Julie vuole un cane, è il suo sogno più grande. I genitori, però, pensano che sia troppo piccola per occuparsene, quindi ripiegano su un gatto. Poi Julie riesce a portare a casa un criceto, un pesce non proprio simpatico, una tartaruga, un paguro, un gerbillo... finché la sua stanza non si trasforma in un vero e proprio zoo!
Scelto da 375,005 studenti
Accedi a oltre 1 milione di titoli a un prezzo mensile contenuto.
Studia in modo più efficiente con i nostri strumenti dedicati.
HO UNO ZOO IN CAMERA MIA. Mi serve. Perché da grande voglio diventare veterinaria o guardiana dello zoo.
Papà, mamma e mia sorella sanno che mi piacciono gli animali. Una volta, quando ancora non avevo uno zoo, stavamo guardando la televisione in camera dei miei genitori quando hanno trasmesso la pubblicità di una marca di cibo per cani. Allora ho detto: – Voglio un cane –. Sapevo che avrebbero risposto di no.
Papà ha detto: – No. Non puoi avere un cane perché non sei abbastanza grande per portarlo fuori da sola e a tua madre non piacciono i cani e tua sorella ha sedici anni e ha la scuola e il corso di recitazione e non ha tempo, quindi indovina un po’ a chi toccherebbe portarlo fuori?
E io ho detto: – A te.
E lui: – Ecco perché non puoi avere un cane. Una volta avevo due cani e dovevo portarli fuori a tutte le ore del giorno e della notte e adesso sono troppo vecchio per ricominciare da capo. Potrai avere un cane quando sarai abbastanza grande per portarlo fuori da sola. E allora, magari, ogni tanto verrò con te.
– Quanti anni bisogna avere per essere grandi? – gli ho chiesto.
– Dodici – ha detto papà.
– Undici – ha detto mamma.
– Undici e mezzo – ha detto papà.
– Dieci – ho detto io.
– Undici – ha detto papà.
– Dieci e mezzo – ha detto mamma.
A quel punto ho avuto un’idea brillante. – I gatti non si portano fuori, vero?
Ho capito che era un’idea brillante quando ho visto le loro facce. Avrei potuto contare fino a cento prima che dicessero qualcosa.
Mamma è stata la prima a riprendersi. – Questa volta ce l’ha fatta.
Papà ha detto: – Ci ha incastrato.
E così ci siamo messi d’accordo per un gatto.
IL GATTO si chiamava Timmy. L’abbiamo portato a casa da un gattile. Era un micino. E aveva il raffreddore. Non mangiava, non beveva e non si muoveva.
La sua pelliccia era come quella di una tigre, ma senza le strisce. Anche se si vedeva benissimo dove avrebbero dovuto essere le strisce. Aveva il pelo corto e ispido e quando lo accarezzavo era come passare la mano sulla paglia.
Lo tenevo sempre in braccio o sulle ginocchia. Volevo metterlo sul cuscino quando dormivo, ma mamma e papà non me lo hanno permesso perché avevano paura che svegliandomi avrei scoperto che era morto.
I primi due giorni papà ha fatto almeno dieci telefonate al ricovero per animali. Ogni volta che riagganciava il telefono era più triste. – Che cosa hanno detto? – chiedevamo io o mamma, e tutte le volte papà rispondeva: – Hanno detto: «Non c’è da preoccuparsi» –. Come se “non c’è da preoccuparsi” fosse una specie di maledizione, come se per Timmy non ci fosse più speranza. Mi faceva venire voglia di piangere.
Mamma mi abbracciava e si arrabbiava con papà. Mi diceva: – Vedrai che starà bene, te lo prometto –. Poi guardava papà in un certo modo e allora lui diceva: – Starà bene, Julie. Io e tua madre te lo promettiamo.
Sapevo che non ci credeva davvero. Ma Timmy era il mio primo e unico animale, quindi ero sicura che avrebbero fatto qualsiasi cosa per salvarlo.
Mamma, papà e persino mia sorella Halley davano da mangiare a turno a Timmy con un contagocce. Lui rimaneva sempre immobile. Se ne stava sdraiato tutto il giorno nello stesso punto del tappeto dove il sole del mattino entrava dalla finestra. Mamma era un po’ nervosa all’idea di un gatto malato che faceva i suoi bisogni dove non doveva, così andava a prendere la sua cassettina e gliela metteva vicino, la indicava e, sorridendo, diceva: – Vedi, Timmy? Bravo, Timmy.
A me non importava dove faceva i suoi bisogni, volevo soltanto che stesse meglio.
