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Quando la vita si accanisce contro di noi, talvolta si tende a cercare qualcuno cui attribuire la colpa della nostra infelicità. Nel mio caso, di una cosa sono certissima: non sono in alcun modo responsabile di quello che mi è capitato. Ero soltanto un feto di tre mesi quando mi ritrovai esposta a una quantità di estrogeni superiore a quella di testosterone: i medici dicono che uno squilibrio del genere dà vita a una bambina con un corpo di bambino, proprio come uno squilibrio opposto crea un maschio imprigionato nel corpo di una femmina.
Avrei potuto fare qualcosa perché le cose andassero diversamente? In base a quale legge o consuetudine si può dare la colpa a un feto? Si dice che sia madre natura a crearci, ma spesso lo fa per vie traverse: e se ci partorisce uomini o donne potrebbe anche far nascere un uomo in una donna e una donna in un uomo, oppure rendere un uomo più virile, o meno, e fare lo stesso con le donne. Esistono migliaia di specie di fiori, ognuna con il suo colore e il suo odore: e allora perché l’essere umano ha soltanto due generi, simmetrici e complementari? Perché nella stessa famiglia due fratelli, nonostante siano figli dello stesso padre e della stessa madre, possono essere così irrimediabilmente diversi, come due mondi a parte?
La mia vita è stata segnata da quel terribile evento, accaduto prima che io nascessi. Ma non l’ho provocato io né, in realtà, altri. È come se una persona venisse al mondo alta o bassa, bella o brutta; si tratta della casualità della sorte. Solo che per quanto mi riguarda questo incidente mi ha tormentata, e continua a farlo, come se ogni giorno commettessi un crimine per cui vengo punita. Vi sembra poco ereditare due esseri costretti in uno solo, al punto che è impossibile distinguerli e districarli?
Dicono che le antiche popolazioni indigene d’America avessero un’espressione per le persone come me: le chiamavano “coloro che hanno due spiriti”, un appellativo che indicava il possesso di qualcosa in più rispetto agli altri. Ignoravano o violavano forse la volontà di dio onnipotente?
Non credo, e neanch’io credo di averlo fatto. Quello che voglio dire è che, se uno ha fede, è convinto che dio sia giusto. E allora mi chiedo: è giusto che qualcuno nasca con il corpo e lo spirito così irrimediabilmente divisi, tanto da doversi rassegnare a rimanere per tutta la vita prigioniero sia dell’uno sia dell’altro? Forse la volontà di dio impone all’uomo di non curarsi quando si ammala, o di non cercare l’armonia con la propria anima, limitandosi a sopportarla come qualcosa di estraneo? Quanto ho desiderato che un faqih, un esperto in materia religiosa, mi spiegasse quell’anello di congiunzione, per me incomprensibile, tra il potere e la giustizia divina! Se dio onnipotente può fare quello che vuole, allora perché non fa solo ciò che è giusto? In altre parole, per come la vedo io, che dio sarebbe se non potesse tutto? Quindi che dio sarebbe se non operasse il giusto? Qualcuno mi ha detto che dio agisce in questo modo per mettere alla prova gli uomini. Come comportarci, dunque, come reagire di fronte a ciò che è ingiusto?
Sono interrogativi che mi hanno tormentata a lungo prima che riuscissi a formularli compiutamente a parole. Domande che sorgevano dalla mia stessa carne ogni volta che sfioravo una delle parti del mio corpo, così in conflitto tra loro: alcune le accettavo, altre, invece, mi sembravano imposte da una volontà invisibile che si era insinuata nell’utero di mia madre o nel seme di mio padre, senza che loro se ne accorgessero. Amavo certe parti, mentre altre erano un’ingiustizia che mi veniva inflitta per mano di coloro che mi erano più vicini, anche se contro il loro stesso volere. Vivevo la mia condizione come uno stupro o un’invasione, solo che si ripetevano ogni giorno, senza fine, e mi erano inferti senza ricorrere alla violenza o alle armi. Dominavano ogni atomo del mio corpo, ogni istante del mio tempo.
