
- 416 pagine
- Italian
- ePUB (disponibile su mobile)
- Disponibile su iOS e Android
eBook - ePub
Black Beauty (Versione italiana)
Informazioni su questo libro
"Black Beauty, Nera Bellezza, si chiama lo splendido puledro narratore e quindi protagonista di questa storia. Non è nato nella prateria, ma in una stalla, vive tra uomini e cavalli: li perde, li incontra e li ritrova. La sua è una storia fatta di quiete e pericoli, salute e malattia, fortune e sventure: ma sì, non del tutto diversa da quella di ogni essere vivente, uomini compresi." dall'introduzione di Mino Milani
Domande frequenti
Sì, puoi annullare l'abbonamento in qualsiasi momento dalla sezione Abbonamento nelle impostazioni del tuo account sul sito web di Perlego. L'abbonamento rimarrà attivo fino alla fine del periodo di fatturazione in corso. Scopri come annullare l'abbonamento.
No, i libri non possono essere scaricati come file esterni, ad esempio in formato PDF, per essere utilizzati al di fuori di Perlego. Tuttavia, puoi scaricarli nell'app Perlego per leggerli offline su smartphone o tablet. Per maggiori informazioni, clicca qui.
Perlego offre due piani: Essential e Complete
- Essential è l'ideale per studenti e professionisti che amano esplorare un'ampia gamma di argomenti. Accedi alla libreria Essential, che include oltre 800.000 titoli di comprovata qualità e bestseller in vari settori, tra cui business, crescita personale e discipline umanistiche. Include tempo di lettura illimitato e voce standard per la sintesi vocale.
- Complete: perfetto per studenti e ricercatori esperti che necessitano di un accesso completo e illimitato. Accedi a oltre 1,4 milioni di libri su centinaia di argomenti, inclusi titoli accademici e specialistici. Il piano Complete include anche funzionalità avanzate come la sintesi vocale premium e l'assistente di ricerca.
Perlego è un servizio di abbonamento a testi accademici, che ti permette di accedere a un'intera libreria online a un prezzo inferiore rispetto a quello che pagheresti per acquistare un singolo libro al mese. Con oltre 1 milione di testi suddivisi in più di 1.000 categorie, troverai sicuramente ciò che fa per te! Per maggiori informazioni, clicca qui.
Cerca l'icona Sintesi vocale nel prossimo libro che leggerai per verificare se è possibile riprodurre l'audio. Questo strumento permette di leggere il testo a voce alta, evidenziandolo man mano che la lettura procede. Puoi aumentare o diminuire la velocità della sintesi vocale, oppure sospendere la riproduzione. Per maggiori informazioni, clicca qui.
Sì! Puoi utilizzare l'app di Perlego su dispositivi iOS o Android per leggere quando e dove vuoi, anche offline. È perfetta per gli spostamenti quotidiani o quando sei in viaggio.
I dispositivi con iOS 13 e Android 7 o versioni precedenti non sono supportati. Scopri di più su come utilizzare l'app.
I dispositivi con iOS 13 e Android 7 o versioni precedenti non sono supportati. Scopri di più su come utilizzare l'app.
Sì, puoi accedere a Black Beauty (Versione italiana) di Anna Sewell in formato PDF e/o ePub. Scopri oltre 1 milione di libri disponibili nel nostro catalogo.
Informazioni
Editore
EDIZIONI PIEMMEAnno
2011Print ISBN
9788856617351eBook ISBN
97888585033931

LA MIA PRIMA CASA
Il primo luogo di cui conservo un chiaro ricordo è un grande prato ridente con uno stagno d’acqua limpida nel mezzo. Sullo stagno si curvavano alberi dalle fronde ombrose e, dove l’acqua era più profonda, crescevano giunchi e ninfee. Su un lato del prato, oltre la siepe di recinzione, vedevamo un campo arato; sull’altro, dietro un cancello, la casa del nostro padrone. In cima al prato c’era un bosco di abeti, mentre all’estremità opposta scorreva un ripido torrente il cui argine, in quel punto, cadeva a strapiombo.
Da piccolo mi nutrivo del latte di mia madre, perché non potevo ancora mangiare l’erba. Di giorno correvo accanto a lei e la notte mi stendevo al suo fianco. Quando faceva caldo, ce ne stavamo all’ombra vicino allo stagno; per le giornate fredde, invece, potevamo contare su una stalla tiepida e accogliente vicino al bosco di abeti.

