Non possiamo tacere
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Non possiamo tacere

Le parole e la bellezza per vincere la mafia

  1. 196 pagine
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Non possiamo tacere

Le parole e la bellezza per vincere la mafia

Informazioni su questo libro

Il giorno in cui s'insediò nella diocesi di Locri-Gerace fu accolto con una bomba sotto il palco e alle forze dell'ordine che gli intimavano di accettare la scorta oppose un netto rifiuto. Vescovo della gente fra la gente, monsignor Bregantini combatte la mafia e le sue derive da una vita intera. E dal di dentro. Non disdegna di entrare nelle case delle 'ndrine per consolare una madre che piange il figlio ucciso o per tentare una pacificazione. Dopo la strage di Duisburg, si reca con un gruppo di preti e laici in Germania a sostenere la comunità calabrese. All'indomani dell'uccisione del politico Francesco Fortugno, si fa promotore insieme a tanti giovani del movimento "AMMAZZATECI TUTTI". Nel molisano, si batte con altri vescovi del territorio per l'acqua pubblica e i posti di lavoro. Nel racconto di un uomo del Nord, che ha scelto di essere prete operaio, poi cappellano delle carceri e infine vescovo al Sud, si alternano storie drammatiche a tante esperienze positive di collaborazione civile ed ecclesiale: nelle scuole, con le parrocchie, con le associazioni anti-racket, con le realtà culturali e con tante persone che non cessano di credere nella legalità e nella cittadinanza attiva. Sono pagine che non si limitano a denunciare le ambiguità mafiose - nell'atteggiamento di chi paga al bar, nell'ostentazione della ricchezza, nella connivenza con la Chiesa - ma che documentano la forza di una tesi: "La mafia ha orrore della bellezza. Una delle migliori forme di antimafia è il gusto del bello, del buono e del vero. Il destino non è ineluttabile, il Sud può vincere".

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Informazioni

Anno
2011
eBook ISBN
9788858505281
Print ISBN
9788856617177

PARTE SECONDA

SE IL BENE AVANZA
LA MAFIA ARRETRA

Le mele del Trentino

Una casa di campagna, antica, che profuma di pane e lavanda. Dei compratori arrivano per valutare la merce esposta in un angolo all’ombra. «Cinquanta lire al chilo» è la misera offerta. «Ma non bastano nemmeno a coprire le spese!» protesta il produttore. «Vuol dire che ne riparleremo tra venti giorni...» È una presa in giro. I compratori sanno bene che il raccolto non può aspettare venti giorni. Andrà a male e non si potrà ricavare nemmeno quel poco. La contrattazione va avanti per un po’, ma alla fine i rapporti di forza risultano impari, e il contadino deve cedere, umiliato.
Non è un racconto che riguarda la Calabria o un’altra regione del Sud; è il Trentino della mia giovinezza. Il raccolto era quello delle mele diventate oggi famose in tutto il mondo. Quel contadino era mio padre e la storia è quella di tanti come lui, che amaramente vedevano svilita la fatica del loro lavoro.
Finché quest’amarezza non si è trasformata in coscienza di classe: «Non dobbiamo più dipendere dai commercianti, costruiamo un grande magazzino nel quale far convergere il raccolto di tutti e così il prezzo lo stabiliremo noi».
Nel 1972 mio fratello Piero era di leva militare e io, durante l’estate, ebbi quattro mesi di permesso dai miei superiori per tornare a casa a lavorare nei campi e a raccogliere le mele. In quegli anni nacque in Trentino un’esperienza destinata ad avere un rilievo enorme per il suo futuro: sedici cooperative produttrici di mele delle Valli di Non e di Sole posero le basi per dare vita al famoso consorzio Melinda, per proteggere con un marchio una mela contrassegnata da elevati standard di qualità.
Questo passo rappresentò l’ultimo gradino evolutivo di una tradizione di cooperazione in Trentino che risaliva alla fine dell’800. All’epoca, la crisi dell’agricoltura e il tracollo dell’industria avevano provocato una forte emigrazione dalle valli verso l’oltreoceano, l’America in particolare, e verso le città, con forti ripercussioni sulle famiglie e le comunità. La cooperazione fu la reazione alle condizioni di fame, miseria e usura diffuse – venne definita una vera e propria “rivoluzione popolare pacifica” – e nacque nel grembo della Chiesa, alimentata dai princìpi dell’enciclica Rerum Novarum di Leone XIII e della dottrina sociale. Fondatore in Trentino delle prime cooperative fu don Lorenzo Guetti, accanto al quale ci fu poi don Silvio Lorenzoni e don Giovanni Battista Panizza. Non deve meravigliare che i fondatori fossero preti perché la cooperazione si ispira ai valori della solidarietà e della fraternità evangelica e anche perché, vivendo vicino ai poveri nei paesi, i curati costituivano un importante punto di riferimento e infondevano fiducia nella riuscita di queste imprese. La prima cooperativa di consumo nella mia regione risale al 1890; due anni dopo venne costituita la prima cassa rurale.
Le casse rurali erano preziose, perché la gestione collettiva del denaro rimaneva sotto il controllo dei contadini ed era possibile monitorare come venivano impiegati e prestati i denari, senza sottostare a logiche di profitto assoluto. Poi arrivò la cooperativa del latte, a cui tutti portavano il secchio di latte munto dei propri animali. L’ho fatto anch’io: la mia famiglia aveva poche mucche, non era molto abbiente, ma viveva ugualmente con molta dignità. Dal latte si ricavava il formaggio e gli introiti venivano ripartiti tra i soci.
La cooperazione è un tratto distintivo del Trentino: due terzi della sua popolazione è socia di cooperative.

