Il bambino della casa numero 10
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Il bambino della casa numero 10

  1. 420 pagine
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Il bambino della casa numero 10

Informazioni su questo libro

John va ancora al college, eppure è già alla sua seconda vita. La prima l’ha vissuta segregato in un lettino a sbarre in un istituto di Mosca, una di quelle Case dell’Infanzia ideate da Stalin e ancora esistenti. Trattato come un bambino fallato, come vengono considerati i piccoli che dopo diagnosi frettolose ricevono l’etichetta di idioti. John aveva un altro nome allora, Vanja, anche se quasi nessuno si rivolgeva a lui. Nessun legame con i bambini, questa è la regola per il personale. Nutrirli e cambiarli, senza guardarli, toccandoli il meno possibile. Un inferno in terra a cui è condannato chi è destinato all’oblio, e non può nemmeno sperare in un’adozione.
Ma Vanja non è ritardato. Vanja è un bambino sveglio, dagli occhi curiosi, ingordo di affetto e di contatti umani, l’unico in grado di parlare nella stanza in cui è prigioniero con una dozzina di sfortunati come lui.
È grazie alla parola che per lui si accende una speranza. Un giorno una donna, una straniera, si affaccia alla sua stanza e gli regala una macchinina. «Torna ancora» le grida Vanja. Una richiesta d’aiuto che non si può ignorare. La donna, Sarah, moglie di un giornalista inglese, è in contatto con associazioni internazionali che cercano tra mille difficoltà di aiutare quei bambini. Torna Sarah, perché ci sono promesse che non è possibile disattendere, per nessun motivo. Sarà l’inizio di una lunga battaglia, contro la tentacolare burocrazia russa, la diffidenza, i pregiudizi, per dare a Vanja quello di cui ha un disperato bisogno: una mamma.
Una storia di generosità e coraggio, una testimonianza che sprigiona una contagiosa voglia di vivere.­­

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Informazioni

Anno
2010
eBook ISBN
9788858502365
Print ISBN
9788856609264

1

La porta semiaperta

Novembre-dicembre 1994
«Per favore, posso avere un giocattolo?»
La richiesta di Vanja rimase senza risposta. La stanza era piena di bambini, ma vi regnava la più completa immobilità fatta eccezione per Nastja, la vigilatrice che in silenzio passava un panno umido sulle varie superfici. Vanja seguiva ogni suo movimento, sperando disperatamente che gli rispondesse. Lei però continuava a voltargli la schiena e si dirigeva svogliatamente verso l’angolo in cui la piccola Valeria giaceva immobile su una sedia a dondolo. Valeria teneva lo sguardo fisso davanti a sé, ma non vedeva nulla. Mentre Nastja passava lo straccio attorno al seggiolino, tra la vigilatrice e la bambina non c’era alcun contatto: non una parola, non un gesto, come se la piccola fosse uno dei giocattoli di legno appoggiati sullo scaffale. Quando il panno si avvicinò al suo piede, Valeria si scosse e sul suo viso si dipinse la paura.
Vanja sperava che, finito di spolverare, Nastja si voltasse verso di lui. A quel punto sarebbe forse riuscito ad attirare la sua attenzione. Invece no, la vigilatrice si diresse verso il box in cui il cieco Tolja si aggirava alla ricerca di giocattoli inesistenti. La donna fece un verso di fastidio nel notare che il corrimano era stato rosicchiato dai bambini.
Nastja si chinò per pulire il tavolinetto del girello in cui Igor trascorreva le sue giornate. Il bimbo era nell’impossibilità di muoversi perché il girello era legato con una striscia di stoffa al box di Tolja. Igor inarcò la schiena e iniziò a battere la testa contro le sbarre del box, e Vanja capì che cercava di attirare l’attenzione di Nastja. Ma la vigilatrice lo ignorò.
Temendo le possibili reazioni di Nastja, Vanja non osava disturbarla una seconda volta per chiederle un giocattolo. Infatti, se quando iniziava il proprio turno appariva silenziosa e immusonita, dopo la pausa pranzo cominciava a inveire contro i bambini, o peggio. Una volta aveva addirittura afferrato Igor e dal fasciatoio lo aveva scaraventato nel box. In seguito, Vanja aveva potuto notare che sulla testa del bimbo si era formato un grosso livido.
