C'è aria di crisi in casa Moogley: gli affari sono scarsi e sembra che nessuno abbia più bisogno dei fantasmi… Di chi è la colpa? Semplice!Della Mostri, Mostriciattoli & Co., la nuova agguerritissima agenzia che si è lanciata sul mercato dello spavento. La società, infatti, offre ai suoi clienti mostri di ogni tipo che tolgono lavoro ai fantasmi di una volta. Ma
Will e il suo fedele assistente Tupper non hanno intenzione di arrendersi!

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Will Moogley Agenzia Fantasmi - 6. Il Re del Brivido
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Will Moogley Agenzia Fantasmi - 6. Il Re del Brivido
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9788856612479

Era una di quelle giornate estive che chiunque avrebbe definito splendida, caldissima e rilassante, ma che per Willard Moogley, l’ultimo rampollo della dinastia Moogley, era solo torrida e snervante.
Il giovane proprietario della più scalcinata Agenzia Fantasmi del pianeta si trovava a Coney Island, la località di villeggiatura per eccellenza dei newyorkesi. Il suo pallore, i capelli neri che gli cadevano sugli occhi, la maglietta di un improbabile gruppo rock ormai scolorita dai troppi lavaggi sbagliati, i jeans di tre taglie superiori che gli cadevano sulle scarpe da ginnastica sporche di vernice e con le stringhe slacciate testimoniavano il suo disgusto per l’estate, la villeggiatura, le spiagge, il sole e i capicantiere con l’elmetto.
Il capocantiere in questione era in piedi davanti a lui. Anzi, a loro.
Leo Miggins, il proprietario del negozio di dischi usati sotto casa di Will, teneva le braccia incrociate sul petto e di tanto in tanto si grattava le basette. Sfoggiava un paio di pantaloni bianchi aderenti e una camicia hawaiana viola e gialla che meritava, da sola, l’arresto.
Leo si fingeva interessato a quello che il capocantiere con l’elmetto gli stava spiegando. E ogni tanto diceva: «Ah ah». Oppure: «Uh uh». E ancora: «Certo».
Poi il capocantiere indicò una vecchia casa colonica alle loro spalle. Era una villa ottocentesca tutta di legno, immersa in un piccolo parco dall’aria abbandonata, con la veranda sul davanti e una torretta quadrata da cui si vedevano il mare e le lunghissime spiagge di Coney Island.
– È una casa del terrore, signor Moogley! Infestata da cima a fondo! – esclamò il capocantiere con l’elmetto rivolgendosi a Leo.
Non c’era stato verso di fargli capire che il titolare dell’Agenzia Fantasmi era Will.
«Una vera casa del terrore» rimuginò il ragazzo più pallido di New York, sospirando. «Proprio quello che ci voleva.»
Si inoltrarono nel parco.
Anni di incuria avevano trasformato quel fazzoletto di terra in un groviglio di rovi e edere rampicanti. Gli operai si erano aperti un varco tra la vegetazione con una passatoia di nylon trasparente, su cui avevano lasciato i loro attrezzi, le macchine per impastare il cemento, i sacchi di malta e di vernice, le assi di legno e tutto l’occorrente per il restauro.
Quando arrivarono all’altezza della veranda, Leo Miggins si passò una mano tra i capelli brizzolati. – La situazione non mi è ancora molto chiara… – disse. – Ci spieghi un po’ meglio.
Per tutta risposta, il capocantiere si sistemò l’elmetto sulla testa e guardò l’ingresso della casa colonica con espressione spaventata.
– La vede quella porta? – domandò sottovoce, come se temesse chissà quali conseguenze. – Noi ormai la chiamiamo la “bocca dell’inferno”.
– Un tantino melodrammatico – sbuffò Will boccheggiando dal caldo. Insetti grandi come muffin ronzavano tra gli alberi del parco.
Il capocantiere afferrò Leo per la manica e gli indicò una targhetta di ferro appesa sopra la porta. Era scritta in ebraico.
