Il custode degli arcani
eBook - ePub

Il custode degli arcani

  1. 322 pagine
  2. Italian
  3. ePUB (disponibile su mobile)
  4. Disponibile su iOS e Android
eBook - ePub

Il custode degli arcani

Informazioni su questo libro

Ci sono notti in cui è impossibile dormire, casi che tolgono letteralmente il sonno. Lo sa bene il vicequestore Michele Arlia, napoletano trapiantato alla Questura di Roma, che alle quattro del mattino è ancora seduto alla scrivania del suo studio, avvolto in un pigiama stazzonato, la pipa in bocca, rigorosamente spenta, causa angina imminente. Arlia non è certo quel che si dice un patito dell'azione, come lasciano intendere i trenta chili in sovrappeso, perlopiù dislocati intorno a un immaginario girovita; è un riflessivo e spesso viene colto da folgoranti e risolutive intuizioni proprio durante la notte, magari in compagnia di un brano di musica classica e un panino a cinque strati. Questa volta, però, non sembra possibile comprendere quale movente abbia spinto l'assassino a uccidere una come Delia Mantoni, una donna qualunque, devota, sola, dal passato immacolato. L'unico indizio rinvenuto sul cadavere è una carta dei tarocchi, l'Eremita, ed è proprio questa che Arlia si sta rigirando tra le mani, da ore ormai, senza riuscire a darsi una spiegazione. E poi c'è la scena del delitto: il cadavere, infatti, è stato rinvenuto nella chiesa di San Lorenzo in Lucina, vicino alla tomba di Nicolas Poussin, dove appare un'iscrizione oscura, Et in Arcadia ego, che per alcuni studiosi sta a indicare il vero sepolcro di Cristo. Quando in un'altra chiesa romana viene ritrovato un secondo cadavere, questa volta accasciato sui bordi di un'acquasantiera, con accanto la carta della Giustizia, Arlia comprende di aver a che fare con qualcosa di più grande e più pericoloso di un'unica mente criminale. Esiste un disegno preciso dietro a quelle morti e lui deve decifrarne il significato prima che sia troppo tardi.

Tools to learn more effectively

Saving Books

Saving Books

Keyword Search

Keyword Search

Annotating Text

Annotating Text

Listen to it instead

Listen to it instead

Informazioni

Print ISBN
9788856617870
eBook ISBN
9788858503171

1

Le tre del mattino erano passate da pochi minuti, quando sei figure incappucciate scesero lentamente, alla luce fioca delle lampade a olio che tenevano in mano, i gradini di tufo che conducevano al terzo livello sotterraneo delle catacombe. Percorsero in silenzio una stretta galleria sulla quale si affacciavano lunghe file di loculi, fino ad arrivare a una specie di atrio, fievolmente illuminato da candele rosse, dove li attendeva una settima figura incappucciata con la mano tesa: uno dopo l’altro affidarono alla mano un biglietto che conteneva una sola parola. Ricevuti i sei foglietti, la persona che aveva provveduto al ritiro li infilò in un’ampia tasca della tonaca che indossava al pari di tutti gli altri. Poi fece un cenno di assenso e stese le braccia, invitando i sei a disporsi in cerchio. L’uno vicino all’altro, la testa china, con i larghi cappucci che impedivano di vederne i visi, attesero. L’ambiente era freddo, dalle loro bocche il fiato usciva sotto forma di una nuvola.
Improvvisamente, da quella che sembrava un’esedra sulla parete di fondo dell’atrio, avvolta dal buio, uscì una voce distorta, ma nel cui tono brillava una luce di compiacimento: «Fratelli, Malkuth è stato superato. È la volta di Yesod».
I sette spettatori rimasero immobili, come in attesa di altre parole. Che non vennero. Si udì, quasi impercettibilmente, un sospiro. Poi fu il silenzio. I sette si rimisero in fila e tornarono in superficie. Nessuno di loro aveva proferito una sola parola.
E non uno di loro aveva visto uscire dall’esedra un’ombra lunga e sinuosa, che si dipanò nell’atrio dove fino a pochi minuti prima stavano le sette figure incappucciate. Un’estremità dell’ombra si allungò verso l’alto. Le narici frementi e le due sottili punte della lingua a scandagliare l’aria, alla ricerca di odori e sapori. Una forte vibrazione fece tremare il pavimento di tufo. L’ombra si immobilizzò, poi parve attorcigliarsi su se stessa. Velocemente guizzò nel buio e fece ritorno nell’esedra. Si accucciò e accolse la carezza di una mano con un respiro sommesso e sibilante.

