Tornano i personaggi di Vorrei che fossi tuLa prima vacanza da sola con il proprio ragazzo è il sogno di tutte, ma per Bea la settimana in tenda con Andrea si è rivelata un vero disastro.
Non sa nemmeno bene il perché, eppure in Corsica sono nate delle incomprensioni e, tornati a casa, i due ragazzi si sono allontanati. Per fortuna lei può aggrapparsi ai suoi storici amici e ai suoi amati libri. E quando per caso entra in Mitubùk, una community di lettori che si scambiano pareri e consigli, conosce un misterioso utente che, guarda caso, le ricorda tanto Emanuele, il ragazzo conosciuto a una festa in discoteca...

- 210 pagine
- Italian
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Vorrei che fossi tu
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9788856613513
CAPITOLO 11
Aprile
Dove la salsedine porta scottature,
distorsioni e chiarimenti
distorsioni e chiarimenti
In seguito a quell’incontro, Bea aveva continuato a evitare accuratamente Andrea, e dopo un po’ di tempo lui aveva deciso che, se non poteva scoprire da solo cos’avesse Bea, almeno poteva farlo Edward.
Non gli piaceva continuare a ingannarla sulla sua vera identità, ma questa pagliacciata sarebbe durata ancora per poco.
Lui voleva riavvicinarsi a Bea: questa era l’unica cosa importante.
Un giorno, sulla pagina Facebook di Bella comparve questa scritta:
Ciao pulce! Allora domani parti per i campionati nazionali? In bocca al lupo, e tienimi informato su come procede. P.S. Come va il periodo strano? Non mi vuoi raccontare che cos’è successo?
Bea stava preparando valigia e borsa, ma era molto difficile concentrarsi, visto che pensava a tutt’altro. Realizzò di essere completamente fuori quando si accorse di aver infilato in valigia un paio di doposci col pelo, stile yeti.
– Va be’ – sospirò.
Il fatto era che l’immagine di Andrea con la Chihuahua girl continuava a perseguitarla. In più, l’idea di dover trascorrere quattro giorni lontana da casa (con lui appresso, visto che faceva parte della squadra maschile) le faceva venire la nausea. Come sarebbe riuscita a evitarlo? Sarebbero stati gomito a gomito in un albergo, accompagnati solo dal coach; avrebbero condiviso giornate di allenamenti e partite, pranzi e cene al ristorante, sempre tutti assieme.
A Bea girava la testa.
Di tutta questa faccenda le dispiaceva solo per Diletta.
Nei giorni precedenti non aveva mai toccato l’argomento con la ragazzina, ma anche lei si era accorta che tra suo fratello e la sua insegnante doveva essere successo qualcosa. Diletta aveva cercato di saperne di più, chiedendo sia all’una sia all’altro, ma aveva sempre ricevuto delle non-risposte che valevano meno di una spiegazione.
«Proprio ora che mio fratello è libero...» pensò delusa. In cuor suo, nel più recondito anfratto, aveva sempre desiderato che prima o poi Bea e Andrea si mettessero insieme.
Bea guardò il borsone e cercò di concentrarsi: le magliette c’erano, i pantaloncini pure. Ginocchiere ok, scarpe da ginnastica, pece per le mani... bene, ora poteva dedicarsi alla valigia con i vestiti normali.
Intanto, per fare una pausa, decise di rispondere a Edward.
Sulla pagina di Facebook di Edward apparve:
Ciao Edward. Non è questo il momento (né il posto) per parlare di fatti seri. Ma credo che ti racconterò tutto quando finalmente ci incontreremo. Magari tra una canzone e l’altra, se non saremo troppo presi a ballare :-)
Sì, domani parto. Ma dire che non ne ho voglia è dire poco... Pensami, ti prego. Ho bisogno di influssi positivi.
Quella notte fu parecchio agitata: a Bea sembrò di essere in un girone infernale. Nonostante non facesse ancora caldo, aveva un’arsura che nemmeno nel deserto del Sinai a mezzogiorno. Inoltre aveva la sensazione che le lenzuola la stritolassero, come se avesse un boa nel letto. Continuava a sognare di essere azzannata dal toporagno di Camilla, che per l’occasione si era trasformato in un enorme mastino dalle fauci aguzze. Lei correva come una disperata per cercare di non farsi prendere, e intanto Andrea e l’Odiosissima se ne stavano a guardare, piegati in due dalle risate.