– La vede quella? Abbiamo provato a staccarla almeno venti volte! Ma quando tornavamo era di nuovo al suo posto.
– Che cosa c’è scritto? – chiese il proprietario del negozio di dischi.
– È una maledizione per chiunque metta piede nella casa! – esclamò il capocantiere sgranando gli occhi. – Nessuno è mai riuscito a ristrutturarla! Nessuno! Dopo la morte del vecchio Hefkovvitz, la casa è passata al giovane Hefkovvitz, che però ha dovuto venderla ai Loewenthal perché rischiava di impazzire. Nemmeno i Rockefeller sono riusciti a sistemarla, nonostante avessero chiamato le migliori imprese della città. Nessuno può riuscirci! –. L’uomo sospirò. – Non so nemmeno come abbiano fatto a venderla!

– Non mi sembra poi così terribile… – commentò Leo, a cui quella vecchia stamberga piaceva.
Il proprietario del negozio di dischi guardò distrattamente le finestre senza imposte del primo piano, da cui proveniva la musica commerciale trasmessa da una stazione radio.
– A parte questa lagna di musica, naturalmente!
– Niente di terribile, dice?! – sbottò il capocantiere. – Dentro questa casa succede di tutto! Appena cominciamo a lavorare, i fantasmi ci attaccano!
Will nel frattempo aveva tirato fuori dalla tasca dei jeans un vocabolarietto turistico inglese-ebraico che stava velocemente consultando. – Vi attaccano, eh? – domandò, scettico.
– Non mi credete?
– È lei che ha chiamato la sua… sì, insomma, la nostra Agenzia – rispose Leo indicando Will. – Quindi ci crediamo per forza!
– Invece non mi credete! – si lamentò il capocantiere.
– La minacciosa scritta sopra la porta significa “benvenuti” – sottolineò in quel momento Will chiudendo il vocabolario.
Senza commentare, il capocantiere chiamò i suoi operai, che si affacciarono alla finestra. – Pedrito! Manuel! – gridò. – Prendete i pennelli, per favore!
Sulla faccia dei due operai si dipinse un’espressione terrorizzata.
– È sicuro, signore? – balbettò Pedrito.
– Provate a imbiancare una parete qualsiasi! – insistette il capocantiere.
I due rientrarono nella stanza, titubanti.
– Ora vedrete… – sussurrò il capocantiere, minaccioso.
Will si asciugò il sudore dalla fronte. Leo iniziò a fischiettare. La canzoncina melensa alla radio aleggiava nell’aria.
– Non si può mai sapere che cosa succederà lì dentro! – spiegò il capocantiere. – A volte, quando è tutto tranquillo, capita che una scala si sposti da sola da una stanza all’altra, o che scompaia un pennello, o che esca acqua dai tubi, o che sbattano gli infissi…
– I pochi che sono rimasti – osservò Leo.
– SBAM! SBAM! SBAM! – esclamò il capocantiere. – Mentre tu sei lì che lavori! Non è una bella sensaz…
In quel preciso momento, la musichetta sdolcinata in sottofondo fu sovrastata da un fracasso infernale. Poi si sentirono, chiarissime, due scudisciate di frusta.
CHSSS! CHSSS!
– AIUUUTOOO! – urlarono sia Pedrito sia Manuel, precipitandosi giù dalle scale a rotta di collo.
CHSSS! fece di nuovo una frusta.
I due operai uscirono dalla porta di casa con un balzo da primatisti olimpici. Schizzarono accanto al capocantiere, che cercò invano di fermarli, e poi scomparvero fuori dal giardino, senza mai smettere di urlare e senza guardarsi indietro.
La casa ripiombò nel silenzio, spezzato solo dal ronzio della radio.
Il capocantiere sospirò, guardando nella direzione in cui erano fuggiti i due operai.
