Quando Dalila ripensa alla sua vita, la vede come un lungo viaggio, segnato da esperienze indimenticabili e incontri decisivi, ma anche come un percorso a ostacoli, irto di difficoltà e di prove.
Dalila ha un segreto, che desidera condividere con i suoi lettori: proprio quando la vita sembra metterti con le spalle al muro, la salvezza viene da dentro, dal profondo del cuore, dove puoi trovare quella energia positiva capace di guidare i passi del tuo quotidiano.
Aprendo lo scrigno delle memorie la grande attrice racconta di sé dall'infanzia friulana all'approdo a Roma con il sogno di diventare una star del cinema, dagli esordi cinematografici agli incontri con le stelle del mondo dello spettacolo, fino alle pagine più dolorose: il dramma dell'incidente che l'ha fatta precipitare nel tunnel del dolore cronico e la prematura perdita del figlio Christian.
Ai suoi ricordi accosta poi storie e aneddoti di amici, per arricchire quel mosaico di vissuti che dimostra sempre e solo un'unica grande verità dentro al nostro cuore c'è un tesoro nascosto, una forza interiore che ci permette di vivere nella gioia piena, ogni giorno.

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9788856601800
1
LUCCIOLE IN GIARDINO
(Udine)
Nessun posto è bello come casa mia.
Dorothy Gale nel musical Il mago di Oz
Dorothy Gale nel musical Il mago di Oz
Corrono, corrono. Due gambette pallide, ossute, irrequiete. Macinano chilometri. Veloci marciano e d’inverno sono viola: sotto la gonna i calzettoni non bastano a sconfiggere il freddo di Udine. E allora le gambe corrono sempre più forte, non hanno pace.
Passano i mesi, e le mie gambe inseguono le stagioni, nei prati pieni di primule, sopra le pozzanghere d’acqua e sull’asfalto rovente per poi giocare con le foglie gialle d’autunno e a piedi nudi nel cortile per sentire la neve.
Vanno da scuola a casa, dove un indizio di mimosa spunta da un cortile, dove c’è una rosa sporgente da tagliare o una nespola matura da acchiappare al volo. Sgambettano nei viali, nei cortili, giocano sulle scalinate della chiesa del Redentore, penzolano da un albero di fico, saltano la corda, ballano con cenni di danza classica sulle opere della Callas che mia mamma ascolta a tutto volume.
La primavera porta alla vita e alla libertà, risveglia dal letargo invernale, ma non dà sosta a quei piedi ansiosi di strada.
Indossano scarponcini d’inverno e un paio di ballerine nere nella buona stagione, di vernice, e proseguono così la loro maratona frenetica. Pedalano attraversando tutta la città, si spingono oltre il tragitto noto, portano negli angoli ancora inesplorati: via Mantica e subito via Marinoni, poi via Mercatovecchio fino al piazzale del Castello, poi alla Loggia del Lionello passando attraverso i vicoli più stretti. D’estate non vedono l’ora di saltare da un ombrellone all’altro a Lignano sulla sabbia rovente per poi trovare sollievo tra le onde del mare.
Con il tempo i calzettoni si trasformano in collant di seta. Che evento sono per me le mie gambe! Prendono forme più femminili portandomi nelle passeggiate del parco della Rimembranza e tra le vie del centro per lo struscio. Che emozione abbandonare la crisalide e diventare pian piano farfalla, con gli occhi dei ragazzi che mi cercano!
La corsa prosegue finché l’estate non ritorna regalandomi un accenno di tacco. Dai sogni di bambina a quelli di adolescente è un niente. Soltanto tempo. Come un aquilone aspetto i venti che mi portino in quota, per guardare le meraviglie del mondo a me estraneo fino a ieri.
A questo punto la mia corsa si interrompe davanti a un cancello con l’intensità del cinguettio delle rondini. I rumori della cittadina sono benefici e uno sciame di lucciole mi dà il benvenuto, il campanile scocca ed è il momento di tornare in vicolo degli Orti 10. Casa.
Mi scuoto da questo ricordo che la mia memoria ha proiettato davanti a me come un film, dopo anni e anni. No, non la mia memoria, ma le scarpe in vernice nera che sto ancora abbracciando.
Sono uno dei pochi cimeli che ho voluto portare via dai container, la testimonianza materiale da cui non ho voluto separarmi: dicono che porti fortuna tenere con sé un paio di scarpe vecchie.
Tengo ancora con me queste scarpette e riassaporo il passato. Le ho salvate dalla muffa e loro mi premiano accendendo davanti ai miei occhi una visione, un fascio di luce che riporta indietro ogni dettaglio del nido della mia infanzia.
