Il segreto di Nefertiti
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Il segreto di Nefertiti

  1. 272 pagine
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Il segreto di Nefertiti

Informazioni su questo libro

Un mistero avvolge il Museo Egizio del Cairo: antichi papiri spariscono nel nulla, inquietanti presenze si aggirano per i corridoi…

Aziz, un ragazzino di origini egiziane, e Patrick, il suo migliore amico, cominciano a indagare: tutti gli indizi portano verso una tomba introvabile, quella della leggendaria regina Nefertiti.

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Informazioni

Anno
2011
eBook ISBN
9788858504390
Print ISBN
9788856618709

PARTE I

Dove un papiro scompare
misteriosamente, una tomba antica
diventa una trappola di morte
e inizia la scoperta dell’Antico Egitto
Il Cairo, vista dall’alto, sembra una scena di Guerre stellari. Avete presente quando alle metropoli del futuro e alle mega astronavi si alternano pianeti desertici con improbabili popolazioni di confine? E dall’immensa distesa di sabbia spunta fuori improvvisamente una città sterminata, con case piccolissime, fitte fitte, che sembrano anch’esse di sabbia? E poi piccole oasi verdi, giardini, il fiume lungo e maestoso e ancora sabbia, distese di nulla e agglomerati di case… e gli occhi non riescono ad abituarsi a questo paesaggio inatteso, insolito, lunare.
«Il Cairo, vista dall’alto, sembra una scena di Guerre stellari.» Così pensava Aziz mentre l’aereo scendeva e sorvolava in un ampio giro la città. In quel momento non avrebbe certo detto che Il Cairo si sarebbe rivelata un luogo pieno di scoperte mozzafiato, trame avventurose, pericoli incombenti ed enigmi soprannaturali.