– E anche loro sono andati – disse. – Ne ho già cambiati diciotto. Di tutte le nazioni e religioni. Ed è sempre la stessa storia: questa casa non si tocca.
Leo Miggins sembrava davvero impressionato. Will, al contrario, assunse un’espressione professionale e domandò al capocantiere: – Posso entrare un attimo? Forse si può trovare una soluzione…
Una decina di minuti più tardi, i due si erano congedati dalla vecchia casa coloniale e stavano passeggiando pigramente in riva al mare. Una leggera brezza increspava le onde lunghe sulla spiaggia, dove schiere di nuotatori si sbracciavano per rinfrescarsi. Lungo la passeggiata c’era un certo viavai: signorine in costume da bagno che si facevano trainare dai loro cani di razza e maniaci del footing tecnologico con minacciosi contapassi nero antracite che misuravano il loro battito cardiaco, i chilometri percorsi e le calorie bruciate.
Leo e Will si fermarono davanti a un chioschetto di cocomeri e ne acquistarono due grosse fette, che poi si misero a mangiare seduti su un muretto.
Dopo qualche minuto di silenzio, il proprietario del negozio di dischi non si trattenne più e domandò: – Si può sapere come hai fatto? Di punto in bianco quella casa infestata è diventata tranquilla come un laghetto di montagna!
Will sputò un paio di semini neri, poi disse: – Oh, niente di strano. Conosco bene la vecchia lite fra Hefkovvitz e i Levi-Moeller.
– Hefkovvitz non era il vecchio proprietario?
– E i Levi-Moeller sono gli operai che gli costruirono la casa. Erano entrambi clienti di mio zio Alvin – continuò Will. – Entrambi con un caratteraccio insopportabile, cocciuti fino all’inverosimile. Tutte le volte è la stessa storia.
– Mmm? – fece Leo, che non aveva mai capito con esattezza di che cosa si occupasse Will, anche se l’aveva portato in giro molte volte per i dintorni di New York a visitare case infestate.
– Quella villa è infestata sia dai Levi-Moeller sia dagli Hefkovvitz. Quando è occupata dagli Hefkovvitz, la casa sembra incantevole e qualcuno si convince a comprarla e a sistemarla. Poi però arrivano i Levi-Moeller, che cominciano a terrorizzare gli operai.
– E perché lo fanno?
– Sostengono che il signor Hefkovvitz non avrebbe corrisposto loro l’ultima tranche per il lavoro e quindi infestano la casa per farsi pagare quanto avevano pattuito. Hefkovvitz, però, dice che non ha saldato il conto perché il lavoro non era stato effettuato a regola d’arte.
Leo Miggins scoppiò a ridere. – Ma sono passati più di duecento anni, ormai sono morti!
– Lo sai come sono le liti familiari, no? – ribatté Will scrollando le spalle ossute. – In ogni caso, mio zio Alvin sostiene che in realtà siano d’accordo: fanno vendere la casa, mandano via i proprietari e poi ricominciano.
– Ma che cosa ci guadagnano?
– Loro niente, ma ci godono per quelli che perdono i soldi da questa parte! E a noi dell’Agenzia arriva qualche spicciolo ogni tant…
Il telefono cellulare di Will cominciò a suonare.
– È di nuovo Tupper! – esclamò il proprietario dell’Agenzia Fantasmi Willard Moogley, controllando il numero e infilando di nuovo il cellulare nei pantaloni.
– Non rispondi?
– Tanto è sempre la stessa storia: ogni volta che è in vacanza, Tupper trova qualcosa per cui preoccuparsi. E tra l’altro… –. Will lanciò uno sguardo infastidito al sole sopra la sua testa, poi si passò una mano sulla guancia sudaticcia. – Io comincio a sentire un po’ troppo caldo qui.
– Messaggio chiaro per il vecchio Leo! – dichiarò il venditore di dischi, gettando la sua buccia di cocomero. – In marcia verso la metropoli, o Willard Moogley rischia di compromettere il suo leggendario pallore!