A volte, invece, facevo riflessioni di segno opposto: forse ero destinata a essere tanto malvagia da dover scontare in anticipo i miei peccati, costretta a un’esistenza di meritata sofferenza.
La profonda infelicità causata dal conflitto che mi lacerava andò ad aggiungersi alla confusione che segnò la mia infanzia a Tébessa, una città ai confini con la Tunisia. Il quartiere dove viveva la mia famiglia si chiamava “Rione 11 dicembre 1960”, in memoria del giorno in cui i francesi avevano dato alle fiamme il mercato popolare di Tébessa e deportato molti dei suoi abitanti in carceri lontane. Anch’io ero prigioniera in una delle sue tante case, sebbene fossero trascorsi molti anni da quando i francesi se n’erano andati ed era stata proclamata l’indipendenza. I miei genitori mi proibivano la maggior parte delle cose che avrei voluto fare. Fino all’età di circa sei anni non mi era stato possibile mettere neppure un piede fuori dalla porta di casa. Era come vivere dietro un muro invalicabile, o uno spesso strato di isolante, con la scusa che mia madre aveva paura per me e per i miei fratelli e sorelle. Quindi i nostri giochi si svolsero all’interno della casa, e mi furono negati i ricordi del rione e della mia prima infanzia. Molto probabilmente fu a partire da quel momento che cominciarono a mancarmi due cose: la memoria e il mondo esterno. Stabilivo il mio legame con ciò che si trovava fuori dalla porta di casa attraverso le tende delle finestre o i finestrini dell’automobile. Non saprei dire se sia stata questa reclusione a far sì che mi concentrassi con maggiore intensità sul mio corpo, spingendomi a esplorarlo con inquietudine. Di sicuro so che, privata di quasi tutte le relazioni con l’esterno, non avevo immagini su cui fantasticare, quindi non mi restava che aggrapparmi alla realtà nuda e cruda.
Il quartiere dove abitavo, come scoprii in seguito, era particolarmente tranquillo e agiato; anzi si può dire che fosse una zona “bene”, e chi vi risiedeva ne faceva motivo di vanto. Tuttavia, quando io e i miei fratelli e sorelle cominciammo finalmente a frequentare i bambini del quartiere e a giocare con loro, rimasi stupita nel constatare che proprio dietro casa nostra sorgeva un rione popolare. Le persone che vi abitavano parlavano a voce più alta e conducevano esistenze chiassose, lontanissime da tutto quello che ci era familiare. Ben presto scoprimmo che i ragazzi di quel quartiere ci prendevano in giro: “I bambini di cioccolato”, ci chiamavano, sia perché ci consideravano delicati come il cioccolato, sia perché mangiavamo un dolce che conoscevano solo per sentito dire. Anche loro sbirciavano, ma in questo caso l’oggetto della curiosità eravamo noi. Quello che ci lasciava senza fiato era il fatto che dicevano a voce alta quello che pensavano; erano spericolati e precoci, mentre noi non osavamo esprimere quello che ci passava per la testa. Ebbi subito l’impressione che i ragazzi di umili origini possedessero le parole per descrivere ciò che vedevano o immaginavano; noi, invece, sembravamo condannati al mutismo e alla rassegnazione. Quanto al cioccolato, non ne mangiavamo certo così tanto da giustificare l’epiteto che ci avevano affibbiato.
Il quartiere era bello. Di fronte alle nostre case si ergeva la porta di Caracalla, l’arco di trionfo che l’imperatore romano fece costruire prima di edificarne uno simile a Roma, dieci volte più grande, come se qui avesse fatto delle prove. Ma per me la sua bellezza era qualcosa di irreale, di intangibile, simile all’immagine patinata di una cartolina turistica o a quegli edifici monumentali che si guardano da lontano con un atteggiamento deferente e che quindi rimangono irraggiungibili, senza vita. Il più delle volte restavamo a guardare quel luogo a pochi passi da noi invece di avvicinarci, senza che ci fosse dato di conoscerlo. Questa esperienza mi insegnò molto presto che non sarei mai stata capace di entrare in contatto con il pulsare vero dell’esistenza, esattamente com’era successo ai membri della mia famiglia prima di me.