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AZIZ, QUESTA VACANZA, se la sognava da un mucchio di tempo. Avevano un bel dire suo padre e sua madre (lei egiziana e lui marocchino) che gli immigrati come loro non si potevano permettere viaggi dispendiosi... l’idea di andare a conoscere la terra dei nonni materni era sempre stata un suo chiodo fisso. L’Egitto! L’Antico Egitto! Spesso sognava di navigare a bordo di una di quelle barche enormi e colorate con cui si spostavano sul Nilo migliaia di anni fa i faraoni e che lui aveva visto sui libri di storia. Si svegliava quasi sempre sul più bello, mentre stava mettendo piede a terra davanti a un’enorme piramide, il cui ingresso lasciava intravedere immensi tesori. Per tutto il giorno gli restava nella testa quell’immagine, e ogni volta si rafforzava in lui il desiderio di andarci, prima o poi, in Egitto.
Ma da Artoux, il paesino vicino a Parigi dove abitava, al Cairo il passo non era breve e il costo del biglietto aereo molto salato. Troppo salato per le possibilità dei suoi.
Poi, però, dopo quell’incredibile faccenda del fantasma di Robespierre1, la concessione di qualche intervista e di alcuni servizi fotografici aveva portato alla famiglia Mustafà un po’ di soldi inattesi.
Così, una sera, dopo averlo chiamato in disparte con l’aria di chi ha in serbo una sorpresa, suo padre gli aveva messo nelle mani un biglietto aereo Parigi-Il Cairo-Parigi. Zio Misha, il fratello della mamma di Aziz, e famiglia erano già stati avvertiti del suo arrivo ed erano prontissimi ad accoglierlo. Il ragazzino sprizzava gioia da tutti i pori. Ma la sorpresa fu ancor più grande quando gli dissero che si erano già accordati con i genitori di Patrick… il suo migliore amico avrebbe passato qualche giorno con lui!
Ad Aziz pareva di sognare. E invece… invece adesso era qui, in terra egiziana!
I primi giorni furono intensi: conoscere finalmente i suoi zii, rivedere la nonna (che era rientrata dalla Francia anni prima, quando lui era così piccolo da far fatica a ricordarsene) e visitare Il Cairo in lungo e in largo insieme al cuginetto Ibrahim… unico aspetto negativo: si era preso i pidocchi.
Eh sì, i pidocchi. Chissà dove e chissà come, non lo sapeva proprio. Fatto sta che, con suo enorme disappunto, avevano dovuto rasargli i capelli a zero: lui aveva cercato di limitare i danni, ma tutto quello che era riuscito a ottenere era che gli lasciassero un codino proprio dietro la nuca. Non era granché come acconciatura, certo, ma andava di moda e poteva anche sembrare che fosse frutto di una scelta volontaria.
Questo non evitava, però, che di fronte a ogni specchio Aziz facesse una smorfia disgustata e distogliesse gli occhi per non vedere lo scempio subìto dai suoi bei ricci.
Lo zio di Aziz faceva un lavoro incredibile e affascinante: il restauratore di mummie. Intendiamoci subito: non le mummie che ci immaginiamo di solito se pensiamo all’Antico Egitto, quelle umane, chiuse nei sarcofagi. Era qualcosa di meno clamoroso: zio Misha si occupava delle mummie di animali. Gli antichi egizi mummificavano spesso anche gli animali di casa - gatti, soprattutto, ma anche cani o uccelli - perché potessero seguire il loro padrone nell’aldilà.
Misha aveva imparato fin da ragazzino il mestiere dell’imbalsamatore; per un paio d’anni era stato anche a Parigi, con la mamma di Aziz, per perfezionarsi e col tempo era diventato piuttosto bravo. Così bravo che il museo del Cairo lo impiegava spesso come collaboratore. Il tutto era stato facilitato dal fatto che il padre di Misha - il nonno di Aziz - era stato per moltissimi anni dipendente del museo e aveva segnalato il figlio ai responsabili di quel settore.
Misha qualche volta si portava le piccole mummie in laboratorio; però più spesso le sistemava lavorando direttamente sul posto, in stanze appositamente attrezzate. Ormai era diventato uno di casa nel museo, lo conoscevano tutti, e aveva accesso praticamente a ogni area. Proprio in quei giorni, poi, gli era stato chiesto un intervento di restauro su quattro piccole mummie di falchi molto deteriorate: Misha lavorava al museo quasi a tempo pieno.
Questo aveva comportato dei bei vantaggi per Aziz, che aveva potuto gironzolare liberamente dappertutto e aveva trascorso ore davanti ai papiri coperti di geroglifici, ai preziosi sarcofagi, alle armi decorate con simboli misteriosi, ai gioielli raffinatissimi, alle statue che ricambiavano il suo sguardo con espressioni tanto vive da comunicargli sempre la stessa sensazione: che fossero gli antichi egizi raffigurati a scrutarlo, e non lui a guardare loro.
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Quel giorno Aziz aveva trascorso quasi tutto il pomeriggio al museo, aspettando che lo zio terminasse un lavoro che sembrava invece non finire mai. Aziz, di solito, non si stancava di curiosare in giro, ma oggi non stava più nella pelle. La sera sarebbe arrivato Patrick, e bisognava andarlo a prendere all’aeroporto! Passeggiava da una stanza all’altra, con le mani in tasca, sostando ora davanti a una teca, ora davanti a una statua.
