"Questo libro è nato per caso, dopo tanti incontri con Amanda dei quali ho cercato di tenere un mio diario privato e personale, il più possibile preciso e dettagliato. Tutto nasce in me solo dalla voglia di conoscere meglio una ragazza americana dell'età di una delle mie figlie, che si trova a vivere la più drammatica esperienza della sua vita. Non mi interessava conoscere Amanda Knox, mi interessava conoscere Amanda. Credo in tanti mesi, in tanti incontri, di esserci riuscito." Il 13 dicembre 2009 una delegazione della Fondazione Italia USA guidata dal presidente Rocco Girlanda visita Amanda Knox nel carcere di Perugia dove è detenuta dopo la condanna in primo grado per la morte di Meredith Kercher. Il dialogo che scaturisce da quella visita ha un'enorme eco sui media italiani e americani, e successivamente in tutto il mondo. A quel primo incontro ne seguono molti altri, in cui Amanda esplora i diversi aspetti della sua esistenza: l'infanzia, la famiglia, le sue convinzioni, la spiritualità, i suoi desideri, le passioni culturali, la religione, racconta la sua detenzione, le sue prospettive, i suoi sogni. A nessun altro è stato possibile incontrarla in carcere così a lungo, e Amanda non ha mai accettato prima di parlare della sua vita, del suo passato, del suo futuro.

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9788856615623
«Io vengo con te.»
Senza voltarmi, le rispondo continuando a guardare fuori dal finestrino del taxi. «Ma come faccio a portarti con me? Lo sai che non è possibile.»
Attraversiamo il ponte che ci porta alla strada verso l’aeroporto JFK. Il taxi newyorkese sorpassa un paio di vetture e procede, veloce come i miei pensieri, con Amanda che mi chiede di nuovo di partire insieme.
«Il mio aereo va da un’altra parte, lo sai» le rispondo, sperando che comprenda.
Mi mette nella mano il suo iPod rosa, che suona incessantemente le canzoni dei Beatles. Esito. Lo guardo. E poi guardo lei.
«Questo te lo regalo» dice fissando lo sguardo nei miei occhi. «Posso farti un regalo io, oggi?»
Il suo viso si imbroncia, come fa sempre quando sta per piangere.
«Le faremo le nostre gite in bicicletta in Umbria, le nostre cene con il tartufo? Le faremo anche se ora non vengo con te?» mi chiede.
«Ma certo Amanda, perché non dovremmo farlo?»
«Non lo so. Ho paura, tanta paura...»
Sento troppa saliva nella mia bocca, cerco di deglutire per l’emozione. Mi spezza il cuore dover tornare in Europa, ma so che ci rivedremo presto.
Il dialogo con Amanda prosegue per qualche minuto, mentre attraversiamo alcune zone residenziali alla periferia di New York e lei si chiude nella sua felpa rosso scuro, come a cercare protezione.
Il dialogo prosegue, fino a quando mi sveglio nel mio letto, nella mia casa a Gubbio. E mi rendo conto che il tragitto nel taxi americano insieme ad Amanda era solo un sogno. Sono quasi le cinque del mattino, vorrei provare a dormire ancora. Ma, debbo essere onesto, sono emozionato e forse anche turbato. E non solo dal sogno, chissà perché ambientato a New York, chissà perché in un taxi. Ma anche dagli incontri e dai colloqui che sto avendo con lei.
Non è il primo sogno in cui mi appare Amanda. E non sarà l’ultimo.
Quando si forniscono le indicazioni e i suggerimenti agli scrittori, si dice sempre loro, perché un romanzo abbia successo, di parlare di sentimenti e di emozioni. Che siano emozioni allegre o tristi, conflittuali o superficiali.
Amanda ha ventidue anni quando la incontro la prima volta, la stessa età di una delle mie figlie. In questa esperienza, nei miei incontri in carcere con lei, di emozioni ne ho sentite così tante. Le ho avvertite in lei quando le parlavo, negli sguardi, nei silenzi, e le ho provate anch’io in prima persona, profondamente.
Non ero mai entrato in un carcere nella mia vita. Le ovvie aspettative sono quelle ereditate dai tanti film, spesso americani. Sono teso e nervoso.
