The Tender Bar. Il bar delle grandi speranze
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The Tender Bar. Il bar delle grandi speranze

  1. 490 pagine
  2. Italian
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  4. Disponibile su iOS e Android
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The Tender Bar. Il bar delle grandi speranze

Informazioni su questo libro

Da questo memoir è tratto The Tender Bar, il nuovo film da regista di George Clooney, con Ben Affleck e Tye Sheridan, da gennaio 2022 in tutto il mondo su Prime Video.

J.R. cresce catturato da una voce. La voce di suo padre, un discjockey di New York che ha preso il volo prima che lui pronunciasse la sua prima parola. Con l'orecchio schiacciato contro la radio, vorrebbe spremere da quel timbro caldo i segreti dell'identità e dell'universo maschili. Sua madre è il suo mondo, è la sua roccia, ma lui cerca anche qualcosa di più, qualcosa che riesce ad avvertire solo in quella voce. A otto anni, quando anche la voce alla radio scompare, J.R. scappa disperato fino al bar all'angolo, e lì scopre un nuovo mondo, e un coro turbolento di nuove voci. Quelli che si rifugiano al «Dickens» per raccontare le proprie storie o scordare i propri guai sono poliziotti e poeti, allibratori e soldati, star del cinema e pugili suonati. E poiché si diventa grandi per imitazione, a ciascuno di questi uomini J.R. ruberà qualcosa, diventando un piccolo «ladro di identità».
Appassionato e malinconicamente divertente, l'avvincente racconto della lotta di un ragazzo per diventare uomo, di un turbolento amore tra una madre e il suo unico figlio, ma anche un indimenticabile ritratto di come gli uomini rimangano, nel fondo del loro cuore, dei ragazzi perduti.
L'opera prima del premio Pulitzer coautore di Open, il memoir che lo ha consacrato tra i migliori e più coinvolgenti autori internazionali.

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PARTE SECONDA

«Dicono che gli uomini migliori sono impastati di difetti,
E, per lo più, divengon tanto più buoni
per essere stati un po’ cattivi.»
WILLIAM SHAKESPEARE, Misura per misura