La metropoli in questione era una spettrale Manhattan. Le strade erano deserte, con il caldo che saliva a vampate dall’asfalto. A stare troppo fermi sotto il sole si aveva l’impressione di sprofondare. Gli impianti di condizionamento che ronzavano alle finestre davano la sensazione di trovarsi dentro un gigantesco alveare.
Will si fece lasciare a una certa distanza da casa, per poter andare a fare la spesa. Individuò un 7-Eleven con i doppi vetri coperti di condensa e ci entrò, saccheggiando il reparto surgelati. Una volta fuori, si godette le lunghe ombre proiettate dalle facciate dei grattacieli e la sensazione di essere l’unico essere vivente della città.
Quando il telefonino squillò di nuovo, rispose.
– Ehilà, Tupper! – disse schiacciandosi la borsa dei surgelati contro la maglietta. – Come butta, al mare?
– Finalmente ti degni di rispondere! – borbottò invece il suo unico amico con un certo risentimento.
Tupper era di umore nero. L’occhialuto ragazzo odiava il mare e, come sempre quando era costretto ad andare in vacanza con i genitori, era incline alla tragedia.
– Sono cavoli amari, Will – disse infatti.
Will provò a spostare il discorso sulla nuova variante di Choco Smash nocciola e panna che aveva appena comprato.
– Cerca di essere serio per una volta – lo rimproverò Tupper.
– Serio? E da quando in qua?
– Tu non hai visto i conti! Ho controllato la contabilità dell’Agenzia e…
– Sulla spiaggia?
– Esatto – confermò Tupper, come se fosse una cosa normalissima. – Sincrotroni, è un vero disastro, credimi! – ululò. – I conti dell’Agenzia Fantasmi non sono semplicemente in rosso: sono in ultravioletto!
Will svoltò nella strada di casa. Guardò distrattamente le finestre del grattacielo dove abitava, con le tende e le veneziane tirate, e poi replicò serafico: – Non ci vedo niente di strano, Tupper. In fin dei conti siamo delle schiappe.
– Le schiappe sono dei geni della finanza in confronto a noi! – tuonò Tupper al telefono.
– Rilassati, amico, e goditi la vacanza. Qui in città è fantastico, senza newyorkesi!
– L’Agenzia rischia una crisi bella e buona… – continuò l’aiutante di Will.
– Come la fai grossa! Che crisi e crisi? I Moogley se la sono sempre cavata, anche nei periodi più neri. Non farti spaventare da qualche scartoffia piena di numeri!
– Ok, ma…
Will spalancò il portone del grattacielo. Notò con piacere che l’ascensore era stato riparato e lo chiamò.
– Ci vediamo, Tupper – disse al telefonino.
Quando le porte dell’ascensore si chiusero, fece ancora in tempo a sentire l’amico che esclamava: – La situazione è grave, ma per fortuna sto per tornare in città!

Will si risvegliò all’improvviso con un leggerissimo sussulto. Stava sognando di sguazzare in una piscina piena di crema al triplo cioccolato Choco Smash e gli ci vollero un paio di secondi per realizzare dove si trovava: era nel salotto di casa sua, nell’Upper East Side di Manhattan. Ed esattamente al centro della stanza, di fronte a lui, si stagliava l’inconfondibile figura di Tupper, che indossava una nuova, agghiacciante mag...
Indice dei contenuti
- Copertina
- Frontespizio
- Colophon
- 1. Un’estate newyorkese
- 2. Una linea in picchiata
- 3. Suppliche e sorprese
- 4. Lo squattrinato
- 5. Il nuovo che avanza
- 6. Il patto d’acciaio
- 7. Un viaggio davvero speciale
- 8. Lo scozzese
- 9. Un manager spettrale
- 10. Quel che resta del mostro
- 11. Chi lascia la strada vecchia
- 12. Un regalo eccezionale