Il profumo della rugiada all'alba
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Il profumo della rugiada all'alba

  1. 224 pagine
  2. Italian
  3. ePUB (disponibile su mobile)
  4. Disponibile su iOS e Android
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Il profumo della rugiada all'alba

Informazioni su questo libro

Il volto del male è difficile da dimenticare. Sono anni che il padre di Ka Bienaimé, giovane scultrice di origine haitiana, tenta di costruirsi una vita tranquilla a Brooklyn come barbiere, nascondendo dietro una maschera di anonimato un passato di violenza. Ma ci sono molte persone, ugualmente emigrate da quella terra tormentata e senza pace, che pensano di riconoscere in lui il torturatore che si è accanito su di loro o sui loro cari, quando Haiti era sotto il dominio dei Duvalier e dei terribili tontons macoutes: i militari che facevano irruzione nelle case alle prime luci dell’alba per arrestare chi osava opporsi in qualunque modo al regime.
E il romanzo raccoglie le voci delle vittime, di chi, pur sopravvissuto, porta ancora i segni di quel passato sul corpo o nella mente. Ma anche le voci della famiglia dell’aguzzino: la moglie Anne, che ha coperto il marito per tutti quegli anni, e la figlia Ka, che ascolta sgomenta il padre il giorno in cui decide di rivelarle che in gioventù, ad Haiti, non era perseguitato come lei aveva sempre creduto. Perché lui era il cacciatore, non la preda.
Un romanzo toccante e di grande scrittura, che si cala a fondo nel destino turbolento e controverso di un popolo angustiato dalle catastrofi naturali e lacerato dalle lotte intestine. Un romanzo che avvince come una spirale il cui fulcro è il tema della colpa e della redenzione.

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Informazioni

Print ISBN
9788838475528
eBook ISBN
9788858505816

Il torturatore
1967 circa

1
È venuto per uccidere il predicatore. È arrivato presto, molto presto, due ore buone prima della funzione serale.
Il sole non era ancora tramontato quando ha fermato la DKW nera a pochi centimetri dalla fila di venditori allineati sul cordolo del marciapiede, con mercanzia di ogni genere, dalle noccioline abbrustolite ai pacchetti di sigarette. Voleva avere una perfetta visuale dell’ingresso della chiesa, in caso gli capitasse l’eventualità di eseguire il suo lavoro dall’interno dell’auto, senza dover scendere e sporcarsi le scarpe.
Notando che i venditori sbirciavano incuriositi la sua mole da pachiderma, si è spostato ripetutamente per piazzarsi meglio tra il sedile e il volante, sistemando l’ampio ventre, che debordava dalla cintura sfiorando la manopola del cambio.
In seguito una donna, che è voluta rimanere anonima, avrebbe detto a quelli dei Diritti Umani che «stava là seduto come un maiale dentro una zucca. Sì, l’ho osservato a lungo. Ho cercato di spaventarlo con i miei vecchi occhi. Io frequento quella chiesa e non volevo veder morire il mio pastore».
Da un pezzo circolava la voce che il predicatore avesse nemici in alto loco. La sua chiesa battista era la più grande di Bel-Air, una delle più vecchie e povere comunità della capitale di Haiti, la zona che, pochi mesi prima, un giornalista americano aveva descritto in un articolo sulla rivista «Life» come «una baraccopoli in collina con un’invidiabile vista sul mare color cobalto del porto di Port-au-Prince».
La chiesa si chiamava l’Eglise Baptiste des Anges, la Chiesa Battista degli Angeli, come era scritto in gesso su un’insegna posta sopra le porte. Sull’insegna c’era l’immagine di un Gesù scheletrico, il viso d’avorio e le mani scarne tese verso i passanti.
Il predicatore teneva un programma che veniva trasmesso la domenica mattina alle sette su Radio Lumière, per permettere a coloro che non potevano andare in chiesa di ascoltare i suoi sermoni prima di uscire nel giorno dedicato al Signore. Le voci sull’imminente scontro tra il predicatore e i potenti erano iniziate l’anno precedente, appena aveva cominciato a trasmettere i sermoni alla radio. Coloro che controllavano quel genere di iniziative dal palazzo presidenziale si erano dapprima irritati, poi infuriati per il fatto che il predicatore non si limitava a ribadire che «quanto più si soffre sulla terra, tanto più gloriosa sarà la ricompensa celeste». Nei suoi sermoni radiofonici, che venivano elaborati durante le funzioni di metà mattina, il predicatore si appellava agli spiriti delle donne e degli uomini coraggiosi della Bibbia che avevano combattuto i tiranni rischiando la vita. (Le donne erano state introdotte dopo che sua moglie era morta sei mesi prima.) Esaltava la regina Esther, che era intervenuta per fermare il massacro del suo popolo; Daniele, che aveva domato i leoni che dovevano divorarlo; David, che aveva sconfitto Golia a sassate; Giona, che era uscito vivo dal ventre di una bestia marina.