La prima visita avviene pochissimi giorni dopo la sentenza di primo grado, la mattina di una domenica nuvolosa di metà dicembre, e inizia con il sordo rumore dei chiavistelli che tormentano avanti e indietro le imponenti serrature, aprendo e chiudendo rumorosamente le porte dietro di noi, a ogni nostro passaggio.
Prima di incontrarla voglio rendermi conto della struttura dove si trova, conoscerne l’ambiente.
Il penitenziario di Perugia è nuovo, è stato inaugurato nel luglio del 2005 e si trova nella zona di Capanne, a pochi chilometri dal capoluogo umbro. È una struttura molto curata ed efficiente, e ben diversa dalle immagini di degrado di alcuni penitenziari che siamo abituati a vedere.
Nell’area riservata alle donne ci sono poco più di una sessantina di detenute al momento delle mie prime visite, circa il quaranta per cento delle quali straniere, quasi sempre extracomunitarie.
Il reparto è dotato di celle appositamente attrezzate per ospitare recluse che hanno la necessità di tenere con loro i figli fino al compimento di tre anni di età. Mi intrattengo qualche minuto con due detenute straniere e i loro bambini. Hanno spazi a loro dedicati, compreso un piccolo asilo stracolmo di giocattoli.
Un bambino corre lungo il corridoio, in una mano un pupazzo di un supereroe giapponese, nell’altra un dinosauro di colore verde.
Mi spiegano che i piccoli possono rimanere con le loro mamme fino al compimento del terzo anno di età. Poi vengono inesorabilmente separati. Vorrei fermare il tempo. Il pensiero corre subito al mio bambino che vuole la sua mamma.
Visito poi la lavanderia e le cucine per la preparazione dei pasti, qualche battuta con le cuoche. Anche il cortile per la cosiddetta ora d’aria è separato da quello delle altre detenute, proprio per tutelare le esigenze e la sicurezza dei bambini.
Al piano superiore si trovano le celle per le altre detenute, di circa dodici metri quadrati. Quelle più grandi ospitano anche quattro o cinque letti e arrivano a ventisei metri quadri. Ogni cella è dotata di un bagno privato, con wc, lavandino, doccia e bidet. Le detenute hanno a disposizione anche un pulsante che attiva un allarme visivo e sonoro per il personale della Polizia Penitenziaria.
L’area è dotata di un’infermeria, di una sala giochi con biliardino e ping-pong, e una biblioteca. Nel blocco anche una piccola cappella per la messa e le preghiere. Attraverso le sbarre delle porte vedo l’altare e il crocifisso: guardo Gesù attraverso le sbarre e subito mi vengono in mente tante domande. Mi accorgo di essere rimasto indietro rispetto al gruppo.
Il carcere occupa complessivamente una superficie di circa quarantadue ettari, una ventina dei quali destinati agli immobili, mentre il resto sono aree verdi. Disponibili anche celle per disabili, appositamente attrezzate senza barriere architettoniche.
La palestra multifunzionale per i detenuti è stata inoltre allestita in maniera tale da poter diventare un teatro con duecentocinquanta posti.
Prima di avviarmi al secondo piano, lungo le scale, nell’attesa di aprire le porte blindate, faccio i miei complimenti alla direttrice della struttura, Bernardina Di Mario, una splendida ed elegante signora, molto diversa dall’immagine rude del direttore che mi aspettavo.
Spiego alla direttrice che ho ritenuto opportuno visitare la struttura e incontrare Amanda Knox per verificare la sua condizione di detenuta, alla luce della fortissima eco che questo caso ha avuto negli Stati Uniti, tanto da interessare pochi giorni prima della mia visita al carcere di Perugia perfino le istituzioni americane e il segretario di Stato Hillary Clinton.
Anche come presidente della Fondazione Italia USA, un’istituzione indipendente e bipartisan che ha come unico scopo quello di promuovere l’amicizia tra Italia e Stati Uniti d’America, ho ritenuto necessario questo incontro per quelle che sono le ricadute che questo drammatico caso di cronaca sta avendo tra i nostri due paesi, da sempre legati da un indissolubile vincolo di amicizia testimoniato dalla storia, un legame che non sarà certo leso o compromesso dall’esito di un processo.
