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Ebook ISBN 9788858506936
www.edizpiemme.it
© 2012 Edizioni Piemme Spa
Titolo originale dell’opera: Den mörka ängeln
Copyright © Mari Jungstedt 2008
All rights reserved.
First published by Albert Bonniers Förlag, Sweden.
Published by arrangement with Nordin Agency, Sweden.
A Bosse Jungstedt,
amato fratello sempre nel mio cuore
Era così bella. Un abito bianco con una fascia intorno alla vita sottile, la chioma bionda raccolta in un alto chignon. Elegante, sorrideva al fotografo piegando un poco la testa. Come al solito, civettava davanti all’obiettivo. Era sempre vestita bene, con i capelli legati e quel sorriso smagliante, anche davanti ai fornelli mentre grigliava le salsicce, quando raccoglieva le mele in campagna, mentre andava verso la macchina con i bambini.
Una facciata. Fragile come il vetro della cornice della fotografia.
Lui prese il ritratto e lo scagliò forte contro la parete.
Le schegge che si sparsero nella stanza erano la sua vita.
Le persiane abbassate, il sole primaverile chiuso fuori. Silenzio nella stanza. Lontano, rumori di portiere che sbattono, latrati di cani. Sirene. Parlottio sommesso di passanti, qualche risata. Rumori di strada, rumori di vita. Non hanno nulla a che vedere con noi. Il mio racconto si rispecchia nel volto che ho di fronte a me. Le rughe sono più scavate, lo sguardo è compassionevole. Nessuno dice niente.
Di nuovo ho parlato di un ricordo d’infanzia. Nulla di particolare, veramente. Solo un frammento di quotidianità. Anche se l’immagine è ancora vivida dentro di me, malgrado siano trascorsi venticinque anni.
Avevo sei anni. Un mattino decisi di fare una sorpresa a mia madre portandole la colazione a letto. L’idea mi venne appena mi svegliai. Stavano ancora dormendo tutti. Ero elettrizzato: avrei reso di nuovo felice la mamma. Era stata così triste il giorno prima. Piangeva sul divano. Per un sacco di tempo. Non la finiva più. Non sapevo perché stesse così male. Le capitava spesso. Piangeva e fumava, fumava e piangeva. Poi parlava al telefono tutta la sera, e dopo potevamo andare a letto. Non c’era niente che potessi fare. Né io né i miei fratelli. Anche noi diventavamo tristi. Eppure doveva esserci un modo... Per esempio, potevo prepararle la colazione.
Scesi con entusiasmo dal letto e zampettai in bagno, sperando che nessuno mi sentisse. Volevo fare tutto da solo, senza l’aiuto dei miei fratelli. Era a me che la mamma avrebbe dovuto essere grata; raggiante, mi avrebbe abbracciato quando sarei entrato in camera sua col vassoio. Così sarebbe tornato tutto a posto.
Scesi le scale facendo molta attenzione. Ricordo che strizzavo gli occhi a ogni scricchiolio. Giù in cucina, recuperai una ciotola per i cornflakes e un cucchiaio. Ma la confezione di cereali era nell’armadietto in alto, e non ci arrivavo. Presi una sedia dal tavolo. Era così pesante. La trascinai faticosamente nel cucinotto angusto e la sistemai davanti al pensile. Salii e mi allungai per afferrare la scatola. Soddisfatto, riempii la tazza e versai la giusta quantità di latte. Mamma era precisa in questo: il latte non doveva essere né troppo né troppo poco. Zucchero... di solito lei lo metteva. Ma dov’era lo zucchero? Là, dietro i fiocchi d’avena. Bene. Presi il cucchiaio e ne versai la dose che ritenevo sufficiente. Mamma si lamentava se il latte era troppo dolce, gliel’avevo sentito dire tante volte.
