L'uomo che rubava la morte
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L'uomo che rubava la morte

  1. 448 pagine
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L'uomo che rubava la morte

Informazioni su questo libro

Durante la visita in un museo di Hong Kong, Jordan Glass sente troppi sguardi fissi su di lei. Il disagio diventa paura quando scopre il motivo di tanta curiosità. Nella collezione conosciuta come ''Donne addormentate'', vede ritratta se stessa o, meglio, la sua gemella Jane, scomparsa un anno prima...

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Informazioni

Anno
2011
eBook ISBN
9788858504185
Print ISBN
9788838482830

L’uomo che rubava la morte

In memoria di Silous Marty Kemp

Capitolo primo

Ho smesso di prendere di mira le persone sei mesi fa, dopo aver vinto il Pulitzer. Non è facile ammetterlo, ma il Pulitzer per me aveva un significato diverso da quello che ha per la maggior parte dei fotografi. Mio padre lo vinse due volte: la prima nel 1966, per una serie a McComb, nel Mississippi; la seconda nel 1972, per uno scatto al confine con la
Cambogia. Il secondo non lo ritirò mai. La pellicola fu tolta dalla sua macchina da un marine che si trovava sul lato sbagliato del Mekong.
La macchina fotografica fu tutto ciò che trovarono di lui. Le venti inquadrature del Tri-X chiarirono la sequenza degli eventi. Con la sua Nikon F2 motorizzata a cinque fotogrammi al secondo, mio padre riprese l’esecuzione di una donna da parte di un soldato khmer, poi immortalò l’espressione di quest’ultimo mentre si girava verso di lui per puntargli contro la pistola.
Io avevo dodici anni, ero a sedicimila chilometri di distanza, ma quel proiettile mi trapassò il cuore.
Jonathan Glass era già un mito prima di allora, ma la fama non è di alcun conforto in un’infanzia solitaria. Da bambina ho visto poco mio padre. Seguire le sue orme è stato un modo per conoscerlo. La sua Nikon ammaccata è sempre nella mia borsa. Per gli standard attuali è un pezzo da museo, ma con lei ho vinto il Pulitzer. Mio padre mi avrebbe detto: “Niente male per una ragazza”.
Per la maggior parte dei fotografi il Pulitzer rappresenta il trionfo, il riconoscimento, l’inizio importante, il momento in cui il telefono comincia a squillare con offerte di lavoro strabilianti. Per me invece è stato un punto d’arresto. Avevo già vinto due volte il premio Capa, il riconoscimento che conta nell’ambiente. Nel 1936 Robert Capa immortalò un soldato spagnolo mentre veniva colpito da un proiettile, e divenne il simbolo del coraggio durante le azioni di guerra. In seguito Capa, Cartier-Bresson e due amici fondarono la Magnum Photos. Tre anni dopo, nel 1954, Capa saltò in aria su una mina in quella che allora era l’Indocina francese, anticipando la tragica fine a cui mio padre, Sean Flynn e una trentina di fotografi americani sarebbero stati destinati nei decenni di conflitti, noti al pubblico americano come guerra del Vietnam. Il pubblico però non conosce o non si cura del premio Capa; conosce solo il Pulitzer, che lancia il vincitore sul mercato.
Dopo la vittoria piovvero nuovi incarichi. Avevo trentanove anni, non ero sposata e cinque anni prima del Pulitzer avevo superato una fase di “esaurimento professionale”.
Il motivo era semplice. Il mio lavoro, in parole povere, è sempre stato quello di documentare il macabro passaggio della morte. I fotografi di guerra, come altri “professionisti della morte”: poliziotti, soldati, medici, preti, invecchiano più rapidamente degli altri. Sono poche le donne che fanno il mio lavoro. Indovinarne il motivo non è difficile.
Ma non è stato niente di tutto questo a fermarmi. Si può attraversare un campo di battaglia disseminato di cadaveri e imbattersi in un bimbo sdraiato sul corpo della madre morta e non sentire neppure la minima parte di ciò che si prova quando si perde una persona cara.
Odio la morte.
Quando mio padre puntò l’obiettivo contro il soldato khmer, deve avere saputo che stava mettendo in gioco la sua vita. Scattò la foto comunque.
Lui non riuscì a lasciare la Cambogia, ma la sua foto sì, contribuendo a fare cambiare idea agli americani sulla guerra. Per tutta la mia vita ho seguito il suo esempio. Nessuno fu più sconvolto di me quando la morte colpì ancora una volta la mia famiglia.
Andai a pezzi.
Con grande fatica continuai a lavorare per altri sette mesi, ebbi un guizzo di creatività che mi fece vincere il Pulitzer, poi crollai, in un aeroporto. Fui ricoverata per sei giorni in un ospedale. I medici dissero che si trattava di sindrome posttraumatica da stress. Gli amici più cari, e il mio agente, mi consigliarono di lasciar perdere il lavoro per un po’ e di partire per una vacanza. Accettai il consiglio che presto si rivelò un totale fallimento. Anche sulle spiagge riposanti di Tahiti la mia mente non poteva fare a meno di selezionare, scrutare, cercare. A volte penso di essermi trasformata in una macchina fotografica, in uno strumento per registrare la realtà. Per me non esiste vacanza;quando i miei occhi sono aperti, io sono al lavoro.
