Prigioniere dell'onore
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Prigioniere dell'onore

  1. 322 pagine
  2. Italian
  3. ePUB (disponibile su mobile)
  4. Disponibile su iOS e Android
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Prigioniere dell'onore

Informazioni su questo libro

Fatima ha solo sei anni quando scopre il peso della tradizione: i fratelli la picchiano per aver partecipato a una corsa scolastica con la gamba legata a quella di un compagno di classe.
Kiren va a scuola e vorrebbe vivere come qualsiasi altra adolescente inglese, ma in famiglia non la pensano così «Noi siamo diversi». E quando lei si ribella, la madre le punta un coltello alla gola: «Se non obbedisci, ti farò violentare dal tuo patrigno».
Banaz, curda di nascita, si rifiuta di sposare l’uomo scelto dai genitori, e addirittura un giorno si fa sorprendere mentre bacia un ragazzo. Un disonore che verrà lavato nel sangue dall’intera famiglia.
Sono solo alcune delle storie raccolte da Jasvinder Sanghera.
Jasvinder sa bene cosa significhi la legge non scritta dell’onore. Di origini indiane, ha avuto il coraggio di rifiutare il promesso sposo impostole dai genitori. Il prezzo da pagare è stato altissimo: prima la persecuzione, poi il ripudio. Ma alla fine è riuscita a seguire il sentiero dei suoi sogni e a scegliere il proprio futuro. Al contrario di sua sorella, che dopo essere diventata la moglie di un uomo violento non ha retto e si è data fuoco. Ancora oggi, anche in Occidente, una pratica barbara costringe donne poco più che bambine in una condizione di prigionia e disperazione.
Ed è in nome di tutte loro che Jasvinder combatte ogni giorno la sua battaglia per la libertà.

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Informazioni

Print ISBN
9788856620498
eBook ISBN
9788858505694

1

A volte la notte resto sveglia a pensare a Uzma Rahan. Nella foto che ho visto appare così sicura di sé con i suoi gioielli d’oro, le labbra rosse e generose, i capelli tinti. «Appariscente» avrebbe detto mia madre con una smorfia di disapprovazione. Non sono d’accordo. Per me è bella e audace. Ma non è come la vedo mentre guardo nell’oscurità, cercando di restare ferma, lottando contro la tentazione di girarmi e rigirarmi. Sdraiata lì, nel silenzio della notte, vedo quello che devono aver visto i poliziotti quando l’hanno trovata nella sua camera da letto, quattro settimane dopo la sua morte.
Cerco di chiudere gli occhi per non vedere quell’immagine, ma non serve perché è dentro di me, è ciò che la mia immaginazione ha evocato mettendo insieme i dettagli raccapriccianti che so essere veri. Devono esserci delle foto della scena del crimine che mostrano lo stato in cui si trovava il cadavere di Uzma Rahan, ma l’ispettore Brent Hyatt non le ha messe nella sua relazione. Ci sono cose che neppure le persone delegate ad assistere a una conferenza della polizia hanno lo stomaco di vedere. Tuttavia l’ispettore aveva descritto ciò che era accaduto: Uzma era stata percossa a morte con una mazza da baseball brandita da suo marito, che l’aveva comprata apposta per quello scopo. I medici legali hanno riscontrato ventitré colpi.
Cosa può aver fatto una persona per meritare una punizione del genere?
Uzma non era nata qui – era arrivata a Manchester dal Pakistan per un matrimonio combinato con un cugino di primo grado, Rahan Arshad – ma la Gran Bretagna le piaceva e si era ambientata in fretta. Aveva trovato impieghi par-time come estetista e cuoca in una mensa scolastica, si era tagliata i capelli e aveva cominciato a indossare abiti occidentali aderenti. Era una donna normale, proprio come ciascuna di noi, solo che era più coraggiosa, più avida di vita della maggior parte di noi.