Cosa mancava adesso? Certo, pane e burro. Aprii la confezione; poi trovai il pane in cassetta Skogaholm. Sapevo già leggere; me l’avevano insegnato i miei fratelli più grandi. Il coltello era in un cassetto. Adesso veniva la parte davvero difficile: tagliare due fette. Sarebbero sicuramente bastate; se fossero state troppe la mamma non avrebbe dovuto mangiarle tutte. Lei era grande, e per i grandi non valevano le stesse regole dei bambini. Il problema era che non le piacevano le fette troppo spesse, dovevano essere sottili. Mi misi a tagliare, e la prima uscì un po’ storta, grossa sopra e sottile in fondo. Non andava bene. Non osai buttarla perché altrimenti la mamma si sarebbe arrabbiata di sicuro. Si lamentava spesso di quanto costassero le cose. Il formaggio era talmente caro che noi bambini potevamo averne solo un pezzetto a testa. Lei ne prendeva sempre di più. E se a volte volevo un altro bicchiere di latte, lei sembrava così scontenta che avevo smesso di chiederglielo.
Esitante, tenni in mano la fetta. Cosa avrei dovuto farne? Avevo sbagliato. Per colpa di quella fetta di pane sarebbe andato tutto all’aria, e la mamma non sarebbe stata felice della colazione. Se solo non fosse stata così grossa... Adesso la gioia assoluta che desideravo vedere sul viso della mamma mi sarebbe stata negata. Una piega tra gli occhi, un’espressione insoddisfatta intorno alla bocca. Solo per via di quella maledetta fetta di pane.
Lanciai un’occhiata in corridoio e tesi l’orecchio: nessun pericolo, dormivano ancora tutti. Infilai velocemente in bocca la fetta solo per disfarmene. Feci un altro tentativo e stavolta andò meglio. Il burro era duro, e quando provai a spalmarlo formò dei grumi, così li coprii col formaggio. Poi mi venne un’idea. Se ne avessi messo tre fette invece delle solite due? La mamma sarebbe stata ancora più contenta? Ma quando vidi i tre pezzi di formaggio uno sopra l’altro non ne ero più così sicuro. Troppa roba. E se si fosse arrabbiata perché avevo sprecato del cibo? Non osai correre il rischio e mangiai il formaggio in più. Poi rimirai la mia opera. Ero quasi pronto.
In un armadietto trovai un vassoio e un piattino. Mamma detestava appoggiare il pane direttamente sul tavolo. Quando sistemai tutto sul vassoio, mi accorsi che mancava ancora qualcosa.
Sì, certo, che stupido! Il caffè! Il caffè non potevo dimenticarlo, era fondamentale. Mamma lo beveva sempre come prima cosa, la mattina. Altrimenti non diventava una persona, diceva. E il tovagliolo! Si arrabbiava sempre quando a tavola mancava. Strappai un foglio di carta da cucina; si ruppe. Ci riprovai e riuscii a staccarne un pezzo intero. Quello venuto male lo appallottolai e lo gettai nella spazzatura. Infine il caffè. Di nuovo mi sentii insicuro. Come si preparava? Avevo visto che la mamma lo faceva bollire in qualche modo... E che usava un thermos. Ne avevamo uno rosso di plastica con il beccuccio e il coperchio nero. Serviva l’acqua e poi il caffè in polvere, che trovai in un barattolo di latta nell’armadietto. Ma mi fermai subito a riflettere. Come si metteva il caffè nel thermos? E poi doveva bollire. Mi voltai e guardai il fornello. Si giravano quelle manopole, e le piastre diventavano calde. Era tutto ciò che sapevo. Pensai intensamente. Mancava solo quello, dovevo farcela, così la mamma avrebbe avuto la sua colazione. E sarebbe tornata felice.
Scelsi una manopola a caso e la girai sul sei. Il numero più alto doveva significare più calore. Aspettai un po’ e tenni la mano sulle piastre. La più vicina cominciò a scaldarsi. Evviva! Ero entusiasta: ero quasi alla meta, adesso. Presi il thermos, aprii il rubinetto – dovetti salire di nuovo sulla sedia per arrivarci – e lo riempii a metà. Sembrava abbastanza. Recuperai il misurino del caffè e versai un buon numero di dosi. Mettendolo sulla piastra, avrebbe dovuto cominciare a bollire. Orgoglioso del mio colpo di genio, sistemai il thermos sul fornello. Proprio in quel momento mi accorsi che qualcuno andava in bagno al piano di sopra.
Oh, no. Speriamo che non sia lei.
Dalla piastra iniziò ad alzarsi del fumo. C’era una puzza terribile. Dovevo aver fatto qualcosa di sbagliato. Un secondo dopo sentii la mamma scendere rumorosamente le scale. Mi si gelò il sangue.
