"Quello che voglio davvero per Natale è il famoso branzino canterino Big Mouth Billy Bass o, in alternativa, Travis La Trota. Più me ne regalate meglio è, specialmente ora che li svendono a novantanove centesimi l'uno. Potrei appenderli tutti vicini sul muro, proprio come un banco di pesci veri in un lago. Regalatemi un cappello stravagante, qualcosa che non avete mai visto indossare da nessun altro, ma che quando ve lo trovate davanti non potete fare a meno di esclamare "questo è proprio per Laurie!". Se potrebbe stare addosso al buon vecchio Capitan Findus o a un magnaccia, allora è perfetto anche per me. Se vi accorgete che il mio nome è svanito dal vostro elenco dei regali da comprare, non temete, non arrabbiatevi con voi stessi; va bene anche quello che avete già in casa, preferibilmente usato. E in ultimo, sono sempre graditi gli omaggi che vi hanno fatto quando avete comprato qualcosa! Dopotutto, se vi danno un regalo per un acquisto che avete fatto, perché pagare ancora per comprare un regalo a me? E adesso non vedo l'ora che arrivi Natale, perché sono sicura che comprerete, ordinerete o riesumerete dal vostro umido e ammuffito ripostiglio tutto quello che ho scritto sul mio elenco dei regali. E i miei sogni diventeranno realtà."

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Le feste delle amiche speciali
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9788856617962
La padrona di casa
meno divertente del mondo
Non c’era alcun dubbio. Dovevo compiere una scelta e non sarebbe stato facile.
Non avevo idea che la serata per me si sarebbe conclusa così, impegnata in una feroce battaglia che ero quasi certa di perdere. Dopotutto era stata solo una festa di Natale, un momento tranquillo che io e mio marito avevamo organizzato per gli amici. Sette ore prima non avevo idea che avrei dovuto usare la magia, le lusinghe e le massime forme di inganno per riuscire ad andare a dormire.
Sette ore prima, mentre aspettavamo che i nostri ospiti arrivassero, era sembrato tutto così innocente. Io avevo sistemato gli ultimi intingoli sul tavolo mentre mio marito dava l’ultima rassettata al salotto.
«Ehi!» mi aveva chiamato tutto eccitato. «Pensi che se appoggiassi sul tavolino la nuova biografia di Emily Dickinson, la cosa aiuterebbe ad animare un po’ la conversazione?»
«Assolutamente» avevo replicato, spostando le patatine un po’ più vicino alle tortilla chips. «Non ho alcun dubbio che mentre tornerà a casa in macchina, la maggior parte dei nostri ospiti discuterà se sono consapevole di aver sposato un gay.»
«Lascio Walt Whitman nel mio studio» aveva sbuffato lui. «E comunque mi sorprenderebbe se si facesse vedere qualcuno, visto che sei la padrona di casa meno divertente del mondo e tutti lo sanno. Quest’anno a che ora dovrei annunciare che la festa è finita perché sono intervenute le autorità?»
«Taci! Non è giusto» strillai. «Questa è un’accusa ingiusta e tu lo sai bene! Non è stata colpa mia!»
«Certo, tu non c’entri niente» concordò mio marito annuendo. «A parte per il fatto che sei stata tu a sollevare la cornetta e a chiamare il 911 per far venire la polizia. Ci hai fatti costituire tutti!»
Sfortunatamente, nei ricordi che mio marito aveva di quell’infelice festa natalizia mancava qualche dettaglio di vitale importanza.
Prima che cominciassimo a uscire insieme, avevamo lavorato entrambi per un distributore musicale, proprio come la maggior parte dei nostri amici musicisti che non riuscivano ad assicurarsi un impiego redditizio altrove. Nel bel mezzo della festa di Natale dell’ufficio (che era stata organizzata a casa del titolare della società), mentre tutti si divertivano, io ero stata convocata in bagno da una collega per una misteriosa "emergenza".
Quando avevo aperto la porta del bagno ci avevo trovato dentro Steve, un altro collega/batterista, che seduto vicino al lavandino sudava copiosamente e borbottava parole incoerenti. Non sapevo perché fossi stata convocata io invece di qualcun altro, e così immaginai che dipendesse dal fatto che ero una delle poche ragazze presenti e che facevo la centralinista; inoltre, tutti sanno che le ragazze sono più in gamba, oltre a saper reagire con più intraprendenza in caso di necessità.
Ripensandoci, forse non eravamo davvero nel bel mezzo della festa, perché sfortunatamente alla festa rimanevano ancora solo tre minuti e mezzo di vita.