Muri di pietra

La cooperazione, il mettere in comune le risorse valorizzando il lavoro di ognuno, ha permesso ai contadini trentini di uscire dalla schiavitù e dallo sfruttamento, sfuggendo alla necessità di abbandonare la propria terra.
I sacerdoti che ho citato agivano in base alle stesse convinzioni espresse anche da Luigi Sturzo e Alcide De Gasperi, che era trentino pure lui. Essi affermavano: «Noi dobbiamo essere come un muro fatto di tante pietre». Per tirare su un muro di pietra ci vuole ingegno e sapienza; se si mettono insieme solo sassi raccogliticci non si costruirà nulla di solido, mentre bisogna aver cura di incastrare bene pietre di dimensioni e forme diverse, altrimenti sarà sufficiente un calcio ben assestato per far crollare la barriera. Se le pietre verranno incastrate ad arte, il muro resisterà.
Questo è proprio il compito dei sacerdoti e degli operatori pastorali, creare unità tra le varie pietre, affinché non siano aggredibili singolarmente. Bisogna evitare separazioni e interstizi, così il muro non potrà essere intaccato in alcun modo.
È una metafora simile a quella che usai entrando a Locri da vescovo, il 7 maggio del 1994, e che citavo nella prima parte di questo libro: un filo da solo si spezza, ma tanti fili insieme intrecciano una fune, più difficile da spezzare.
Il sud d’Italia è ricchissimo di umanità e di cultura, ma è carente di fiducia in se stesso e nel futuro. In primo luogo manca la coscienza del proprio valore: il Sud non riesce a trovare in sé motivi validi per mettersi in gioco. In secondo luogo, manca la fiducia nei confronti della Storia: il meridione d’Italia è paralizzato da un sentimento perverso del destino, inteso come condizione immutabile che annulla qualsiasi prospettiva di cambiamento; è un’ottica implacabile, che uccide la speranza.
Con fatica i sacerdoti al Sud hanno saputo vincere questa sfiducia dilagante e innestare la dinamica sociale della fede. Sovente, il fatto di continuare a vivere nella propria famiglia – mancando le strutture delle case parrocchiali e degli oratori – ha orientato il prete a diventare il protagonista del bene della propria famiglia, piuttosto che del bene comune.
Un altro motivo di difficoltà nella società meridionale è l’eccessiva importanza data al nucleo familiare che, nei suoi aspetti più deleteri, diventa terreno di coltura della mafia. In fondo la mafia cos’è? Rispondere agli interessi della propria famiglia più che a quelli della comunità: il “familismo amorale”, com’è stato definito da autorevoli osservatori e sociologi come Alberto Alesina e Andrea Ichino nel volume L’Italia fatta in casa.
Per esercitare un’azione di cambiamento culturale il volontariato e le associazioni di base rivestono notevole importanza per “sganciare” le persone dai clan, per rompere il cerchio che le opprime e aprirle all’attuazione del bene comune. È un processo che va innescato e che la ’ndrangheta non ama assolutamente. In quest’ottica alcune parrocchie e associazioni hanno lentamente maturato questo coraggioso “manifesto” che invita i giovani a impegnarsi, in prima persona, su dieci punti precisi.
1. Prometto di rifiutare patti di sangue o di comparaggio e di evitare fidanzamenti o matrimoni che hanno lo scopo di stipulare alleanze con altre famiglie.
2. Rifiuto ogni logica di potere della famiglia, rifiuto il “parentado”.
3. Mi impegno in prima persona nell’attività politica e sociale senza pretendere tornaconti.
4. Prometto di non fare domanda di sussidi d’assistenza che non corrispondono a vere necessità.
5. M’impegno a pagare le tasse.
6. Rifiuto sempre il denaro che so di provenienza illecita.
7. M’impegno a non fare affidamento su raccomandazioni e voti di scambio.
8. Non ricorrerò ad alcun potente per ricevere favori e ottenere un posto di lavoro.
9. Non farò da prestanome.
10. Aiuterò chi vuole pentirsi o dissociarsi contro ogni omertà.