La mia casa-caserma
La casa che ho abitato da bambina era nel centro della città, ma io ho sempre pensato di vivere in campagna. Già l’indirizzo la dice lunga: vicolo degli Orti. Era una via lunga e stretta, senza uscita, pavimentata con un ciottolato a sassi e lastroni al centro; lateralmente era definita da portoni e da muri a secco oltre i quali traboccavano spruzzi di alberi e siepi di rose che le davano uno stile provenzale. Poco lontano c’era ancora una casa diroccata dalla guerra che confinava con la dimora di una contessa con un enorme giardino. In mezzo a tutta questa bellezza due palazzoni moderni sfiguravano completamente. L’insieme componeva come un quadro, una visione anarchica, ma poetica. La mia casa era la penultima del vicolo, immersa in un giardino enorme, quadrato; una pergola faceva da intermezzo tra la cucina e il giardino vero e proprio. D’estate apparecchiavamo all’aperto ed era una gioia mangiare fuori, coperti solo dal vitigno di uva fragola, a pochi passi dai fiori che crescevano disordinati e da un albero di ciliegio maestoso sul quale io e mia sorella ci arrampicavamo spesso. In fondo al podere un fico imponente copriva il pollaio in cui mio padre teneva galline, conigli e oche.
Intorno ai cinque anni mi innamorai di un coniglietto grigio appena portato a casa da mio papà, piccolo, morbido; a volte me lo portavo a letto di nascosto ed era il peluche più soffice che potessi immaginare. Piansi per giorni quando me lo trovai dentro una pentola in salmì con la polenta. Una volta, secondo la tradizione contadina, tutto quello che c’era nel pollaio era per la tavola. Non pensavo proprio che mio padre lo avesse preso per farlo ingrassare e cucinarlo, credevo fosse un regalo per me. Me ne dovettero comprare un altro perché ero inconsolabile, un vero e proprio lutto.
E poi c’era l’orto: una lunga striscia di terra da cui arrivava tutto ciò che poi finiva sulla nostra tavola: papà lo teneva con cura, prima di andare al lavoro e poi al ritorno, anche quando rincasava stanco e fuori pioveva. Con passione ci tramandava l’amore per la terra, i segreti della semina e i trucchi del contadino.
La nostra casa si sviluppava su due livelli: la sala da pranzo, il salotto e l’enorme cucina stavano al pianterreno, le camere da letto e i bagni al primo piano; quando mia madre dimenticava le sigarette sul comodino o qualcos’altro che stava sopra, chi era che faceva la staffetta col piano superiore? Sempre io, la piccola di casa, perché mia sorella aveva paura a salire quelle scale di legno buie e scricchiolanti. Che bello essere stata bambina: drappeggiavo la mia camera di sogni! Quando, prima di addormentarmi, mi veniva voglia di mangiare una coscia di quel pollo incredibilmente buono che preparava mio padre, per non farmi beccare dovevo saltare e scivolare sul corrimano come una scimmietta per non farmi sentire da lui. In teoria, quando lui spegneva la luce tutti dovevano dormire e scendere in cucina era vietato.
D’inverno stavamo barricati lì dentro. La grande cucina era il cuore della nostra quotidianità. Era bella e calda. I vetri erano impregnati di condensa, gocciolavano ininterrottamente dal freddo che c’era fuori. Era riscaldata da una stufa a legna perché all’epoca non avevamo ancora i caloriferi e men che meno la cucina componibile; chi si svegliava per primo la mattina doveva avviare la stufa con ceppi, rametti e carta. Papà la usava anche per preparare e scaldare il pane: io imparai ad accenderla e diventai una fumista provetta.
Anche nel salone avevamo un’enorme stufa di ceramica bianca che usavamo solo quando venivano a trovarci degli amici o dei parenti, oppure in occasione delle feste principali. Nelle camere faceva freddo perché non c’erano stufe, e la mia preferita stava nel bagno: creava un ambiente caldo, perché aveva uno sportello di vetro che faceva vedere il fuoco e dava un’atmosfera suggestiva che ti ipnotizzava mentre ti lavavi.
Con un solo bagno le discussioni scoppiavano ogni giorno per chi doveva entrare per primo e a volte si creava una rissa anche molto comica. Finché papà non decise di costruirne un secondo. E mentre c’era, dotò la casa di riscaldamento. Ci lavorò un’intera estate: passò tubi a vista e bocchette per tutte le stanze (un lavoro pazzesco visto che la casa era enorme) e fece un impianto perfettamente funzionante e una sala da bagno come dio comandava.
