley avvicinò un candelabro. Dall’ombra giungeva il regolare gocciolio musicale della pioggia nel secchio.
«Mmm
«Cosa?»
«Questo.» Le dita di Adelia avevano scovato un lembo di pelle sollevata dietro la scapola sinistra e sotto c’era un foro. E di lì era uscito molto sangue; restavano ancora delle incrostazioni dovute alla negligenza di chi aveva lavato il cadavere.
«Ecco.» Le dita di Adelia investigarono più a fondo. «Qui si è conficcato qualcosa. Sembra legno.»
Alzò gli occhi. «Rowley, credo sia la punta di una lancia, molto sottile ma, sì, sono sicura che è una freccia, un dardo di qualche ...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Colophon
  4. Prima Parte
  5. Seconda Parte
  6. Terza Parte
  7. Ringraziamenti