Problemi, non maledizioni

I problemi non sono una maledizione. In Trentino tutto è nato dalla coscienza di potercela fare.
La consapevolezza delle difficoltà non deve mortificare il coraggio e bloccare le iniziative, ma indurre a trovare soluzioni, a pianificare vie d’uscita, e in questo la speranza cristiana fa da traino.
Nel rileggere il documento dei vescovi del Sud, «Per un paese solidale. Chiesa italiana e mezzogiorno» (del febbraio 2010), sono persuaso che solo incarnando una “speranza attiva” potremo, da credenti, entrare nel vivo dei problemi della gente.
Il Sud è zavorra o risorsa? È doveroso porsi questa domanda senza infingimenti. La risposta dei vescovi nel documento è netta e chiara: il Sud è risorsa; uno scrigno di possibilità uniche, luminose, tipiche, da schiudere e valorizzare.
Ci sono tante zone grigie al Sud, dense di corruzione, di disoccupazione, di lentezza amministrativa; sono territori oscuri, melmosi, in cui siamo chiamati a “sporcarci le mani”, mettendole dentro la storia. Non possiamo più essere rinunciatari, passivi. Dobbiamo credere che un cambiamento è possibile. Bisogna trovare la forza di curare e guarire le ferite storiche del Sud, che a 150 anni dall’unità d’Italia sono più che mai piaghe di tutto il Paese.
Da credenti, possiamo “tuffarci dentro la storia” con quella che definirei una “modalità battesimale”: dobbiamo immergerci, fino in fondo. Non è possibile vincere la mafia se non si sposa il Sud, con le sue contraddizioni ma anche con la sua bellezza e la sua tipicità. La lezione di quanti hanno dato la vita credendo nel riscatto di un territorio e di una società – tra i tanti, Angelo Vassallo, il coraggioso sindaco di Pollica, ucciso dalla camorra in provincia di Salerno – nasce dall’amore per la propria terra, dalla volontà di rispettarne le bellezze naturali, dall’ostinazione nel creare prospettive di vita per le nuove generazioni e una cultura diversa, alternativa alla mentalità mafiosa.
Solo così le ferite, secondo un’immagine che mi piace usare, diventeranno feritoie, cioè aperture che consentiranno alla luce e alla grazia di entrare, portando consolazione e una nuova visione: dal problema di uno, una soluzione per tutti. Affrontare i problemi del Meridione, senza minimizzarli né dilatarli, servirà a sperimentare strategie che potranno essere utili anche altrove.