Riparava l’impianto elettrico, la sedia che traballava, la piastrella sbeccata e ricostruiva da cima a fondo una stanza: tutto ciò che lui toccava tornava magicamente a posto. Quante volte dal niente o semplicemente con il supporto di utensili inanimati arrivava a creare, grazie alla genialità e all’istinto, cose straordinarie, dei capolavori resistenti al tempo! Aveva una sensibilità che soltanto chi la possiede può capire e preservare, e tramandare alle generazioni future i segni del tempo che hanno fatto la nostra storia e il nostro patrimonio.
Da papà ho imparato a prendermi cura delle cose, a ripararle, a rinnovare tutto ciò che è possibile. «Chiudi il rubinetto, spegni la luce, sistema la tua camera.» Ogni volta che mi ripeteva queste frasi mi insegnava a non sprecare nulla, ad avere rispetto degli oggetti. Un paio di scarpe ci durava una vita. La sua macchina durò venticinque anni. Quelle attenzioni che oggi non esistono più: nessuno ripara i guasti, e sei obbligata a ricomprare tutto.
Oggi abbiamo troppi agi a disposizione, nei weekend siamo fagocitati dai centri commerciali e ne usciamo carichi di buste: cellulari nuovi, tv al plasma, pc sono i nostri giocattoli. E ancora: cappotti, abiti e scarpe che abbiamo già in abbondanza nell’armadio, griffati. Gettando in terra i mozziconi e le cartacce, torniamo nelle nostre abitazioni-celle contenti per le spese fatte, spesso superflue, con in mano solo un surrogato di felicità. E la cura della nostra anima, il nostro vero Essere, che fine fa in tutto questo?
Nonostante i suoi quasi due metri di statura, papà era protettivo, premuroso, onesto e nobile d’animo. Era un artista: sapeva suonare la chitarra e a volte ci faceva cantare nelle sere d’estate.
Dalla camera che dividevo con mia sorella Daniela vedevo la sera i due lampioni del giardino: mi sembravano due soli artificiali. Attraevano insetti e farfalle e da lontano sbiadivano un po’ lo sciame di lucciole che ammantavano il giardino.
Sì, perché a quell’epoca c’erano ancora quegli insetti stupendi. I campi e le vie ne erano zeppi ed era emozionante camminare in mezzo a quelle creature magiche. Le prendevi in mano e vedevi con stupore la codina che si illuminava a intermittenza. Tenendola in mano mi chiedevo “come fa ad accendersi?” e vedevo tutta la grandezza e il mistero di Dio in quel minuscolo esserino. A quel tempo gli elicotteri con il DDT passavano per sterminare le zanzare, ma ne facevano le spese pure le lucciole. Chi avrebbe oggi il coraggio di fare una cosa del genere?
Alcune notti per il caldo non resistevo alla tentazione e, mentre tutti dormivano, scendevo in giardino e volteggiavo con loro. Che caldo sulla pelle, che senso di libertà a ballare di notte con quella miriade di stelline!
Una sensazione che provavo solo in un altro momento: quando io e mia sorella giocavamo a spruzzarci con la pompa dell’orto, tra la fontana e i fiori. In pantaloncini e canotta combattevamo a modo nostro l’afa estiva, esagerata come il freddo durante l’inverno.
Nella mia infanzia c’è stato solo qualche flash di spensieratezza, non quel genere di indulgenza e accondiscendenza che oggi hanno molti genitori nei confronti dei figli. Quell’appagamento della semplicità che non ho più provato, quel piccolo mondo dei giusti che non tornerà più.
I miei non ci facevano mancare niente, ma il dialogo con noi non era la loro prima preoccupazione. Non c’erano coccole, spiegazioni, giochi o carezze; avevano un pudore atavico di smancerie e tenerezze. Ascoltavamo in silenzio i loro discorsi, non era educato interromperli e loro non ci coinvolgevano: molta etichetta e frequenti bacchettate. Sporadicamente alternate a momenti di allegria e leggerezza davanti alla tv in bianco e nero, quando c’erano delle commedie di Peppino De Filippo, Stanlio e Ollio, Gilberto Govi: lì ridevamo tutti e quattro come i pazzi.
Volevo bene ai miei genitori perché li rispettavo, ma vivevo nel terrore di essere punita o disapprovata: forse è per quello che non ho mai combinato guai in casa. Forse la grande forza che mi ha sostenuta in seguito è nata da quel rigore preventivo, esagerato.