A quell’epoca la famiglia di mio padre abitava ad Algeri, quella di mia madre a Tébessa. Venivano tutti dalla Turchia: erano di origine turca, o ottomana, come amavano definirsi. Anche se erano originari dello stesso villaggio, si erano sparsi in numerose città algerine, in cui si ritrovarono a occupare posizioni di prestigio. La famiglia di mia madre si era stabilita a Tébessa, dove i suoi si fecero un nome come abili commercianti e membri di spicco della comunità. Durante la Seconda guerra mondiale mio nonno materno divenne famoso per aver aperto le porte del suo magazzino di granaglie ai poveri e agli affamati. Ad Algeri, invece, la famiglia di mio padre si era guadagnata l’appellativo di Ben Dukkhan, ovvero “la famiglia del fumo”: erano chiamati così perché dai camini delle loro cucine non smetteva mai di uscire il fumo, segno di abbondanza e ricchezza.
Ma il passato, a sua volta, era una prigione dalle alte mura che ci si chiudeva addosso. E noi vi stavamo arroccati dentro, nonostante mio padre e mia madre fossero persone moderne, aperte alla cultura occidentale, e abitassero in un appartamento di un palazzo moderno di Tébessa. A quei tempi tra le classi sociali in ascesa era di moda vivere in un appartamento invece che in una casa antica.
Erano altre le dimore che avevano conservato la storia della nostra famiglia, che ci insegnavano chi eravamo e mostravano le nostre radici con l’insistenza di un mistico visionario, nonostante non abitassimo più nella maggior parte di esse. Infatti la casa del mio bisnonno paterno, nota come Qasr el-Rayyas, cioè “Palazzo dei Comandanti”, era stata nazionalizzata ai tempi di Houari Boumédienne, diventando un museo statale. In origine apparteneva ai fratelli Barbarossa, i corsari del sedicesimo secolo cui il sultano turco Solimano aveva affidato la difesa navale delle coste turche ripetutamente attaccate dalle grandi potenze europee. A partire dalla metà degli anni Ottanta del Novecento lo stato non consentì più alla famiglia di mio nonno di risiedervi; inoltre, l’arredamento e molte suppellettili furono saccheggiati o danneggiati prima che, negli anni Novanta, il palazzo venisse consegnato all’Unesco, che l’ha restaurato e dichiarato patrimonio dell’umanità.
Questa eredità era per me un vero e proprio fardello, mi spingeva a tenere a freno il mio corpo, a controllarlo, a reprimere i miei più profondi desideri per non mettere in pericolo il ricordo del palazzo dei Rayyas. Le origini della mia famiglia risalgono infatti ad Ahmed Bey, bisnonno della mia bisnonna paterna, che era il Bey, cioè il signore, di Costantina. Il sultano ottomano lo aveva nominato pascià d’Algeria prima che il paese, nel 1830, finisse sotto il dominio coloniale francese. Quando gli infedeli attaccano uno stato musulmano bisogna mettere mano alle armi, e così fu. Ahmed Bey combatteva a oriente, mentre a occidente era impegnato l’emiro algerino Abd el-Kader, che era invece di origini arabe. Il mio avo avrebbe voluto stringere un’alleanza con lui, ma questi dapprima tentennò, poi si oppose, poiché non voleva che i turchi potessero ritenersi pari agli arabi o, peggio ancora, assumessero il comando. Fu così che alla fine entrambi persero la guerra contro i francesi.
