A quasi vent'anni, Mamta è già vecchia. Vecchia per sposarsi, vecchia per sognare. Eppure, ciò che ama di più è ascoltare storie. Colpa di sua madre, che le ha riempito il cuore di canzoni e racconti, nutrendo con colori e bolle di sapone il deserto cui era destinata la sua mente. Perché in quella parte rurale dell'India, dove il tempo è immobile quanto le tradizioni, le donne possono essere solo mogli e madri, sottomesse e pazienti. Tant'è che i padri sono soliti ripetere: "Perché innaffiare il giardino di qualcun altro?". Meglio trovar loro marito al più presto, e liberarsi così di quel fardello. Nessuno fino ad ora ha mai voluto Mamta, per colpa di quella voglia rossa sulla fronte: quasi un segno di disapprovazione degli dei. Perciò, quando suo padre riesce finalmente a combinare le nozze, indebitandosi per mettere insieme la dote, non ci si pone troppe domande sul futuro sposo. E il matrimonio, che per l'animo romantico di Mamta era un sogno, nella realtà svela purtroppo un volto di violenza e terrore. Unico rifugio, una scatola di dolci dove la ragazza nasconde i suoi ricordi, donatale da uno sconosciuto dallo sguardo gentile: per lei, d'ora in poi, l'amore avrà sempre quel viso. Mamta, che amava correre nel vento, capirà ben presto che non le basta rendersi muta e invisibile per sopravvivere alla brutalità del marito. Se vuole salvarsi deve fuggire, anche se questo atto di ribellione coprirà di disonore lei e la sua famiglia d'origine. Con coraggio, sfidando la morale e leggi ancestrali, comincerà a riscrivere il suo destino. E quello di altre donne. Perché niente è immutabile: con ostinazione, goccia dopo goccia, la corrente si gonfia e travolge ciò che vuole arginare la sua libertà.

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Goccia a goccia nasce il fiume
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9788856613735
1
Le persone si definiscono in base a ciò che amano e ciò che odiano.
Lata Bai ama il suono del campanello della bicicletta. Ama la pioggia. Odia aspettare un altro bambino.
Non sa, e non le interessa, che in qualche posto lontano il mondo ha festeggiato il nuovo millennio, sa solo che, con il prossimo, i figli saranno sette. Questa volta, dopo le prime tre settimane, lo affiderà a Sneha, la più giovane, perché se ne prenda cura. In realtà toccherebbe a Mamta, ma con il matrimonio che si avvicina avrà altro a cui pensare. Il padre di Mamta ha fatto le cose troppo di fretta. Ha deciso di darla in moglie subito dopo la nascita del bambino: non appena Lata Bai potrà occuparsi dei preparativi per il matrimonio, così ha detto. Matma: quasi ventenne, così vecchia e non ancora sposata; la sua semplice presenza è per il padre segno di fallimento.
Il viso di Lata Bai si contorce all’arrivo delle prime contrazioni. Dopo sei figli sa con esattezza quando inizierà e quando finirà il travaglio. Solo il primo l’aveva colta di sorpresa, ma allora aveva quindici anni ed era forte, se l’era cavata bene, tagliando il cordone ombelicale con il coltello che il marito usava per le foglie di pepe di betel. La sera stessa gli aveva perfino preparato la cena.
«Quando?» Mamta è eccitata, anche troppo, per il matrimonio imminente; il suo mondo è fatto quasi interamente di “quando”. Aiuta la madre a indossare il sari più vecchio, quello da cui ricaverà i brandelli di stoffa che le serviranno per i quaranta giorni successivi al parto.
«Presto» risponde Lata Bai sfilandosi l’unico bracciale, la cosa più preziosa che possiede, e nascondendolo nel vaso che contiene la cenere da usare per lavarsi e pulire la casa. «Mi raccomando,» la avverte «non dirlo a nessuno. Se dovessi morire, il mio spirito saprebbe dove venire a cercarlo. E non ti azzardare a prenderlo!»