Non appena fui abbastanza grande da poter mangiare l’erba, durante il giorno mia madre iniziò a uscire per andare a lavorare; stava fuori fino a sera.
Nel prato, oltre a me, vivevano sei puledri, tutti più vecchi di me; alcuni avevano già le dimensioni di un cavallo adulto, o poco meno. Io correvo insieme a loro e mi divertivo un sacco; galoppavamo a più non posso attorno al campo, in cerchio, e spesso il gioco si faceva duro, perché loro non si limitavano a galoppare ma tiravano calci e qualche volta davano anche morsi.
Un giorno in cui erano volati parecchi calci, mia madre mi chiamò a sé con un nitrito e mi disse: «Vorrei che tu ascoltassi con attenzione quanto sto per dirti. I puledri che vivono qui non sono cattivi, ma sono animali da tiro e, ovviamente, non hanno imparato le buone maniere.

Tu, invece, sei un cavallo di razza1, e sei stato allevato ed educato come richiedeva la tua nascita. Tuo padre è molto conosciuto da queste parti, e a suo tempo tuo nonno vinse la coppa alle corse di Newmarket per due anni di seguito. Tua nonna, poi, aveva un carattere dolcissimo, più di qualunque altro cavallo io abbia mai conosciuto, e quanto a me, non penso tu mi abbia mai visto dare calci o morsi. Così, spero che anche tu cresca buono e gentile, comportandoti come deve fare un cavallo di razza. Non voglio che tu prenda cattive abitudini. Non risparmiarti sul lavoro, alza bene i piedi da terra quando vai al trotto e non tirare mai morsi né calci, nemmeno per gioco».
Non ho mai dimenticato i consigli di mia madre. Era una cavalla vecchia e saggia, tenuta in gran conto dal nostro padrone, e io lo sapevo bene. Si chiamava Duchessa, ma spesso il padrone la chiamava Cocca, perché era la sua preferita.
Il padrone era un uomo buono e affettuoso. Non ci faceva mai mancare il foraggio, faceva in modo che la nostra stalla fosse sempre pulita e accogliente, e tutti i giorni aveva in serbo qualche parola gentile per noi: ci parlava con lo stesso tono che rivolgeva ai suoi bambini, e noi gli volevamo un gran bene. Ricordo che quando lo vedeva avvicinarsi al cancello, la mamma nitriva di gioia e trottava felice verso di lui. Il padrone, allora, la accarezzava sulla fronte e diceva: «Brava, Cocca, brava... Cosa mi racconti oggi del tuo Morello?».
Il mio mantello era nero come la notte. Per questo il padrone mi chiamava Morello.
A me piaceva moltissimo il pane, e il padrone me ne portava sempre un pezzo. Qualche volta portava anche una carota per mia madre. Anche tutti gli altri cavalli, naturalmente, non appena lo vedevano comparire al cancello gli correvano incontro, ma penso proprio che noi fossimo i suoi prediletti. Nei giorni di mercato mia madre lo portava in città su un piccolo calesse.
C’era un giovane contadino, Dick, che qualche volta entrava nel nostro campo per raccogliere le more dalla siepe. Quando era sazio, iniziava a «divertirsi» (così diceva lui) con i puledri. Il suo divertimento consisteva nel lanciarci contro pietre e bastoni per farci scappare al galoppo. Noi non ci preoccupavamo troppo di lui, perché bastava galoppare un po’ per portarsi fuori tiro, ma qualche volta capitava che uno di noi venisse colpito da un sasso, e non era affatto piacevole.
Una volta, come al solito, venne al campo a mangiare more e a «divertirsi», ma ci fu un imprevisto. Quel giorno, infatti, il padrone era nel campo vicino, ma Dick non poteva saperlo: non appena vide quello che stava succedendo, il padrone con un balzo saltò oltre la siepe, lo afferrò per un braccio e lo schiaffeggiò così forte da farlo urlare di dolore. Tutti noi ci avvicinammo al trotto per assistere alla scena.
– Canaglia! Vigliacco! – gridava il padrone. – Prendere a sassate i puledri! Non è certo la prima volta, e neanche la seconda, ma puoi star certo che sarà l’ultima! Ecco, prenditi i soldi che ti spettano e tornatene a casa tua! Non voglio gente come te a lavorare nella mia fattoria!
Non lo vedemmo mai più.
Il vecchio Daniel, invece, l’uomo che si occupava di noi cavalli, era gentile come il padrone. Con lui ce la passavamo proprio bene.