Ma poi, presumibilmente, aveva cominciato una relazione extraconiugale. Aveva cercato di tenerla segreta, ma secondo i giornali tutti ne erano al corrente. Sembra che la moglie del suo amante avesse mandato un sms in Pakistan per informare la famiglia di Uzma. Suo marito, Rahan Arshad, non apprezzava il trucco, gli abiti attillati e gli sguardi d’ammirazione che le rivolgevano gli uomini, ma era stata la relazione extraconiugale che lo aveva spinto a divorziare da lei e a vendere la casa di famiglia. A trent’anni, Uzma era indigente e viveva con i suoi tre figli in una casa popolare.
Se solo fosse rimasta lì sarebbe potuta essere ancora viva, continuo a pensare.
Ma lei non lo aveva fatto. Circa un anno dopo, suo marito aveva comprato una casa nuova e le aveva chiesto di tornare da lui e tentare una riconciliazione. Lei aveva accettato anche se aveva previsto il pericolo. «Vedrai che un giorno o l’altro mi ammazza» aveva detto a suo fratello mentre faceva le valige. Sapeva che si sarebbe vendicato di lei, ma evidentemente non si aspettava che facesse del male ai loro figli, altrimenti sarebbe rimasta nella casa popolare. Ne sono convinta.
Nella sua relazione Brent aveva mostrato delle foto dei bambini – foto scolastiche. Avevano capelli lisciati frettolosamente da qualche insegnante e un sorriso di circostanza stampato sulle labbra. Io ero seduta in prima fila e li avevo guardati – piccoli volti giovani e fiduciosi, desiderosi di compiacere – e lacrime che non avevo neppure cercato di fermare mi avevano rigato le guance. Il marito di Uzma, il padre di quei bambini, li aveva uccisi tutti e tre.
Aveva ammazzato Uzma in camera da letto, poi era sceso in soggiorno e aveva chiamato giù i bambini, uno a uno. Il più grande, un ragazzino di undici anni, indossava la maglia della sua squadra di calcio. Il secondo, di otto anni, indossava il costume da Spiderman. La sorellina, Henna, aveva solo sei anni. Sul giornale c’era scritto che due di loro avevano al polso le strisce di plastica che consentivano l’accesso ai giochi del luna park di Blackpool, dove erano stati tutti insieme il giorno prima di morire. Scommetto che a indossarle erano stati i ragazzini. La piccola Henna non doveva essere stata alta abbastanza per poter salire sulla maggior parte di quei giochi.
Sdraiata nel letto, al buio, spero, nonostante tutto, che dei tre sia stata lei la prima a morire.
Cosa devono avere visto e sentito? Quale inimmaginabile terrore devono avere provato mentre se ne stavano rannicchiati al piano di sopra, schiacciati contro il muro, tappandosi le orecchie per non sentire il rumore dei colpi e allo stesso tempo sforzandosi di sentire, in attesa del proprio turno? Tre giovani vite innocenti perdute, e per che cosa?
«Dovevo annullare la discendenza di quella puttana» pare che abbia detto Arshad.

2

L’idea che avevo inizialmente per la Karma Nirvana era molto semplice e – a ripensarci adesso – quasi ingenua. Ero stata ispirata dalla terribile morte di mia sorella Robina, che si era arsa viva per sfuggire a suo marito. Allora mi sembrava che il suo atroce destino fosse senza eguali. Non sapevo, come so adesso, che donne disperate come Robina – e donne terrorizzate come Uzma – esistono in tutta la Gran Bretagna, spesso in città che conosco come il palmo della mia mano. Invece ero convinta che esistessero altre donne come mia madre. Lei è stata la mia altra ispirazione. Ha vissuto per quarant’anni a Derby ma non ha mai imparato una parola d’inglese. Mia madre è morta da straniera nel paese dove aveva vissuto ma che non aveva mai considerato casa sua.
Negli anni successivi alla loro morte, ancora addolorata per la mia perdita, ero stata mossa dal dolore e dal senso di colpa. Non riuscivo ad accettare il fatto di non avere distolto Robina dalla sua morte atroce. Avevo voluto farlo, ci avevo provato, ma Robina non aveva voluto ascoltarmi perché ero stata disconosciuta. Quando ero scappata di casa per evitare il matrimonio che mia madre e mio padre stavano cercando di impormi, mia madre aveva dichiarato che per loro ero morta. Da quel momento ero stata esclusa dalla mia famiglia, e come tale la mia opinione non aveva – e non ha – alcun peso.
