
eBook - ePub
Il segreto è la vita
Una storia di malattia, fede e travolgente speranza
- 238 pagine
- Italian
- ePUB (disponibile su mobile)
- Disponibile su iOS e Android
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Informazioni su questo libro
Una vacanza con gli amici nei fondali paradisiaci del Mar Rosso. Niente sembra possa andare male, visto da laggiù. Alex sorride alla vita e trasmette allegria a tutti. Al ritorno da quel viaggio, nulla sarà come prima. Il giorno del suo ventiquattresimo compleanno Alessandro si ammala di leucemia mieloide acuta, una prova che ha saputo affrontare con il coraggio della fede e la forza di chi, anche nella sofferenza, riesce a dedicarsi agli altri. Lo fa talmente bene da diventare importante sostegno per malati ai quattro angoli del pianeta, moltiplicatore di fiducia, punto di riferimento per le migliaia di membri del suo gruppo Facebook e del sito che ha fondato, Beat Leukemia. Un nome da guerriero della luce, come è stato lui.
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Informazioni
Editore
EDIZIONI PIEMMEAnno
2012Print ISBN
9788856626865eBook ISBN
9788858506790REGOLA NUMERO 1
TU SEI IL MONDO
1
Mi immergo felice nell’acqua del Mar Rosso, che subito mi avvolge e mi riscalda. La muta mi lascia scoperte le braccia e le gambe, mentre agito le pinne e scendo di qualche metro. Ora sono come loro, finalmente, come i meravigliosi pesci che mi circondano. Ho visto la barriera corallina dell’Oceania, appena un anno e mezzo fa, e questa non ha niente da invidiarle. Mi sfiorano pesci dalle forme più strane, allungati, schiacciati, irti di aculei, e dai colori più sfavillanti. Tutto l’arcobaleno è qui insieme a me, non manca nemmeno un colore, anzi, ce ne sono molti di più, con pennellate e sfumature che non so definire. Non sono molto sotto la superficie, appena quel che serve, e la luce del sole piove chiara dall’alto, illuminando questo meraviglioso fondale. Ma il colore dei coralli è tanto forte da diffondere attorno a sé un alone rosaceo, tenue eppure sensibile, magico, nel quale immergo la mano come in una fonte miracolosa. E intanto il tepore dell’acqua del Mar Rosso si diffonde nel mio corpo, dandomi benessere, fiducia, speranza. Niente sembra possa andare male, visto oggi e da quaggiù.
È allora che Giovanni mi tocca il braccio e mi fa un segno deciso, con espressione preoccupata.
Mi volto e la vedo. Una manta gigante corre maestosa a pochi colpi di coda da noi.
È enorme, lunga circa tre metri, è nerissima sul dorso, bianchissima sul ventre.
Sembra disinteressarsi alla nostra presenza, forse perché ha visto già tanti sub, forse perché è nostra amica.
All’improvviso si arresta e, calma, si posa sul fondale. Non ha intenzione di fuggire e quasi ci invita.
Giovanni cerca di trattenermi, ma io non resisto. Lentamente, senza fretta, assaporando ogni istante di quel breve percorso, mi avvicino a lei e mi faccio notare. Non l’accosto subito, anche se il cuore mi dice che non accadrà nulla. Faccio due capriole davanti al suo muso, fluttuo a un metro dalle sue pinne, accenno un piccolo balletto di benvenuto.
E lei sbatte le ali, sollevando una nuvola di sabbia finissima.
Giovanni si allontana, ma io resto fermo, perché so cosa vuole la manta.
Non fugge, di nuovo non fugge, e non mi attacca. Non mi odia, lo so, non sono il suo nemico.
Mi volteggia attorno e mi invita a correre insieme a lei.
Ecco il miracolo.
Io e questa stupenda creatura corriamo insieme sul fondo del mare, sfrecciamo uno accanto all’altra a un passo dalla barriera corallina, quasi ci tocchiamo.
Ci fermiamo e ci guardiamo, per un lungo momento.
Ma proprio quando stendo una mano per sfiorarla lei si ritrae e, silenziosa com’è arrivata, se ne va.
Ancora con calma, in pace.