«E cosa faremo noi con la nostra bestia?» Il predicatore esortava i fedeli a ripetere questo versetto accanto alla radio di casa o dai poveri banchi di legno della sua chiesa.
Gli piaceva immaginare l’intero paese che gridava: «Cosa faremo noi con la nostra bestia?», ma sembrava invece che tutti andassero in giro mormorando la preghiera nazionale ufficiale, scritta dallo stesso presidente: «Padre nostro che sei nel palazzo presidenziale, benedetto sia il tuo nome. Sia fatta la tua volontà, nella capitale come nelle province. Dacci oggi la nostra nuova Haiti e perdonaci i nostri pensieri antipatriottici, ma non perdonare gli antipatrioti che sputano sul nostro paese e tramano contro di esso. Che costoro soccombano nel loro stesso veleno. E non liberarli dal male».
I membri della chiesa, che erano i più fedeli radioascoltatori, quando venivano svegliati nel cuore della notte e trascinati via per essere interrogati nelle celle della tortura delle vicine Casernes Dessalines, rispondevano tutti coraggiosamente allo stesso modo sul significato della domanda del predicatore “Cosa faremo noi con la nostra bestia?”.
«Siamo cristiani» dicevano. «Per noi la bestia è Satana, il demonio.»
Quelli dei Diritti Umani, quando si riunivano nei bar degli hotel al termine di lunghe giornate trascorse a contare cadaveri in segreto e a battere a macchina rapporti a interlinea singola, scrivevano sulla devozione del gregge al suo pastore, annotando: “Impossibile rendere più cupa una simile tenebra. Questa gente non deve andare troppo lontano per trovare il demonio. I loro demoni non sono immaginari: sono reali”.
Tuttavia, non tutti i membri della chiesa concordavano con la linea politica del predicatore. Alcuni arrivavano ad affermare che «se il pastore continua su questa strada, io lascio la chiesa. Dovrebbe pensare alla sua vita. E anche alla nostra».
La luce del giorno svaniva mentre lui aspettava; intanto i venditori si scambiavano il posto: quelli diurni andavano a casa sostituiti da quelli notturni, che vendevano carni fritte, banane e ancora sigarette fino a tarda notte. Tra i passanti serali c’erano i suoi colleghi in uniforme. Non li conosceva personalmente, ma ne riconobbe alcuni. Quelli che conosceva amavano indossare l’uniforme, sebbene lui pensasse che non era opportuna per un lavoro di quel tipo. Non che ci fosse molto da nascondere. Era sicuro che, anche prima che arrivassero “quelli in uniforme”, qualcuno del vicinato, avendolo osservato, fosse andato ad avvertire il predicatore. Era altrettanto sicuro che né lui né i suoi colleghi in uniforme avrebbero scoraggiato il predicatore. Da quanto sapeva della sua reputazione, non dubitava che sarebbe venuto a celebrare la funzione vespertina. Se fosse rimasto a casa, infatti, l’avrebbe data vinta al demonio, il demonio della sua paura.
Il predicatore abitava poco distante. In quel momento quattro agenti stazionavano davanti alla sua modesta casa di due stanze, in attesa di catturarlo se avesse tentato la fuga. Per qualche motivo, gli riusciva difficile immaginarlo in preda alla paura. Forse anche lui cominciava a farsi influenzare dalla propaganda religiosa. Il predicatore non si sarebbe comportato come gli altri, pensò, che nelle ultime ore prima dell’arresto progettavano partenze impossibili o correvano da amici e parenti fidati per mettere al sicuro beni e figli.