Quanto a mia madre, morì senza aver mai detto di essere orgogliosa di me. Avevo scelto di cogliere la libertà offerta dal paese nel quale mi aveva allevata, e anche se non me ne pento, soffrivo per il fatto che mi aveva fatta sentire come se l’avessi delusa. Vivendo la vita che volevo vivere, l’avevo tradita.
Da questo groviglio di emozioni mi era venuta l’idea di fondare un’associazione che aiutasse donne come Robina e mia madre, donne le cui vite stavano venendo rovinate dalle difficoltà culturali e linguistiche. La Karma Nirvana era in loro onore e in loro memoria, quindi la fondai a Derby, la loro e la mia città. Ripensandoci adesso, mi rendo conto che non avevo idea delle dimensioni del problema che avrei affrontato, non sapevo neppure con certezza quali problemi avrei trovato. Ma non dovetti aspettare molto prima di scoprirlo. Divenne ben presto evidente che le donne che venivano da noi in cerca di aiuto erano vittime di violenze motivate dall’onore – spaventose crudeltà inflitte da intere famiglie, non solo dai loro mariti – e del matrimonio forzato.
Quello che mi colpiva mentre ascoltavo queste donne – l’hijab che nascondeva i lividi, le facce tirate per la sofferenza, le voci cariche di tensione – era la loro giovinezza. Venivano da noi come mogli maltrattate, ma erano poco più che bambine. Bambine che dovevano avere conosciuto o sospettato il proprio destino, ma che non sapevano a chi rivolgersi per chiedere aiuto. È per questo che, quando cominciai a lavorare per far conoscere la Karma Nirvana, le scuole furono uno dei miei primi obiettivi, e le cose non sono cambiate.
Mi tengo in contatto con tutte le scuole dei dintorni. Chiedo di parlare con le persone incaricate della protezione dell’infanzia e cerco di informarle dei problemi relativi alle ragazze adolescenti e del matrimonio forzato. Non è sempre facile. Molte scuole non vogliono avere nulla a che fare con me. Dicono che le cose delle quali parlo sono “delicate” dal punto di vista culturale e che non vogliono fare arrabbiare i genitori degli alunni. Un preside è arrivato al punto di dirmi: «Qui non abbiamo problemi del genere, siamo una scuola progressista». Avrei voluto rispondere: “Ah, sì?, be’, allora che mi dice della ragazza strangolata da suo fratello mentre sua madre le stava seduta sulle gambe? Uccisa dai suoi stessi famigliari perché erano convinti che fosse incinta di un uomo con il quale non era sposata? Frequentava la sua scuola, no?”. Avrei voluto dire questo, ma con gli anni ho imparato che a volte conviene tenere a freno la lingua.
È stato tramite un’altra scuola che conobbi Sanah. Heather Jackson, la vicepreside dell’istituto che lei frequentava, mi telefonò per parlare di tre ragazze del decimo anno, tutte quindicenni.
«Sanah è quella che mi preoccupa davvero» disse. «Le altre due, Rashpal e Kuljit, sembrano solo svogliate. Erano tutte e tre studentesse volenterose e promettenti, ma adesso sono apatiche. È come se a poco a poco venissero private del loro entusiasmo. Vorrei capire cosa sta succedendo a casa e vorrei qualche informazione da parte di una persona che capisce meglio di me il loro background culturale, Jasvinder. Dal mio punto di vista, il problema di tutte e tre è che hanno bisogno di essere adolescenti come tutte le altre, ma vengono da famiglie nelle quali questo non sembra essere consentito.»
Accettai di andare a scuola e di parlare con loro. Ci andai un giorno di fine maggio. Heather mi accolse affabilmente e mi condusse nel suo ufficio, una piccola stanza con un paio di scrivanie e un’intera parete ricoperta di libri e schedari. Mi sedetti e poi sentii il rumore dei suoi tacchi allontanarsi lungo il corridoio mentre andava a chiamare le ragazze.
