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IL MILLENNIO
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1.
LA BRECCIA
l lastricato tremò sotto i loro piedi. Jack guardò Celsia. – Cos’è stato?
Ma prima che lei potesse aprire bocca, arrivò un secondo schianto, più forte del primo. Questa volta, l’intero bastione sussultò come sotto l’effetto di un terremoto.
– Non ho mai assistito a un fenomeno del genere, Jack –. La ragazza sembrava ancora più perplessa di lui. – La manticora diceva il vero: sta per succedere qualcosa di nuovo, e sento che è brutto...
Stava mormorando più che parlare, e gli aveva afferrato una mano. Jack sentì che il suo palmo era sudato. Non aveva mai visto Celsia preoccupata per qualcosa: la sua amica sembrava sempre pronta ad affrontare qualsiasi avversità.
– Meglio correre alla Cittadella, allora – le disse cercando di suonare rassicurante. Il visino ovale annuì, silenzioso, e mano nella mano i due si avviarono sulla strada del ritorno.
I boati intermittenti continuarono per tutto il tragitto. Il cielo andava incupendosi ed era prossimo al tramonto quando i ragazzi superarono le mura della Cittadella.
L’acropoli, che a Jack era sempre sembrata disabitata, in quel momento era incredibilmente affollata. Uomini in armi raccolti in squadre marciavano sul selciato dei vicoli, spronati da ufficiali in armatura. I civili entravano e uscivano dagli edifici, molti di loro impugnando armi di fortuna: forconi, daghe, coltelli. Mentre lui e Celsia si appiattivano contro il barbacane di una torre per non essere travolti da un drappello di balestrieri, Jack ebbe la netta percezione di una situazione di pericolo incombente. Perfino la Luna Maggiore sembrava gravare sulla scena come un macigno in procinto di cadere.
A un tratto dal gruppo di balestrieri si staccò una figura in armatura: la visiera sollevata rivelava gli occhi e il naso del Capitano delle Milizie, Calibrando.
– Tu, staffetta! – gridò verso Jack.
Intimorito, il ragazzo si appiattì ancora di più contro la parete.
L’uomo avanzò verso di lui, a passi lunghi e sferraglianti. – Non hai sentito il richiamo dell’adunata? Siamo sotto attacco! La Caserma è stata svuotata, e da questo momento tutti gli uomini validi sono arruolati. Fila sulle Mura assieme agli altri!
Jack rivolse un’occhiata sgomenta a Celsia. – Che significa... che siamo sotto attacco?
Ma la ragazza sembrava paralizzata dal terrore e dall’incredulità, e lo guardò senza rispondere.
Poi la pesante mano corazzata di Calibrando si abbatté sulla spalla di Jack. – Gli Assedianti hanno violato le difese del Castello! – esclamò con la voce incrinata dall’eccitazione. – Siamo arrivati al confronto finale! E non abbiamo tempo né pazienza da perdere con gli indecisi. Vai a fare il tuo dovere, per la gloria del Castello!
A differenza dei volti corrucciati dei soldati, quello del Capitano irradiava una soddisfatta esultanza: in quel momento drammatico abbaiava ordini ed esortazioni, come se in cuor suo avesse provato la regia di quella scena migliaia di volte. Sembrava assaporare ogni istante del suo comando. E quella cosa spaventò Jack più di ogni altra.
La presa ferrea di Calibrando lo sbatté di peso nel bel mezzo del drappello, e il ragazzo fu costretto a seguire la massa compatta di uomini armati.
Nel frastuono metallico delle cotte di maglia in movimento, a stento sentì la voce di Celsia invocare il suo nome. Girò la testa, ma non riuscì a vedere oltre le cime degli elmi che lo asserragliavano.
Proseguendo a marcia forzata, la squadriglia si unì a dozzine di altre, e l’esercito rifluì attraverso i grandi ponti levatoi puntati in direzione sud, verso le Mura e il Pianoro.