Non ha voluto che la accarezzassi, non ha voluto regalarmi tutto. Ma in quei brevi istanti di compagnia mi ha fatto egualmente un dono enorme e io sono strafelice.
Giovanni è ancora lì, fermo, e attraverso la maschera vedo il suo volto stupefatto.
Indico l’alto e comincio a risalire. Lui mi viene dietro e quando arriviamo a pelo d’acqua si leva il boccaglio e sorride.
«Perché l’hai fatto?»
«Ho seguito l’istinto.»
«Poteva essere pericoloso.»
Scuoto la testa.
«No. Qui, in questo Paradiso, non può accaderci niente.»
2
È l’aprile del 2007, l’inizio del mese, e Sharm ci ha accolti con calore, in tutti i sensi. Perché qui c’è un gran caldo tutto l’anno e perché la gente è molto ospitale.
Io e Giovanni siamo venuti a trovare i due gemelli egiziani, Ahmed e Hisham, che per la precisione sono italoegiziani, dato che la loro mamma è italiana e il loro papà è del Cairo. Facciamo tutti insieme la Bocconi a Milano e siamo molto amici. Io e Giovanni ci troviamo qui perché da molto tempo abbiamo promesso ai gemelli di seguirli in una vacanza sul Mar Rosso, nella loro terra.
A dire il vero, io non sono proprio un tipo da resort.
Non mi sono mai piaciute le vacanze organizzate, il turismo che non è turismo perché il capo villaggio si ritiene in diritto di stabilire cosa devi fare dalla mattina alla sera. E se non obbedisci passi anche per antisociale. Ma Ahmed e Hisham lo sanno e quindi ci hanno preparato un soggiorno a giusta misura. Albergo, un bell’albergo, per dormire e fare colazione, e per il resto una gran libertà di andare e venire come ci pare. Così le giornate scorrono tanto rapide che quasi non ce ne accorgiamo.
Ci alziamo prestissimo, tra uno sbadiglio e l’altro, e dedichiamo la mattinata alle immersioni.
Poi, ebbri di luci e di colori, mangiamo un po’ di pesce e riposiamo, almeno fino al tardo pomeriggio, quando facciamo una passeggiata lungo la King of Bahrein Street. Non prendiamo nulla per noi, ma non possiamo tornare a casa a mani vuote e abbiamo un sacco di regali da comprare. Io inizio con un paio di orecchini di corallo per la mamma e finisco con un’antica punta di freccia – trovata da un antiquario nel deserto lì intorno – per mio fratello Michele. In mezzo ci metto il regalo per mio papà, per Carlotta, per Cristina e per un’altra mezza dozzina di amici. Quando finisco il giro scopro che ho prosciugato la carta di credito e le ultime pizze me le devo far pagare da Giovanni. Per questo Michele, che è più grande di me, mi prende sempre in giro. Quando torno carico di pacchetti da un viaggio di lavoro o dalle vacanze, mi chiede se sono al verde. Io gli rispondo di sì e lui invariabilmente ricorda: «Sempre il solito! Come da piccoli, quando finivi la paghetta a metà settimana perché prestavi e offrivi a tutti!».
Però lui, la mia famiglia e gli amici sono contenti di ricevere i miei regali e io non rinuncerò mai a farglieli. Inoltre non sono affatto uno spendaccione. Conosco il valore del denaro e non lo spreco. È che per me fare regali è una maniera perfetta di impiegare i soldi. Penso a questo proprio a Sharm, una sera, mentre siamo seduti davanti a un enorme gelato.
Ahmed dice: «Quando passiamo al Cairo, vi faccio vedere una meraviglia che nemmeno pensate…».
«E cos’è?»
«Una Triumph!»
«Una motocicletta?»
Ahmed annuisce, fiero.
«Sì, una vecchia Triumph di mio padre. Ha venticinque anni ed è un gioiello, ma è ferma da molto tempo. Ho deciso che non torno a Milano se prima non trovo qualcuno che me la rimette a posto.»
«E poi che ci farai?»
Giovanni bada sempre al sodo.
«La guiderò sulla costiera, con il mare da una parte e il deserto dall’altra. Sarà fantastico!»
«Quando?»
Ahmed si adombra.
«Che significa quando? Ogni volta che tornerò in Egitto.»