21

IL DIAVOLO E MERRIAM WEBSTER

Il tassista depositò le mie valigie sul marciapiede davanti a Phelps Gate. C’erano famiglie ovunque e lui si guardò intorno cercando la mia, come se avessi avuto una famiglia quando mi aveva raccolto alla Union Station, e l’avessimo persa mentre andavamo al campus.
«Sei solo?» domandò.
«Sì.»
«Ti serve aiuto per i bagagli?»
Annuii.
Lui prese una delle mie valigie, e uno accanto all’altro passammo sotto un passaggio ad arco, ci infilammo in una lunga galleria buia e sbucammo nell’ampio e luminoso prato del Vecchio Campus. Persino l’ingresso di Yale, pensai, è progettato per rappresentare e simboleggiare la promessa di questo luogo: le tenebre che cedono di colpo alla luce.
Chiedemmo indicazioni per Wright Hall, che si rivelò un pensionato vecchio di un secolo, non molto più solido di casa del nonno. La mia stanza era in cima a una scala di cinque piani, e dentro c’era già qualcuno. Uno dei miei tre compagni di stanza stava disfando la valigia aiutato dai genitori e dalle sorelle. Ci stringemmo la mano, mentre sua madre si precipitava incontro al tassista. «Dev’essere così orgoglioso!» esclamò. «Non è un giorno fantastico per un genitore?»
Confuso, il tassista si tolse il cappello e strinse la mano della donna. Lei si presentò e presentò suo marito, e prima che riuscisse a chiedere all’uomo se preferiva passare l’estate a Martha’s Vineyard o a Cape Cod, io gli porsi il denaro e lo ringraziai.
«Oh» fece la madre. «Io non...»
«Buona fortuna» mi augurò il tassista, levandosi di nuovo il cappello mentre si incamminava verso la porta.
Tutti si voltarono a guardarmi. «Volo in solitaria oggi» dissi.
La madre fece un sorriso di circostanza. Mio figlio deve vivere con questo vagabondo? Le sorelle si rimisero a piegare mutande. «Allora,» intervenne il mio nuovo coinquilino cercando di allentare la tensione, «JR sta per...?»
Arrivò un secondo compagno di stanza coi genitori, seguiti dall’autista della limousine che portava un set di valigie firmate. Furono fatte le presentazioni. Il padre di questo secondo ragazzo, un uomo elegante dall’espressione minacciosa, mi prese da parte e mi tempestò di domande. Da dove venivo? Che liceo avevo frequentato? Poi mi chiese cos’avessi fatto tutta l’estate. «Ho lavorato in uno studio legale di Manhattan» dissi orgogliosamente.
«Quale studio?»
Gli dissi il nome. Lui non reagì. «È un piccolo studio» aggiunsi. «Sono certo che non l’ha mai sentito nominare.» Si accigliò. L’avevo perduto. Cercai di recuperare. «Ma i soci vengono da uno studio molto più grande e prestigioso, da cui sono usciti qualche anno fa.»
Era vero. Ma quando mi chiese quale fosse quel grosso studio, ebbi un vuoto. Balbettai la prima sequenza di tre nomi che mi venne in mente: Hart, Schaffner e Marx. Per mia sfortuna, il tipo lavorava nel settore dell’abbigliamento. Conosceva Hart Schaffner Marx, azienda produttrice di abiti da uomo, la conosceva benissimo. Dovette concludere che ero un bugiardo e uno stupido, perché si allontanò da me disgustato.
Era giunto il momento di andare a prendere un po’ d’aria.
Mi diressi verso lo stesso grande olmo sotto il quale mi ero rifugiato nella prima visita a Yale con mia madre. Seduto con le spalle appoggiate al tronco, vidi arrivare i miei compagni, una flotta di famiglie col vento in poppa che calavano su College Street in automobili che costavano tre volte quello che mia madre guadagnava in un anno. Non avevo mai pensato a quanto sarebbe parso strano il mio arrivo a Yale da solo, e non avevo previsto quanto i miei compagni sarebbero stati diversi da me. A parte le cose tangibili – abiti, scarpe, genitori – ciò che notai il primo giorno fu la sicurezza. Aleggiava sul campus come l’afa di agosto, e come l’afa minava tutte le mie energie. Chissà se la sicurezza si poteva acquisire, o se, come un padre o una pelle perfetta, era qualcosa che si possedeva fin dalla nascita.
Uno di questi ragazzi sicuri di sé spiccava fra gli altri. Mi ricordava l’immagine di un antico busto di marmo che mi aveva mostrato Bud. Cesare, pensai. Aveva negli occhi la stessa imperiale fiducia. Erano gli stessi occhi del padre o zio o chiunque fosse quell’uomo che lo aiutava a portare lo stereo nella sua stanza, e tutti quelli che passavano ne erano colpiti. Era il primo giorno dell’anno scolastico, eppure quel ragazzo dava l’impressione di essere già prossimo al diploma. Aveva già sotto controllo tutta Yale. Conosceva tutti, e quelli che non conosceva li fermava, ansioso di conoscerli. Teneva il mento leggermente alzato, come se tutti quelli a cui si rivolgeva fossero su un piedistallo, e quella posa, insieme al naso adunco e alla mascella sporgente, accentuava il suo portamento regale. Sorrideva come se avesse in tasca il biglietto vincente della lotteria, e probabilmente era proprio così. Il suo successo era altrettanto assicurato. Sembrava un tipo cui non sarebbe mai successo niente di male.