Le fondamenta della legalità

La legalità si afferma non solo in uno spirito di denuncia e di contrapposizione, ma anche in una dimensione “fondativa”, che poggia sulle motivazioni. Non è gridando che si scuotono le coscienze – anche se l’indignazione talvolta è necessaria – ma oggi, nel contesto delle mafie, bisogna porre fondamenta civili entro cui erigere costruzioni solide, capaci di resistere alle aggressioni mafiose.
Di recente, anche in Trentino, è stato denunciato l’inizio dell’infiltrazione della ’ndrangheta. Mio fratello Piero, a proposito di queste notizie, rilevava che ancora moltissimi soci partecipano alle riunioni della cooperativa, ma sempre in minor numero intervengono, parlano, pongono domande, come se fosse più logico ascoltare in attento silenzio. Si ha l’impressione di una certa ritrosia nel narrare le proprie fatiche e che quasi ci si vergogni di esporre i propri limiti o denunciare le proprie sconfitte. Invece, è necessario mantenere viva la partecipazione, come ossatura della cooperazione, cogliendo sempre le occasioni di intervenire e comunicare la propria opinione, superando anche quella nativa “ritrosia” che spesso appartiene ai trentini. È l’individualismo che apre le porte alla mafia. Mentre è la volontà di “fare rete” insieme che la blocca e l’annulla.
Se non si costruiscono fondazioni profonde come radici, prima o dopo la battaglia diventa snervante, ci si stanca e ci si adegua. Si vorrebbe un mondo perfetto, ma la perfezione non esiste, non è di questo mondo, e quindi si conclude «ma chi me lo fa fare» e ci si arrende. Questo è il rischio maggiore che c’è oggi.
Mi trovo spesso a ripetere che tutto ciò che pare attività astratta – ad esempio l’“attardarsi” nello studio, nell’analisi e nella formazione – è invece attività fondativa. La Chiesa – con i suoi educatori, i suoi catechisti, i suoi preti – dovrebbe accentuare il senso e il valore della cosiddetta “formazione delle coscienze”: le coscienze possono essere orientate, con delicatezza, alla scoperta dei valori della verità, della giustizia, della non violenza; possono essere risvegliate dal torpore a cui le costringe la società del rumore e dei consumi.
Il male, in alcune zone del Sud, è una realtà potente e insidiosa. La piovra con i suoi tentacoli riesce a coinvolgere tutti, nessuno escluso; strappa le stelle dal cielo come fa il diavolo nell’Apocalisse creando il buio.
Nella Lettera ai Romani, un testo che – a mio parere – contiene la migliore strategia antimafia che mai sia stata scritta, san Paolo così afferma a proposito di Abramo: «Egli ebbe fede sperando contro ogni speranza» e così divenne padre di molti popoli. Il latino è più efficace dell’italiano: contra spem in spem credidit. Il contra seguito dall’accusativo ti dice tutto quello che impedisce la speranza, le mille realtà che abbiamo di fronte ogni giorno che ci sbarrano il passo. Ma il contra è superato dall’in sempre seguito dall’accusativo: a ciò che è contro la speranza, bisogna contrapporre la speranza stessa, con segni precisi.
Non è un discorso che vale solo per i credenti. Questa è la dinamica efficace dell’antimafia: riconoscere tutte le ragioni contrarie, ma essere capaci, con la consapevolezza di tutto ciò che ci “rema contro”, di contrapporre alla brutalità del male le nostre vele spiegate dal vento della speranza: una speranza anzitutto umana, ancor prima che cristiana. I grandi affreschi e reportage sulla mafia andrebbero completati con una postfazione: se questa è la mafia che rappresenta il contra, ci deve essere anche l’in, la speranza contro ogni speranza. Altrimenti questi libri alla fine rischieranno di “toglierci l’aria”, di soffocare il nostro desiderio di cambiamento e inibire lo slancio che permette di immaginare un orizzonte migliore.

Una speranza contro

I cristiani, con san Paolo, dicono anche: «Laddove è abbondato il peccato, ha sovrabbondato la grazia» (Romani 5, 20).
Il Sud è un luogo di peccato sociale – non che il Nord non lo sia – ma è particolarmente evidente anche nell’aspetto etico. Se si guarda al Sud solo per l’abbondanza del male, si resta spaventati e schiacciati; invece la sfida è vedere che là dove c’è più disastro, in realtà c’è – io l’ho visto in Calabria – più coraggio che in altri luoghi. Laddove il contesto sociale è apparentemente tranquillo, ci si illude che il male non ci sia, mentre chi vive in situazioni di precarietà grave non si coccola né si culla, ma combatte, perché sa che se non lotta, il fiume in piena lo travolgerà. Ciò non toglie che in qualche momento tutto sembri perduto. È la sensazione di impotenza che a volte assale chi combatte o ha combattuto contro la mafia – penso a Borsellino, a Falcone, a Caponnetto, a Dalla Chiesa – e questa prostrazione è il grido di dolore di fronte all’ingiustizia e all’orrore che colpisce gli innocenti.
Il paradosso è che la mafia non annichilisce la speranza, anzi, la ravviva; perché istintivamente, dentro di noi, nasce sempre il desiderio di guardare oltre: in spem e non contra. Anche quando si tocca il fondo, l’istinto di risalire verso l’aria e la luce è insopprimibile nell’animo umano.
Dentro i problemi c’è la speranza. Non dopo e neppure senza. Solo dentro!