1. Dal discorso della madre apprendiamo che il nostro puledrino è di “nobili origini”. Gli inglesi infatti, appassionati di corse, hanno cominciato molto presto a selezionare le razze dei cavalli. Il famoso Purosangue Inglese (denominato Thoroughbred, cioè “allevato in purezza”) risale all’incrocio di giumente indigene da corsa con cavalli arabi, avvenuto alla fine del XVIII secolo. Da allora è in vigore lo Stud Book, un vero e proprio albo genealogico dei cavalli di razza, in particolare da corsa.
2

LA CACCIA
Non avevo ancora compiuto due anni quando accadde un fatto che non ho mai dimenticato. La primavera era iniziata da poco. Durante la notte si era formata un po’ di brina, e una leggera foschia si stendeva ancora sui boschi e sui prati. Io e gli altri puledri stavamo brucando l’erba nella parte bassa del prato, quando udimmo in lontananza qualcosa che assomigliava a un guaire di cani. Il più vecchio di noi sollevò la testa, tese le orecchie ed esclamò: – Questi sono cani da caccia!
Così dicendo, si allontanò al piccolo galoppo verso la parte più alta del prato, seguito da noi tutti.
Dal bosco di abeti il nostro sguardo poteva spingersi in lontananza, oltre la siepe, ad abbracciare la distesa dei campi tutt’attorno. Mia madre e un vecchio cavallo da sella del nostro padrone avevano già raggiunto quel punto d’osservazione, e davano l’impressione di saper bene quello che stava succedendo.
– Hanno trovato una lepre – disse mia madre. – E se vengono da questa parte potremo assistere alla caccia.
Di lì a poco, vedemmo i cani scendere a precipizio per il campo di grano ancora verde confinante con il nostro. Facevano un chiasso infernale. Non avevo mai sentito una cagnara del genere in vita mia. Non abbaiavano, non latravano, non gemevano. Il loro era un suono particolarissimo, una specie di Yu! Yu, u, u! Yu! Yu, u, u!, che si ripeteva incessantemente, a tutto volume. Dietro di loro fece irruzione nel campo un certo numero di uomini a cavallo. Alcuni indossavano una giacca verde, e tutti galoppavano a più non posso. Il vecchio cavallo da sella sbuffò osservando la scena con occhi pieni di desiderio, e anche noi giovani puledri fummo presi dalla voglia di galoppare con gli altri cavalli nel campo vicino. Un attimo dopo, però, erano già scomparsi tutti, cani, cavalli e cavalieri, portandosi fuori dalla nostra visuale, verso i campi più in basso, dove ci parve che si fossero fermati. I cani, in effetti, si erano fatti improvvisamente silenziosi. Poco dopo li vedemmo ricomparire nel campo di grano e sparpagliarsi in tutte le direzioni; correvano tenendo il naso puntato verso terra.
– Hanno perso la traccia – disse il vecchio cavallo. – Forse la lepre riuscirà a farla franca.
– Quale lepre? – chiesi.
– Oh, non so dirti esattamente quale lepre. Potrebbe essere una delle nostre che si è allontanata dalla fattoria. Per loro, comunque, non fa molta differenza. Qualsiasi lepre stanino, cani e uomini sono pronti a qualunque cosa pur di non lasciarsela scappare.
Il vecchio cavallo aveva appena finito di parlare quando i cani ricominciarono con il loro assordante Yu! Yu, u, u! Li vedemmo riprendere la loro corsa forsennata e questa volta, saltando la siepe, scagliarsi come furie nel nostro campo dirigendosi verso la parte bassa, nel punto in cui l’argine del torrente cade a strapiombo.
– Adesso vedremo la lepre – disse mia madre.
E fu proprio così. Una lepre impazzita dalla paura sfrecciò in quell’istante davanti ai nostri occhi, diretta verso il bosco di abeti. Ma i cani non le davano tregua. Superato d’un balzo il torrente, li vedemmo lanciarsi come saette su per il nostro prato, seguiti a breve distanza dagli uomini a cavallo. La lepre, sentendo i terribili latrati che si avvicinavano, tentò di infilarsi nella siepe di confine, ma la siepe in quel punto era troppo folta; la vedemmo allora, in un ultimo disperato tentativo, puntare verso la strada con un brusco dietrofront. Troppo tardi. I cani ormai le erano addosso con le loro urla selvagge. Udimmo una specie di straziante squittio, e quello fu il segnale della fine.
Uno dei cacciatori si avvicinò, disperse a colpi di frusta i cani, che presto l’avrebbero fatta a pezzi, e sollevò per la zampa la povera lepre, lacerata e sanguinante. Nel frattempo erano sopraggiunti a godersi lo spettacolo tutti gli altri gentiluomini a cavallo, che avevano l’aria molto soddisfatta.
Quanto a me, ero così impressionato che lì per lì non mi accorsi di quanto stava accadendo nei pressi del torrente. Quando volsi lo sguardo da quella parte, un tristissimo spettacolo mi si presentò davanti agli occhi: due splendidi cavalli erano caduti nell’inseguimento. Uno si dibatteva nella corrente, l’altro gemeva steso sull’erba. Dei due cavalieri, uno, letteralmente ricoperto di fango, stava uscendo in quel momento dall’acqua; l’altro giaceva a terra, immobile.
– Si è rotto il collo – disse mia madre.
– Ben gli sta – commentò uno dei puledri.
Anch’io la pensavo così, ma mia madre non era d’accordo.
– No, – replicò in tono deciso – questo non dovete dirlo. Anche se, in effetti, viene voglia di pensarlo, lo so. Sono una vecchia cavalla, e nella mia vita ne ho viste e sentite di tutti i colori, ma non sono ancora riuscita a capire perché gli uomini amino tanto un simile sport. Capita molte volte che durante la caccia si feriscano o che i loro migliori cavalli finiscano azzoppati, e le coltivazioni nei campi attraversati dai cacciatori vengono spesso gravemente danneggiate, eppure non sanno rinunciare a questo terribile passatempo1.