Molti ragazzi oggi sono fragili perché hanno tutto, sono coccolati nella bambagia e lasciati soli, non conoscono regole, stanno sulle spalle dei genitori fino a quarant’anni, mentre all’epoca ti davano un’educazione in media molto severa, ti insegnavano subito un mestiere se non avevi voglia di studiare e ti stimolavano a farti una vita tua. Nel mio caso fu così: i miei, nella loro rigidità, mi diedero il desiderio e lo slancio per buttarmi nella vita.
Ho imparato cosa fossero famiglia, tradizione, rispetto, rigore, dovere. Un affetto senza fronzoli, ma genuino e solido. Prima di imbattermi nella vita con la V maiuscola. Lì si accese in me la voglia di andare lontano, di conoscere e di mettermi in discussione.
Quando arrivò il famoso terremoto, il 6 maggio 1976, i dintorni di Udine furono distrutti. Fu una grande prova che i friulani affrontarono con orgoglio e dignità. Come disse monsignor Pio Paschini, «nessuna terra italiana andò forse soggetta, attraverso i millenni della civiltà, a vicende tanto svariate e a prove tanto atroci». Alluvioni, invasioni, pestilenze, il disastro del Vajont: la mia terra ha subìto davvero eventi durissimi. Tutti questi momenti difficili hanno lasciato nel dna dei friulani una forza, una tenacia che li salva sempre, che li fa resistere.
La villetta della mia infanzia non resse al terremoto, così i miei genitori decisero di vendere la casa e il terreno e trasferirsi in un appartamento. Per me niente più valzer notturni con le lucciole. Ma andiamo con ordine.
Un cuoco boxeur e una manager in giarrettiera
Mai coppia fu assortita in maniera tanto stravagante quanto quella dei miei genitori: tenero, ma energico, forte, ex boxeur dei pesi massimi, reduce di guerra e, infine, vigile urbano mio padre; inflessibile, volitiva, severa, pia e risparmiatrice, però direttrice di hotel con una gran testa imprenditoriale mia madre.
Il caso li fece incontrare una mattina: papà faceva già il vigile urbano e fermò mia madre per un’infrazione in bicicletta a un incrocio, solo perché lei sfrecciò a tutta velocità in sella a una bici rossa.
Papà mi raccontava spesso quell’incontro: sotto la pergola, d’estate, era uno degli aneddoti che ripeteva più spesso. Sapevo a memoria tutti i particolari di come lui aveva conosciuto la mamma, di come s’erano innamorati e, infine, sposati.
Iniziava sempre precisando che l’incrocio tra via Portanuova e via Bartolini era molto pericoloso a causa della curvatura che aveva una delle due strade: bisognava rallentare e guardare bene prima di passare, che si andasse a piedi, in moto, in bici o in auto.
Una mattina papà si sente un po’ influenzato e potrebbe non andare al lavoro: con il freddo che faceva quel giorno nessuno si sarebbe azzardato ad andare in giro e quindi la mancanza di un vigile non sarebbe stata notata. Ma mio padre non è il tipo da restare a letto per qualche linea di febbre e, sfidando il gelo, decide di andare comunque al lavoro.
Arriva al Comando e gli vengono assegnate alcune pratiche da sistemare in ufficio. “Meno male,” pensa “almeno oggi resto al calduccio.” Ma un suo collega avverte che non può presentarsi al lavoro perché riparando il tetto è caduto dalla scala e si è rotto una spalla.
Tra tutti i vigili della città viene chiamato a sostituirlo proprio mio padre. Incarico del giorno: presidiare il famigerato incrocio tra via Portanuova e via Bartolini.
Il traffico è moderato così lui va su e giù per la strada per riscaldarsi. Ogni tanto saltella pure e batte le mani per riscaldarle mentre il freddo pungente gli intorpidisce pure le gambe e le braccia. L’amico del bar gli allunga ogni tanto qualche bicchierino di vin brulé, così gli viene un’aria un po’ più spigliata.
A un certo punto vede una bici rossa che sfreccia a quell’incrocio pericoloso senza fermarsi allo stop. Fischia implacabile alla ciclista che si arresta subito, nel bel mezzo dell’incrocio.
Anche lei non dovrebbe essere lì ma l’hanno mandata fuori a fare una commissione improvvisa e urgente. Lei vuole tornare a casa presto, quindi va di corsa perché trova l’incrocio libero.
Il destino per una manciata di minuti li fa essere lì, alla stessa ora.