Ho considerato infatti fortemente fuori luogo l’inserimento dell’antiamericanismo, come richiamato ad esempio dalla senatrice americana Maria Cantwell dopo la sentenza, in una vicenda come questa.
Mi accompagna il direttore esecutivo della Fondazione Italia USA, Catia Polidori, che è anche una mia collega parlamentare. Con Catia, amica di sempre, umbra come me, abbiamo condiviso tante esperienze umane e professionali. Entusiasta dell’America, dove ha studiato alla Harvard University di Boston, non poteva mancare nello staff della Fondazione.
La prima visita ad Amanda, così come le successive, nasce ovviamente al di là di qualsiasi considerazione sullo svolgimento e sugli esiti del processo, temi questi che competono unicamente alla magistratura giudicante del nostro paese e che non possono e non debbono in alcun modo rientrare nei colloqui con i detenuti, come del resto ben precisato anche dalla normativa italiana.
A garanzia di ciò e del rispetto dei regolamenti, agli incontri è presente in permanenza il comandante degli agenti penitenziari, il commissario Fulvio Brillo. Un uomo che ho imparato a conoscere e apprezzare, di grandi qualità e preparazione, capace di unire il doveroso rigore professionale a una immancabile componente di umanità.
Ho con me alcuni libri in inglese, non sono certo che si possano consegnare ma ho provato a portarli, pensando di fare una cosa gradita ad Amanda. E ho fatto la cosa giusta, perché a ogni incontro le porterò una decina di volumi, scoprendo nei suoi occhi il piacere di riceverli, e di poterli poi magari commentare insieme.
Consegno alle agenti carcerarie, per i controlli di rito, Il canto della missione di John Le Carré, Il mandolino del capitano Corelli di Louis de Bernières, Il paziente inglese di Michael Ondaatje, Italiani di Tim Parks, e un libro di preghiere del Pontifical North American College of Rome, oltre all’edizione inglese del recente saggio storico di papa Benedetto XVI Gesù di Nazaret, che ho acquistato in Vaticano.
Nella cella di Amanda è tutto molto pulito e ordinato, qualche scatola di plastica su un tavolino, la televisione è spenta e non ci sono giornali. «Non li leggo e non guardo la tv. Ho il mio mondo. Sono trattata bene, anche se devo accettare cose che non mi sembrano giuste.»
In Italia nei penitenziari i detenuti non hanno una divisa e indossano i loro abiti, a differenza degli Stati Uniti. Quando la incontro la prima volta lei ha un maglione grigio-bianco a collo alto e pantaloni neri, capelli raccolti a coda di cavallo. Amanda mi sembra tranquilla, parliamo guardandoci a lungo negli occhi.
«Quando tutto sarà finito voglio andare dalla mia famiglia che mi manca tanto, ma poi voglio tornare in Italia, perché qui sono stata bene» è quello che mi dice in piedi, vicino al letto, dopo averle chiesto se tornerebbe in Italia una volta libera.
Le racconto la storia vera di un mio ex compagno di scuola, accusato anni or sono di aver ucciso una ragazza, arrestato e condannato in primo grado proprio a Perugia, ma poi assolto e completamente scagionato in appello.
Amanda mi segue con interesse nel racconto e mi sembra, dal suo sguardo, che abbia colto un po’ di speranza dalle mie parole. Parliamo ancora qualche minuto.
«Mi mancano le conversazioni stimolanti» mi dice.
Ci salutiamo con un lungo sorriso. Nessuno dei due sa che ci saremmo rivisti molte altre volte, e che avremmo parlato ancora, riuscendo ad accantonare entrambi qualsiasi riferimento alla brutta vicenda per la quale Amanda si trova qui.
All’uscita, non appena rientro in possesso del telefonino, iniziano subito le chiamate dei giornalisti che mi chiedono della visita ad Amanda. Con Catia rilasciamo un’intervista ad Associated Press. Poi mi avvio alla macchina per tornare a casa.
Alla Fondazione Italia USA giungeranno oltre un migliaio di e-mail dagli Stati Uniti in meno di quarantotto ore, circa il novantacinque per cento contenenti parole di sostegno per Amanda e di ringraziamento nei nostri confronti per aver voluto verificare le sue condizioni.
Per un’intera settimana le televisioni, i quotidiani e i blog americani parleranno di questa visita, facendomi scoprire, come mai avrei immaginato, l’incredibile attenzione degli americani e dell’America verso questa vicenda.