«Cosa cavolo stai facendo?» urlò, e tolse il thermos dal fornello. «Sei scemo? Vuoi incendiare tutta la casa?»
Il fumo si era addensato nel cucinino. Mamma era furiosa e vidi il suo sguardo torvo. Continuava a strillare. Intanto anche i miei fratelli erano scesi in cucina; mia sorella cominciò a piangere forte.
«Volevo solo...» provai a dire. Il labbro inferiore iniziò a tremare. Ero rigido dalla paura.
«Fuori!» gridò la mamma. «Fuori di qui, stupido che non sei altro!» Agitò il pugno in aria. «Hai rovinato il thermos! Hai idea di quanto costino? Adesso sarò costretta a comprarne uno nuovo. Non ho i soldi!»
La sua voce si fece stridula e iniziò a singhiozzare. In preda al terrore, corsi su per le scale e andai in camera mia. Volevo chiudere la porta a chiave. Volevo scappare e non tornare mai più. Mi infilai sotto le coperte come un animale spaventato, tremavo tutto.
Rimasi lì per diverse ore. Lei non venne mai.
E il vuoto dentro di me si fece più grande.
L’inaugurazione del nuovo centro congressi di Visby sarebbe stata uno dei momenti clou dell’anno. Avrebbe dato lustro a Gotland e contribuito ad attirare nuovi turisti sull’isola, e non solo d’estate. Chini per proteggersi dal vento capriccioso di aprile, gli invitati si affrettavano verso l’entrata principale. L’orchestra di fiati della città suonava baldanzosa tra le folate, mentre le acconciature si scompigliavano, i mascara colavano, le cravatte sventolavano come banderuole sotto i menti ben rasati e i nasi appena incipriati si arrossavano. Il vento infastidiva anche il gruppo di fotografi accalcati vicino al tappeto rosso steso per l’occasione. C’erano la stampa locale e persino qualche paparazzo della capitale inviati a seguire l’evento.
L’edificio – sontuoso, moderno, di vetro e cemento, in posizione centrale appena fuori dalle mura, vicino al parco Almedalen, a due passi dal mare – brillava al sole della sera. Un’inutile costruzione che divorava i soldi dei cittadini, secondo alcuni; un progetto per il futuro di Gotland, sostenevano altri.
Tra la folla c’erano volti ben noti agli isolani: politici, industriali, la governatrice e il vescovo, l’élite culturale e qualche vip che aveva la sua residenza estiva a Gotland. Il numero di celebrità e di pezzi grossi che avevano una casa per le vacanze sull’isola sembrava aumentare di anno in anno.
All’ingresso, ad accogliere gli invitati, c’era l’ospite della serata, l’organizzatore di eventi Viktor Algård, insieme alla governatrice e al presidente del consiglio comunale. Baci sulle guance schioccavano nell’aria; si scambiavano frasi di cortesia.
La hall si riempì alla svelta e presto si levò un allegro brusio. Giovani cameriere si muovevano agilmente tra gli ospiti servendo tartine e Moët & Chandon ghiacciato. Gigli bianchi erano stati disposti con cura in eleganti vasi di cristallo, e alcune candele ardevano nelle lanterne sui tavoli alti sistemati all’esterno. La vista dalle enormi vetrate era magnifica e Visby mostrava il suo volto più fiabesco: il parco Almedalen con i suoi prati verdi, lo stagno con le anatre e la fontana gorgogliante; le mura, parzialmente coperte di edera, e al loro interno un agglomerato di case medievali; le rovine delle chiese di St. Drotten e St. Lars risalenti al XIII secolo e le tre torri nere del duomo che svettavano contro il cielo. Sul lato opposto, l’immensa distesa del mare. Il centro congressi non avrebbe potuto essere in una posizione migliore.
Quando tutti gli invitati furono arrivati, la governatrice salì su un palco allestito in un angolo della hall. Era una raffinata donna di mezz’età; quella sera vestiva di nero, gonna lunga e camicia di seta, i capelli biondi pettinati in un’acconciatura elegante.