«Rashpal, Kuljit e Sanah» annunciò pochi attimi dopo, quando il terzetto si affacciò sulla soglia, guardandosi i piedi. Sanah e le altre due avevano i capelli lunghi che ricadevano sulla faccia, cosicché riuscivo a vedere solo la sommità delle loro teste. Heather mi lanciò un’occhiata incoraggiante e poi chiuse la porta. Tenendo gli occhi bassi, le tre ragazze entrarono trascinando i piedi e andarono a sedersi sulle sedie che avevo sistemato di fronte alla mia. Mentre si accomodavano allontanarono il più possibile le proprie sedie da me. Ci fu un silenzio imbarazzato, rotto dalla risata soffocata di quella seduta nel mezzo, Kuljit. Poi si coprirono tutte e tre la faccia con le mani, nascondendo dei sorrisetti.
Da dove cominciare? Mi schiarii la voce.
«Miss Jackson pensa che potreste voler parlare con me.»
Silenzio.
«Sapete perché?»
Risatine soffocate.
«Vi ha detto qualcosa di me?»
«Che conosce mio padre.» Queste parole furono pronunciate a voce così bassa che non potevo essere sicura di chi le avesse pronunciate, ma ero convinta che fosse stata Rashpal, la più alta delle tre, seduta sulla destra.
Mi interruppi, sconcertata. «Cosa te lo fa dire? Cosa pensi che stia facendo qui?»
Le teste delle ragazze restarono abbassate. Kuljit fece dei ghirigori sul dorso della propria mano con una biro. Sanah mordicchiò la pellicina che cresceva vicino all’unghia del pollice.
«Su, tanto vale che me lo diciate. Non possiamo restarcene sedute qui in silenzio. Chi pensate che sia?»
Ci fu un altro lungo silenzio prima che Rashpal, parlando a voce ancora più bassa di prima, dicesse: «È un’amica di mio padre. Sappiamo che è stato lui a mandarla».
«Non lo sono, sono…»
«Be’, deve conoscere qualcuno che lo conosce, fa parte del giro.»
«Non faccio parte del giro, ve lo garantisco. L’associazione che dirigo, la Karma Nirvana, aiuta le donne a superare le barriere culturali e linguistiche. La maggior parte delle donne che ci contattano sono dell’Asia meridionale, molte sono giovanissime, come voi. Molte subiscono violenze da parte delle proprie famiglie, o dei propri parenti acquisiti. Alcune hanno paura di essere costrette al matrimonio. Alcune di loro sono…»
«Mi scusi signora, posso chiederle una cosa?» domandò Sanah guardandomi per la prima volta. Era la più piccola delle tre, poco più di una bambina, ma fui colpita dal fatto che sembrava più vecchia e piena di preoccupazioni. Non aveva il colorito roseo di una ragazzina. La sua faccia, incorniciata dall’hijab, era dominata dagli occhi castani più grandi che avessi mai visto. «Possiamo uscire un attimo?» Si chinò e con un ampio sorriso tirò fuori dal calzettone un pacchetto da dieci di Malboro. «Ho bisogno di fumare.»
Rashpal e Kuljit l’appoggiarono dicendo: «Oh, sì, signora, per favore, signora». Esitai, valutando quello che mi conveniva fare per mantenere il controllo senza aumentare l’ostilità di quel terzetto. Come guadagnarmi la loro fiducia? Ripensai alla mia adolescenza e ricordai improvvisamente il mio desiderio di vivere una vita normale da adolescente.
«Sapete una cosa?» dissi, e perfino la mia voce mi sembrò più ferma e sicura. «Quando avevo la vostra età, un giorno tornai a casa da scuola e mia madre mi mostrò una foto. Mi disse: “Guarda, questo è l’uomo che sposerai. Cosa ne pensi?”. Ricordo quel giorno come se fosse ieri. Quell’uomo aveva un taglio di capelli ridicolo ed era molto più piccolo di me, ma non era questo il punto. Il punto era che avevo quindici anni e non volevo sposare nessuno.»