Si svegliò in un bagno di sudore.
Se quelli erano i presupposti della trasferta...
– Non voglio andare! Non voglio andare! – continuava a ripetersi. Ma purtroppo sapeva anche che non aveva scelta: non poteva fingere un’influenza all’ultimo momento, perché avrebbe creato problemi al coach e alla squadra. E lei era una ragazza responsabile: non faceva di questi capricci. Gliel’avevano insegnato i suoi genitori. «Fa’ quello che vuoi, Bea: noi ci fidiamo di te. E ricordati sempre che la tua libertà finisce laddove inizia quella degli altri. Ma soprattutto non tradire mai la fiducia che ti danno le persone.»
Bea si alzò e andò a specchiarsi: aveva una faccia orribile. Due profonde occhiaie blu le solcavano il volto.
Senza energie, andò in bagno a lavarsi e poi cercò di rimediare al look da zombie con cui si era svegliata quella mattina. Ma neppure i sei chili di correttore che si spalmò sotto gli occhi riuscirono a cancellare le occhiaie.
page_no="174" Richiuse il cassettino dei trucchi e andò a fare colazione.
Mangiò poco o niente: quello era il segnale definitivo che qualcosa non andava.
Era tormentata.
E non voleva partire.
– Bea, tutto bene?
Suo padre la stava guardando preoccupato mentre lei sbocconcellava annoiata il croissant al cioccolato (che, pure, era il suo preferito).
– Sì... È che non ho molta voglia di partire.
– Di solito non vedi l’ora di andare in trasferta.
– Sì. Di solito...
– E allora? – chiese lui. Da quando Bea aveva avuto quella specie di crisi dopo il brutto voto in italiano, i suoi genitori erano rimasti sempre sul chi va là a raccogliere qualsiasi segnale lanciato dalla figlia.
Bea guardò l’orologio. – Magari quando torno, papà. Ora sarà meglio che mi accompagni al pullman, se no mi lascerà a terra –. E aggiunse sottovoce: – Anche se sarebbe bello.
– Va bene. Andiamo.
Uscirono di casa, accolti da una giornata di primavera inoltrata, con un sole già caldissimo.
– Considerando che il campionato si svolge a Rimini, potrete approfittare per fare qualche bagno d’inizio stagione! – disse lui.
page_no="175" – Mmm... – annuì Bea senza grande entusiasmo.
Suo padre mise in moto l’auto e in cinque minuti arrivarono al parcheggio della scuola. C’erano già diversi studenti che stavano salendo sul pullman.
Bea non poté non notare Andrea e, quando lui cercò di salutarla, girò volutamente la testa dall’altra parte.
Diego, a sua volta, non poté non notare la scena. E capì tutto. Collegò l’umore di Bea degli ultimi giorni e fece due più due: c’entrava Andrea Gulinelli.
– Ciao Bea. Dacci notizie – disse suo padre.
– Certo papà –. Si diedero un abbraccio frettoloso e poi Diego salì di nuovo in macchina. Mise in moto e, dallo specchietto retrovisore, guardò la figlia salire sul pullman.
Magari, una volta rientrata, Bea si sarebbe confidata con loro. O magari sarebbe tornata più serena. Ecco, Diego si augurò proprio che fosse così.
Bea andò a sedersi nel posto che Anna le aveva tenuto vicino a lei. Proprio due file davanti ad Andrea, maledizione!
– Ma che occhiaie hai?! – chiese l’amica, squadrandola.
– Buongiorno anche a te, eh! – mugugnò Bea.
Anna sorrise. – Dai, non fare la permalosa! Notte in bianco?
page_no="176" L’amica annuì.
– E perché?
Bea alzò le spalle. – Pensieri.
Anna alzò il pollice sopra la sua spalla. – Per caso c’entrano con quello seduto dietro di noi?
– ...