Per giunta, Vanja guardava con crescente ansia l’espressione vacua apparsa sul viso del suo amico Andrej, che sedeva di fronte a lui, al lato opposto del tavolinetto. Ancora più preoccupante era il fatto che Andrej si dondolasse avanti e indietro come facevano i bimbi seduti nel girello. Poteva andare avanti così per l’intera giornata, ma Vanja aveva bisogno di un amico con cui chiacchierare e in tutta la stanza Andrej era l’unico bambino in grado di parlare. Vanja doveva assolutamente fare qualcosa. Non poteva più aspettare che Nastja, impegnata al lato opposto della stanza a piegare indumenti, si voltasse verso di lui. «Nastja, per favore, puoi darci un giocattolo?» disse nuovamente rivolgendosi alla schiena della donna.
La sua richiesta fu accolta dal silenzio e Vanja si preparò a essere investito da una delle sue sfuriate. Trattenne dunque il respiro mentre la donna si girava lentamente verso di lui. Questa volta però la sfuriata non ci fu: Nastja si diresse svogliatamente verso lo scaffale e afferrò una matrioska malconcia. Vanja riuscì a stento a contenere la propria eccitazione mentre gli porgeva la bambola di legno.
«Prendi questa e giocaci con Andrej» disse posandola sgarbatamente sul tavolinetto a cui sedevano i due bimbi. Andrej smise di dondolarsi, ma il suo sguardo rimase fisso nel vuoto.
Vanja scoprì subito che la matrioska era rotta e priva di alcuni pezzi ma, non avendo alcun giocattolo, anche una matrioska rotta era meglio di niente. Con cura allineò le bambole in ordine di grandezza sistemandole davanti ad Andrej, poi le riprese e le inserì una dentro l’altra. Ripeté l’operazione più volte, ma Andrej non reagì in alcun modo.
«Su, Andrej, adesso tocca a te» disse in un sussurro.
Il bimbo continuò a tenere lo sguardo fisso davanti a sé. Vanja però non aveva alcuna intenzione di rassegnarsi.
«Le spingerò verso di te e tu le prenderai.» Le bambole rotolarono sul tavolinetto, finirono contro il petto di Andrej e caddero sul pavimento di linoleum. Andrej non tentò nemmeno di afferrarle.
Vanja si guardò attorno preoccupato per vedere se Nastja si fosse accorta che le matrioske erano cadute, ma fortunatamente la donna continuava a piegare paia e paia di calze.
«Andrej, non hai neppure provato. Adesso cerca di prenderle.»
Sollevò la bambola ponendola all’altezza del viso dell’amichetto. Andrej mosse leggermente la testa e fissò il giocattolo con occhi annebbiati. «Così va meglio. Adesso la faccio rotolare ancora verso di te.»
Ma Andrej rimase di nuovo immobile e lasciò che la matrioska cadesse a terra. Questa volta però Nastja udì il rumore.
«E così gettate a terra i giocattoli? Lo avevo detto che non ve li meritate!» esclamò spazientita e con rabbia afferrò quel che restava della bambola. Scioccato, Vanja la osservò mentre la riponeva sullo scaffale. La donna si sedette alla scrivania e cominciò a compilare moduli.
A Vanja non rimase che fissare il tavolino che aveva davanti a sé, un tavolino squallidamente vuoto come il resto della stanza. Guardò Andrej, che rifiutò di ricambiare lo sguardo. L’amichetto aveva ripreso a dondolarsi. Igor batteva la testa contro le sbarre del box con crescente violenza. Tra un colpo e l’altro Vanja poteva sentire il piagnucolio della piccola Valeria.
Infine rivolse la propria attenzione al termosifone posto sotto la finestra. Sorrise ripensando alla sua ruvida superficie di metallo e al gradevole calore che irradiava. Gli sarebbe piaciuto scivolare giù dalla sedia e, gattonando, raggiungerlo e toccarlo, ma solo la sua vigilatrice preferita, zia Valentina, gli permetteva di muoversi in giro per la stanza. Nastja lo avrebbe invece rimproverato aspramente se lo avesse visto gattonare sul pavimento.
