
- 480 pagine
- Italian
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eBook - ePub
Nelle terre di Rondo. La Maga dello Scrigno
Informazioni su questo libro
1. Girare la chiave solo tre volte
2. Mai girare la chiave mentre la musica sta suonando.
3. Mai sollevare il carillon mentre la musica sta suonando
4. Mai chiudere il coperchio prima che la musica sia terminata.
Quando Leo eredita un antico carillon dalla prozia riceve anche l'ordine di rispettare queste quattro, semplici regole. Non sa infatti che il prezioso oggetto nasconde una magia potente... Leo è molto diligente, al contrario della sua dispettosissima cugina Mimì che decide a suo rischio e pericolo di trasgredire le quattro regole. In un batter d'occhio i due ragazzini si trovano così proiettati in un mondo magico, dove non ci sono solo creature amiche!
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Informazioni
Editore
EDIZIONI PIEMMEAnno
2010Print ISBN
9788856602623eBook ISBN
9788858502228
La vita di Leo Zifkak cambiò per sempre il giorno in cui divenne proprietario del carillon. Lui, però, non poteva ancora saperlo. Non provò alcuna emozione nel momento in cui prese l’oggetto dalle mani della madre per posarlo sulla sua scrivania. Non aveva idea di ciò che stringeva fra le dita.
Certo, gli faceva piacere. Chi non sarebbe stato felice di possedere qualcosa che era stato considerato un tesoro di famiglia per centinaia di anni?
Suo padre diceva che quel carillon sarebbe dovuto stare in un museo, ma zia Bethany Langlander l’aveva lasciato a Leo, e ora eccolo lì, a rendere banale, insignificante e, in un certo senso, “infantile” qualsiasi altro oggetto della sua stanza.
Il carillon apparteneva alla famiglia della madre di Leo fin da quando un lontano antenato di nome Rollo l’aveva portato a casa da uno dei suoi viaggi attorno al mondo. «Rollo Langlander era un grande viaggiatore» diceva sempre zia Bethany sgranando gli occhi azzurri, come se essere un grande viaggiatore fosse stravagante tanto quanto fare il mangiafuoco in un circo.
Lo scrigno, grande circa come una scatola da scarpe, aveva quattro piccole gambe. Il coperchio era nero, lucido e liscio, con al centro uno stretto anello d’argento di forma ovale. Sui lati, invece, erano dipinte alcune scene straordinariamente dettagliate, ed era proprio quel particolare a renderlo così speciale e interessante.
Sul lato anteriore era raffigurata una città piena di case, negozi e persone. Su quello posteriore, su uno sfondo verde, c’erano invece un castello in cima a una collina, una regina con un lungo abito blu, un drago che volava alto nel cielo e un fiume che si insinuava tra le montagne avvolte nella nebbia. Su uno dei lati corti si poteva ammirare il mare con una spiaggia di sabbia dorata. Sull’altro una foresta in cui, tra una distesa di felci rigogliose, si ergevano alti alberi le cui ombre sembravano ondeggiare come le strisce sul manto di una tigre.
Leo sollevò il carillon e girò la chiave che si trovava sotto la base per tre volte, contando sottovoce: – Uno, due, tre... –. Poi appoggiò lo scrigno sulla scrivania e, quando sollevò il coperchio, una melodia armoniosa e familiare iniziò a risuonare nella stanza.
La madre gli posò una mano sulla spalla con affetto e uscì.
Così Leo rimase solo con il suo tesoro, come se fosse una bomba pronta a esplodere da un momento all’altro.
La musica rallentò e infine s’interruppe. Leo girò nuovamente la chiave. – Uno, due, tre –. Mentre la melodia riprendeva, sentì la madre muoversi nella camera degli ospiti, che era proprio accanto alla sua, e sospirò. Avrebbe voluto dimenticarsi che Mimì Langlander, la più antipatica delle sue cugine di secondo grado, stava per andare a stare da loro per un po’.
Anche sua madre non ne era entusiasta: sebbene non l’avesse detto apertamente, Leo l’aveva intuito. Suo padre, invece, come sempre, aveva espresso con chiarezza la sua opinione.