«Ma tu sai bene che tornerai in Egitto dall’Europa fra chissà quanto tempo…»
Do a Giovanni un calcio sotto il tavolo, e se ne accorgono tutti, ma non c’è niente da fare.
«…così la moto rimarrà ad ammuffire in qualche garage e tu sarai punto e a capo.»
Ahmed lo guarda stupito.
«Dove vuoi arrivare? Non sarà questa spesa a mandare in rovina la mia famiglia!»
«No di sicuro. Ma sei certo che sia il modo migliore di spendere i soldi di tuo padre?»
Ahmed si guarda attorno seccato e si vede che non sa come rispondere. Poi sbotta: «Ma perché devi rovinarci una bellissima serata con questa scemenza?».
Tutti ridiamo ed ecco perché ripenso ai regali, a mio fratello e alle sue battute sulla mia paghetta. Al posto di Ahmed probabilmente farei quel che fa lui. Aggiusterei la moto, se ne ho voglia e mi piace l’idea. Ma neanche io sono sicuro che siano soldi ben spesi. Forse no, forse sì, come per i regali. Perso dietro questo pensiero, mi distraggo e non sento come va a finire tra Giovanni e il gemello. Comunque, quella sera andiamo in discoteca: balliamo con ragazze di mezzo mondo e dimentichiamo ogni faccenda di soldi.
Nella notte sul Mar Rosso, siamo ancora venticinquenni pieni di forza, di ottima famiglia e senza vere preoccupazioni.
Non c’è nessun bisogno di straniarci con dubbi molesti.
Anzi, a ripensarci oggi quella piccola discussione è l’unica nuvoletta della nostra vacanza a Sharm.
Una nuvoletta bianca e vaporosa, senza pioggia, amichevole.
Come tutto ciò che faceva parte della nostra vita in quei giorni.
3
«Ehi! Ma io credevo che fossero in pieno deserto.»
So che sto facendo la figura dello stupido, e infatti i gemelli ridono, ma lo stupore è stato fortissimo e l’esclamazione mi è uscita di bocca senza che lo volessi.
«Tutti i turisti lo credono. Ma dipende solo da come vengono fotografate.»
Abbiamo davanti le piramidi di Giza. Quella di Cheope, la più alta, e poi quelle di Chefren e di Micerino. Sono enormi, massicce, svettano verso il cielo sovrastandoci, molto più grandi di come immaginavo vedendole sulle guide… e non sono nel deserto. Tutto attorno, infatti, davvero vicini, si vedono i palazzoni dei quartieri popolari del Cairo. Allora hanno ragione i gemelli. Ci fanno credere che le piramidi siano nel deserto aggiustando l’inquadratura. È un po’ scorretta la questione, ma va così.
Hisham mi dà una pacca sulla spalla.
«Ti toglie il piacere di vederle?»
Scuoto la testa.
«No, assolutamente.»
Ed è vero. Perché anche sullo sfondo dei palazzoni le piramidi sono uno spettacolo magnifico. Tanto che regalo a tutti una splendida idea: una gara di velocità.
«L’ultimo che arriva in cima paga la cena a tutti!»
E mi lancio verso i gradoni della piramide di Cheope.
«Sei matto? Torna indietro! Fa troppo caldo!»
Inseguito dalle grida dei miei amici, inizio l’ascesa.
Chi ha detto che scalare la piramide di Cheope è una delle dieci cose assolutamente da fare nella vita? Be’, io lo faccio e mi porto avanti, anche se è vero, siamo arrivati tardi, sono le tre del pomeriggio e c’è un caldo soffocante. Ma le gambe vanno che è un piacere e alla fine, per non essere da meno, gli altri mi vengono dietro.
Salgo, aiutandomi con le mani, e non guardo mai di sotto.
Salgo e non mi volto attorno nemmeno una volta, per ammirare il paesaggio.
Salgo e ciò che voglio è solo arrivare in cima. Perché la cima, il top, il meglio del meglio è quanto desidero per me e per la mia vita. E sono capace di prendermelo.
Salgo e finalmente arrivo lassù, alla vetta, al culmine dei 146 metri della piramide.
Solo allora, quando arrivo, mi siedo sul gradone più alto e mi guardo attorno.
