Lunedì 5 aprile, 9.00
OSSERVAI I GIURATI CHE SFILAVANO ai loro posti. Mi concentrai sui loro occhi: volevo vedere come guardavano l’accusato. Da uno sguardo furtivo o da un’espressione critica si possono capire molte cose.
La selezione della giuria era andata come da programma. In un giorno avevamo esaminato il primo gruppo di novanta possibili giurati. Ne erano rimasti soltanto undici, dal momento che la maggior parte era stata eliminata perché conosceva il caso attraverso i media. La scelta del secondo gruppo era stata quasi altrettanto difficile e avevamo ottenuto i diciotto giurati finali solo alle cinque e quaranta di venerdì pomeriggio.
Con lo schema della potenziale giuria davanti agli occhi, passavo dal viso al nome annotato sui post-it, cercando di imprimerli nella memoria. Ricordavo già quasi tutti i nomi, ma volevo che per me diventassero più che familiari. Volevo essere in grado di rapportarmi con loro come fossero amici, vicini di casa.
Alle nove precise il giudice era al suo posto, pronta a partire. Per prima cosa domandò agli avvocati se ci fosse qualche novità o qualcosa in sospeso. Rassicurata, si rivolse ai giurati.
«Benissimo, ci siamo tutti» disse. «Voglio ringraziare i giurati e le altre parti in causa per la puntualità. Gli avvocati apriranno il processo con le dichiarazioni preliminari. Non vanno ritenute prove ma solo…»
Il giudice si interruppe; lo sguardo era fisso sull’ultima fila di giurati. Una donna aveva timidamente alzato la mano. Breitman controllò il nome sulla scheda e le domandò: «Signorina Tucci, deve chiedere qualcosa?».
Controllai anch’io il suo profilo. Numero dieci, Carla Tucci. Non avevo ancora memorizzato quel nome. Una donna castana, di East Hollywood. Aveva trentadue anni, nubile, centralinista in un ambulatorio medico. Secondo il mio codice-colore l’avevo evidenziata sulla scheda come soggetto influenzabile da personalità più marcate. Non che fosse negativo. Dipendeva da che parte stessero le personalità.
«Temo di aver visto qualcosa che non dovevo vedere» disse con voce spaventata.
Il giudice Breitman chinò il capo per un attimo, contrariata, e capii il perché: non riusciva a liberare le ruote dal fango. La macchina del processo si era inceppata ancor prima delle dichiarazioni preliminari.
«D’accordo, vediamo di occuparcene in fretta. La giuria rimanga al suo posto. La signorina Tucci, gli avvocati e io ci ritireremo brevemente per scoprire qual è il problema.»
Controllai lo schema mentre ci alzavamo. I sostituti erano sei. Ne avevo individuati tre come favorevoli all’accusa, due incerti e uno che stava con la difesa. Il sostituto si sarebbe scelto a caso se Tucci fosse stata espulsa. Il che significava che c’era un’ottima probabilità di vederla sostituita da un giurato parziale in favore del pubblico ministero e solo un’eventualità su sei che si trattasse di giurato favorevole alla difesa. Seguii gli altri benedicendo l’occasione fortunata e decisi di fare il possibile per escludere Tucci dal recinto.
Quando fummo nello studio, il giudice non si sedette neppure alla scrivania. Forse pensava che non avremmo perso molto tempo. Rimanemmo tutti in piedi al centro della stanza, a parte la stenografa che si sedette su una poltroncina.
«Bene, che sia messo agli atti» disse il giudice. «Signorina Tucci, ci dica per favore cos’ha visto e cosa la preoccupa.»
La giurata abbassò lo sguardo.
«Stamattina, in metropolitana, un uomo di fronte a me leggeva il giornale. Lo teneva sollevato e vedevo la prima pagina. Non avevo intenzione di guardare, ma ho visto una foto dell’imputato e ho letto il titolo.»
Il giudice annuì.
«Sta parlando di Jason Jessup, vero?»
«Sì.»
«Di quale giornale si trattava?»
«Credo fosse il “Times”»
«Che cosa diceva il titolo, signorina Tucci?»
«“Nuovo processo, vecchie prove per Jessup.”»
Non avevo ancora preso in mano il «Los Angeles Times» quel giorno, ma avevo letto l’articolo on line. Citava una fonte anonima vicina al pubblico ministero e diceva che il caso contro Jason Jessup si sarebbe basato su prove risalenti al primo processo e soprattutto all’identificazione fornita dalla sorella della vittima. La firma era di Kate Salters.