«Perché Robert e Carol non possono portare la bambina in Grecia con loro?» aveva domandato quando la moglie gli aveva dato la notizia che Mimì sarebbe stata loro ospite.
«Non ci andrà» aveva risposto lei con voce calma «perché non vuole perdere le lezioni di violino. E poi...».
Il papà di Leo aveva sbuffato. «Ma non c’è nessun altro che possa ospitarla?»
«No, Tony, nessuno» aveva detto Suzanne. «I suoi fratelli lavorano e non possono prendersi cura di lei. Le gemelle sono ancora in India. Chris e Kwon vivono troppo lontano. Martin e Monique non possono occuparsi di Mutt a causa dell’allergia di Martin...»
«Mutt?» aveva ruggito il padre di Leo. «E chi sarebbe...?»
«Il cane di Mimì» aveva spiegato Suzanne sollevando il mento. «Lei non se ne separa mai.»
Tony era rimasto a fissare la moglie, senza parole. Poi si era voltato a guardare Einstein, il dignitoso gatto nero, acciambellato in una chiazza di sole sotto la finestra.
«Oh, Mutt non darà alcun fastidio a Einstein» aveva precisato Suzanne, fiduciosa. È una bestiolina innocua. E dormirà di sopra con Mimì»
Tony aveva brontolato e Leo si era rassegnato ad accettare ciò che ormai sembrava inevitabile.
Tony Zifkak, di professione scienziato, era un uomo robusto, trasandato, bizzarro e impaziente. I suoi unici parenti ancora in vita erano la moglie e il figlio, e a lui piaceva pensare alla sua casa come a un confortevole rifugio, perciò detestava qualsiasi tipo di intrusione. Ma adorava Suzanne e sapeva che per lei il sangue non era acqua: la famiglia Langlander era molto unita.
«Se mamma non fosse stata così determinata,» avrebbe pensato Leo tempo dopo, interrogandosi sulle vie misteriose del destino «se l’avesse data vinta a papà e gli avesse detto: “Ok, dal momento che ti dà tanto fastidio, non ospiteremo Mimì”, allora forse il carillon di zia Bethany avrebbe custodito il suo segreto per altri ottant’anni».
Bethany, la prozia di Leo, era una vecchietta grassoccia e pignola, con gli occhi azzurri, le guance flaccide incipriate e i capelli bianchi e ricci. Era sempre stata così da che Leo se ne ricordava, ovvero da quando era nato.
Zia Bethany era la più anziana Langlander in vita e abitava nella vecchia casa di famiglia. Ogni anno dava una festa alla quale invitava tutti i nipoti e le nipoti, con le rispettive famiglie (a eccezione dei bambini sotto i cinque anni), per prendere il tè.
La mamma di Leo ci andava tutti gli anni, il marito mai. Tony si limitava a dire che tra le sue promesse di matrimonio non rientrava l’annoiarsi a morte a casa della zia.
Il tè del pomeriggio era servito nel salotto buono di Bethany, dove era sempre apparecchiato un tavolo coperto da una tovaglia di pizzo bianco su cui c’erano rollatine agli asparagi, minuscoli tramezzini farciti con foglie di lattuga, pan di Spagna con strati di marmellata e crema, piccole meringhe bianche e rosa e omini di pan di zenzero comprati nella pasticceria di fiducia della zia, uno per ogni bambino.
Gli adulti bevevano il tè, servito in tazze di porcellana delicate come gusci d’uovo, e i bambini la limonata, che era immancabilmente calda e sgasata, come se fosse stata versata negli spessi bicchieri di vetro verde molto prima dell’arrivo degli ospiti.
Il cerimoniale era sempre lo stesso, proprio come tutto il resto nella casa buia di Bethany, con il suo odore di tende inamidate e di cera per mobili, i fiori secchi sistemati sul tavolo vicino alla finestra dell’ingresso e il ticchettio lento dell’orologio a pendolo del nonno.
Zia Bethany abitava in quella casa da tutta la vita e voleva che ogni cosa rimanesse esattamente com’era sempre stata. Il signor Higgs, il giardiniere di fiducia, aveva faticato per convincerla a permettergli di sostituire la vecchia staccionata, ormai marcia e cadente. Alla fine l’aveva spuntata, ma la zia era andata avanti per anni a compiangere la “cara, vecchia recinzione”.