Mentre armeggiava con la protezione di anelli di ferro che gli era stata frettolosamente tirata addosso, e rabbrividiva al contatto con la fredda impugnatura di una spada, Jack sentì tutt’intorno le voci concitate dei commilitoni, molti dei quali erano stati appena precettati, come lui.
– È l’assalto finale! E l’Oracolo non ci ha avvertiti!
– Le difese stanno per cedere! Dobbiamo respingerli! – E come? Hanno un’arma mai vista prima. È decine di volte più grande delle loro torri mobili!
– Il Millennio, è il Millennio!
Alla fine la spinta inarrestabile della colonna di carne e ferro lo trascinò fino alla base dei giganteschi bastioni esterni.
Jack dovette evitare una pioggia di detriti: la sconfinata parete grigia si stava spaccando, sotto una pressione inaudita. A ogni colpo, un rumore di tuono squassava il fondo del baratro, assordando i guerrieri assiepati, e la fenditura si apriva sempre di più, come una ferita sul fianco di una colossale balena agonizzante. Molti dei soldati iniziarono a lamentarsi, altri a impietrirsi per il panico.
A memoria di Assediato, nessuno era mai stato testimone di un evento simile: le inviolabili Mura stavano per cadere.
Jack venne sospinto dalla fila di soldati verso le strette scale che risalivano la parete fino al cammino di ronda, da qualche parte lassù in cima. Senza nessun appiglio, gli uomini dovettero risalire di rampa in rampa, mentre a ogni boato la parete pareva incurvarsi all’interno con uno spasmo: molti uomini vennero sbalzati nel vuoto, sopra le milizie in attesa sul fondo del baratro. Nella calca forsennata dei soldati in preda al terrore di subire la stessa sorte al colpo successivo, Jack dovette fare del suo meglio per evitare di finire negli spazi vuoti lasciati da alcuni degli scalini in pietra, divelti dall’impatto. Man mano che saliva, dall’orlo dell’elmo calcatogli a forza in testa da un armaiolo, scorse delle grosse sagome scintillanti saettare in verticale verso il cielo, sfiorando la scalinata. Al di sopra delle urla, si udiva lo sferragliare di catene in trazione.
«Stanno lanciando i blemmi!»
Finalmente si ritrovò sul cammino di ronda, e quasi incespicò nel metter piede sul ballatoio. La colonna di guerrieri cominciò a disporsi lungo la merlatura. I balestrieri affacciarono le loro armi alle strombature delle feritoie, i dardi già incoccati. Jack soppesò incerto la propria spada.
Poi un nuovo colpo scosse le Mura, e l’onda sismica fece cadere un paio di soldati oltre il ciglio del cammino di ronda. Jack lottò per restare in equilibrio, la gola arida, le mani strette sull’elsa di quell’arma perfettamente inutile, e si affacciò fra due merli.
Davanti alle Mura, il nuvolone di polvere dell’esercito assediante rendeva a malapena distinguibili le sagome dei soldati schierati e le strutture artificiali delle macchine da guerra. Ma sul Pianoro c’era qualcos’altro, e non era niente di simile a quello che Jack ricordava di aver visto nella tenda delle Armerie. Questa volta, Mastro Rotario si era davvero superato.
La nube biancastra, infatti, arrivava a malapena alle caviglie dell’immensa costruzione in forma di guerriero corazzato che stava fronteggiando la parete. Era un vero mostro: la sua mole, del colore del legno della Selva, arrivava oltre la metà delle Mura. Il suo cimiero, da solo, era grande quanto una delle torrette del Castello, il fasciame con cui era stato costruito era incurvato come la carena di un vascello. Le braccia articolate, che avevano la massa e le dimensioni di due vagoni ferroviari, terminavano in due pugni serrati, rinforzati con losanghe di ferro che dovevano aver richiesto la fusione di centinaia di spade. Ma l’investimento era più che ripagato dai risultati: stantuffavano come due bielle colossali, e si abbattevano come arieti contro la pietra dei bastioni, con un ritmo alternato, mandando a segno ogni singolo colpo.