E tutto, poi, per una lepre, una volpe o un cervo che potrebbero ottenere molto più facilmente in qualche altro modo. Ma noi siamo soltanto cavalli, e non possiamo capire.
Noi, intanto, continuavamo a guardare verso il torrente. Molti cacciatori si erano precipitati a prestare soccorso al giovane steso a terra, ma il primo a raggiungerlo era stato il mio padrone che, come noi, aveva assistito a tutta la scena. Quando fece per sollevarlo, la testa del giovane ricadde all’indietro, e le braccia rimasero penzoloni. C’era un grande silenzio, adesso, e tutti avevano un’espressione molto seria. Perfino i cani se ne stavano tranquilli, come se anche loro avvertissero che c’era qualcosa che non andava. Il giovane fu trasportato in casa del nostro padrone. Seppi in seguito che si trattava di George Gordon, un giovane alto e bello, orgoglio della sua famiglia, unico figlio di un proprietario terriero del luogo.
Gli uomini che avevano preso parte alla caccia partirono cavalcando in tutte le direzioni: chi in cerca del medico, chi del veterinario, chi infine diretto alla casa del signor Gordon, per portargli la notizia di quanto era capitato al figlio.
Non passò molto tempo prima che giungesse il signor Bond, il veterinario. Lo vedemmo chinarsi a visitare il cavallo nero che, sempre steso sull’erba, non la smetteva di lamentarsi. Il signor Bond lo palpò dappertutto con cura, poi scosse la testa Una delle zampe era rotta2, disse.

Qualcuno, allora, partì di corsa verso la casa del nostro padrone, e ne riemerse di lì a poco impugnando una pistola. Udimmo un’esplosione, un nitrito agghiacciante, poi più niente. Il cavallo nero non si muoveva più.
Mia madre sembrava molto turbata. Mi disse che conosceva quel cavallo da tanti anni. Si chiamava Rob Roy. Era un buon cavallo, disse, coraggioso e leale, senza difetti. No, non sarebbe più andata in quella parte del prato.
Non molti giorni dopo, udimmo la campana della chiesa suonare a morto. Oltre il cancello, scorgemmo una lunga, strana carrozza nera, coperta co...
Indice dei contenuti
- Copertina
- Colophon
- Frontespizio
- Introduzione
- Prima Parte
- Seconda Parte
- Terza Parte
- Quarta Parte