Lata Bai tira fuori il sari nuziale della figlia dal baule di latta. È una fortuna che Seeta Ram gliel’abbia portato la scorsa settimana, così potrà partorire il bambino sulla carta pulita che lo avvolge. Con cautela libera il sari dall’involucro marrone. Mamta fa per carezzare la stoffa preziosa, ma la madre le dà uno schiaffo sulla mano e rimette il sari nel baule.
«Posso venire?» chiede Mamta.
«No, devo farlo da sola» risponde Lata Bai. Mamta osserva la madre dalla porta. Sa cosa sta per arrivare: un altro bambino. «Questo è quello che ti succederà una volta che sarai sposata» le dice Lata Bai, cogliendo l’opportunità di impartirle una lezione.
Pensare ai bambini fa sorridere Mamta.
Pensare ai bambini fa invece storcere il naso a Lata Bai. Molte donne si rivolgono a Kamla la vedova per essere aiutate, ma non lei. Dopo aver partorito il primo, il secondo, il terzo, e tutti da sola fino al sesto, che senso avrebbe chiedere proprio ora l’aiuto di una costosa levatrice? Con la carta che le fruscia tra le dita si affretta verso il campo di senape, penetrando nella grigia nuvola di nebbia che è calata dal cielo per posarsi sulla terra dove il sole si è dimenticato di battere. “Oh, Devi, fa che sia maschio.” Prega la dea a cui si rivolge sempre: Devi, l’energia femminile universale, la divinità assoluta.
Sa dove sta andando. Lo sguardo perso in lontananza, si allontana barcollando da casa, diretta verso il terreno dove ha trovato il bracciale d’oro che ha nascosto nella cenere. Le acque si sono rotte e il liquido le cola lungo le gambe. “Non manca molto.”
Si sdraia facendo attenzione a non rompere la carta, il solco dell’aratro le fa da cuscino. “Devi, fa che sia maschio.” Prega ad alta voce: «Jai ho Devi, Devi jai ho». Nessuno la sente.
Il colore è sempre diverso.
La prima volta era stato il verde del grano giovane. Verde ovunque. La seconda il giallo. Poi c’era stato di nuovo il verde, quindi l’oro, il bianco, il viola, e ora di nuovo il giallo.
Tutto intorno a lei è giallo. Le danza sopra la testa, nella bocca, fra i capelli. Giallo nelle orecchie, sulle dita e, con il sari tirato su fino al seno, giallo sulla grande pancia rigonfia. Giallo persino l’ombelico e tutto dentro di lei. Fino al bambino.
Conosce intimamente questo campo, fiorito all’improvviso dopo la prima pioggia. “Jai ho Devi, Devi jai ho.” Quanti anni sono che lo lavora? Forse più di venti. È passato talmente tanto tempo che nemmeno se lo ricorda più. Qui ha riso e ha pianto. Qui si è nascosta ed è stata felice. È qui che ha avuto tutti i suoi figli ed è qui che ha giocato con tutti loro. È la sua storia. Il campo le è stato accanto per tutta la vita. Come lo è ora. Il suo spirito l’avvolge e l’abbraccia. Sente che il suo amore le entra dentro, le penetra sotto pelle e si mischia con il suo sangue nutrendo ogni fibra del suo essere con generosità. Il suo campo. Morirebbe se non ci fosse.
Arriva un’altra contrazione.
All’inizio è come un grillo capovolto sulla schiena, le braccia e le gambe che si agitano verso il cielo. Poi si impone di rimanere ferma. Sa che deve aprirsi come un fiore. Più si trattiene, più farà male. Ma il bambino non arriva. Ogni volta che il suo corpo glielo chiede lei spinge, eppure il bambino ancora non arriva. Pensa al bracciale nella cenere. Perché il bambino non nasce? Sarà il caso di chiedere aiuto? Ma chi la sentirebbe? La vita sta scorrendo via da lei in grandi fiotti di sangue. Ogni goccia che perde fa riaffiorare un ricordo sepolto nei recessi più profondi del suo essere.