Sanah aveva di nuovo nascosto le sigarette e adesso tutte e tre mi stavano guardando con sincero interesse. Dal loro linguaggio corporeo – erano appoggiate alle spalliere delle proprie sedie come per mantenere le distanze da me – vidi che non erano ancora pronte a fidarsi di me, ma avevano abbassato un po’ la guardia.
«Che cosa fece?» domandò Kuljit.
Così glielo raccontai. La mia fuga, l’esclusione da parte della mia famiglia, la mia lotta per guadagnarmi da vivere senza l’aiuto dei miei famigliari, i figli che avevo allevato da sola. Raccontai di Robina che si era arsa viva perché con suo marito era infelice. Rimasero molto colpite da questo. Ancora adesso, mesi dopo, ricordo che mentre ascoltavano avevano accostato piano piano le sedie. Era come se fossero attirate fisicamente dalle mie parole. E avevano domande, molte domande: «Come ha fatto a mantenersi?», «Come se l’è cavata senza sua madre?», «Sente ancora la mancanza della sua famiglia?». Stavano parlando tutte insieme e interrompendosi a vicenda. Un paio di volte dovetti dire: «Per favore, aspettate il vostro turno, non riesco a sentirvi se parlate tutte insieme».
Non so bene quale delle tre fu la prima, ma a poco a poco cominciarono a venir fuori alcuni frammenti delle loro vite. Lo schiaffo da parte di un fratello «perché mi aveva vista parlare con un ragazzo. Stavamo parlando dei compiti per casa!» La confisca dei telefoni cellulari: «Gliel’ho detto, le ho detto: “Mamma, ce l’hanno tutti”. Ma lei sa che ce l’hanno solo i ragazzini occidentali». E poi, improvvisamente, Rashpal disse: «Hai in mente quando ti chiudevano nella tua stanza, eh? Be’, adesso succede a me. Tutte le sere. Qualcuno ha detto a mia madre che ho un ragazzo. Ma non è vero. Non ce l’ho mai avuto. Continuo a dirglielo, ma lei non mi crede. Appena torno a casa da scuola mi chiude a chiave nella mia stanza e devo mangiare lì, non posso neppure mangiare insieme alla mia famiglia».
Tutto a un tratto Sanah e Kuljit intervennero dicendo: «È vero, signora» e «Mia madre l’ha fatto anche a me una volta, ma solo per un paio di giorni». I particolari cominciarono a venire fuori in quantità, ma stavano parlando l’una all’altra oltre che a me, confidandosi segreti che avevano tenuto a lungo nascosti. Era frustrante. Adesso mi ero guadagnata la loro fiducia, ma non potevo fare nulla finché le avevo davanti tutte e tre insieme. Quando Heather Jackson tornò, alcuni minuti dopo, avevo preso una decisione.
«Sì, mi pare che sia andata bene.» Lanciai una rapida occhiata alle ragazze e fui contenta di vedere che stavano annuendo tutte e tre. «Ma penso che sarebbe ancora più utile se potessi parlare a tu per tu con ciascuna di loro. Cosa ne pensate?» Le ragazze si guardarono, ma nessuna delle tre parlò.
«Non vedo perché no» disse Heather guardando l’orologio. «Rashpal, Kuljit, tornate in classe, per favore. Sanah, ti va di restare a parlare con Jasvinder?»
Interpretando come un cenno d’assenso la scrollata di spalle di Sanah, Heather fece uscire dalla stanza Rashpal e Kuljit. Io mi voltai verso Sanah. Adesso che aveva perso il sostegno delle amiche sembrava essere diventata timida. Con una mano le impedii di allungare le maniche del maglione, tirandole giù oltre i polsi. Le tenni fermi i piccoli pugni e dissi: «Bene, parlami un po’ di te. Dimmi della tua famiglia».
«La mia famiglia? Bella storia» rispose lei guardandomi e facendo roteare gli occhi in modo teatrale, come se fossi lì per essere intrattenuta. Ripenso a quel pomeriggio e mi meraviglio che quella ragazzina abbia trovato il coraggio di raccontare così tanto.