Nella nostra famiglia la storia e il lascito di Ahmed Bey erano stati mantenuti in vita e tramandati da una generazione all’altra, al punto da essere diventati parte inscindibile di ciascuno di noi. Fu come aver ereditato i problemi dell’Algeria: in qualche modo ce n’eravamo assunti la responsabilità. Gli adulti ci avevano parlato del Bey fin da quando eravamo piccoli, tanto che prima di intraprendere qualunque cosa ci chiedevamo come si sarebbe comportato lui. Ancora oggi parlo del Bey con riverenza, perché per noi è quasi un santo. Il fatto che tutto quello che ci aveva lasciato in eredità fosse stato nazionalizzato fece sì che gli attribuissimo ancora più importanza, e rafforzò in noi la convinzione che fosse stato trattato ingiustamente non solo in vita, ma anche dopo morto. Oltre al Qasr el-Rayyas, infatti, furono nazionalizzati i serragli di Costantina e di Algeri, e più di tre quarti dei possedimenti che aveva lasciato alla sua morte. Basti pensare che l’estensione dei terreni di mia nonna, prima dell’esproprio, equivaleva a metà della superficie del Libano. Inoltre, la storiografia ufficiale parla pochissimo di Ahmed Bey, e con evidente approssimazione. Ciò significa che gran parte degli onori è andata ad Abd el-Kader, nonostante mio nonno avesse combattuto i francesi con più determinazione.
Ahmed Bey era una personalità legata alla nostra ascendenza ottomana, ci ricordava che venivamo dal-l’aristocrazia, dal suo fior fiore. Per la nostra famiglia era motivo di grande vanto e ci faceva sentire superiori ai beduini, venuti nelle città da deserti lontani, i quali si gloriavano di una storia mai esistita e di lignaggi inventati. Ma perché dovevo pagare io il prezzo di questo orgoglio altezzoso e ipocrita, soprattutto visto che a casa nostra il ricordo di Ahmed Bey non aveva poi tutta questa importanza?
Oltre al Bey, potevamo vantare altri illustri antenati. Nel ramo paterno, per esempio, è famoso Hamma Lam-rie, cugino del mio bisnonno, anche lui protagonista di una vicenda tragica. Assieme allo sheikh Messali Hadj, guida del Movimento nazionale algerino, si fece promotore di una celebre battaglia elettorale. Quando i francesi aprirono agli algerini le liste elettorali delle circoscrizioni comunali, i sostenitori di Messali lo candidarono. Anche questa è una storia singolare: infatti entrambi i rappresentanti locali del movimento ebbero successo su scala nazionale, lui a Tébessa e un altro a Tlemcen. In seguito, però, le autorità misero in dubbio la vittoria del secondo candidato e ne annullarono l’elezione, così Hamma rimase l’unico algerino a essere stato eletto. Ma si tratta di un’altra ingiustizia nel nostro album dei ricordi: Hamma Lamrie fu infatti ucciso al porto di Algeri mentre si dedicava al suo passatempo preferito, la pesca. Si disse che Houari Boumédienne fosse il diretto responsabile dell’omicidio, ma la famiglia non chiese mai che fosse fatta chiarezza. Le onde e le maree del Mediterraneo non sono riuscite a lavare quel sangue.
Il mio prozio materno, lo sheikh Mustafa Al-Zamrali, era membro dell’Associazione degli ulema, i massimi esperti in materia di islam, insieme allo sheikh Abd el-Hamid Ben Badis. Oggi, però, i testi ufficiali riportano che era di origine curda, per evitare di rendere omaggio ai turchi, se non addirittura di farne menzione. Se non hanno ucciso Al-Zamrali una seconda volta, di sicuro ne hanno stravolto l’identità storica, cancellandone il ricordo.