Com’era andata con la verde Mamta ormai prossima al matrimonio? Mamta le aveva fatto male, venendo al mondo con un grosso grumo di sangue. Mamta, la sua primogenita, ama correre nel vento. Ama starsene sdraiata in mezzo al fieno da sola e odia la voglia rossa che ha sopra gli occhi.
Con il secondo, il giallo Jivkant, era tutto finito ancora prima di iniziare. Jivkant ormai uomo, scomparso su un treno diretto chissà dove. Jivkant il cattivo. Gli piaceva esercitare il suo potere sulle sorelle, specialmente su Mamta, e odiava l’amore che il padre dimostrava per Mohit, il fratello più piccolo.
Anche il verde Prem ci aveva messo poco. Prem, mandato a lavorare alla Big House per ripagare il debito del padre, cammina con lentezza e riporta sempre a casa pezzetti di burro. In vita sua, nascere è stata la cosa che ha fatto più rapidamente. Prem ama il fiume. Ama far volare gli aquiloni. Odia il lavoro nei campi.
Per Ragini il colore era l’oro. Lata Bai aveva sofferto un po’ e il travaglio era durato a lungo, ma questo è stato il primo e unico problema che Ragini le abbia mai dato. Fortunata, Ragini: ha ricevuto più proposte di matrimonio di tutte le ragazze di Gopalpur messe insieme. Ragini, così giovane e già sposata. Le piace pettinarsi i capelli. Ama far scorrere la mano sul suo corredo da sposa. Odia quando il cognato accidentalmente le si struscia contro.
La bianca Sneha. Non ricorda la nascita di Sneha... la mente è annebbiata. Sneha ha degli occhi bellissimi. Ama i fiori... fare il bagno nel fiume... e poi cos’altro?
Mohit il viola. Che c’è da dire su Mohit?... nulla. Non ricorda nulla. È l’ultimo nato, eppure lei non ricorda niente... ma proprio niente. Solo il dolore. Anche per lui aveva sofferto così? Tutti i parti convergono in uno solo. A farle male è quello che sta vivendo ora o quello precedente? È proprio strano che sia così giallo...
«Devi, aiutami. Aiutami...» Pregare è la sua unica possibilità. È un appello non solo per la sua vita, ma anche perché il dolore abbia un senso. Devi, la dea madre, è esigente: basta dire male la preghiera una volta per attirarsi la sua collera eterna. «Devi, accogli tua figlia. Devi, salvami.»
Devi sa che cosa vuol dire soffrire. Del resto, per fuggire ai suoi inseguitori, non è stata forse costretta a nascondersi per dieci giorni e nove notti sull’Himalaya, nutrendosi di piante e semi senza nemmeno un chicco di grano? Nei giorni in cui si celebra quella ricorrenza Lata Bai e le figlie osservano il digiuno, mangiando solo bacche selvatiche e bevendo acqua. Verso il terzo giorno la mente comincia a vagare tra foreste di frutta, montagne di croccanti jalebi gialli trasudanti sciroppo, e fiumi di dolce lassi cremoso. Probabilmente la quarta notte è la peggiore, quando la mente si schiarisce e lo stomaco brucia. È come avere il fuoco dentro, ma senza combustibile. Com’è possibile? Da quel momento in poi le sensazioni delle ragazze si affievoliscono. I loro desideri si disperdono come sale su un terreno deserto.
Si mette a recitare la preghiera di quand’era bambina. È il solo ricordo che non l’ha abbandonata. Cercherà di farlo nel migliore dei modi, così da placare la dea madre. Ogni cosa risiede nel suo ventre eterno come un seme. Oggi Lata Bai interpreta la parola “seme” alla lettera. Per se stessa, chiede che il seme sia puro. Incontaminato. Completo. Maschio. Dopo anni e anni di digiuni, spera che Devi l’ascolti.
Un grido di dolore. Poi un altro. Passati altri quindici minuti, il dolore diventa pesante come pietra, c’è ancora sangue e la sofferenza non accenna a diminuire.