«Do il mio benvenuto a tutti» esordì, e lasciò vagare lo sguardo sul pubblico. «È un grande onore poter finalmente inaugurare il nuovo centro congressi di Visby. Il progetto è partito cinque anni fa, ed eravamo impazienti di vedere il risultato. E che risultato!»
Fece un ampio gesto con la mano. Una pausa a effetto, come a voler dare a tutti il tempo di assorbire l’atmosfera. Il pavimento grigio chiaro della hall era di pietra calcarea proveniente dalla locale cava di Slite, le pareti erano decorate da boiserie d’acero, e il lungo bancone della reception era rivestito di lana cotta di Gotland. Una grande scalinata in ciliegio americano saliva al piano superiore, dove si sarebbero tenuti la cena e poi il ballo.
«Qualcuno era scettico naturalmente» proseguì la governatrice. «Ma bisogna sempre fare i conti con il dissenso, se si vuole il cambiamento. Tuttavia, credo che molti capiscano quali vantaggi porterà a Gotland il centro congressi.»
Si schiarì la voce. Ciò che aveva appena detto non corrispondeva del tutto alla verità. Le proteste contro il progetto erano state numerose ed energiche; la stessa governatrice era stata colta di sorpresa da un’opposizione così forte. Al Comune e alla giunta regionale era arrivata una sequela interminabile di lamentele fin da quando l’idea era stata resa nota, e il dibattito aveva imperversato sui giornali. Si temeva che l’esiguo gettito fiscale di Gotland venisse divorato da un’inutile costruzione di lusso a discapito dell’assistenza ad anziani e bambini. I residenti avevano ancora ben impressi nella mente altri investimenti che avevano dato esiti catastrofici. Ci si preoccupava soprattutto di un secondo caso Snäck, un progetto per la costruzione di residence e appartamenti poco a nord della città, poi andato a rotoli e costato al Comune parecchi milioni. Dopo il fallimento, il Comune era stato costretto a vendere tutto a un imprenditore locale per poche corone. Per nulla al mondo doveva ripetersi un fiasco simile.
Per non parlare, poi, delle proteste suscitate dalla posizione del centro congressi. Il mostro sorgeva nel bel mezzo del parco Almedalen, amatissimo dagli isolani, e precludeva per giunta la vista sul mare. Gli ambientalisti avevano manifestato per tutto il periodo dei lavori incatenandosi sul posto. I loro attacchi avevano provocato ritardi, i quali a loro volta avevano fatto lievitare i costi. In ogni caso, adesso l’opera era finita. Con grande sollievo della governatrice.
«Può risultare difficile farsi un’idea dell’importanza che avrà il centro congressi, ma sicuramente si tratta di un passo fondamentale per la crescita di Gotland. Fatto che si accompagna allo sviluppo positivo registrato negli ultimi anni.»
Mormorio di approvazione e cenni d’assenso da parte del pubblico.
«La nostra università cresce di anno in anno e attira un numero sempre più elevato di studenti» proseguì. «I nostri giovani non devono più lasciare l’isola in cui sono nati e raggiungere la terraferma per studiare. Ai miei occhi, il futuro degli abitanti di Gotland è luminoso. Gli imprenditori hanno fiducia in noi, tanto che l’anno scorso abbiamo registrato un aumento di quarantamila pernottamenti nelle nostre strutture rispetto all’anno precedente. Rallegriamoci per queste buone notizie e per il nostro nuovo contributo alla promozione di Gotland. Brindiamo insieme al centro congressi!» La voce della governatrice tremò e gli occhi si fecero lucidi.
Tutti gli ospiti alzarono i bicchieri.
Viktor Algård aprì una bottiglia d’acqua Ramlösa e si guardò attorno: ogni cosa procedeva secondo i piani. In realtà non aveva mai avuto nessun problema: tutte le feste che aveva organizzato nel corso dell’anno si erano svolte come da programma.
Viktor indossava un elegante completo nero e, sotto, una camicia di seta lilla che gli dava un tocco bohémien. Aveva superato i cinquanta, ma era in buona forma. A malapena si vedevano le rughe sul viso aperto e gentile, eccetto quando rideva, e lo faceva spesso. I capelli erano ancora folti e scuri, lunghi fin quasi alle spalle; quella sera li aveva pettinati all’indietro. Aveva la carnagione olivastra, un’eredità del padre...