Le gambe del colosso, spesse quanto i piloni di sostegno di un’autostrada sopraelevata, terminavano in due mastodontici piedi, assicurati con travi e chiodi a un piedistallo rettangolare. Quest’ultimo era largo quanto il portale del Mastio, e poggiava su decine di ruote più grandi del quadrante degli Archivi. A trainarlo, aggiogata ai fianchi della piattaforma, c’era l’intera mandria dei dentetiranni del Recinto. Tutto intorno le mantorri agitavano le loro falci, in posizione d’attacco: in confronto alla macchina titanica, avevano le dimensioni di innocui gattini.
Jack si riscosse da quella visione spaventosa solo quando si accorse che l’ultimo colpo di maglio aveva aperto una breccia nelle Mura: blocchi di pietra divelti si stavano schiantando all’interno delle difese, abbattendosi sull’esercito in attesa sotto gli spalti.
– Retrocedete laggiù! – urlò Calibrando, che da chissà dove era apparso sul ballatoio, la spada puntata verso il cielo sempre più scuro. – E portate delle torce! È un assalto notturno!
Centinaia di metri sotto, gli Assedianti si erano già premuniti: la nuvola di polvere era illuminata dall’interno da innumerevoli fiaccole, e sembrava una massa di cotone fosforescente. L’anello di fuoco si stava stringendo attorno alla piattaforma del gigante, preparandosi all’invasione. Le urla di sfida e di trionfo arrivavano fin lassù, alla merlatura.
Gli Assediati correvano di qua e di là, scagliando frecce che, se anche raggiungevano l’obbiettivo, erano completamente inutili. Le grida d’incoraggiamento di Calibrando non sembravano avere alcun effetto sui soldati: la sensazione di sconfitta era tangibile.
– Ma che fa Epistigo? Mandategli contro i blemmi, per l’animaccia dei Fondatori! – strillava il Capitano, paonazzo. – Attaccate quel mostro!
Il verricello dell’argano più vicino stridette, mentre il suo carico corazzato si tuffava oltre le Mura. Rannicchiato dietro il merlo, Jack vide l’assalto dei blemmi concentrarsi sulle spalle e l’elmo del gigante.
I magli ferrati degli armofratti si abbatterono sul fasciame, ma i tronchi della Selva erano stati ben assemblati: per quanti colpi ricevessero, gli spallacci della grande macchina reggevano. Vicino al guerriero artificiale, i blemmi somigliavano a minuscole marionette impazzite. Intanto, i pugni stantuffanti continuavano a colpire, senza mai rallentare nella loro regolarità meccanica.
Poi, come se volesse liberarsi di un nugolo di zanzare, l’elmo colossale girò di lato. Dalle feritoie si affacciarono decine di armigeri, che iniziarono a scagliare frecce incendiarie. Alcune di esse raggiunsero il bersaglio, e si conficcarono nelle fessure per gli occhi degli scafandri: dai movimenti convulsi delle loro braccia meccaniche, Jack capì che i piloti erano stati colpiti.
«Ma è... una carneficina!»
Il grido di esultanza che si levò dagli arcieri rimbombò nell’elmo di legno. Sporgendosi dalla visiera a forma di chiglia, un cavaliere agitò la spada, in segno di trionfo. Jack lo riconobbe anche da lontano: era Ser Pentaclo.
Altri blemmi cercarono di attaccare il nemico ma finirono tutti travolti dai pugni, e ridotti in briciole contro la parete. E già il braccio a stantuffo si ripiegava sulla gigantesca articolazione del gomito, pronto a sferrare un altro colpo. Colonne di fumo schizzarono dalle scapole del mostro, con il furore di un geyser. Jack abbracciò il merlo, preparandosi all’impatto.
Quando arrivò, fu devastante. La muraglia si compresse in un cratere attorno alle nocche di ferro e legname. Una gragnola di schegge oscurò l’aria, fino a raggiungere il ballatoio. I soldati assistettero alla scena inebetiti, con le armi abbassate. Poi arrivò il crepitio della pietra spezzata.
Con il rumore di una valanga, una nuova crepa si estese come una saetta per un lungo tratto del muraglione.