“Devi, madre, aiutami.”
È mai stata così male? Le nuvole fluttuano sopra la sua testa. Ha l’impressione di essere sospinta verso di loro. Si allontana dai suoi bambini colorati, e il giallo diventa bianco. Sta morendo, è per questo che tutto è così lento. Ora il dolore si è mischiato con le nuvole. Si sta allontanando. “Lasciami fluttuare tra le tue braccia”, prega.
Devi risponde. Invece di portarla via e darle pace, le nuvole mandano una pioggerella fredda e battente. “Alzati. Alzati.”
Non ha alternative.
Deve alzarsi.
Si aggrappa alle piante di senape. Le sradica con tutte le radici. In nessun altro giorno le sarebbe mai venuto in mente di strappare le piante dalla radice. Si gira su un fianco. Le ginocchia strette contro il petto. Vomita. Del fango grigio le cola dentro l’orecchio. Gira la testa. Il rivolo di fango le scivola fuori dall’orecchio sulla terra. Non c’è più il bianco, solo dolore. Si mette su un ginocchio, poi sull’altro. Si siede sui talloni, la pancia le pesa sulle cosce. La vede muoversi. La prende tra le mani. Dentro di lei il bambino lotta per sopravvivere.
“Devi, mi sei rimasta solo tu. Proteggi e salva tua figlia.”
In quel momento il dolore e la preghiera si fondono e diventano il canale attraverso cui si fa strada l’amore di Devi. Sente l’energia fluire e defluire da lei come onde in mare aperto. Le manifestazioni della dea si svelano davanti ai suoi occhi: Kali, l’eternità, colei che governa la forza distruttiva cosmica; Varahi, il ciclo perfetto della vita, che digerisce l’intero universo senza distinzioni; Aindri, pura percezione, colei che ha le chiavi del paradiso; Vaishnavi, che preserva e sostiene creando il ciclo della vita e della morte; Maheshvari, non legata ad alcuno, ma compassionevole con tutti; Kumari, la madre del valore; Lakshmi, benevola, colei che dà la grazia; Ishvari, pura riflessione, colei che ha autorità su tutta la saggezza dell’universo; Brahmi, che governa la comunicazione divina. Sì, percepisce l’energia, l’energia racchiude tutto e governa sia quello che l’occhio vede sia quello che non vede. Lei sa che Devi rappresenta per ciascuno una cosa diversa. Anche lei, in fondo, si manifesta sotto varie forme: madre per i figli, moglie per il marito, amica per l’amica, sorella per la sorella, nuora, lavoratrice... se nel suo piccolo mondo lei stessa non riesce a essere semplicemente Lata Bai, come potrebbe una sola forma di Devi soddisfare tutti i desideri dell’universo?
Una contrazione e un’altra ancora. Il ricordo di una preghiera imparata tanto tempo prima guizza nella sua mente e si spegne nel dolore. Cerca di propiziarsi la dea sussurrando parole alla terra. “Devi, mi sei rimasta solo tu. Ovunque io guardi, vedo solo te. Sollevami, dammi la tua forza. Jai ho Devi, Devi jai ho.” Adesso riesce a sentire la testa del bambino. È liscia e scivolosa come un pesce spellato. Ancora una spinta e il bambino è fuori, sulla carta che avvolgeva il sari nuziale.
La testa è bagnata e folta di capelli neri come quella di un adulto. La pelle è ricoperta di una sostanza bianca che la rende scivolosa. È una bambina quella che si agita verso le nuvole, il cielo, il paradiso. Verso Devi.
Un’altra bambina. Dopo tutto il dolore e il sangue, che cosa ha ottenuto? Un’altra bambina; ha gli organi femminili gonfi come a prendersi gioco della madre. Urla: “Guardami, sono una femmina”.