In basso, molto più in basso, Ahmed, Hisham e Giovanni si muovono lentamente, prendendosela comoda. Sorrido, perché non li sento, ma sono sicuro che stanno smoccolando contro di me.
Alzo gli occhi verso nord. Laggiù, nonostante la foschia della giornata afosa, si intuisce la presenza del mare: me lo dice quell’azzurro tenue ma brillante, indistinto ma certo. È il mare.
Nella stessa direzione, e anche qua sotto, e per molto spazio intorno, si stende Il Cairo, una città pazzesca. Ieri l’abbiamo girata in lungo e in largo e ho capito una cosa: Il Cairo è piena di vita, di ragazzi, di gente che grida, gesticola e si dà da fare, ed è tanto esuberante che le nostre città occidentali al confronto scompaiono.
Dietro a me, verso sud, si allunga il deserto. Bianco, abbagliante, vuoto da far paura.
Ma io non ho paura.
Anzi, qua in cima mi sento a casa e improvvisamente mi riempie la stessa sensazione provata sul fondo del Mar Rosso, quando accarezzavo la manta.
È come se tutto si fondesse in un insieme armonioso, è come se nel quadro non ci fosse un solo particolare fuori posto.
Il mare, la città, il deserto, la piramide, io stesso. Tutti siamo il mondo, siamo nel mondo, siamo del mondo. E non c’è più differenza tra me e ciò che mi circonda. Persino i brutti palazzi dei quartieri popolari da quassù mi sembrano bellissimi.
Mi sono innalzato e ciò che ho ottenuto è ancora il Paradiso.
Dove niente è cattivo, dove non può accadere nulla di male.
Questa volta catturo la sensazione, la penso, la faccio mia, non la lascio più andare. Nel silenzio della vetta, mi riprometto di vivere sempre come se io e il mondo fossimo una sola, inscindibile, meravigliosa, unica cosa.
4
«Ho la febbre, Giovanni!»
Giovanni mi mette la mano sulla fronte e la ritira in fretta.
«Hai ragione, scotti…»
Mi ingiunge di restare dove sono e va a cercare una farmacia.
Siamo in aeroporto, al Cairo, e stiamo per prendere l’aereo che ci riporterà in Italia.
Mentre aspetto il mio amico, mi guardo attorno e sospiro.
Gli aeroporti sono le comunità più ordinate e disciplinate al mondo. E non potrebbe essere altrimenti, data la complessità delle operazioni che vi si svolgono. Ma io ne ho sempre notato l’aspetto più superficiale: l’enorme confusione fatta da tutta questa gente che si muove in cerca di un ritorno a casa. Uomini, donne e ragazzi si affrettano, si incrociano, incespicano gli uni sugli altri, si aggrovigliano ai loro bagagli. E la sensazione di benessere che ho provato solo ieri, in cima alla piramide di Cheope, sparisce in un attimo. Sono felice perché è stata una bellissima vacanza e sono contento di rientrare in famiglia, a Milano. Ma non mi sento più in unione con il mondo. Sono di nuovo solo.
«Ecco dell’aspirina. È tutto quello che ho trovato, ma servirà allo scopo.»
Giovanni mi porge una scatoletta e una bottiglietta d’acqua.
Io apro la scatoletta, prendo una compressa e la fisso, chissà perché.
La faccio saltare sul palmo della mano, come se da essa dipendesse il mio destino.
E poi la mando giù, con un sorso d’acqua.
«Quanto manca all’imbarco?»
«Pochi minuti. Vuoi una rivista?»
Giovanni si siede accanto a me e sfoglia «Time».
Ma io non ho voglia di leggere e non vedo l’ora di tornarmene a casa.
Ho anche un po’ di mal di testa, a dire il vero, ma con tutto il sole che ho preso ieri e la fatica...
Indice dei contenuti
- Copertina
- Frontespizio
- Colophon
- Regola numero 1 - Tu sei il mondo
- Regola numero 2 - Non arrenderti mai
- Regola numero 3 - Combatti per l’obiettivo più importante
- Regola numero 4 - Scegliti i compagni di squadra più bravi
- Regola numero 5- La speranza più grande vive per sempre
- Regola numero 6 - Per te esiste solo la vittoria
- Beat Leukemia