Ci sono volute due settimane e tre visite dal veterinario. Papà gli ficcava in gola certe pastiglie. Timmy le sputava. Allora papà gliele ficcava di nuovo in gola e gli teneva chiusa la bocca e gli accarezzava la gola come gli aveva insegnato il veterinario. Io, mamma e Halley stavamo a guardare e dicevamo: – Bravo, Timmy –. Ma era inutile. Sputava tutte le pastiglie. Era come se non gli importasse niente di guarire. Importava solo a noi.
Mamma e Halley, anche se a loro non piacevano gli animali, continuavano a dire in tono falso: – Secondo me sta meglio, non credete?
E quando non lo dicevano loro lo dicevo io. Forse ripetendo quella bugia sarebbe diventata vera.
Poi una mattina mi sono svegliata e Timmy sembrava due volte più grande del giorno prima e si faceva le unghie su una gamba del divano che mamma aveva comprato quando i miei genitori si erano trasferiti qui, prima che io nascessi. Un’altra gamba era già ridotta male.
Mamma ha gridato: – Ucciderò quel gatto! –. Ma noi altri eravamo felici, soprattutto io.
FORSE PERCHÉ era stato tanto malato quando lo avevamo preso, Timmy era un fifone. Non si lasciava accarezzare. Appena mi vedeva arrivare se la filava nella direzione opposta, una cosa che non aveva mai fatto quando stava male. A quei tempi si lasciava prendere in braccio. Me lo mettevo sulle ginocchia e, se non mi fossi dovuta alzare per mangiare o andare in bagno, lui sarebbe rimasto lì tutto il giorno e anche tutta la notte.
Ma adesso che stava meglio dovevo dargli la caccia. Non era giusto. Quando entravo in camera mia vedevo la sua coda che spariva sotto il letto velocissima. Allora strisciavo là sotto dicendo: – Vieni qui, Timmy – con una voce tutta amichevole e gentile, per fargli capire che non volevo fargli del male.
Ma dal modo in cui arretrava, facendosi piccolo piccolo e appiattendosi nelle ombre contro il muro, sembrava che fossi una criminale che andava in giro a uccidere i gatti. Ecco come mi trattava il mio gatto! Anche se l’avevo curato quando stava male. Se non fosse stato per me sarebbe morto, ma il pensiero non lo sfiorava neanche.
– Vieni qui, Timmy – dicevo nel modo più gentile possibile. Ma lui niente. Mi guardava come se volesse urlare: «Aiuto, l’assassina dei gatti!». Aveva gli occhi sporgenti e il suo corpo faceva una gobba, così:
. E quando non scappava, cercava di graffiarmi. Io allungavo lo stesso una mano per accarezzarlo. Lui si faceva piccolo piccolo, come se la mia mano fosse stata un fucile.
Non era sempre così antipatico. Certe volte, mentre stavo facendo qualcosa, come leggere un libro, per esempio, o giocare con la Barbie, e la mia mente era lontana milioni di chilometri, alzavo lo sguardo e me lo ritrovavo lì, seduto davanti a me che mi guardava. E se non mi muovevo e non facevo niente lui continuava a guardarmi come se fossimo quasi amici. Ma se dicevo: – Ciao, Timmy, come stai? Ti voglio bene – i suoi occhi mi guardavano come se stesse pensando: «Chiamate la polizia!». E se mi alzavo per accarezzarlo, se la filava così in fretta che sapevo esattamente cosa stava pensando: «Vuole uccidermi! Chiamate il 113!».
– Non voglio più questo gatto – ho detto a mamma.
– L’hai chiesto tu, e adesso che ce l’hai non lo vuoi più? – ha detto lei come se Timmy fosse colpa mia.
– Non ho chiesto un gatto che mi odia. Anch’io lo odio.
– Non è vero – ha detto papà, che è convinto di sapere sempre quello che penso meglio di me. – Timmy deve solo abituarsi a te. Devi essere paziente.
– Perché devo essere paziente con un gatto che mi odia? Lui dovrebbe volermi bene, se no a cosa serve avere un animale? Nessuno prende un animale sperando che un giorno si abituerà a te e ti vorrà bene. Voglio un animale simpatico. O un cane.
Così, siccome erano dispiaciuti per me e non avevano intenzione di prendermi un cane, papà mi ha accompagnato al negozio di animali, a tre isolati da casa nostra, per cercare un animale di consolazione. Abbiamo preso un criceto.
COME FACEVO A SAPERE che sarebbe stato così difficile comprare un criceto? Prima di lasciarmi prendere il mio papà mi ha fatto aspettare dei secoli mentre girava per il negozio esaminando tutto quello che aveva a che fare con i criceti. Diversi tipi di gabbie e vaschette e bottiglie per l’acqua e cibo per criceti e ruote e cose soffici su cui farli dormire come i trucioli di legno, non la segatura, però, che può causare problemi alla respirazione dei criceti, ci ha detto il padrone del negozio. Papà non gli ha chiesto perché, così non ce l’ha spiegato. Io volevo chiederglielo, ma fuori di casa sono un po’ timida.