Come potevo frequentare lo stesso istituto di quel ragazzo? Come potevamo occupare lo stesso pianeta? Non era affatto un ragazzo, ma un uomo adulto. Se mai gli fossi capitato accanto – cosa improbabile – mi sarei sentito come se avessi i calzoni corti e un lecca-lecca gigante in mano. Occupava un altro piano della realtà, mondi lontanissimi da me, anche se c’era qualcosa di terribilmente familiare in lui. Continuai a guardarlo finché non capii. Somigliava a Jedd.
Jedd. Se solo avessi potuto telefonargli e chiedergli consiglio. Jedd avrebbe saputo cosa fare. Ma non gli parlavo da anni. Pensai di chiamare mia madre, ma era fuori questione. Avrebbe avvertito il panico nella mia voce, e non potevo farle capire che ero scoraggiato fin dal primo giorno.
Più tardi, quella sera, misi Sinatra sul piatto del giradischi del mio compagno di stanza e mi allungai sulla panca sotto la finestra sfogliando il catalogo dei corsi, che occupava quattrocento pagine. “Ecco perché sono venuto a Yale” pensai, rallegrandomi. Questa sarà la mia salvezza. Scacciai ogni altro pensiero e mi concentrai su Antropologia 370b, “Studio della cultura americana”, o Inglese 433b, “Il mestiere dello scrittore”, o Psicologia 242a, “Apprendimento e memoria”. Avrei imparato il cinese! O il greco! Avrei letto Dante in lingua originale! Avrei preso lezioni di scherma!
Poi mi imbattei in una cosa chiamata Piano di Studi Orientato. Era un programma aperto a un numero “selezionato” di matricole, una rassegna esaustiva della civiltà occidentale di durata annuale, un’immersione totale nel canone. Feci scorrere il dito sulla lista di scrittori e pensatori inclusi nel programma. Eschilo, Sofocle, Erodoto, Platone, Aristotele, Tucidide, Virgilio, Dante, Shakespeare, Milton, Tommaso d’Aquino, Goethe, Wordsworth, sant’Agostino, Machiavelli, Hobbes, Locke, Rousseau, Tocqueville, e questo era solo il primo semestre. Guardai fuori dalla finestra, riflettendo. Un gruppo di studenti si stava riunendo nel cortile sottostante. Fra loro c’era il ragazzo supersicuro, Jedd Versione 2.0, che pontificava. L’imperatore di Yale. Il Piano di Studi Orientato era l’unico modo per competere con un ragazzo simile, l’unico modo di misurarsi con la sua sicurezza e magari acquisirne un po’ anch’io.
Telefonai a mia madre e le chiesi un parere. Lei espresse il timore che stessi facendo un passo troppo lungo, e troppo presto, ma sentendo nella mia voce l’urgenza di mettermi alla prova, mi incoraggiò a fare domanda. E se per caso mi avessero preso, voleva che rinunciassi a lavorare part time, come avevamo concordato. Avrei dovuto usare tutto il mio tempo libero per studiare, studiare, studiare, e se ci fosse stato bisogno di soldi, avrebbe attinto al piccolo risarcimento che aveva ricevuto dopo l’incidente.
Le campane di Harkness suonavano mentre percorrevo a passo svelto Elm Street con un quaderno nuovo sotto il braccio e due penne nuove in tasca. Qualche foglia iniziava già a cadere. Ero stato ammesso al Piano di Studi Orientato, cosa che consideravo un immenso onore, anche se in seguito scoprii che il programma accettava praticamente tutti i masochisti disposti a lavorare il quadruplo delle altre matricole. Mentre correvo alla mia prima lezione, un seminario di letteratura, pensai a tutte le volte che zio Charlie mi aveva detto di fermare l’orologio, di rimanere immobile dov’ero, di solito proprio nei momenti in cui volevo che la vita accelerasse. Finalmente era arrivato un momento da assaporare lentamente.
Il seminario di letteratura era tenuto da un tizio alto e ossuto, sulla quarantina, con una barbetta alla Van Dyke e sopracciglia brune e svolazzanti come falene. Ci accolse in tono burbero e ci parlò delle glorie che presto avremmo incontrato, le menti prodigiose, le storie senza tempo, le frasi immortali la cui perfezione era durata più di epoche e imperi, e sarebbe sopravvissuta ancora per millenni. Passò dalla poesia al teatro, al romanzo, citando a memoria versi e brani scelti della Divina Commedia, del Preludio, dell’Urlo e il furore, e del Paradiso perduto, il suo preferito, in cui avremmo presto fatto conoscenza con Satana. Parlò con particolare tristezza della perdita del paradiso, e con curiosa ammirazione di Satana come personaggio letterario, e mi venne in mente che anche lui, con la sua barba a punta e le sopracciglia cespugliose, poteva essersi ispirato al Principe delle Tenebre. Feci il suo ritratto sul quaderno, uno schizzo in stile Biografie minute, con la didascalia: professor Lucifero.
Da perfetto Lucifero, il professore prese posto solennemente a un capo del tavolo e cominciò a tentare le nostre anime. Tutto ciò che stavamo per leggere, disse con straordinaria gravità, discendeva da due poemi epici, l’Iliade e l’Odissea. Erano i virgulti da cui si era sviluppata la grande quercia della letteratura occidentale, che continuava a crescere e ad allungare i suoi rami a ogni nuova generazione. Ci invidiava, disse, perché stavamo per incontrare quei due capolavori per la prima volta. Scritti quasi tremila anni fa, i due poemi rimanevano freschi e attuali come un articolo sull’ultimo numero del «New York Times». «Perché?» domandò. «Perché entrambi si cimentano con un tema senza tempo: il desiderio del ritorno.» Nel mio quaderno scrissi: “Cimentano – bella parola”. Poi, dato che la grafia non era perfetta, cancellai l’annotazione e la riscrissi più chiaramente.