2

Era il crepuscolo e la luce sfumata della sera si affacciava debolmente alle vetrate della chiesa di San Lorenzo in Lucina. Il coro aveva iniziato il canto gregoriano Tenebrae factae sunt, di rigore durante il venerdì santo. Le voci a cappella si inseguivano in un sottofondo quasi ipnotico: «Tenebrae factae sunt, dum crucifixissent Iesum Iudaei; et circa horam nonam exclamavit Iesus voce magna: “Deus meus, ut quid me dereliquisti?”. Et inclinato capite, emisit spiritum».
La donna inginocchiata nella prima fila di banchi sulla destra della navata centrale si fece rapidamente il segno della croce, mormorando a fior di labbra una muta preghiera.
«Exclamans Iesus voce magna, ait: “Pater, in manus tuas commendo spiritum meum”. Et inclinato capite, emisit spiritum.»
Ecco, era finita. I componenti del coro restarono in silenzio, appoggiando il mento sul petto, mentre la folla di fedeli cominciava a scemare lungo il corridoio diretto all’uscita.
La donna in prima fila rimase assorta nella sua posa, mentre in una cappella della navata di destra stava inginocchiata una figura, apparentemente in preghiera. Il fruscio della porta d’ingresso che si richiudeva dietro l’ultimo visitatore parve riscuotere la donna che si alzò in fretta, facendo nuovamente il segno della croce e uscendo dalla fila di banchi. Percorsi pochi passi, si fermò all’altezza della lapide intitolata al pittore Nicolas Poussin. Restò per qualche istante immobile, poi protese la mano a sfiorare i caratteri dell’iscrizione, mormorando il testo fra sé.
«Signora, stiamo per chiudere.»
La donna sussultò alla voce gentile del sagrestano. «Sì, certo, vado subito» rispose. L’uomo la gratificò con un sorriso per poi dileguarsi dietro l’altare maggiore.
La figura nella navata destra scivolò furtivamente attraverso il passaggio che collegava le cappelle, fino a trovarsi alle spalle della donna, che percepì il movimento e si voltò in tempo per vedere una mano guantata che brandiva un bisturi avventarsi contro la sua gola. L’ultima cosa che le si impresse nelle pupille fu il suo stesso sangue zampillare copioso e macchiare la lapide di Poussin di rosso vivo. La donna crollò a terra con la carotide squarciata, mentre il suo assassino percorreva nervosamente la chiesa con gli occhi. Deserta. Prese un rettangolo di cartoncino dalla tasca e lo guardò attentamente prima di lasciarlo sul cadavere. Poi uscì velocemente dalla chiesa.