Facendomi capire, anche come presidente di una Fondazione che ha come missione l’amicizia tra i nostri paesi, che il mio impegno per Amanda era appena cominciato.
Ho imparato a conoscerla, nel tempo. Anche se di alcuni argomenti abbiamo scelto di non parlare. Anche se ho deciso di non approfondire certi aspetti intimi e personali che appartengono solo alla sua privacy.
Ho imparato a conoscerla anche attraverso un breve racconto, dal titolo Ordine casuale. Il primo racconto scritto da Amanda in carcere. Il primo passo verso quella vita da scrittore creativo che lei ha immaginato per sé sin da prima di arrivare in Italia.
Questo suo racconto lo offrirà in dono a noi dopo tanti mesi di incontri, insieme alle poesie che si trovano all’inizio e alla fine di questo libro. Lo riportiamo qui, tradotto dall’inglese.
Mi piacerebbe poter condividere i miei occhi con tutti – questo spiega la grande e costosa macchina fotografica digitale che porto appesa al collo. La cosa migliore sarebbe indossare un paio di occhiali con videocamera incorporata, così da poter registrare in tempo reale tutto quello che vedo. Ma avrei due obiezioni in proposito. La prima è che mi piace che quello che vedo crei una sorta di relazione unica e speciale fra me e il resto del mondo. La seconda è che penso che nel mio caso un filmato sarebbe meno incisivo di una fotografia. Accade qualcosa quando punti la macchina fotografica, metti a fuoco e catturi un solo istante, come se fosse l’unico. L’immagine si trasforma in qualcosa di universalmente comprensibile, estrapolato da tutto il resto e perso per sempre. Non ho mai provato a girare dei filmati, penso che occorra una mentalità diversa dalla mia. Io non percepisco le mie esperienze come un flusso di immagini che scorrono in tempo reale, ma come una sequenza di scatti singoli. Legare le mie esperienze allo scorrere del tempo mi sembra un meccanismo artificiale, un significato sovrapposto alle immagini, invece che intrinseco. In altre parole, tutte le mie esperienze potrebbero venire riorganizzate anche in un ordine diverso. E questo significherebbe che anche io sarei una persona diversa, perché la persona, come il significato, è connaturata nella sequenza e non solo nelle esperienze stesse. Provo costantemente la sensazione che potrei facilmente essere qualcun altro, basterebbe gettare in aria tutte le fotografie che ho scattato e riordinarle a caso. Potrei essere una persona diversa. Invece no. Sono io.
Un pulcino...
Fremito di farfalle –
Macchie congelate –
Ninnoli racchiusi in batuffoli di cotone –
Aria tenera –
Il naso di un pupazzo di neve –
Una guancia vellutata –
Le vertigini –
Evanescenza –
Nudità –
Non appena entro nel locale colorato di arancione e verde lime per ricordarci che siamo giovani, sento la musica che proviene dal pianoforte. Tutta la stanza ne sembra piena e un brivido mi corre su e giù lungo la schiena, come se mi trovassi all’improvviso circondata dall’acqua. Provo il desiderio di scattare una fotografia di tutta la sala, come lo scatto panoramico a 360 gradi sotto l’oceano che non ho mai fatto, ma che prima o poi farò. Invece mi avvicino al piano e comincio a fotografarlo. È un bellissimo pianoforte a coda piazzato al centro di una stanza verde e arancione, come una perla nera su un letto di muschio al neon. Nero e lucido, assomiglia a una pozza d’acqua scurita dalle tenebre. Uno studente della mia età seduto al pianoforte lo costringe a suonare. Ha le mani più belle che io abbia mai visto: grandi e bianche, con dita lunghe ed eleganti che assomigliano a raggi di sole. Sembrano dotate di volontà propria, perché il resto del suo corpo ondeggia come se lui fosse in trance, o immerso sott’...
Indice dei contenuti
- Copertina
- Frontespizio
- Colophon
- Dedica
- Nota dell’autore
- Capitolo 1
- Capitolo 2
- Capitolo 3
- Capitolo 4
- Capitolo 5
- Capitolo 6
- Capitolo 7
- Capitolo 8
- Capitolo 9