Il suo lavoro offriva diverse alternative. Per eseguire compiti di quel genere, alcuni suoi colleghi cercavano di allontanarsi il più possibile dal quartiere in cui erano cresciuti. Altri invece amavano tornare tra la gente della loro zona, gente che aveva negato un po’ di sciroppo per la tosse a una madre o a una sorella che aveva trascorso la notte sputando sangue. Alcuni facevano “sparire” i maestri che li avevano offesi dicendo che erano dei somari e non avrebbero mai imparato a leggere e scrivere. Altri volevano vendicarsi di ragazze troppo sicure di sé, che non sorridevano mai ai richiami, ai sussurri o ai fischi in strada. Altri ancora volevano picchiare i genitori delle ragazze che avevano considerato loro e il loro nome non sufficientemente illustri. A lui invece piaceva lavorare con persone sconosciute, sulle quali poteva inventarsi qualcosa che lo giustificasse.
Per esempio, prima di uccidere il predicatore poteva facilmente convincere se stesso che, essendo lui cattolico, non potevano piacergli i protestanti. Perché non ballavano, costringevano le loro donne a vestirsi di bianco e a coprirsi il capo con fazzoletti, sciarpe o cenci del medesimo colore e non facevano che parlare o cantare del demonio, usando simboli biblici di dubbia interpretazione. Quindi, uccidendo un uomo come il predicatore, non avrebbe provato alcun senso di colpa, qualsiasi cosa gli toccasse fare.
Anzi, avrebbe potuto convincersi di aver liberato un’intera parte di Bel-Air, uomini, donne e bambini che avevano subito un lavaggio del cervello a base di preghiere incessanti e indumenti color latte. Li avrebbe liberati, meditò, dalla Bibbia che li aveva resi schiavi e costretti a ubbidire ai loro padroni, sacre scritture che lui aveva completamente cancellato dalla mente poco dopo la grande festa che i suoi genitori avevano organizzato per la sua prima comunione. Eliminato il predicatore, c’era una buona possibilità che la gente di Bel-Air tornasse alle religioni ancestrali, al credo portato oltreoceano dagli antenati che avevano sofferto, pianto o addirittura perso la vita nelle stive delle navi negriere.
La sera prima, il presidente della repubblica aveva diramato un accorato messaggio diretto a gente come lui e il predicatore. Il presidente – o Sovrano Unico, come spesso veniva chiamato – aveva annunciato alla radio l’esecuzione di diciannove giovani ufficiali, membri della guardia di palazzo, che si riteneva fossero traditori. Il presidente, anche noto come Rinnovatore della Patria, aveva elencato i nomi degli ufficiali, come se facesse l’appello, rispondendo «assente» dopo ognuno e infine aveva tranquillamente dichiarato: «Sono stati fucilati».
Così, ora, qualsiasi ordine che arrivasse dal palazzo presidenziale era una prova di lealtà, un avvertimento che il peggio doveva ancora arrivare.
Il predicatore aveva già ricevuto il suo avvertimento. Sei mesi prima, la figlia di un pastore rivale era stata pagata per offrire una caramella avvelenata alla moglie durante una riunione femminile. Dopo la morte della moglie, il predicatore aveva portato la salma nel suo paese d’origine sulle montagne, per seppellirla nella tomba di famiglia.
Pensando alla testardaggine di quell’uomo, tamburellò con l’indice sulla calibro 38 infilata nella cintura. Era una reazione nervosa, un gesto che compiva quando si scopriva a pensare troppo intensamente e troppo a lungo.
Da tempo meditava di cambiare vita, di trasferirsi in Florida, o addirittura a New York, entrando a far parte delle nuove comunità haitiane americane, per tenere sott’occhio i movimenti che alimentavano le invasioni di esuli ai confini. Avrebbe potuto infiltrarsi nelle gallerie d’arte, nei caffè improvvisati dove si diceva che gli intellettuali espatriati si incontrassero a bere rum e caffè e a parlare di rivoluzione. Stava già cominciando a risparmiare il denaro per la nuova vita, e in gran parte se lo portava addosso nella tasca posteriore dei pantaloni, lasciandone un po’ in un buco cementato del suo ufficio in caserma e il resto a casa, nascosto nel materasso. Tuttavia, non sarebbe potuto partire finché non avesse eseguito gli ordini, dimostrato la sua lealtà e ucciso il predicatore. Respinse quei pensieri in fondo alla mente e sporse il capo dal finestrino per chiedere a dei ragazzi che studiavano alla luce di un lampione di comprargli un pacchetto di sigarette.