Il fatto è che la mia famiglia non percepì mai l’indipendenza come un avvenimento positivo: era come se gli altri algerini ne avessero tratto maggiori vantaggi. Ahmed Ben Bella governò per poco, sebbene le donne della mia famiglia l’avessero sostenuto versando grandi quantità di oro, anche quello che avevano ereditato, nelle casse di solidarietà istituite a sostegno dell’economia della nuova Algeria. In seguito, l’era Boumé-dienne li ricompensò per aver combattuto i francesi e sostenuto lo stato e la sua economia con l’esproprio di gran parte dei loro beni. All’inizio provavano molta stima per Boumédienne, ma presto il suo comportamento li costrinse a ricredersi, e non rimase loro che ammirarlo blandamente per le sue doti di grande condottiero.
In quel periodo, nelle case delle famiglie di origine turca le feste nazionali e le celebrazioni legate all’indipendenza e alla guerra di liberazione assomigliavano a dei funerali; molti di loro cominciarono a trasferirsi in Europa, mentre solo un numero esiguo fece ritorno in Turchia. Laggiù, infatti, il sentimento antiottomano, eredità di Kemal Atatürk, era ancora forte, soprattutto tra i militari e le istituzioni che ci avevano espropriato del nostro passato, lasciando alle loro controparti algerine il compito di sottrarci il presente. Così, dopo che Atatürk ebbe abolito il califfato, riducendolo a un titolo simbolico, mera vanteria del signore di Istanbul e di Izmir, perdemmo ogni legame con la nostra madrepatria. Non ci restava altro che rimanere fedeli alle glorie del passato, a un racconto nostalgico tramandato ormai quasi solo oralmente e che aveva perso di valore una generazione dopo l’altra, diventando sempre più confuso e impreciso.
Forse fu per questa ragione che i membri della mia famiglia avevano preferito mantenere quanto più possibile un atteggiamento di superiorità, aggrappandosi a tutto ciò che avrebbe permesso loro di distinguersi. Gli antenati della mia nonna materna, morta prima che io nascessi, venivano da Izmir e appartenevano a un ramo dinastico importante, anche se inferiore alla famiglia di mio padre per lignaggio e posizione: lei continuò fino al suo ultimo giorno a parlare in turco e arabo classico, decisa com’era a differenziarsi dal resto degli algerini.
Di conseguenza, fin dalla più tenera età non ebbi mai occasione di conoscere persone provenienti da altri strati sociali: i miei genitori non me lo permettevano. Quando mio padre mi chiese di non frequentare i ragazzi delle periferie di Tébessa perché non erano del nostro ambiente, non aggiunse spiegazioni, né io mi opposi: a casa nostra questo era l’ordine naturale delle cose. Per di più, l’attaccamento alle origini ottomane ci impediva di sposarci con chi non era al nostro livello. Certo, lavoravamo insieme agli arabi e ai berberi, ma ci sentivamo superiori e non ci saremmo mai uniti a loro. Questo atteggiamento altezzoso attirava l’attenzione e noi eravamo oggetto di curiosità e di sguardi indiscreti, una cosa che contribuiva ad aumentare l’infelicità che mi procurava l’essere esclusa da una vita normale, uguale a quella di tutti gli altri.
Provai di nuovo quei sentimenti angoscianti anni più tardi, quando lessi il libro di Kenizé Mourad, La principessa ribelle, dove l’autrice racconta la storia di sua madre Selma. Il romanzo è ambientato ai tempi del califfato ottomano e la ricostruzione dell’epoca è particolarmente ben riuscita. Mi sentivo vicina a Selma la quale, al pari di me, era incompresa e viveva soggiogata, anche se le sue sofferenze avevano tutt’altra causa. Era come se fosse stata costretta a vivere in un mondo a parte, in un periodo storico che per la maggior parte delle persone non esisteva più. Obbligata dalla famiglia a sposare un uomo che non conosceva, per sottrarsi alla terribile sofferenza del suo matrimonio fuggì a Parigi, dove ebbe una relazione con un uomo che aveva scelto lei. Dato che era una principessa, alle severissime restrizioni imposte dal suo rango si era aggiunta la condanna senza appello decretata dalle norme sociali.