3

«No! Dammi la palla! Qui! Vieni qui!»
Il cane lo guardò con un’espressione impertinente dipinta sul muso, poi gli passò rasente le gambe per voltare la testa un attimo prima che lui si chinasse per afferrare la palla che l’animale teneva tra i denti. Il cane si allontanò, caracollando festoso sulle quattro zampe.
«Eh no, così non vale» brontolò il vicequestore Michele Arlia. In quel mentre sentì, prima di vederlo, il suo cane uggiolare di felicità alla vista di una figura familiare, che si avvicinava insieme a un gruppo di una mezza dozzina di altri cani su una collinetta di Villa Pamphili. Il cane, cui aveva dato nome Rebecca, era una meticcia randagia quando gli aveva letteralmente salvato la vita in un’indagine di qualche tempo prima, sottraendolo al coltello di una poliziotta che aveva creduto amica. L’aveva adottata, salvandola dal destino di un canile-lager, e ora vivevano in simbiosi con buona e cattiva pace di Ugo, il gatto soriano a pelo rosso con l’astuzia del quale Arlia doveva fare i conti giorno per giorno.
Mentre Rebecca trotterellava gioiosamente con le orecchie al vento in direzione del nuovo arrivato, il cellulare di Arlia prese a suonare. Con un smorfia lui lo estrasse dalla tasca dei pantaloni, lottando contro l’adipe.
«Sììì» abbaiò con malagrazia. Rimase in ascolto per qualche istante poi disse un secco: «Aspetto la macchina. Al cancello piccolo di Villa Pamphili su via Vitellia». Richiuse il cellulare e si fece incontro al ragazzo che Rebecca stava palesemente idolatrando.
«Ciao, Gianni» lo salutò, mentre l’altro prendeva in braccio il suo cane. Arlia represse a stento un moto di stizza. Gianni era il dog sitter di cui si serviva occasionalmente quando si trovava per le mani un caso difficile. Glielo avevano raccomandato come il migliore di Monteverde, tuttavia, la prima volta che l’aveva visto, non gli aveva fatto un’ottima impressione.
A distanza di mesi, però, aveva dovuto ammettere che dietro l’aspetto rasta, decisamente eccentrico, c’era una persona assolutamente affidabile e onesta. Gli aveva perfino dato le chiavi di casa.
«Gianni, ci risiamo.»
Il ragazzo gli rivolse un’occhiata interrogativa.
«Mi sa che ho una schifezza da risolvere, per cui da domani porti tu fuori Rebecca mattino e pomeriggio, fino a nuovo ordine.»
«Per me va bene, dottore» rispose Gianni in tono allegro.
«Anzi,» proseguì Arlia «continua tu e io vado subito a lavorare. Ah, quando la riporti, come al solito dalle anche da mangiare. Uh, e anche a quel guaglione di un gatto» concluse tendendogli il guinzaglio.
Mentre si avviava di nuovo verso casa, Arlia si girò indietro cogliendo l’occhiata un po’ delusa di Rebecca.
Si strinse nelle spalle e uscì velocemente dalla Villa.
Arlia spinse con foga i battenti della chiesa di San Lorenzo in Lucina e si fermò restringendo gli occhi per orientarsi alla fioca luce delle candele e di un faretto appeso al soffitto. In una delle navate di destra vide tre agenti e un giovane dall’aspetto fanciullesco, con i capelli scarmigliati e la corporatura magra e allampanata, che stava accovacciato accanto a una sagoma stesa immobile in un lago di sangue.
«Dottor Guglielmi, cosa abbiamo?» esordì.
Il medico legale si rialzò lentamente e fece un gesto vago in direzione del cadavere: «Ferita da arma da taglio, sembrerebbe un coltello affilato o un bisturi: la lama ha perforato il muscolo sternocleidomastoideo e ha rescisso la carotide, provocando un’emorragia».
«Ah!» fu l’unico commento di Arlia. Poi la sua attenzione fu attirata da una figura contenuta in una tonaca nera che faceva contrasto con un viso paonazzo.
«Non ci mancava che questo!» sentì che diceva.
Mollò Guglielmi e si avviò verso il sacerdote.
«Buonasera, padre» esordì in tono compunto. «Cosa può dirci?»
Il prelato lo guardò stupefatto poi ricominciò le sue recriminazioni: «Oh, non se ne può più! Non ci mancava che questo» ripeté. «Figuriamoci le illazioni, ora!»
Arlia trascinò gentilmente il sacerdote verso la panca più vicina. Si sedette e lo costrinse a fare altrettanto.
«Cosa intende dire con illazioni?» chiese.
Il prete gli sgranò addosso uno sguardo stupito: «Come? Non lo sa?» sillabò quasi.
«No, non direi» replicò esitante Arlia.