Mi innamorai del modo in cui il professor Lucifero pronunciava certe parole, specialmente “poema”. Ogni volta che lo diceva («Ciò che dovete ricordare di questo poema...»), posava la mano destra ossuta sulle sue logore copie di Omero, come un testimone che giura sulla Bibbia. Anche se quei volumi avevano il doppio della mia età, e le pagine erano di un color giallo senape, notai che li aveva conservati con amore, maneggiati con cura, e sottolineati con precisione geometrica.
Il nostro primo compito fu leggere metà dell’Iliade, poi scrivere una tesina di dieci pagine. Andai dritto alla Sterling Library e occupai una poltrona in pelle nella sala di lettura. Accanto a me una finestra si apriva su un giardino chiuso, dove una fontana gorgogliava e gli uccelli cantavano. Nel giro di pochi minuti svanii dalla poltrona in pelle, fui risucchiato dalle pieghe del tempo, e atterrai con un tonfo sulla spiaggia di Ilio spazzata dai venti. Lessi per ore senza interruzione, scoprendo che il poema non parlava solo del desiderio del ritorno, ma anche di uomini, e della scintillante armatura della virilità. Trattenni il respiro quando arrivai all’incontro fra Ettore, il grande guerriero troiano, e il suo figlio neonato. Ettore, vestito per la battaglia, dà l’addio al suo bambino. «Non andare» implora la moglie, ma Ettore deve farlo. Non dipende da lui, è il suo destino. Il campo di battaglia lo chiama. Prende in braccio il bimbo, «bello come una stella», lo bacia, poi dice una preghiera: «Che un giorno possano dire di lui: è ben superiore a suo padre».
A mezzanotte tornai nella mia stanza, con tante idee per la tesina che mi frullavano per la testa. Mi sedetti alla scrivania e accesi la lampada. Mentre i miei compagni ronfavano, aprii il mio dizionario nuovo e feci una lista di paroloni.
Il professor Lucifero ci restituì le tesine lanciandole per tutta la lunghezza del tavolo. Ci disse che aveva faticato a leggerle tanto quanto noi avevamo faticato a scriverle. Era “allibito” dalla grossolanità della nostra analisi. Eravamo indegni del Piano di Studi Orientato. Eravamo indegni di Omero. Guardò dritto verso di me diverse volte mentre parlava. Tutti pescarono tra i fogli, e quando trovai il mio fu un pugno allo stomaco. Sulla prima pagina era scarabocchiato in rosso D+. Il ragazzo che mi stava accanto trovò il suo e parve altrettanto deluso. Spiai sopra la sua spalla. Aveva preso B+.
Dopo la lezione cercai rifugio sotto il mio grande olmo e lessi le note a margine del professor Lucifero. Erano scritte con una penna rossa difettosa, per cui le pagine sembravano macchiate di sangue. Alcuni commenti mi fecero trasalire, altri mi lasciarono perplesso. Aveva cerchiato più volte l’espressione “in un modo o nell’altro”, e a margine aveva scritto: “Pigrizia intellettuale”. Non sapevo che scrivere “in un modo o nell’altro” fosse un peccato. Perché Bill e Bud non me l’avevano detto? C’era un parolone per dire “in un modo o nell’altro”?
Prima di cominciare la tesina successiva andai nella libreria di Yale e comprai un dizionario più grosso, da cui trassi una lista di paroloni ancora più impressionanti, roba da cinque sillabe. Giurai a me stesso di impressionare il professor Lucifero, di far rizzare la sua barbetta alla Van Dyke. Alla seconda tesina presi D, e mi rifugiai di nuovo sotto il mio olmo.
Quell’autunno per quanto studiassi, per quanti sforzi facessi, il risultato era sempre C o D. Per la mia tesina su Ode su un’urna greca di John Keats passai una settimana a leggere e rileggere la poesia, memorizzandola, recitandola a voce alta mentre mi lavavo i denti. Il professor Lucifero avrebbe senz’altro notato la differenza. Nelle sue note a margine, scrisse che era il mio compito peggiore dall’inizio del semestre. Usò una profusione di parole per dire che avevo trattato l’urna di Keats come il mio vaso da notte.
A fine semestre si era creato un solco tra le aule e il mio olmo, e io ero giunto a una mesta conclusione: entrare a Yale era stato un colpo di fortuna, ma uscirne, prendere un diploma, sarebbe stato un miracolo. Ero un bravo studente che veniva da una pessima scuola pubblica: in altri termini, ero drammaticamente impreparato. I miei compagni, nel frattempo, andavano a ruota libera. Nulla poteva coglierli di sorpresa, perché si erano preparati a Yale per tutta la vita, frequentando prestigiose scuole di cui non avevo mai sentito parlare prima di arrivare a New Haven. Io mi ero preparato nel magazzino di una libreria con due pazzi eremiti. Certi giorni avevo il sospetto che i miei compagni e io non parlassimo nemmeno la stessa lingua. Una volta vidi due ragazzi passeggiare per il cortile e sentii uno dei due che diceva all’altro: «Sei così astruso!». L’altro rise fragorosamente. Nella stessa settimana li rividi. «Aspetta un attimo» disse quello astruso. «Le discussio...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Il bar delle grandi speranze
  3. Copyright
  4. Prologo
  5. PARTE PRIMA
  6. PARTE SECONDA
  7. Epilogo - UNO FRA TANTI
  8. RINGRAZIAMENTI