Per fortuna si presentò una soluzione.
Da anni alcuni editori di New York mi chiedevano di realizzare un libro; tutti volevano la stessa cosa: le mie foto di guerra. Messa alle corde dall’esaurimento nervoso, strinsi un patto. In cambio del permesso accordato a un curatore della Viking per realizzare una raccolta antologica delle mie opere, avrei ricevuto un acconto per lavorare al libro dei miei sogni. Lì non c’è anima viva. Almeno non ci sono volti, né occhi increduli o disperati. Il titolo provvisorio dell’opera è Fenomeni atmosferici.
Ecco cosa mi ha portato questa settimana a Hong Kong. Ci ero già stata qualche mese fa per riprendere il monsone che infuriava su una delle città più densamente abitate del pianeta. Avevo fotografato il Victoria Harbor dalla collina più alta della città, il Peak, e il Peak da Central. Questa volta Hong Kong non era che una tappa verso la Cina, anche se avevo programmato una sosta di due giorni per aggiornare la mia cartella sulla città. Ma il secondo giorno il progetto del mio libro si è ridotto in frantumi.
Un amico della Reuters mi aveva convinta ad andare al
Museum of Art di Hong Kong a vedere alcuni acquerelli cinesi. Io, che non conosco l’arte, avevo pensato che valesse la pena dare un’occhiata. Nel tardo pomeriggio salii sullo Star Ferry, attraversai il porto, arrivai a Kowloon e mi diressi al museo. Venti minuti dopo essere entrata, la pittura antica era l’ultimo pensiero nella mia mente.
Il primo segnale lo ricevetti dal custode all’ingresso.
Appena mi vide spalancò la bocca e mi lanciò un’occhiata talmente penetrante che erroneamente scambiai per attrazione.
Poi ci fu la minuscola donna cinese che mentre mi consegnava il walkman, le cuffie e la versione inglese del giro
guidato del museo, mi fissava con l’aria incredula di chi ha appena visto un fantasma. Mi sentivo come se qualcuno fosse passato sulla mia tomba. Cercai di non farci caso, presi il walkman e mi diressi verso la mostra, accompagnata da una voce simile a quella di Jeremy Irons, che mi parlava in perfetto inglese dalle cuffie.
L’amico della Reuters aveva ragione. Gli acquerelli ebbero un effetto benefico sul mio sistema nervoso. Alcuni avevano un migliaio di anni, ed erano leggermente sbiaditi dal tempo. Mentre mi muovevo tra i dipinti quel peso che mi gravava sull’anima iniziò ad alleviarsi. Ma il sollievo fu di breve durata. Mentre stavo osservando con particolare attenzione un’opera, dove si vedeva un uomo spingere con il bastone lungo il fiume una barca che sembrava una piroga cajun, notai una cinese alla mia sinistra. Pensando che volesse guardare il dipinto, mi spostai a destra.
Lei non si mosse. Con la coda dell’occhio vidi che non era una visitatrice, ma una donna delle pulizie con in mano un piumino per la polvere. E non era impietrita davanti al dipinto, ma davanti a me. Quando mi voltai verso di lei, scomparve nella sala adiacente.
Passai all’acquerello successivo, chiedendomi come mai avessi colpito la donna in quel modo. Quella mattina non ero particolarmente curata, ma controllando il mio riflesso sul vetro di una teca, non vidi nulla che potesse giustificare tutta quella curiosità. Nella sala successiva mi accadde la stessa cosa. Sentii su di me lo sguardo insistente di un altro custode del museo.
Quindici anni fa davo per scontato questo tipo di attenzioni. Nell’Europa orientale e nell’ex Unione Sovietica era normale essere oggetto di occhiate furtive e di approcci strani. Ma adesso mi trovavo nell’ex colonia di Hong Kong, nel XXI secolo.
Scossa, attraversai le sale rimanenti quasi senza guardare i dipinti.
Con un po’ di fortuna avrei trovato un taxi per il traghetto che mi avrebbe riportata a Happy Valley, in tempo per scattare le ultime foto del tramonto prima di salire sull’aereo per Pechino. Sperando di trovare una scorciatoia per l’uscita infilai un breve corridoio, ma mi ritrovai dinanzi a una sala affollata.
Esitai prima di entrare, chiedendomi che cosa avesse attratto tutta quella gente.
I visitatori stavano in silenzio e studiavano i quadri con grande concentrazione. Sulla soglia una placca bilingue in cinese e inglese diceva:
NUDI DI DONNE IN RIPOSO
Artista sconosciuto
Quando guardai nuovamente la sala mi accorsi che non era piena di “gente”, ma era piena di uomini. Chissà perché? Erano tutti cinesi in giacca e cravatta. Sembrava che ognuno di loro fosse stato spinto a lasciare l’ufficio, saltare in macchina e precipitarsi al museo per guardare quei quadri. Cercai sul nastro la descrizione della sala che avevo di fronte.
«Nudi di donne in riposo» annunciava la voce nella cuffia. «Questa mostra espone sette tele di un artista sconosciuto che ha prodotto il gruppo di dipinti...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. L’uomo che rubava la morte
  4. Ringraziamenti
  5. Leggi l’anteprima de «L’affare Cage»
  6. Copyright