Nel bagno, gli occhi di Steve roteavano nelle orbite e a un certo punto erano diventati completamente bianchi, da zombie, una cosa allarmante (e che onestamente gli donava ben poco). Gli avevo chiesto cos’aveva, ma invece di rispondermi lui aveva barcollato verso di me e poi era caduto sul pavimento. Mentre si allungava nella mia direzione avevo notato che tremava e avevo cominciato a preoccuparmi. Le sue labbra si muovevano come se stesse cercando di dirmi qualcosa, ma senza emettere alcun suono. "O Dio" avevo pensato. "Gli sta venendo un colpo. Un colpo! Gli sta venendo un colpo" e l’unica cosa che so che bisogna fare in questi casi e bloccargli la lingua per evitare che se la morda e muoia dissanguato o si soffochi con la sua stessa saliva o qualcosa del genere. E io non volevo farlo. Voglio dire, era un ragazzo carino, mi piaceva e ci divertivamo spesso a bere qualcosa insieme al bar, ma quanto ne sappiamo sull’igiene orale dei nostri colleghi? "Oh Signore," avevo pensato "è una vera sfortuna che non ti trovi fra i rottami di un violento incidente automobilistico: non avrei problemi a tirarti fuori da lì, perché non dovrei preoccuparmi di quello che hai in bocca o di quanto potrebbe sembrarmi viscido, come se toccassi un enorme lumacone caldo." E se la mia mano fosse tornata indietro impiastrata di qualche sostanza appiccicosa, sarebbe stata la cosa più schifosa del mondo, dalla quale avrei potuto non riprendermi più. Sono solo onesta. Non si può più tornare a essere quelli di prima quando una parte del tuo corpo torna indietro marchiata con i residui della Grotta della Placca. Non avrei toccato mai nemmeno la mia stessa lingua, figurarsi quella di Steve-Mi viene un colpo, ma sapevo che se lo avessi lasciato morire davanti al bagno del mio capo sarebbe stato anche peggio. Così mi ero preparata all’affondo, avevo piegato le dita in posizione tenaglia, nel caso la sua lingua si stesse dibattendo di qua e di là come un’anguilla in una tinozza semivuota, e poi mi era venuta l’illuminazione.
«Hai preso qualche pillola?» gli avevo chiesto. «Perché se è così, faresti meglio a dirmelo adesso!»
Ora, questa avrebbe potuto sembrare una domanda strana e arrogante da rivolgere a qualcuno durante una festa del proprio ufficio, ma nell’ufficio in cui lavoravo io non lo era per niente. Da noi, infatti, non solo non veniva praticato alcun test antidroga, ma ci si scherzava addirittura sopra, in particolare il nostro capo, che era cintura nera di Xanax e Valium. Anzi, poco prima di venire convocata in bagno, mi trovavo fuori sul terrazzo con il mio amico Dave che aveva vomitato e poi si era infuriato perché aveva appena mandato giù due Darvocet che di sicuro non avevano fatto in tempo a entrare in circolo. Ed eravamo rimasti tutti impressionati quando aveva scoperto di aver ragione; dopo un’accurata indagine "manuale", aveva trovato le pillole che, a differenza di Giona, dopo una puntatina sotto il getto del rubinetto, erano tornate dritte dritte in bocca.
In bagno, però, da come annuiva scompostamente per rispondere alla mia domanda, era chiaro che Steve non era un drogato esperto come Dave.
«Quante?» gli avevo chiesto scuotendolo con forza. «Quante ne hai prese?»
E a quel punto il batterista aveva fatto frullare le palpebre e aveva perso conoscenza.
«Be’, grazie a Dio» avevo detto, esalando un enorme sospiro di sollievo mentre lo adagiavo di nuovo sul pavimento. «Si è solo bombato!»
Alle mie spalle era risuonato tutto un rumoreggiare di «Steve si è bombato, amico», «Fratello, Steve si è appena bombato!» e «Steve si è appena bombato nel cesso del capo!», così mi ero voltata e avevo trovato sei o sette ragazzi – incluso il mio futuro marito – in piedi sulla porta del bagno, tutti impegnati a non fare assolutamente niente. Be’, questo non è vero: la maggior parte di loro, e non dirò chi, era impegnata a frugarsi nelle tasche nel caso Steve non fosse bravo solo come batterista ma anche come borseggiatore.
Poi, all’improvviso i ragazzi erano filati via ed era apparso il mio capo, che aveva indicato Steve con un cenno della testa.
«Che cosa ne pensi?» mi aveva chiesto ironico.