Ripensò alla mattina meravigliosa in cui la porta si era aperta ed era entrato un uomo con una grossa borsa. Lo sconosciuto aveva affermato di essere venuto a riparare il radiatore. Vanja era riuscito ad attirare la sua attenzione chiedendogli chi fosse e così aveva potuto sedersi accanto a lui e osservarlo lavorare. L’uomo gli disse di essere un idraulico e aprì la borsa mostrandogli attrezzi di dimensioni e forme diverse.
Nei suoi quattro anni di vita, Vanja non aveva mai visto oggetti così affascinanti. Avendo notato il suo interesse, l’idraulico gli aveva messo in mano una chiave a tubo. Poi aveva preso una chiave inglese e aveva cominciato a svitare il radiatore. Vanja osservava ogni suo movimento e gli chiedeva il nome di ciascun attrezzo, ripetendolo per non dimenticarlo. L’idraulico sorrideva e quando ebbe finito di usare la chiave inglese la diede a Vanja perché la tenesse in mano. Fortunatamente quel giorno era di turno zia Valentina, che non lo trascinò via. Ricordando quel momento così eccitante sorrideva tra sé: a un tratto dalla tubatura era uscita dell’acqua, che aveva formato una grossa pozzanghera sul pavimento. Valentina era corsa a prendere uno straccio e l’idraulico gli aveva chiesto di ridargli la chiave inglese, di cui aveva urgentemente bisogno.
Vanja chiuse gli occhi e rivisse l’intera scena nella sua mente. Ora però l’idraulico era lui e Andrej il suo aiutante, pronto a passargli la chiave inglese. Gli avrebbe detto: “Svelto, Andrej, dammi la chiave. Sta uscendo l’acqua!”. Andrej gliel’avrebbe allungata e lui avrebbe usato tutta la propria forza per stringere il dado. Non appena l’acqua avesse smesso di colare, Valentina avrebbe asciugato il pavimento. A quel punto lui avrebbe riposto gli attrezzi nella lucente valigetta di metallo e se ne sarebbe andato a riparare un altro radiatore. Come sarebbe stato bello!
La sedia di Nastja strisciò sul pavimento e la vigilatrice si alzò di scatto. Vanja aveva trascorso così tanto tempo a osservare i suoi movimenti da non nutrire dubbi sulle sue intenzioni: Nastja stava per uscire per la consueta pausa pranzo. Infatti afferrò la borsa, appesa a un gancio che spuntava dalla parete, e ne estrasse un pacchetto di sigarette. Poi infilò una mano nella tasca del camice alla ricerca dell’accendino ma, a differenza di Tanja che, prima di uscire, non dimenticava mai di passarsi il rossetto, non si guardò allo specchio.
Mentre la osservava, il cuore di Vanja aveva iniziato a battere all’impazzata: aveva notato che era rimasta aperta la porta che metteva in comunicazione la sua stanza con quella vicina, una porta che di solito era rigorosamente chiusa. Si trattava di un vero colpo di fortuna: Nastja stava per uscire e non si era accorta di nulla. Immediatamente la possibilità di un’inattesa avventura risvegliò tutti i suoi sensi. Non appena Nastja se ne fosse andata avrebbe potuto sgattaiolare oltre la porta e intrufolarsi nella stanza accanto, che le vigilatrici definivano Gruppo 1. Sapeva che lì dentro c’erano altri bambini e forse avrebbe trovato un bambino come lui, con cui avrebbe potuto parlare. Osservò Andrej, che aveva di nuovo uno sguardo assente. E anche se nella stanza non ci fossero stati altri piccoli, avrebbe potuto incontrare una vigilatrice gentile, una vigilatrice che ancora non conosceva e che magari gli avrebbe rivolto una parola affettuosa, che avrebbe tenuto a mente e ricordato nelle lunghe, noiose ore del sonnellino pomeridiano.