«Ho sofferto tanto nel vederla demolire,» diceva tra le lacrime «ma non potevo deludere il signor Higgs. È una persona così fidata, scrupolosa e onesta. E poi è davvero bravo con le camelie».
Ogni anno, mentre i bambini spazzolavano furtivamente le ultime meringhe e gli adulti sorseggiavano restii la loro seconda tazza di tè tiepido, zia Bethany intratteneva gli ospiti con alcuni dei suoi racconti preferiti dal vasto repertorio di vecchie storie di famiglia. Poi, immancabilmente, prendeva il carillon dalla mensola del caminetto, dove era sempre stato, e lo appoggiava su un piccolo tavolino di legno lucido in modo che tutti potessero vederlo.
«Ora lo carichiamo girando la chiave tre volte, non di più» diceva sempre, rivolgendosi in particolar modo ai bambini. «Non si gira mai la chiave mentre sta suonando. E non si chiude il coperchio fin quando la musica non è finita.»
Poi sollevava il carillon, girava la chiave tre volte, lo posava sul tavolo e sollevava il coperchio. La melodia iniziava a fluire, armoniosa, dolce e misteriosa. Quando Leo era piccolo, aveva sempre avuto l’impressione che le ombre degli alberi ondeggiassero e che le persone dipinte danzassero sulle note di quella musica.
«Perché si deve girare la chiave solo tre volte?» ricordava di avere sussurrato alla madre la prima volta che era andato a una delle feste di zia Bethany e aveva visto il carillon.
«Suppongo che potrebbe rompersi se lo si carica troppo» aveva bisbigliato la madre in risposta. «E noi non vogliamo che accada, non è vero?»
Leo aveva scosso il capo con aria solenne.
A quel punto la piccola Mimì Langlander, anche lei per la prima volta ospite di Bethany, aveva gridato con voce forte e acuta: «Come fai a sapere che non si può girare la chiave più di tre volte, zia Bethany?».
Gli occhi azzurri della zia si erano spalancati. «Be’, me l’ha detto zio Henry, tesoro» aveva replicato.
«E lui come faceva a saperlo?» aveva insistito Mimì, mentre la madre soffocava un sospiro e i suoi fratelli e le sue sorelle si guardavano imbarazzati, alzando gli occhi al cielo.
«Io non...» aveva iniziato la zia, turbata da quell’inaspettata variante al solito cerimoniale, fissando Mimì. Poi era sembrata tornare in sé. «Zio Henry mi ha lasciato il carillon perché sapeva che me ne sarei presa cura. È stato lui a dirmi queste regole, che sono scritte persino sotto la base. Te le mostrerò fra un attimo.»
Tutti avevano aspettato, con un certo imbarazzo, che la musica finisse. Quando anche l’ultima nota si era spenta, Bethany aveva abbassato con cura il coperchio.
«Ma la canzone non era ancora finita» aveva protestato Mimì. «Tre giri non sono abbastanza per farla suonare fino alla fine.»
«Mimì!» aveva esclamato la madre in tono spazientito.
«La melodia viene suonata tutta una volta, poi ricomincia da capo, però il carillon si ferma prima della fine» si era incaponita Mimì.
Mentre fissava quella piccola bambina ossuta, con le mani sui fianchi e la fronte corrugata, Leo ricordava di aver pensato: «Ma di cosa sta parlando?». Era così stramba.
Con le guance in fiamme, zia Bethany aveva sollevato il carillon in modo che tutti potessero vedere l’etichetta di carta gialla attaccata sul fondo, sulla quale c’era una scritta quasi illeggibile e scolorita.
«Importante!» aveva letto Bethany con voce solenne. «Girare la chiave solo tre volte. Non girare mai la chiave mentre la musica sta suonando. Non sollevare mai il carillon mentre la musica sta suonando. Non chiudere mai il coperchio prima che la musica sia terminata. Ecco qui.»
Con aria trionfante, la zia aveva rimesso il carillon sulla mensola del caminetto esattamente dov’era prima.