Mio padre non sa ancora che è la più bella della città, che ha tanti pretendenti ma che un giorno lui l’avrebbe sposata. Si avvicina a lei, si fa dare le generalità e la riprende: «Adesso vada, ma la terrò d’occhio!».
Da quel giorno in poi, si farà trovare a quell’incrocio, come lei, solo per il piacere di vederla sfrecciare e poterla salutare, per rivolgerle qualche parola, poi qualche complimento. Dopo alcuni mesi così, si sono fidanzati e dopo qualche anno sposati.
Ora capisco perché da piccola quella storia mi catturava così tanto: nella coscienza di bambina mi sembrava una favola! Il destino a volte dipende da un attimo: se mio padre avesse preso servizio cinque minuti dopo, loro non si sarebbero mai conosciuti e amati.
Il rapporto tra mio padre e mia madre, quella cosa a cui io devo il fatto che esisto, tutto questo è stato il risultato di una serie di avvenimenti che avrebbero potuto non accadere e della loro libertà, quel dire sì alle stesse circostanze in un modo tale che li ha resi davvero protagonisti.
La vita è un disegno che si realizza. Per strada penso ancora oggi che ogni persona che mi passa a fianco è frutto di una coincidenza misteriosa che genera la vita.
Di mia madre ho immagini contrastanti: lei che regala i nostri giochi ad altri bambini, lei che accudisce gli orfani di Udine, lei che fa l’imprenditrice, lei che ci porta in pellegrinaggio, lei nella foto del matrimonio, con un tailleur bianco tipo Chanel che si era cucita usando una coperta estiva trapuntata di cotone a cui aveva aggiunto un cappellino.
La famiglia di mia mamma era contadina. Era la quarta di sette figli che non venivano coccolati dai miei nonni che, anzi, usavano spesso il bastone per farli rigare dritto. Come le sorelle, aveva un temperamento energico e si dava un gran da fare per trovare lavoro; al contrario i miei zii erano miti e timidi. In particolare suo fratello Quinto era di una dolcezza incredibile! Aveva la faccia segnata dal sole, con i solchi di chi lavora la terra e degli occhi azzurri che sembravano rubati al cielo. Ogni tanto veniva a trovarci in città con un calesse e un cavallino, sempre con il basco in testa, timido e riservato; ci portava le primizie della sua terra: cesti pieni di fragole, ciliegie, mele e patate.
Arrivò un giorno con una mano sanguinante perché si era procurato un taglio mentre falciava l’erba: era venuto per farla vedere a mia madre. Aveva messo sulla ferita delle bucce di cipolla legandole con un fazzoletto. A vederlo in quelle condizioni mamma lo sgridò e, preoccupata, lo portò in ospedale.
Ricordo una Pasqua a casa dei nonni materni, in campagna: avevano un enorme podere rustico dove vivevano separatamente tutti i fratelli sposati (tranne mia madre), con il fienile, i bachi da seta, un grande cortile, le oche, i maiali, le mucche, gli asini. Sotto gli alberi avevano imbandito una grande tavolata con tutti gli zii e i nipoti. Durante il pranzo regnò un grande silenzio interrotto soltanto da alcune severe sgridate ai bambini forse un po’ troppo molesti. Lì capii perché mia madre non riusciva a esternare l’affetto: chi non è stato amato non sa come esprimere l’amore, o lo concepisce in modo diverso. Non ricordo un abbraccio, una carezza o un bacio da parte sua, né un segno di approvazione o una lode.
Le piaceva stare in compagnia, ma non frequentava i salotti; era bella, ma non perdeva tempo a truccarsi. Non ho mai visto mia madre davanti allo specchio per più di cinque secondi, giusto il tempo di spazzolarsi i capelli.
Da piccina mi piaceva spiare mamma mentre si vestiva. Dall’uscio della camera intravedevo la sua immagine dalle ante con specchi del guardaroba e aspettavo come una specie di rito il momento in cui si sarebbe vestita e avrebbe indossato le calze di...
Indice dei contenuti
- Copertina
- Frontespizio
- Colophon
- Introduzione
- 1. Lucciole in giardino (Udine)
- 2. La ragazza con la valigia piena di sogni
- 3. La casa della fortuna (Roma, via Salaria)
- 4. La gatta sui tetti (Roma, piazza di Spagna)
- 5. Cittadina del mondo (Londra, Mosca, Parigi, Brasile, New York, Giamaica)
- 6. La casa delle prove e della rinascita (Roma, via Cassia)
- Conclusione. Il mio tesoro nascosto