Pressoché in ogni sala erano state appese locandine che annunciavano una conferenza serale. Per ingannare il tempo, Aziz si soffermò a leggerle un’ennesima volta:
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Aziz si trovava negli spazi riservati ai reperti della XVIII dinastia dei faraoni. Si sentiva un forte brusio, nonostante fosse già passata l’ora di chiusura. Aziz non ci faceva caso più di tanto. Faceva caso ad altro, invece. Era tornato più volte in quella stanza da quando era stato per la prima volta al museo. C’era qualcosa che gli piaceva particolarmente. A essere più precisi, qualcosa che lo affascinava davvero. In una teca di vetro, illuminata da un faretto, c’era una scultura. La testa di una donna, scolpita nella quarzite, una pietra che ha un colore fantastico, tra l’arancione e il marrone, così caldo che sembra sabbia del deserto solidificata. E quella donna era... era... era bellissima: non c’era altro modo di descriverla. Lineamenti dolci e decisi, proporzioni perfette, labbra delicate: «Una top model» pensava Aziz ogni volta che la guardava. Ma ciò che la rendeva ancor più seducente era sapere che quella non era una donna qualunque… era Nefertiti, sovrana dell’Alto e del Basso Egitto, la moglie del faraone Akhenaton!
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Aziz era capace di starsene lì a osservarla per delle mezz’ore intere, giocando con il proprio riflesso che, nel vetro della teca, si sovrapponeva alla bella testa scolpita. «A dir la verità» stava pensando in quel momento «non è che la mia immagine specchiata sia all’altezza di quella di Nefertiti». Il vetro gli rimandava il volto sparuto e olivastro di un ragazzino magro, infagottato in una maglietta troppo larga, con i capelli ridotti a un misero codino. «Gran fregatura, quei pidocchi!» stava lamentandosi, quando una voce alle sue spalle lo fece trasalire.
Eton, Kateaman!
Aziz si voltò e restò a bocca aperta… davanti a lui stava Nefertiti in persona!
Lo stupore fu tale che Aziz impiegò qualche secondo per rendersi conto che non era proprio così. Che quella, cioè, non poteva essere Nefertiti in carne e ossa. Ma era bella come lei, forse anche di più. La carnagione abbronzata del volto aveva lo stesso colorito caldo della quarzite. Le uniche due differenze erano i capelli e gli occhi. La scultura non aveva né gli uni né gli altri: nell’antichità venivano spesso aggiunti alle statue come pezzi a parte, e in quel caso non si erano conservati. La ragazza che gli stava davanti invece li aveva. Eccome. Quelli non erano capelli: erano la criniera di un leone, selvaggi, neri, un’esplosione di riccioli («Ah, odiosi pidocchi!» riuscì solo a ripetersi Aziz). E quelli non erano occhi: erano gemme, verdi con pagliuzze dorate, lo sguardo di una tigre.
Eton, Kateaman! – ripeté la sconosciuta, e ancora Aziz non era riuscito a richiudere la bocca e a togliersi quell’espressione ebete dalla faccia.
Pardon?
– Ah, sei francese… lo sai cosa vuol dire Eton, Kateaman? Vuol dire “Buongiorno, piccolo faraone” in egiziano antico. Se Nefertiti - la donna che stai guardando da un quarto d’ora - ti avesse voluto salutare, probabilmente ti avrebbe detto qualcosa del genere...
E Aziz lì, con la sua mascella penzolante.
– È da un po’ che ti sto osservando. Eri talmente assorto che non te ne sei neanche accorto. Com’è che un ragazzino della tua età si interessa tanto a un’opera d’arte così raffinata?
– È... è bella – fu tutto quello che riuscì a rispondere Aziz.
– Hai ragione. È bellissima. È bellissima la scultura ed era bellissima lei, Nefertiti. La leggenda dice che sia stata la sovrana più bella di tutta la storia dell’Egitto. Ma vuoi sapere una cosa? C’è un particolare che io trovo fantastico. Guarda lassù...
In alto, appesa al muro, a lato della teca di Nefertiti, c’era la gigantesca statua a mezzo busto di un faraone: una figura strana, con il viso un po’ deforme, quasi cavallino, il mento sporgente, il naso importante, le labbra troppo grosse e carnose. Ma era lo sguardo a essere particolare: sornione, penetrante. A seconda di come lo osservavi, lì, dal basso verso l’alto, poteva sembrarti severissimo oppure sorridente.
– Quello è Akhenaton. Lo sposo di Nefertiti. Vuoi che ti dica cosa trovo fantastico? Quei due secondo me si amavano alla follia. Prima di vedere queste due statue insieme avevo sempre pensato che una donna tanto bella avesse sposato Akhenaton solo perché era un potente faraone. Adesso capisco che ciò che aveva “stregato” Nefertiti non era il potere, ma l’amore. Quello vero.
Aziz non era così sicuro di avere capito.