Con in mano il pacchetto di sigarette, prima di uscire Nastja ebbe un istante di esitazione durante il quale diede un ultimo sguardo alla stanza. Vanja si affrettò ad abbassare lo sguardo e trattenne il respiro: forse gli aveva letto nel pensiero e aveva intuito il suo piano. Che cosa stava facendo? Perché indugiava? Infine si diresse verso la porta che metteva in comunicazione le due stanze. Vanja aveva il cuore in gola: di certo avrebbe notato che la porta era aperta e l’avrebbe chiusa, vanificando qualsiasi possibilità di avventura. Invece no. Con enorme sollievo, Vanja vide che Nastja staccava la borsetta dal gancio cui era appesa. Miracolosamente non si era accorta di nulla! La segui con gli occhi mentre si dirigeva verso il corridoio e udi il rumore della chiave che girava nella serratura.
Ora i bambini erano soli, non c’era un minuto da perdere. Vanja si fece scivolare giù dalla sedia, atterrando pesantemente sul pavimento. Non gli era permesso camminare carponi: gli avevano detto che il pavimento era sporco e che avrebbe potuto ammalarsi. Tuttavia non volle prendere in considerazione la possibilità di essere punito qualora Nastja avesse scoperto la sua scorribanda e, aiutandosi con le braccia, strisciò sul pavimento lucido. Era arrivato a metà della stanza quando udi un bellissimo suono provenire dalla porta aperta. Qualcuno stava cantando. Si affrettò.
Raggiunse la porta e la spinse quel tanto che gli consentiva di sbirciare all’interno. Abbagliato dal sole di mezzogiorno che filtrava attraverso le tende a rete, scorse a malapena un’alta silhouette. Socchiuse gli occhi. La silhouette si chinò e si trasformò in una giovane donna che adagiava delicatamente un bimbo in una culla. Con che tenerezza teneva tra le braccia il piccolo, con quanto affetto lo coccolava, continuando a cantare quella dolce melodia. Poi la ragazza prese tra le braccia un altro bimbo, e Vanja notò che era vestita in modo diverso dalle donne dell’orfanotrofio. Non indossava il camice bianco, ma un paio di jeans, e aveva i capelli sciolti invece che raccolti sulla nuca.
Una volta tanto Vanja rimase senza parole: guardava la scena affascinato, immobile e in silenzio per non rompere l’incanto. Voleva ricordarne ogni dettaglio per poterlo rivivere quando, nel pomeriggio, sarebbe stato costretto a restarsene sdraiato nel suo lettino con le sbarre.
La giovane donna passeggiava per la stanza tenendo tra le braccia il piccolo e cullandolo dolcemente. All’improvviso i loro occhi si incontrarono. Senza smettere di cantare, la donna gli rivolse un sorriso. Vanja si aspettava di essere rimproverato e rispedito nella propria stanza ma, poiché non accadde nulla del genere, si fece coraggio e si spinse un po’ più avanti nella nursery. Come gli sarebbe piaciuto restare lì. Era così diversa dalla sua stanza. “Si tratta forse di un sogno?” si chiedeva. A un tratto una voce aspra e irata lo richiamò alla realtà. «Torna subito qui, Vanja. Non puoi entrare in quella stanza.» Vanja riconobbe immediatamente la voce di Nastja e gattonando tornò nella stanza destinata al Gruppo 2. Nastja si affrettò a chiudere la porta che metteva in comunicazione i due ambienti, lo afferrò sotto le ascelle, lo trascinò lungo il pavimento e lo sbatté sulla sua sedia.
«Non provarci più» urlò accostando il viso a quello di Vanja e costringendolo a respirare l’odore nauseante che usciva dalla sua bocca.
Era arrivato il momento del pasto di mezzogiorno. Le cuoche portarono due grosse pentole di alluminio e un vassoio, su cui erano ammonticchiate ciotole e biberon pieni di una minestra scura, e posero il tutto su un tavolo sistemato accanto alla porta. Vanja esaminò attentamente il vassoio per vedere se per lui ci fosse una leccornia speciale: un pezzo di pane. A nessuno degli altri bambini veniva dato il pane ma, quando era di turno, la sua vigilatrice preferita, zia Valentina, gli portava sempre una fetta di pane. Oggi però toccava a Nastja, e Nastja non gli aveva mai dato il pane. Forse però la cuoca si era ricordata di lui e aveva infilato una fettina di pane in mezzo ai biberon.