Il vento comincia a soffiare. Le nuvole si allontanano, in alto, sempre più in alto. A miglia di distanza sulla pianura riesce a vedere la punta di un palo elettrico deformato. Anni prima avevano promesso di portare l’elettricità a Gopalpur, per questo avevano eretto quella ghirlanda di pali. Ma la promessa non era stata mantenuta e la ghirlanda era rimasta a metà, ferma qualche miglio prima del villaggio. Quello che gli abitanti non si erano portati via per farne legna da ardere, se l’erano mangiato le termiti, le formiche bianche. L’ultima volta che aveva gettato uno sguardo verso i pali, le era sembrato che perfino loro li avessero abbandonati. Una ghirlanda così non realizzerà i sogni di nessuno, né quelli degli insetti, né tantomeno quelli degli uomini. Sente piagnucolare. La bambina è viva.
Quanto è durato? Le nuvole sono piuttosto lontane e il vento si fa sempre più sferzante. Presto arriverà la polvere. Ha cominciato a tremare per il freddo e la fatica. Intreccia le dita tra loro cercando di farle stare ferme.
“Devi, aiutami.”
Dato che ha chiesto l’aiuto di Devi, ora Lata Bai deve impegnarsi a dimostrarle che se lo merita. E quale modo migliore se non quello di accettare ciò che lei le ha mandato? Deve farsi forza. A tentoni cerca il coltello del marito. Annaspa nel terreno sopra la sua testa e, alla fine, la sua mano incontra il metallo. Dà uno sguardo al coltello. È abbastanza affilato da poter tagliare il cordone che unisce la madre al bambino. Sicuramente abbastanza da uccidere. Quand’è che una bambina diventa un essere umano? Durante il concepimento? Alla nascita? A cinque anni? Durante la pubertà? Quando si sposa? Mai? Quando i genitori le possono offrire una vita?
La bambina ancora non è nulla. È solo blu, rossa e bianca. Bianca come la sostanza che la ricopre e che deve essere conservata e regalata a una donna che sta per sposarsi. Rende la pelle soffice. Lata Bai tiene il coltello stretto nella mano. Si muove, facendo scivolare la bimba nel solco dell’aratro, il cordone ancora attaccato. Il fango si appiccica alla neonata come semi di sesamo su un bastoncino di caramello. La piccola piange a bocca spalancata e con tutte le sue forze, ma ciò che emette è solo un lamento tremulo. Lata Bai riesce a vedere fino in fondo alla gola rosa. Che cosa si dice di solito dei neonati? Che sono le creature più indifese del mondo. I vitelli camminano pochi minuti dopo la nascita. I piccoli di tartaruga riescono ad arrivare al mare e non dimenticano mai dove sono nati. Quelli di serpente lottano con i fratelli per sopravvivere. Le api, appena nate, per uscire dalle loro celle, mangiano tutto ciò che le ostruisce. E i neonati? Cosa fanno i piccoli, urlanti cuccioli d’uomo? Qual è il destino delle bambine urlanti, inutili e indifese? Si gira verso di lei e fa calare il coltello con un movimento rapido e secco.

Per il resto del mondo sarà anche il nuovo millennio, ma non per Gopalpur; qui il tempo è immobile e la terra vive in pace sotto le colline che si innalzano dalla sua polvere, a proprio agio con il cielo, ma distante da tutto il resto. Le colline intrappolano la pioggia che va ad alimentare il fiume Chambal, una treccia d’argento fuso che scorre attraverso le vallate.
A prima vista è impossibile capire come viva questa gente. Nei dintorni, l’unica nota personale sono i quadrati di terra colorati che lasciano intuire ciò che il contadino ha deciso di piantarvi. Gopalpur è un continuo alternarsi di fango e polvere. Gli abitanti del villaggio devono ricostruire le case con incannucciate e sterco pressato ogni volta che il vento ha finito di giocarci. Qui il materiale che dura di più è il legno, che viene conservato per gli aratri, il bene più importante.
Perché continuano a vivere su questa terra ostile che ...
Indice dei contenuti
- Copertina
- Frontespizio
- Colophon
- Goccia a goccia nasce il fiume