«Mi piacerebbe sapere qualcosa sulla tua famiglia» dissi, serissima.
Lei mi guardò dritto negli occhi e sentii che il suo umore cambiava. «Non dirà a mio padre che gliel’ho raccontato?»
«Non glielo dirò, prometto.»
«Non lo conosce, vero? Ha detto che non lo conosce?»
«Non lo conosco, e per quel che ne so non conosco nessuno che lo conosca. Questa cosa resta fra me e te, Sanah.»
«Allora va bene. È solo che io e le altre, pensavamo che i nostri padri l’avessero mandata per scoprire cosa stiamo pensando, se stiamo combinando qualcosa.»
«Tuo padre non c’entra nulla. Heather Jackson mi ha chiesto di venire perché è preoccupata per te – per te e per le altre. Dice che siete ragazze sveglie e intelligenti e avete smesso di studiare. Pensa che debba esserci una ragione e che magari potreste avere piacere di parlare con qualcuno.»
«Che senso ha studiare se tanto finirò per andarmene e sposare qualche pachistano?» rispose Sanah con violenza.
La guardai con un’espressione interrogativa, sperando che continuasse.
Lei evitò il mio sguardo e si voltò a guardare fuori dalla finestra, fingendo di essere interessata al cortile deserto. «Penso che mia madre e mio padre stiano progettando di farmi sposare qualcuno in Pakistan. È quello che hanno fatto con mia sorella maggiore, e penso che sia quello che faranno con me. Io sono la prossima.»
Sollevò lo sguardo e scrutò la mia faccia, come per controllare se trovavo credibili le sue parole. Quello che vide dovette convincerla che era così, perché continuò. «Prima d’ora l’ho detto a una sola persona, sa.»
«Chi è?»
«La mia migliore amica. Gliel’ho detto perché un giorno eravamo tutte sul campo da gioco e una delle mie amiche urla: “Chi pensate che si sposerà per prima?”. E un’altra mia amica mi guarda e dice subito: “Sanah, credo che Sanah sarà la prima a sposarsi”. Non ho detto nulla perché pensavo che fosse vero e volevo che non lo fosse, ma tutte le altre hanno cominciato a dire: “È vero, Sanah?”» Sanah si premette le dita – dita tozze e macchiate d’inchiostro, dita infantili – contro gli occhi per fermare le lacrime. «Ancora non riesco a dimenticare quella conversazione, mi ha fatta sentire così diversa. Mi ha fatta sentire davvero sola.»
«E cos’ha fatto la tua migliore amica?» le domandai.
«Le ho chiesto un consiglio. Poi le ho chiesto cosa avrebbe fatto lei, e ha detto: “Se fossi te lo farei, penso che dovresti farlo”.» A quel punto Sanah aveva le guance rigate di lacrime. Deglutì a fatica per liberarsi del singhiozzo che minacciava di soffocarla. «Mia madre fa paura, ha degli sbalzi di umore ed è molto autoritaria. Se le dico che a scuola ho avuto dei problemi ma non è stata colpa mia non mi crede. Dice sempre che è stata colpa mia.»
Sanah smise di parlare e fece un sospirone. In quel momento sembrava così giovane, così infantile che mi infuriai al pensiero che venisse costretta a un matrimonio senza amore, che la sua infanzia venisse troncata nell’interesse dello status della sua famiglia. Il suo silenzio fu riempito dal suono della...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Colophon
  4. PRIGIONIERE DELL’ONORE
  5. Prefazione
  6. 1
  7. 2
  8. 3
  9. 4
  10. 5
  11. 6
  12. 7
  13. 8
  14. 9
  15. 10
  16. 11
  17. 12
  18. 13
  19. 14
  20. 15
  21. 16
  22. 17
  23. 18
  24. 19
  25. 20
  26. 21
  27. 22
  28. 23
  29. 24
  30. 25
  31. 26
  32. 27
  33. 28
  34. 29
  35. 30
  36. 31
  37. 32
  38. Epilogo
  39. Ringraziamenti