L’olivo che brucia

La strategia della speranza, però, ha un prezzo, richiede un cambiamento interiore. Chi ha avuto l’occasione di assistere allo spettacolo di un olivo che brucia, sa quanto sia terrificante: l’olivo geme, letteralmente; muore con un gemito.
Anche colui che vuole opporsi alla mafia, singolo o istituzione, come la Chiesa, deve operare in se stesso una trasformazione che non può compiersi senza un “gemito”. San Paolo ci dice che l’universo geme nelle doglie del parto, e solo da questo gemito nascerà una nuova creazione (si legga la Lettera ai Romani, al capitolo 8). San Paolo in questo testo ha colto il cuore dell’umanità ed è il motivo per cui le sue affermazioni sono particolarmente vere per chi affronta quotidianamente “realtà di male” in carcere, negli ospedali, a contatto con situazioni di disagio. Talvolta il lutto e il dolore sono preludio a un cambiamento, a un pentimento, a una rinascita.
Mi sono sentito rivolgere ripetutamente alcune domande: c’è speranza per tutti?... ci sarà per il mafioso che ha fatto il male?... ci sarà per chi è stato artefice di tante ingiustizie? Paolo risponde con l’immagine dell’olivastro potato, l’olivo selvatico. I rami cadono, su questi si innestano i polloni nuovi che sono i cristiani, la novità portata da Gesù Cristo si innesta dunque sull’Antico Testamento. E cosa fa Dio una volta che ha innestato Gesù? Raccoglie anche i rami tagliati e li reinnesta di nuovo. L’albero sarà ricco e compiuto solo quando avrà tutti i rami (si veda Romani 11, 16-23). C’è dunque uno spazio, una speranza, anche per chi ha fatto del male. C’è una redenzione anche per chi è mafioso; nasce dentro quel cuore umiliato che viene accolto nel cuore di Dio.
È l’amore, è la relazione, la misura di tutte le cose. Dentro la storia, la capacità di trasformare in amore e relazione tutte le realtà, anche le più negative, è sorgente inesauribile di speranza.
È un cammino alto e prezioso, ma non utopico. È il sentiero battuto anche da padre Pino Puglisi, che affinava l’arte educativa con i ragazzi del suo quartiere. Raramente don Puglisi si contrapponeva frontalmente ai mafiosi. Sapeva che in un confronto diretto avrebbe conferito ai criminali più potere, perché non era in grado di opporsi alla violenza e alla prepotenza.
La sua azione mirava a svuotare di significato la mafia agli occhi dei ragazzi. Diceva: «Non sono uomini d’onore i mafiosi, sono stupidi». È questo che bisogna dimostrare ai più giovani, affinché non subiscano il fascino perverso dei bulletti e dei criminali, che pretendono di rappresentare un ideale di uomini “forti”, che bastano a se stessi e non hanno bisogno di nessuno. Ecco perché le grandi omelie contro la mafia servono a poco, anche perché i mafiosi sono furbi e sono in prima fila a batterti le mani. In qualche misura si rischia addirittura di fare il loro gioco.
Bisogna invece creare il vuoto intorno a loro, bisogna ripetere: «Siete stupidi, perché non capite che il vostro è un cammino di morte». È stato Benedetto XVI – a Palermo, il 3 ottobre del 2010 – ad affermarlo a proposito della mafia: «La mafia è strada di morte, non solo incompatibile con il Vangelo, ma sua massima negazione».

La Chiesa del lunedì

Eppure la Chiesa non sempre è stata capace di affermare con sufficiente nettezza la sua condanna nei confronti della mafia; non sempre è stata decisa e chiara nel proclamare che i valori della camorra, della ’ndrangheta e di “Cosa nostra” sono antitetici al suo credere nella vita e nella bellezza quali riflessi del Creatore. In alcune occasioni, l’abilità di strumentalizzazio...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Colophon
  4. Le parole e la bellezza per vincere la mafia
  5. Parte Prima Vivere In Un Paese Di Mafia
  6. Parte Seconda Se Il Bene Avanza La Mafia Arretra
  7. Parte Terza Il Sud: Scelta O Destino?
  8. Dalla parte giusta