Mimì aveva ancora uno sguardo di sfida, ma prima che potesse aprire bocca la madre si era alzata in piedi frettolosamente e aveva detto che dovevano proprio andare.
Da allora Leo aveva rivisto Mimì Langlander un paio di volte all’anno, quando la famiglia di sua madre si riuniva.
Sebbene avessero la stessa età, in quelle occasioni non si erano quasi mai parlati. I fratelli di Mimì e le sue due sorelle gemelle, molto più grandi, sembravano simpatici, mentre lei aveva sempre il broncio e, restando in disparte, guardava tutti come se si sentisse superiore e annoiata. A volte la si vedeva persino leggere un libro in un angolo buio, con le spalle esili incurvate e le ginocchia contro il petto sui cui poggiava il sottile mento a punta.
Mimì suonava il violino, diceva la mamma di Leo. Si era scoperto che aveva un talento straordinario per la musica. Ma questo non la autorizzava a comportarsi come se fosse migliore di chiunque altro, pensava Leo stizzito.
Quell’anno non aveva più rivisto Mimì dall’ultima festa a casa di zia Bethany. Il solo ricordo di quel pomeriggio lo metteva di cattivo umore.
Come sempre, la zia si era dilungata allegramente sui Langlander del passato (incluso Rollo Langlander, il grande viaggiatore, e la scandalosa e affascinante Alice Langlander, che suonava l’arpa ed era finita a lavorare in un circo), mentre qualcuno giocherellava nervosamente con un tovagliolo, qualcun altro sorrideva cortese e certi si limitavano a fissare nel vuoto. Quando alla fine aveva abbassato la voce e iniziato a raccontare dell’orribile zio George, però, la maggior parte dei bambini, compreso Leo, era tornata a prestare attenzione. A loro piaceva sentir parlare di George, la pecora nera della famiglia.
L’orribile zio George era il più vecchio di tre fratelli. Quello di mezzo era il famoso Henry che aveva lasciato il carillon a Bethany. Il più giovane, John, nato dodici anni dopo Henry, era il padre della zia.
George era un giovane bello e affascinante, il preferito dei genitori. «Stravedevano per lui» aveva detto Bethany scuotendo il capo. «Avrebbe potuto rigirarseli come voleva.» Parlava come se avesse assistito a tutto, anche se all’epoca non era ancora nata.
«George era un egoista e un fannullone» aveva continuato a raccontare la zia mentre la sua voce gentile assumeva un tono scandalizzato e pieno di disapprovazione. «Aveva le mani bucate, scommetteva alle corse dei cavalli e non riusciva a tenersi nessun lavoro. Girava persino voce che avesse problemi con la polizia! Poco dopo la morte del padre, scappò lasciandosi alle spalle una scia di debiti, e da allora nessuno ha più saputo nulla di lui. Spezzò il cuore della sua povera madre,» aveva sospirato zia Bethany «che poco dopo passò a miglior vita. Mio padre allora era solo un ragazzo, andava ancora a scuola. Ma suo fratello Henry promise che si sarebbe preso cura di lui e così fece».
Poi si era interrotta, con lo sguardo fisso nel vuoto. Leo aveva sperato con tutto se stesso che per una volta si dimenticasse di Henry e iniziasse a parlare di qualcos’altro.
Per un lungo istante aveva creduto che il suo desiderio forse si sarebbe avverato. Ma poi Mimì Langlander, fingendo un’innocente curiosità, in contrasto con lo sguardo malizioso che aveva lanciato a Leo, aveva detto: «È stato zio Henry a mandare tuo padre a scuola e poi all’università, non è vero, zia Bethany?».
Gli occhi della zia si erano illuminati e lei annuendo, in preda a un improvviso entusiasmo, aveva sorriso e si era lanciata nel racconto delle vicissitudini del buon zio Henry.
«Grazie, Mimì» aveva pensato Leo, mentre si rassegnava ad ascoltare la storia deprimente dell’altruista Henry che aveva passato la vita a sgobbare per prendersi cura di suo fratello John e per pagare tutti i debiti dell’orribile fratello George, senza mai sposarsi ma diventando uno zio premuroso per i figli di John (in particolare Bethany), e che poi era morto tragicamente affogato appena tre giorni dopo aver ricevuto dalla banca per venticinque anni di onorato lavoro un orologio a pendolo intarsiato.