Deve essere stata l’unica cosa che papà non gli ha domandato, ma poteva andare peggio. Poteva esserci mamma al suo posto. Quando papà fa una domanda, aspetta la risposta e poi è soddisfatto. Certe volte, in effetti, deve ripetere la domanda perché si dimentica immediatamente la risposta, non sempre, ma qualche volta sì. Mamma, invece, fa le domande come se stesse chiacchierando con la sua migliore amica e arriva al punto solo dopo cinque minuti. Poi va avanti a chiacchierare sulla risposta. Così saremmo rimaste nel negozio fino a sera.
Ero stufa. Ho tirato il cappotto di papà per ricordargli che era ora di prendere il criceto e andare a casa. Se non avesse fatto tutte quelle domande sarei già stata a casa a giocare con il mio criceto da secoli. Gli ho dato un colpetto e poi una gomitata, ma lui niente.
Ha detto: – Dobbiamo essere pronti per l’arrivo del criceto come eravamo pronti per il tuo arrivo. Credi forse che quando sei nata ti abbiamo portata a casa senza una culla?
– Il mio criceto dormirà in una culla?
– Non fare la saputella – ha replicato papà.
Siccome avevamo commesso lo sbaglio di prenderci Timmy con il raffreddore, prima di scegliere il mio criceto mi sono assicurata che non fosse uno che tirava su con il naso e che non starnutiva. E non volevo neppure un criceto che se ne stava in fondo alla gabbietta come se avesse paura di me. Timmy mi aveva insegnato qualcosa sugli animali. Quello che cercavo era l’opposto di Timmy: un criceto vivace e amichevole, che venisse da me e si lasciasse coccolare e tenere in mano senza dare l’impressione di voler chiamare la polizia.
Il criceto che ho scelto era molto peloso, piccolo e marrone chiaro, come se fosse abbronzato. Non era per niente timido con me, e questa è la ragione principale per cui l’ho scelto, e l’altra ragione è il modo in cui mi guardava, come se l’unica cosa che desiderava al mondo fosse una ragazzina che gli volesse bene.
E quella ragazzina ero io. Ero stata fortunata. L’ho chiamato Crici.
– È un nome orrendo – ha detto Halley quando l’ho portato a casa. Ma poi ha cominciato subito a chiamarlo così. – Ciao, Crici. Sei contento di essere nella tua nuova casa? Sarai molto felice qui.
– PERCHÉ VUOI METTERE la sua gabbietta così in alto? – ho chiesto a papà, che stava togliendo i miei albi illustrati da uno scaffale della libreria nella mia stanza. Era il penultimo scaffale, quindi mi sarei dovuta arrampicare su una sedia per giocare con Crici.
– Non voglio che il gatto gli faccia paura.
– Sarà Timmy ad avere paura, piuttosto – ho detto.
– Julie, Crici è un roditore. È come un topo.
Ho pensato che lo dicesse solo per spaventarmi. Certe volte dice le cose solo per spaventarmi. E poi come faceva a essere così sicuro?
– E se diventassero amici?
– Sei matta come un cavallo – ha detto Halley. Ma lo dice sempre, così non mi sono offesa.
– Certe volte cani e gatti possono essere amici, quindi perché un gatto non potrebbe essere amico di un criceto? E se facessi incontrare il mio criceto e il mio gatto e loro imparassero a essere amici, non sarebbe un esperimento grandioso? Soprattutto se voglio diventare una veterinaria?
Alla fine, Crici è stato sistemato sullo scaffale. Era nascosto nella sua casina di plastica con uno spioncino da cui non guardava fuori perché era troppo spaventato. Ma la paura non è durata a lungo. Secondo me stava solo aspettando che rimanessimo soli. Infatti, appena mamma, papà e Halley se ne sono andati ha sbirciato fuori dalla casina. Io ero salita in piedi su una sedia e lo aspettavo con una foglia di lattuga. – Ciao, Crici – ho detto. Lui si è sporto un po’ di più, e poi un po’ di più, e da come mi guardava capivo che stava cercando di decidere: dentro o fuori? Così ho ripetuto almeno dieci volte: – Bravo, Crici. Vuoi la lattuga, Crici? –. L’ho detto a voce molto bassa, per non scioccarlo visto che era così piccolo. E ho pensato che finché non si fosse abituato a me dovevo parlargli con la voce un po’ stridula, come una bambina piccola.
Così, presto, molto presto, è uscito dal suo rifugio, il corpicino peloso tremante, come se avesse un centinaio di piccoli muscoli che pulsavano furiosamente t...