– Ok. Risposta affermativa – sospirò. – Comunque, se vuoi saperlo, qualche tempo fa il tuo principe azzurro ha cercato di parlare anche con me.
Bea strabuzzò gli occhi e si avvicinò a pochi centimetri dalla faccia dell’amica. – QUANDO?!
Anna ritrasse il viso. – Mammamia che foga! – commentò sistemandosi meglio sul sedile.
Intanto il pullman partì e uscì dal parcheggio.
Bea guardò Anna impaziente e quest’ultima finalmente continuò. – È stato a marzo, alla fine di un allenamento.
– Ho capito quando! – la interruppe Bea. – Il giorno in cui è venuta la Chihuahua girl a prenderlo!
– Aspetta, aspetta... Hai detto: la Chihuahua girl?!? Ho sentito bene?
– Sì: l’Odiosissima Ragazza. La Barbie.
A quel punto Anna scoppiò a ridere. – Bel soprannome, Zanardi! A volte sei geniale. Comunque – continuò – quel giorno Andrea mi ha chiesto che cosa ti fosse successo e perché lo stessi evitando e... non so, ma a me è parso sincero. Cioè, sembrava davvero che non immaginasse il motivo. Sì, insomma, parlo della storia del bacio.
Bea fece un gesto d’impazienza con la mano. – Figurati! Lo sa benissimo! È un Giuda, ecco cos’è.
– Però in realtà...
Bea la fulminò. – Non lo starai mica difendendo?!
– Calma! Io non difendo proprio nessuno. Sto solo cercando di farti ragionare.
– Sì, ok. Scusa.
A quel punto Bea si mise a guardare fuori dal finestrino con aria assente. Poi si annodò una bandana sugli occhi e sbadigliò. – Mi svegli quando arriviamo? Ho davvero bisogno di recuperare.
Arrivarono a Rimini verso mezzogiorno. L’albergo era proprio sul mare. Sembrava estate: il sole, l’odore della salsedine, il rumore delle onde, il vento tiepido. I ragazzi scesero dal pullman vociando contenti.
– Bene! – disse il coach davanti alle porte dell’albergo. – Ora vi dico il programma. Le stanze sono da due e queste – distribuì intanto un foglio – sono le coppie.
Ovviamente Bea era assieme ad Anna.
Il coach continuò. – Ora andremo a registrarci alla reception e alle 13 in punto si pranza. Allenamento questo pomeriggio dalle 16 alle 18.
Alvise, un ragazzo carino della squadra maschile, alzò la mano. – Coach?
page_no="178" – Sì?
– Quindi vuole dire che fino alle 16 siamo... liberi?
– Sì – rispose l’allenatore. – A patto però che non combiniate guai.
Ci fu un’esplosione di salti e grida entusiaste.
Anna si girò a guardare Bea. – Mare?
Lei alzò il braccio e insieme batterono un cinque. – Ovvio.
Si catapultarono in massa alla reception per registrarsi e poi tutti a mangiare.
Si erano già create alcune simpatie tra i membri delle squadre maschile e femminile. E, inaspettatamente, anche Anna aveva mostrato una certa preferenza per qualcuno: proprio Alvise.
Bea ne ebbe la conferma a pranzo, quando notò che l’amica aveva fatto di tutto per andare a sedersi vicino a lui (con un impressionante allungo dal buffet al tavolo, rischiando di sfracellarsi al suolo assieme al piatto dell’insalata).
La placida e impassibile Anna... Tanta agitazione non era da lei.
Dopo pranzo, un gruppetto di ragazze composto da Anna, Bea, Claudia e Gioia prese gli asciugamani dalle rispettive stanze per andare in spiaggia. Era incredibile che fosse solo aprile, con quel caldo.
– Ragazze! Ma ci saranno almeno 25 gradi! Che meraviglia! – esclamò Gioia.
page_no="179" – Già – disse Bea stendendosi. – Peccato solo che dopo abbiamo gli allenamenti. Se fosse per me starei tutto il pomeriggio a dormire.
– Se fosse per te – intervenne Anna, mentre si spalmava la crema protettiva sul viso – non saresti neppure venuta a Rimini.