Il parroco si sistemò meglio sulla panca, infilando i lembi della tonaca sotto di sé. Arlia si sentì in dovere di fare altrettanto, ficcando le falde sdrucite dell’impermeabile perennemente impataccato sotto il suo grosso fondoschiena.
«Il fatto è» spiegò il sacerdote «che l’omicidio è avvenuto proprio davanti a una lapide molto discussa, quella del pittore Nicolas Poussin, che, secondo alcune fantasie, conterrebbe una chiave di lettura circa il sepolcro di Gesù.»
Arlia si dimenò sulla panca nel tentativo di alzarsi, ma un lembo dell’impermeabile si era impigliato in uno dei chiodi del pianale della panca. Fece uno sforzo per disincagliarsi, poi un altro. Inutile: l’impermeabile resisteva. E il chiodo pure. Con un grugnito impaziente si alzò di scatto: l’impermeabile cedette e uno strappo si allungò nel tessuto con un suono dolente. Gli occhi del sacerdote saettarono sulla sdrucitura e quelli di Arlia seguirono i suoi.
«Oh, tanto era vecchio» biascicò.
«Se vuole, qui c’è un punto di raccolta di abiti smessi destinati agli indigenti» mormorò il prelato.
«Non così vecchio, padre. Magari un’altra volta» replicò Arlia piccato, prima di avvicinarsi alla lapide teatro dell’omicidio. Vi era raffigurata una scena pastorale: tre uomini e una donna intorno a un sarcofago che recava una scritta, ET IN ARCADIA EGO. Un’epigrafe sotto l’incisione: Parce piis lacrimis vivit Pussinus in urna vivere qui dederat nescius ipse mori hic tamen ipse silet si vis audire loquentem mirum est tabulis vivit et eloquitur. «...se lo vuoi sentir parlare, vive e comunica nelle sue opere» mormorò tra sé Arlia. «Boh» aggiunse.
«Ecco! È una tomba chiacchierata quella, al centro di troppe attenzioni... e non tanto per quel pittore là, il Poussin, gran pittore del Seicento per carità, ma per la scritta, l’ha letta no?» Il parroco gli si era materializzato accanto.
«Quale? Quella lunga?»
«No, quella più breve.»
«Be’ sì, un po’ sibillina.» Poi sottovoce aggiunse: «Oddio non che l’altra...».
«Per forza, manca il verbo!» replicò il parroco infervorato. «Ma nella costruzione latina a volte si lasciava implicito: Et in Arcadia ego... sum! Anche io sono in Arcadia!... cioè la morte, insomma è la morte che parla e ci dice: Memento mori!... è lì che tutti dobbiamo finire!... Ma loro no. A loro non basta» concluse allargando le braccia.
«Ma loro chi?» chiese Arlia irritato.
Il prete non parve aver sentito e continuò sovraeccitato: «...loro cercano il codice segreto, il significato occulto. Hanno preso quella frase, l’hanno rigirata, l’hanno rivoltata e non è uscito niente. E comunque io non so niente».
«Cosa cercavano in quella frase?» lo incalzò Arlia.
«Scemenze! Fandonie! Solo fandonie! Hanno fatto l’anagramma ed è venuta fuori una frase come... mi sembra... I tego arcana Dei che vorrebbe dire... “Vattene, io custodisco i segreti di Dio”... o una roba del genere...»
«Quali segreti?» domandò esasperato Arlia.
«Appunto! Nessuno. Sono quei fanatici del Santo Graal, del Codice da Vinci, quelli che pensano che Gesù sia sopravvissuto alla crocifissione, per poi sposarsi, metter su famiglia, morire di morte naturale e venire sepolto in un paesino della Francia...»
Frustrato, Arlia scrollò le spalle.
«Dotto’» lo apostrofò una voce. Arlia si volse di scatto. Vicino a lui era comparso un agente in borghese: l’ispettore Raffaele Panetta, la sua nemesi, il suo Getsemani personale, la sua vendetta di Montezuma privata.
«Oh, ciao Panetta. Che si sa della vittima?» lo salutò in tono fintamente gioviale.
«Abbiamo trovato i documenti nella borsetta, dottore» rispose Panetta estraendo dalla tasca del giubbotto un piccolo notes. Ne sfogliò alcune pagine alla luce fioca che regnava nella chiesa. Poi prese a leggere: «8, 28, 33 sulla ru...» s’interruppe. «No, non è questo, aspetti» disse riprendendo a sfogliare il blocco.
Arlia lo gratificò con uno sguardo che avrebbe potuto congelare a uno a uno un chilo di piselli in totale serenità.
«Ah, ecco qui» riprese esultante Panetta. «La vittima si chiamava Delia Mantoni, cinquantadue anni, altezza uno e...»
«Panetta!» ru...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Colophon
  4. Il Custode Degli Arcani