Bethany aveva sospirato commossa e si era alzata per prendere la cornice d’argento con la foto di Henry bambino, che si trovava assieme a un’altra decina di vecchi ritratti di famiglia nella vetrinetta vicino alla poltrona. La rassegnazione di Leo si era trasformata in sconforto.
«Eccolo» aveva detto la zia, prendendo in mano la fotografia e assentendo placidamente con il capo. «Già da bambino si poteva intuire che tipo di persona sarebbe diventato. Un vero gentiluomo. E Leo è tale e quale a lui. L’immagine sputata del buon zio Henry.» E aveva rivolto al pronipote uno sguardo pieno di ammirazione.
I cugini di Leo avevano iniziato a ridacchiare e a darsi di gomito, mentre lui si muoveva scompostamente, imbarazzato, e la sua faccia diventava paonazza. Pensava di non avere niente in comune con quel ragazzino d’altri tempi che lo fissava serio dalla cornice ovale in abiti formali e fuori moda, con le orecchie leggermente a sventola e i capelli impomatati con la riga in mezzo. O, quanto meno, lo sperava. Ma sua madre bisbigliava che forse c’era una certa somiglianza e zia Bethany insisteva che fossero due gocce d’acqua.
«Sono gli occhi» aveva detto. «Lo sguardo serio e giudizioso.»
A quelle parole Mimì Langlander era scoppiata in una risata stridula e pungente.
Leo ancora fremeva solo a ripensarci. Perché doveva assomigliare proprio al povero vecchio zio Henry, che non aveva avuto un solo momento di gioia in tutta la sua vita? Perché non a zio George, invece, così bello e affascinante?
Per la verità, in fondo al suo cuore, Leo sapeva perfettamente di non avere niente in comune con George. Non era solo a causa dell’aspetto fisico. Lui infatti era consapevole di essere serio e giudizioso come Henry. A scuola si impegnava. Non perdeva mai un allenamento di calcio. Non era impulsivo né imprudente. Tutti dicevano sempre che era un bambino maturo e sensibile.
Che dipendesse dal modo in cui era stato educato o fosse un dono di natura, Leo non poteva farci nulla.
Forse era proprio per questo che aveva sempre considerato la storia di zio Henry tanto deprimente. Sapeva che cosa avrebbe provato se fosse stato nei panni di Henry Langlander.
Si sarebbe sentito in trappola. Eppure avrebbe agito esattamente come lui... Fatta eccezione per la parte in cui moriva affogato. O almeno così sperava.
Ovviamente Leo non aveva detto una parola di tutto questo a zia Bethany. Non aveva mai protestato quando lei lo aveva paragonato al buon zio Henry. La zia non avrebbe capito il suo stato d’animo.
Bethany non aveva mai avuto un lavoro e non si era mai sposata. Non aveva nemmeno mai tenuto un animale domest...
Indice dei contenuti
- Copertina
- Frontespizio
- Colophon
- Dedica
- 1. Il tesoro di famiglia
- 2. Arriva Mimì
- 3. Il brutto anatroccolo
- 4. Esperimento
- 5. La Chiave
- 6. Il messaggio
- 7. In strada
- 8. Tom
- 9. La bocca buca
- 10. Castagna
- 11. I ganci rossi
- 12. Guai con i topi
- 13. La Foresta dei Flitter
- 14. L’Albero delle Amache
- 15. Il volo
- 16. Bertha
- 17. La casa nel bosco
- 18. La Polca Pom-Pom
- 19.Un buon consiglio
- 20. Racconti dei Tempi Bui
- 21. Il sentiero nel bosco
- 22. Nel Bosco Buio
- 23. Il Ponte del Troll
- 24. Tre bocconcini
- 25. La casa sul fiume
- 26. Il patto di Mimì
- 27. La fuga
- 28. Il castello
- 29. Il piano
- 30. Lo specchio
- 31. Trucchi da maga
- 32. La decisione
- 33. Prodigi
- 34. Spiegazioni