Silenzio.
Gioia e Claudia guardarono Bea, che era rimasta in silenzio con gli occhi chiusi. – Bea, è vero? – chiese Gioia.
– Mmm... Non datele retta. Oggi Anna ha voglia di mettere il naso nei fatti degli altri – rispose assonnata.
– Oddio, stanno arrivando i ragazzi! E c’è anche Alvise! – cinguettò Anna, guardando oltre gli ombrelloni.
Bea si alzò a sedere di scatto, temendo di vedere... Sì, c’era anche Andrea. Il gruppetto si avvicinò alle ragazze.
– Possiamo stenderci qui con voi? – chiese Alvise.
– Certo! – rispose Anna emozionata.
Bea si sdraiò di nuovo, augurandosi che Andrea non facesse la pazzia di... e invece lo fece.
Aveva messo l’asciugamano proprio vicino a lei e ci si era seduto sopra. Aveva tutta l’aria di uno che voleva parlare. Infatti: – Io e te dobbiamo parlare – le sussurrò, mentre gli altri chiacchieravano tra loro del più e del meno.
page_no="180" Bea si girò a pancia in giù: sentiva già la pelle e il viso friggere per il sole. Lui se ne accorse.
– Sei tutta rossa: ti sei messa la crema?
– Smettila di fare quello che si preoccupa – lo incenerì lei. – Lasciami...
– ...in pace, sì, me l’hai già detto. Ma io non voglio. Prima almeno dobbiamo parlare.
Bea affondò la testa in mezzo alle braccia. In sottofondo sentiva Anna che parlottava con Alvise, mentre Gioia e Claudia si erano messe a giocare a beach volley lì vicino sulla spiaggia con Franz, Nico, Giacomo e Zeno.
Andrea tornò alla carica. – Allora?
– Allora cosa? – chiese Bea senza alzare la testa.
– Mi dici che cosa ti ho fatto?
A quel punto lei si alzò. – Basta! – urlò. – Dammi tregua! Possibile che tu sia così... così... petulante?!
Anna e Alvise si zittirono immediatamente. Anche i ragazzi che stavano giocando a pallavolo fermarono la palla: la voce di Bea aveva sovrastato tutti.
Bea e Andrea si guardarono per un lungo istante, ma questa volta lui non aveva la solita espressione gentile e affabile. Anzi.
– Petulante, hai detto? – disse il ragazzo, scandendo bene le parole. I suoi occhi erano glaciali, tanto che per un attimo Bea ne fu spaventata e quasi si pentì di aver usato quel termine.
page_no="181" Lui raccolse il suo asciugamano. – Questa è l’ultima volta, ripeto l’ultima volta che provo a parlare con te. D’ora in avanti sarai esaudita e ti lascerò davvero in pace.
Poi si girò verso Alvise. – Io vado in camera – disse asciutto. – Ci vediamo più tardi per l’allenamento.
S’incamminò verso la porta secondaria dell’albergo, che si affacciava proprio sulla spiaggia.
Bea si sedette di nuovo sul suo asciugamano.
– Ma cos’è successo? – chiese Anna, basita.
L’amica però non rispose e si distese di nuovo a pancia in giù, con la testa incuneata tra le braccia conserte. E, mentre gli altri tornarono a giocare, lei si sentì pervadere...
Indice dei contenuti
- Copertina
- Frontespizio
- Copyright
- Dedica
- Dove si conoscono Beatrice, Eleonora, Garibaldi, Anna, Giacomo. E la Svalvolata
- Dove tutto comincia
- Dove non tutti gli incontri sono piacevoli
- Dove qualcuno vorrebbe che tutto restasse com’è, e qualcun altro no
- Dove c’è uno scambio di biglietti
- Dove Bea e Andrea scoprono chi sono
- Dove si racconta della magia del Natale e delle sorprese che porta
- Dove Bea desidera fare un tuffo nell’acqua scura e non riemergere più
- Dove si narra di treni che passano, di libri e di film
- Dove non tutto è come sembra
- Dove la salsedine porta scottature, distorsioni e chiarimenti
- Dove una canzone svela molte cose