In una fila di ciotole Nastja scodellò dieci porzioni di una brodaglia a base di patate e verdura. Di solito Vanja e Andrej venivano serviti per primi ed entrambi si aspettavano di ricevere la propria ciotola da un momento all’altro. Andrej aveva persino smesso di dondolarsi avanti e indietro. Ma Nastja si voltò verso Vanja e gli disse sgarbata: «Dopo quello che hai combinato questa mattina, per castigo sarai servito per ultimo. E dovrà aspettare anche il tuo amico».
Umiliato, Vanja rimase a guardare mentre Nastja prendeva una ciotola, si accovacciava accanto al girello di Igor, spingeva la ciotola contro il suo mento per costringerlo a spostare indietro la testa e con un grosso cucchiaio gli infilava il cibo in bocca. Nel trangugiare la prima cucchiaiata Igor gemette. Vanja sapeva che il cibo gli scottava la bocca, ma Nastja continuava imperterrita a ingozzarlo senza dire una parola e senza lasciargli il tempo di respirare. Igor si dimenò, cercando di voltare la testa. «Vuol dire che oggi non hai fame» esclamò Nastja. Quindi si alzò e rimise la ciotola sul tavolo.
Poi prese Tolja dal box, lo lasciò cadere su una sedia e afferrò un’altra ciotola. Vanja osservava come, rendendosi conto dello spostamento, il bimbo cieco tentasse di orientarsi. Mentre le sue piccole dita esploravano la sedia, Nastja gli spinse la testa all’indietro e cominciò a infilargli in bocca la brodaglia. Vanja vedeva che il cucchiaio si muoveva sempre più velocemente, mentre Tolja si sforzava di ingurgitare il cibo. Ogni volta che voltava la testa per riuscire a inghiottire, Nastja la riportava nella posizione iniziale e senza perdere tempo continuava a imboccarlo. Ma il cibo gli usciva dalla bocca quasi con la stessa velocità con cui veniva introdotto, colando lungo il mento e andando a finire su uno straccio. La ciotola fu ben presto vuota e la vigilatrice passò a imboccare un altro bambino.
Poi prese uno dei biberon pieni di minestra e si diresse verso la piccola sdraio su cui giaceva Valeria. Infilò la tettarella tra le labbra della bimba e capovolse il biberon. Ma Valeria era così debole che riusciva a stento a succhiare. «Sbrigati» disse Nastja distogliendo lo sguardo da lei per tenere d’occhio la stanza. Il ritmo con cui Valeria succhiava rallentò ulteriormente e la bimba smise di nutrirsi quando il biberon era ancora quasi pieno. Senza dar prova di un minimo di pazienza, la vigilatrice le tolse il biberon e si diresse verso un altro bambino.
Sempre più affamato, Vanja osservava Nastja che, con la consueta malagrazia, distribuiva il cibo ai bambini di cui avrebbe dovuto aver cura. Oggi ci sarebbe davvero voluto un pezzo di pane. Forse, se lo avesse domandato con garbo... Ma no, non era la giornata giusta per chiedere leccornie! Infatti, quando sbatté le due ciotole sul tavolinetto davanti a Vanja e Andrej, insieme ai due cucchiai non c’era neppure il più piccolo pezzo di pane. «E non sporcate!» li ammonì minacciosa. Una cucchiaiata dopo l’altra, i due bambini cominciarono a ingurgitare la brodaglia ormai fredda, senza neppure avere il piacere di qualcosa da masticare.
Mentre Vanja e Andrej stavano ancora mangiando, Nastja iniziò a cambiare gli altri bambini. Uno a uno, li mise sul fasciatoio e, senza guardarli in faccia e scambiare una sola parola, tolse loro le mutandine bagnate e i pannolini sporchi sostituendoli con altri puliti. Poi si dirigeva nella stanza accanto e li sistemava nel loro lettino con le sbarre. Era l’inizio del sonnellino pomeridiano.