– Guarda Akhenaton – continuò la ragazza. – Sembra che i suoi occhi si spostino continuamente da te che lo osservi al volto della sua amata, lì nella teca. Il suo è lo sguardo di qualcuno che sorride seriamente, se capisci quello che voglio dire. Lo sguardo tranquillo e sicuro di uno che ti sta dicendo: «Va bene, non sarò una bellezza, però ho sposato lei. Voi potete anche trovarmi brutto, ma questa donna bellissima mi ha scelto tra tutti quelli che poteva scegliere, e il più affascinante di voi non avrà mai altrettanto, perché io ho saputo amarla come nessun altro». La deformità di Akhenaton e l’avvenenza di Nefertiti vanno a braccetto. Non è incredibile?
Aziz faceva correre lo sguardo da Akhenaton a Nefertiti, alla sconosciuta che gli parlava.
– Adesso scusami, ma devo proprio andare. Mi stanno aspettando... – e alzando gli occhi al cielo fece cenno verso la sala vicina, dove un giovanotto basso e grassottello dall’aria strafottente guardava nella sua direzione masticando ostentatamente un chewing gum con la bocca aperta: muoveva in modo disgustoso la mascella a destra e sinistra e ad Aziz venne in mente il continuo ruminare delle mucche.
La ragazza si era già voltata per andarsene, quando il ragazzino riuscì finalmente a dire qualcosa.
– Ehi! Ehi! Scusa! Ma perché mi hai chiamato piccolo faraone?
– Ah già, – sorrise lei – basterebbe che facessi caso alle raffigurazioni che ci sono qui in giro e lo capiresti da solo. Ai figli dei faraoni venivano rasati i capelli. Gli si lasciava solo un codino. Così, quando ti ho visto, ho pensato che somigliavi a uno di loro...
Aziz restò a guardarla mentre se ne andava in tutta fretta. Si accorse di non averle neanche chiesto come si chiamava. Le domande gli si affollavano nella mente... «Come faceva a sapere tutte quelle cose sulla storia dei faraoni? Cosa ci faceva una ragazza bella come lei tra mummie e sarcofagi? E soprattutto, com’è che sapeva anche l’egiziano antico?» pensò aggiustandosi il codino di capelli un po’ più di lato. In ogni caso gli rimaneva una certezza: i pidocchi non gli stavano più così antipatici.
La sala delle conferenze era già affollata da un pezzo. Il pubblico ingannava l’attesa chiacchierando. Al tavolo dei relatori, il direttore del museo, che doveva introdurre l’intervento del professor Livingstone, si guardava attorno, tamburellando nervosamente sul piano. Man mano che il tempo passava, i presenti cominciarono a rumoreggiare, spazientiti. Ma iniziare in ritardo, si sa, è un’abitudine diffusa tra gli accademici. Quando però il ritardo raggiunse la mezz’ora, ci si rese conto che qualcosa non andava.
Un impiegato venne allora mandato alla ricerca del professore. Dopo qualche minuto si udirono dei richiami, cominciò un concitato andirivieni di persone e il direttore - dopo aver parlato sottovoce con un suo assistente - uscì dalla sala con passo affrettato ed espressione preoccupata. Poi fecero la loro comparsa anche un paio di agenti di polizia.
Cominciò a circolare voce che Livingstone era stato trovato svenuto nel piccolo studio messogli a disposizione dal museo. Quando aveva ripreso i sensi non aveva saputo spiegare cosa fosse successo; ricordava solamente che era seduto alla scrivania a studiare un papiro assai raro che gli era stato consegnato poco prima della conferenza. Non si era accorto di far tardi. Rammentava bene di avere iniziato a leggere pian piano, a bassa voce, una serie di geroglifici, perché non riusciva a comprendere cosa significassero. E, infatti, leggerli produceva suoni privi di senso. O almeno così gli era sembrato. Era il suo ultimo ricordo.
Ma il professore era stato trovato riverso a terra, piuttosto distante dalla sua sedia. E non si capiva come ci fosse arrivato.
E poi era successa una cosa ancor più sorprendente: del papiro - che il professore era sicuro di aver srotolato sulla scrivania - non c’era più traccia.
Nella stanza tutto era apparentemente in ordine e nulla faceva pensare che vi fosse entrato qualcuno. Ciò nonostante la polizia ritenne opportuno perquisire minuziosamente tutte le persone presenti nel museo prima di lasciare che se ne andassero. Ma l’antico papiro sembrava essersi volatilizzato.
La conferenza fu sospesa e rinviata a data da destinarsi, perché il professor Livingstone venne portato all’ospedale per verificare le sue condizioni di salute («e per accertare che non fosse un po’ picchiato in testa» commentò il commissario che ne aveva raccolto la deposizione). Si sarebbe saputo solo il giorno dopo che il professore era perfettamente lucido di mente e che non c’erano segni visibili di un’eventuale aggressione. Ma quella sera non c’era stato bisogno di aspettare i pareri dei medici: già qualcuno aveva lasciato il museo bisbigliando di una strana formula antica che, posta a difesa del mistero nascosto fra i geroglifici, aveva fatto perdere conoscenza al professore, forse l’aveva fatto levitare per la stanza, e in ogni caso aveva fatto sì che il papiro sparisse nel nulla, portandosi il suo segreto con sé.
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Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Colophon
  4. Parte I
  5. Parte II
  6. Parte III
  7. Epilogo
  8. Cosa c’è dietro Nefertiti