Una carenza di zinco nell’infanzia lo aveva privato della capacità di distinguere i gusti: dolce, acido, piccante, persino quello del suo amato rum a cinque stelle. Mangiava affidandosi all’odore dei cibi più che al sapore e fumava sigarette potenti, le Splendides rosse.
Non aveva ancora trent’anni, ma la sua voce era già roca e la gola spesso gli prudeva in un punto che non riusciva a grattare. Ciò nonostante, non poteva fare a meno del fumo e del momentaneo ottenebramento che gli procuravano sigari e sigarette. Né del Barbancourt a cinque stelle, un bicchiere durante una partita a carte, a zo o a scacchi con i prigionieri più abili della caserma.
A volte, nel corso dei “colloqui”, convinceva i prigionieri che, se avessero vinto ai giochi d’azzardo a cui li obbligava, si sarebbero salvati, il che accendeva in loro un lampo di speranza mai visto in occhi umani, se non durante un corpo a corpo, quando l’individuo la cui gola stava stringendo tra le mani riusciva improvvisamente ad avere il sopravvento, scalciando o mordendolo per difendersi.
La notte precedente aveva sognato che lasciava Haiti vestito da suora dopo il crollo del regime. Forse era un segno divino, si era detto, che lo avvertiva di ritirarsi, e presto. Non voleva aspettare di essere troppo vecchio per partire. Tuttavia, quando era arrivato l’ordine di uccidere il predicatore, non aveva potuto tirarsi indietro.
Quando il ragazzo tornò con le sigarette e uno sbrindellato testo di storia infilato sotto il braccio, lui tirò fuori un rotolo di banconote grosso come la mano e gli lasciò tre gourdes di mancia in onore di un passato che non poteva rinnegare.
I suoi genitori, contadini che coltivavano la loro terra, l’avevano mandato a una scuola gestita da preti belgi, frequentata anche dai figli dei proprietari di piantagioni di canna da zucchero e vaniglia nel Sud del paese, a Léogâne. La sua famiglia aveva perduto tutta la terra poco dopo che era salito al potere il Sovrano Unico, nel 1957, quando alcuni ufficiali della zona avevano deciso di costruirsi delle case per le vacanze su quei terreni. Di conseguenza suo padre era impazzito e sua madre era semplicemente sparita. Correva voce che si fosse imbarcata per la Giamaica con un vicino di casa che era stato il suo primo amore, ma che non aveva sposato perché possedeva soltanto un cambio di vestiti e due paia di scarpe di seconda mano: niente denaro, né bestiame, né terra. Apparentemente la condizione di quell’uomo era migliorata, mentre quella del padre peggiorava, e poiché l’uomo era sparito contemporaneamente alla madre, sembrava logico credere che fossero fuggiti insieme.
A diciannove anni, dopo che la madre era partita, lui si era unito ai Miliciens, i Volontari della Sicurezza Nazionale. Era successo quando i Volontari erano venuti nella sua città per reclutare gente da portare nella capitale a un raduno in onore del presidente. Avevano bisogno di masse che ascoltassero il discorso del presidente nel Giorno della Bandiera. La gente voleva andare a casa a prendere i cappelli per ripararsi dal sole, ma non c’era stato tempo e in ogni caso erano stati preparati dei cappelli di paglia con i bordi sfrangiati e il nome del presidente stampato sopra. Quel giorno sul camion c’erano molte facce gravi, ma non la sua. Lui andava in città perché, alzando la testa e allungando il collo, avrebbe potuto vedere il presidente del suo paese.
Durante il viaggio fumò la sua prima pipa e bevve tre tazze di liquore fatto in casa. La pipa e il kleren, glieli aveva passati uno di quelli che subivano in silenzio, che voleva stordirsi prima del raduno. Fumare e bere in pubblico un liquore che ora disdegnava lo avevano fatto sentire adulto.
Arrivato in città, aveva seguito la folla verso il vasto prato meticolosamente rasato del palazzo presidenziale. Era abbagliato da quella processione di umanità raccolta davanti all’edificio più grande e bianco del paese. Decoravano le terrazze del palazzo degli uomini armati di fucile, in uniformi con galloni dorati, come quelle che aveva visto nei ritratti dei padri dell’indipendenza sui libri di storia della sua infanzia. E finalmente il presidente era apparso al balcone, vestito come un guardiano del cimitero, abito nero a code, cappello nero, una calibro 38 alla cintura e un fucile al fianco.