Vanja odiava la noia dei lunghi pomeriggi trascorsi tra le sbarre del lettino. E dunque, quando stava per toccare a lui, si lambiccò il cervello cercando di trovare un modo per ritardare l’inevitabile. Nei giorni in cui era di turno, dopo aver messo a dormire gli altri bimbi, zia Valentina gli permetteva di sedere accanto a lei per qualche tempo e gli insegnava una canzoncina o una filastrocca. Ma oggi era il giorno di Nastja, che aveva già messo a nanna Andrej. Dopo aver platealmente finto di non aver ancora finito di mangiare raccogliendo con cura le ultime gocce di brodaglia dalla sua ciotola, cercò di intavolare una conversazione. Così, quando la vigilatrice si chinò su di lui per portarlo a letto, le chiese: «Allora, hai comprato il tappeto?».
Nastja rimase a bocca aperta. «Che ne sai del mio tappeto?»
«Ti ho sentita mentre ne parlavi con il dottore. Gli hai detto di averlo visto al mercato e che alla fine del turno saresti andata a comprarlo.»
«Sì, ci sono andata e l’ho comprato, proprio così.»
«È bello?»
«Sì, lo è.» Ci fu un attimo di silenzio mentre la donna lo prendeva in braccio.
«Che cos’è un mercato, Nastja?»
«Un posto in cui si comprano cose. Ora però devi dormire.»
«Ma io non ho sonno!» Nastja non rispose, aveva troppa fretta di metterlo nel lettino. Non appena fu uscita chiudendosi la porta alle spalle, a Vanja non rimase che fissare le crepe del muro attraverso le sbarre del lettino. Con il dito seguiva le screpolature saltando oltre le sbarre per arrivare fino in fondo a ciascuna crepa. Ben sapendo che non sarebbe stato liberato prima che fosse buio, il pensiero delle lunghe ore di noia lo opprimeva. Nei loro lettini allineati lungo le pareti della stanza, gli altri bambini si agitavano e piagnucolavano.
Si tappò le orecchie per non sentire quei suoni sgradevoli e si concentrò sull’emozionante avventura del mattino, quando Nastja era uscita e lui si era spinto nella stanza vicina. Con gli occhi della mente rivedeva la giovane donna dai lunghi capelli che cullava amorevolmente un bimbo cantandogli una ninnananna. Ricordava che gli aveva rivolto un sorriso e ora immaginava che cantasse per lui.
Ma chi era quella ragazza? Perché era vestita in modo diverso dalle altre vigilatrici? Perché non lo aveva sgridato o picchiato per aver lasciato la propria stanza? Erano domande che gli frullavano per la testa, ma a cui non sapeva dare una risposta.
Dopo aver rivissuto la scena un’infinità di volte, cercò qualcosa d’altro su cui concentrare la propria attenzione....

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Colophon
  4. Dedica
  5. Prefazione
  6. 1. La porta semiaperta
  7. 2. Una voce nel silenzio
  8. 3. Ananas e pavoni
  9. 4. Dove neppure gli angeli possono arrivare
  10. 5. Un’impresa sovrumana
  11. 6. Non importa a nessuno
  12. 7. Il racconto della madre
  13. 8. Il topo
  14. 9. Messaggio dal gulag
  15. 10. L’uva acerba
  16. 11. Per il rotto della cuffia
  17. 12. Bambini nel bosco
  18. 13. Cognac e cioccolatini
  19. 14. Brusco risveglio
  20. 15. Scaricabarile
  21. 16. Per il rotto della cuffia (di nuovo)
  22. 17. L’impero colpisce ancora
  23. 18. Dolce di Natale in luglio
  24. 19. Un uccello in gabbia
  25. 20. Uno di noi
  26. 21. Potenza delle candele
  27. 22. Notizie potenzialmente ottime
  28. 23. Biglietto per Santa Barbara
  29. 24. Un brutto tiro
  30. 25. Prigioniero nel Caucaso
  31. 26. Una bugia innocente
  32. 27. Nessun perdono
  33. 28. Riuniti
  34. 29. Qualche indagine
  35. 30. Il racconto della sorella
  36. 31. L’effetto Vanja
  37. Epilogo: Il ragazzo di Bethlehem
  38. Come si si è arrivati a scrivere questo libro