«Ha letto l’articolo, signorina Tucci?» domandò Breitman.
«No, giudice, l’ho solo guardato per un attimo e appena ho visto la foto mi sono voltata. Lei ci ha detto di non leggere niente che riguardi il caso. Solo che mi è apparso davanti.»
Il giudice annuì, pensosa.
«Bene, signorina Tucci, può uscire un momento in corridoio?»
La giurata uscì e il giudice le chiuse la porta alle spalle.
«Il titolo lascia intendere il contenuto, non è così?» disse.
Guardò prima Royce e poi me come a capire se uno di noi intendesse fare o suggerire qualcosa. Royce non aprì bocca. Sospettai che avesse giudicato il giurato dieci in modo identico al mio. Però forse non aveva preso in considerazione le tendenze dei sostituti.
«Penso che il danno sia stato fatto, giudice» risposi io. «La giurata sa che c’è stato un altro processo. È noto a chiunque abbia una minima conoscenza del sistema giuridico che non si può riportare in aula chi è già stato riconosciuto innocente. Quindi ha capito che Jessup aveva subito una condanna. Penso che sia giusto che se ne vada, perché questo potrebbe risultare un’evenienza favorevole nei confronti dell’accusa.»
Breitman annuì.
«Signor Royce?»
«Concordo con la valutazione del signor Haller, ma non credo nel suo desiderio di giustizia. Lui vuole quella donna fuori dalla giuria semplicemente per piazzarci uno dei sostituti che sa essere dalla sua parte.»
Sorrisi scuotendo la testa.
«Non meriti replica. Mi sta bene se ti opponi a mandarla via.»
«Ma la scelta non spetta alla difesa» disse il giudice.
Aprì la porta e invitò la giurata a rientrare.
«Signorina Tucci, grazie per la correttezza. Può raccogliere le sue cose, lei è esonerata. Vada a riferirlo all’assemblea dei giurati.»
Tucci esitò.
«Significa…?»
«Sì, mi dispiace ma è congedata. Quel titolo di testa le dà informazioni sul caso che non dovrebbe avere. È pregiudizievole che lei sappia che il signor Jessup è già stato processato per questi crimini. Non posso farla restare in giuria. Ora può andare.»
«Mi dispiace, giudice.»
«Sì, anche a me.»
Tucci uscì a testa bassa come se fosse stata accusata di qualcosa. Il giudice ci guardò appena la porta si chiuse.
«Se non altro questo farà pervenire al resto della giuria il giusto messaggio. Non abbiamo neppure cominciato e già siamo scesi a cinque giurati. Almeno ora sappiamo quale potrebbe essere l’impatto dei media sul processo. Non ho ancora letto quell’articolo ma lo farò. E se ci troverò citato il nome di qualcuno che si trova in questa stanza ne sarò molto contrariata. Per chi mi delude non mancano in genere le conseguenze.»
«Giudice» intervenne Royce. «L’articolo l’ho letto stamani e nessuno dei presenti era citato per nome, benché l’informazione sia in effetti attribuita a una fonte vicina alla pubblica accusa. Pensavo di farglielo notare.»
Scossi la testa.
«Questo è il tranello della difesa più vecchio del mondo. Mettersi d’accordo con un giornale per non apparire. Una fonte vicina all’accusa? Sta dall’altra parte del corridoio, a poco più di un metro da me. Forse sufficientemente vicina per la cronista.»
«Vostro onore!» sbottò Royce. «Io non ho niente a che…»
«Stiamo ritardando il processo» tagliò corto Breitman. «Torniamo in aula.»
Mentre rientravamo, vidi in seconda fila Salters, la giornalista. Distolsi subito lo sguardo da lei, sperando che nessuno avesse notato il nostro rapido scambio di occhiate. La fonte dell’articolo ero io. Volevo che la difesa si sentisse rassicurata in modo illusorio. Non mi sarei certo aspettato di modificare la struttura della giuria con quella mossa.
Giunta alla sua postazione, Breitman scrisse qualcosa su un blocco, quindi si rivolse ai giurati, diffidandoli di nuovo dal leggere giornali o dal guardare i notiziari. Poi si rivolse all’assistente.
«Audrey, la ciotola delle caramelle, per favore.»
La donna prese la ciotola da un mobiletto di fronte alla sua scrivania, fece scivolare i dolci dentro un cassetto e portò al giudice il contenitore vuoto. Breitman strappò una pagina dal blocco e preparò sei foglietti su cui scrisse qualcosa.
«Sui bigliet...