Quando la spaccatura raggiunse il cammino di ronda, il pavimento vibrò fino a incrinarsi. Parte dei merli crollarono nell’abisso, incluso l’appiglio di Jack, che si ritrovò sdraiato sul ballatoio, ricoperto di frammenti. L’attimo seguente, i lastroni davanti a lui si spezzarono di colpo, sbriciolandosi uno dopo l’altro, per la lunghezza di una dozzina di metri. Il tratto di ballatoio cedette, e con lui la ventina di soldati che ci stava sopra. Precipitarono tutti nel baratro, chi sopra ai ponti, chi nelle profondità della fortificazione, chi ancora dalla parte opposta, sul Pianoro.
Jack non riuscì a far altro che restarsene seduto, a respirare affannosamente e a guardare i suoi piedi che sporgevano da metà polpaccio sul nulla. Non osava muovere un muscolo.
E tutt’intorno a lui urla, lamenti, soldati in fuga, ordini dati alla rinfusa.
Come in una sequenza al rallentatore, i suoi occhi impietriti videro Calibrando buttarsi verso la scalinata più vicina, spingendo da parte i suoi stessi uomini per salvarsi. Più che un capitano, sembrava una scimmia spaventata.
Molti combattenti gettarono le armi e si diedero a una fuga disordinata: dopo secoli e secoli, tutta la disciplina delle regole del Castello era stata spazzata via da quell’unico, imprevedibile attacco.
– Ritirata!
– Alla Cittadella!
Lenti colpi di tamburo risuonarono nelle orecchie frastornate di Jack. Solo quando avvertì le scosse cadenzate contro la sua schiena, piegò all’indietro il capo: sul tratto ancora sano del cammino di ronda, uno degli armofratti senza testa avanzava verso di lui.
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2.
IL BLEMMA
l mezzo corazzato incedeva zoppicando, con uno stridere di ingranaggi danneggiati. Si fermò cigolante proprio sopra Jack: le giunture dei talloni gemettero, mentre lo scafandro si chinava su di lui. Gli sbalzi del volto sul petto erano tutti ammaccati, i fregi della corazza irriconoscibili sotto la polvere di granito. Poi la calotta si spalancò come lo sportello d’un carro armato, spinta da un braccio insanguinato.
– Soldato... – mormorò una voce roca.
Jack vide un volto tumefatto e guercio emergere dalla cima del blemma. Nonostante le ferite, riuscì a riconoscerlo: era il volto di Epistigo, il Capitano degli armofratti.
L’uomo si trascinò fuori dal mezzo, imprecando fra sputi sanguinolenti. – Non dobbiamo arrenderci, soldato! Uno dei loro dardi mi ha beccato sulla spalla, e non posso più manovrare. Tocca a te sostituirmi.
Jack si rialzò a fatica sulle ginocchia, spostandosi dall’orlo sbreccato del ballatoio distrutto. Si sentiva terribilmente debole. Le sue dita insensibili abbandonarono la presa sulla spada, che scivolò nell’abisso sottostante.
– Capitano, io... non so come si guida... – provò a obiettare.
Ma Epistigo era scivolato giù dal blemma, e giaceva sulla pietra, immobile come il suo scafandro, pericolosamente vicino al ciglio dell’abisso. Sembrava svenuto, ma poi il ragazzo si accorse che aveva smesso di respirare. Inorridito, represse un gemito.
Scagliò occhiate frenetiche in giro, alla disperata ricerca di qualcuno, chiunque, che potesse sostituirlo. Non voleva combattere, voleva solo allontanarsi da quell’inferno il più in fretta possibile. Ma lo spazio sul bastione, o quel che ne restava, era deserto. La ritirata era stata veloce. O forse, mentre era fermo lì in stato di shock, aveva perso la cognizione del tempo.
Si drizzò stancamente in piedi, e dovette appoggiarsi a quanto restava del parapetto, per reggersi. La mole dell’armofratto vuoto torreggiava sopra di lui, immota e silenziosa, come se attendesse la sua decisione.
Jack seguì con occhi ...