Ho cominciato questo romanzo molte volte nella mia vita, ma ho sempre interrotto la lettura a poche pagine dalla fine. Non ho mai avuto il coraggio di sapere cosa si celasse in quelle righe, la fine che il destino aveva riservato a quella donna.
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Mio padre si chiama Abdallah, mentre quella del nome di mia madre è una lunga storia. Quando lei nacque, mio nonno si trovava in prigione per aver combattuto i francesi. Era inoltre da poco morta sua figlia maggiore, Khadija; ma la famiglia non voleva renderne nota la morte, perché temeva che così facendo le autorità francesi si potessero immischiare nelle loro faccende private, essendo il nonno un personaggio esposto. Decisero dunque di seppellirla in segreto, come se non fosse mai esistita. Quando nacque mia madre, la chiamarono Malika; anche in questo caso, temendo i francesi, non vollero registrarla all’anagrafe. Un’altra sorella, mia zia Fatima, aveva già assunto l’identità di Khadija, e la confusione fu ulteriormente accresciuta dal fatto che mia madre prese quella di Fatima. Quando Malika compì due anni e Fatima tre, mia madre cominciò ad avere due nomi: quello ufficiale era Fatima, ma in famiglia la chiamavano Malika. Non so se sia stato a causa di questo doppio nome, fatto sta che mia madre si comportava come se avesse due personalità: a volte parlava chiaro, senza peli sulla lingua; altre, invece, si comportava nel modo opposto, nascondendo le proprie opinioni. Comunque sia andata, l’indole di mia madre la spingeva ad atteggiamenti ambigui e contraddittori che talvolta davano l’impressione di veri e propri voltafaccia. Con me, per esempio, si è comportata come se avesse mille volti e mille lingue e, nel caso specifico dei suoi dubbi sulla mia sessualità, ha fatto allusioni che forse neppure psicologi insigni sarebbero capaci di interpretare.
Per molti aspetti, le storie personali dei miei genitori lasciavano intendere che nella nostra famiglia le cose sarebbero potute andare in un altro modo. Ma evidentemente la propensione al male dell’essere umano è più forte di quanto pensiamo: ciò che le persone rivelano e la spiegazione razionale che ci diamo dei loro comportamenti sono solo un aspetto – il più superficiale – della natura umana. Forse dietro la scorza dell’apparenza si cela sempre un altro animo, invisibile a occhio nudo, che agisce con mano ingannatrice.
Entrambi i miei genitori studiarono nella città di Annaba, dove si erano iscritti all’università. Abdallah si laureò in francese e matematica, Malika in francese. Si conobbero durante il tirocinio per diventare insegnanti e si sposarono dopo appena un anno.
Era l’epoca del governo Boumédienne, che fu lungo e pieno di contraddizioni: questi, infatti, se con una mano sventolava la bandiera dell’islam, con l’altra sbandierava il vessillo della modernità. E il matrimonio dei miei poteva definirsi improntato al modello della famiglia “moderne”, quella più attuale, in cui il marito è maggiore della moglie al massimo di cinque anni. Inoltre, mia madre era rimasta nel mondo del lavoro anche dopo il matrimonio e aveva continuato a insegnare: il fatto che entrambi lavorassero era tra le regole fondanti della famiglia moderna, in Algeria come altrove.
Questo percorso non fu privo di ostacoli. Nonostante si amassero e la loro scelta fosse pienamente consapevole, mio padre aveva dovuto insistere per mesi prima che gli fosse concesso di sposare mia madre. Aveva fatto la sua richiesta al nonno di Malika, dato che il padre era morto da parecchi anni. Tuttavia, poiché in Algeria in genere quando si viene a sapere dell’amore tra due persone il loro matrimonio non viene accettato, mio padre tornava ogni volta a mani vuote. L’opposizione del mio bisnonno si protrasse per sei lunghi mesi.
Quando nacqui io, non mi insegnarono a pregare, né lo fecero con gli altri figli. Imparai alla scuola mista che frequentavo, che molto spesso chiudeva un occhio sulle questioni riguardanti la religione e le tr...