Quando aveva visto il viso pallido e occhialuto del presidente, aveva deciso che non sarebbe più tornato a casa. Finalmente aveva capito ciò che suo padre amava ripetere: il figlio non avrebbe mai lavorato la terra, mai portato un sacco sulle spalle o un machete in mano.
Per quattro ore aveva ascoltato il presidente leggere un discorso che sembrava un libro di cento pagine, in perfetto francese nasale. Del discorso riusciva a ricordare solo poche righe. Se qualcuno avesse tentato di rovesciarlo, minacciava il presidente, ad Haiti si sarebbe visto scorrere il sangue come mai prima. La terra avrebbe preso fuoco da nord a sud, da est a ovest. Il sole non sarebbe più sorto né tramontato e una grande fiamma avrebbe occupato il cielo. Ricordava anche la donna alta e abbronzata al fianco del presidente, la moglie, fresca e briosa come un’azalea fluttuante sull’acqua, che fissava la folla con occhi indifferenti. Si era chiesto se anche lei avesse una pistola sotto il vestito e non si sarebbe stupito se così fosse stato. Per tutto il tempo del discorso lui non aveva mosso un muscolo.
Dopo tre, quattro, cinque ore che il presidente parlava, si era accorto di sognare. Gli pareva di vedere un nugolo di donne alate che volavano in cerchio sopra la cupola del palazzo, sibille furiose in varie sfumature di colore – cannella, miele, bronzo, sabbia, nero – che sibilavano durante la parte finale del discorso.
In seguito avrebbe detto a una delle tante donne che si era portato a letto: «Pensavo fossero angeli, cariatidi, forse le anime dei presenti sospese nel sole».
E la donna avrebbe replicato: «Ma come può uno come te pensare a qualcosa di spirituale?».
Il ragazzo non accennava a muoversi anche dopo che gli aveva dato il denaro. Gli diede ancora un biglietto da cinque gourdes. Improvvisamente aveva voglia di compagnia, così decise di chiacchierare un po’. Una parte di lui desiderava poter comprare un futuro per quel ragazzo e per tutti quelli come lui. Forse non il futuro che voleva per se stesso, non la vita che avrebbe intrapreso lui, ma un altro tipo di destino.
«Cosa studi?» domandò.
«Storia» replicò il ragazzo.
Gli chiese di recitare la lezione del giorno. Il ragazzo balbettava e sembrava nervoso, come se temesse le punizioni scolastiche, il righello sulle nocche o i rimproveri aspri dell’insegnante per non aver studiato a sufficienza.
Gli chiese di mostrargli le mani, perché dai segni sui palmi e sulle nocche si capisce se uno studente è brillante o bravo a memorizzare le lezioni, e notò che erano coperte di calli, ma questo non indicava necessariamente che fosse stupido: forse la sua casa non era illuminata a sufficienza, oppure al suo libro mancavano delle pagine o non poteva fare colazione ogni mattina.
Gli diede altri cinque gourdes e lo congedò. Aveva la testa anche troppo piena di pensieri sul destino di quel ragazzo. Lo osservò mentre si comprava un pacchetto di chewing-gum e due sigarette Splendides verdi al mentolo. Il ragazzo inspirò profondamente il fumo e lo espirò con altrettanta abilità, formando una catena di cerchi nell’aria. Poi comprò un po’ di carne di capra e delle banane fritte che divise con i cinque amici che stavano sotto il lampione, intenti a temperare le matite e a ripetersi le lezioni a vicenda.
In seguito il ragazzo avrebbe detto a un giornalista di «Le Monde»: «Lo abbiamo visto seduto in macchina tutto il pomeriggio. Gli ho comprato le sigarette e con la mancia che mi ha lasciato ho comprato la cena e dei dolci per me e i miei amici» senza però menzionare le due sigarette che aveva acquistato per sé.
Mentre il fumo gli riempiva i polmoni, lui cercò di smettere di preoccuparsi del ragazzo e concentrò intensamente i pensieri su una bottiglia di rum. Aveva voglia di giocare a domino o a carte, di parole dolci, di una coscia nuda da accarezzare, di ballare avvinghiato a una donna che gli lucidasse la borchia della cintura con l’om...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Colophon
  4. Il libro dei morti
  5. Sette
  6. Il figlio dell’acqua
  7. Il libro dei miracoli
  8. Sogni ad alta voce
  9. La sarta delle spose
  10. Code di scimmia
  11. La cantante dei funerali
  12. Il torturatore
  13. Ringraziamenti