Sai, avrei voluto dirgli, se avessi una qualche abilità appetibile, figurarsi la capacità di giudizio di un paramedico, non me ne starei qui a rispondere al tuo telefono, a fare le tue fotocopie e a pulire un anno di sterco ittico dai tuoi stupidi settecento litri di acquario, e a proposito, la prossima volta che me lo farai fare quando sono vestita di velluto mi farò venire i conati di vomito e fingerò di avere le vertigini e di svenire. E non trascinerei otto chili di posta fino alla cassetta in fondo alla strada quando fuori ci sono cinquanta gradi, mentre tu mi passi di fianco nella tua Mercedes coupé con l’aria condizionata. E non avrei quasi infilato la mano nella bocca di Steve Bombato. Avrei un lavoro in cui si indossa il reggiseno e che offre davvero un’assicurazione sanitaria. Cosa che in questo momento sarebbe molto utile ad almeno uno dei tuoi dipendenti.
Invece avevo scrollato le spalle. «Non so. Ha detto che ha preso delle pillole.»
Il mio capo si era quasi messo a ridere. «Se svenissero tutti quelli che hanno buttato già una pillola, qui dentro sembrerebbe di stare a Jonestown1.»
Avevo scrollato di nuovo le spalle e avevo detto: «Meglio prevenire che curare».
Ecco cos’avevo detto.
E basta.
Non lo avevo composto io il numero. Non lo avevo nemmeno toccato, il telefono. Ma nel giro di qualche secondo erano arrivati i paramedici e la festa era finita. Non appena i miei colleghi avevano saputo che stava arrivando qualcuno in grado di vedere le loro pupille dilatate a un chilometro di distanza, avevano raccattato tutto il cibo e la birra rimasti e se l’erano data a gambe come se fosse girata la voce che la mamma e il papà stavano tornando a casa.
Ed era tutta colpa mia.
Steve, ovviamente, era sopravissuto, anche se non tanto per merito di una lavanda gastrica quanto per il fatto che non aveva mai preso un solo barbiturico; dalle voci che erano girate in seguito avevo stabilito che aveva tentato di farsi coraggio con l’alcol per cercare, miseramente, di provarci con me. A quanto pare, quando non avevo reagito con la dovuta lussuria davanti alle sue iridi verdognole e al suo corpo sudaticcio, lui era già sdraiato sul pavimento e la commedia si era già spinta troppo oltre. Poiché il suo piano era andato miseramente in fumo, immagino che avesse pensato di non aver altra alternativa se non andare fino in fondo, sfarfallando con le ciglia, fingendo di svenire e lasciando la festa in ambulanza. E anche se era stato lui a simulare un sonnellino, che io avevo erroneamente scambiato per un’overdose, alla fine la colpa era stata tutta mia. Ero stata io, non Steve, a venire bollata come l’"invitata meno divertente della festa", e sul muro del bagno dell’ufficio qualcuno dotato di scarso talento artistico (sospettato principale: Steve) mi aveva perfino disegnata come una specie di supereroina chiamata Lady 911 capace di rovinare una festa con il minimo preavviso.
«Hai l’aria stanca» diceva Lady 911 a un ragazzo con le palpebre cascanti, tamburellando con il piede. «Così ho chiamato la polizia! Bisogna portarti al Pronto Soccorso!»
«La festa è finita!» esclamava Lady 911 in un altro disegno, pronta a colpire con un defibrillatore i viziosi dall’espressione stupita che si stavano tracannando un barile di birra da un beerbong2. «Penso che lui abbia appena buttato giù una pastiglia di Tylenol!»
E da allora mi portavo ancora quel marchio addosso, anche dopo tanti anni, in casa mia, con mio marito, alla mia festa di Natale.
«È tempo che tu ti informi meglio, signorino!» dissi ora, agitando un dito sotto al naso del mio ex collega, che sarebbe stato contento di lasciar morire Steve anche se alla festa c’erano state persone più vicine alla morte di lui. «Stavo solo cercando di salvare la vita a qualcuno dando un’opinione! Che cosa ti aspettavi che facessi?»
«Voleva solo che gli cacciassi qualcosa in gola» sbottò mio marito. «Anche se non penso che avrebbe mai immaginato che non sarebbe stata la tua lingua ma il tuo dito.»
«Non ho rovinato io quella festa» insistetti. «E se provi a dirlo questa sera, tirerò fuori la scorta nascosta di tartufi di Costco.»
Non era una minaccia a vuoto: ogni anno, per la nostra serata natalizia compro una scatola di strepitosi tartufi da Costco, tanto vellutati e deliziosi quanto difficili da trovare. Questa volta ero dovuta entrare in tre Costco diversi prima di aggiudicarmene una scatola, e che fossi dannata se non ne avrei messa da parte una piccola scorta per noi. Sono sempre il momento clou della festa e sapevo che se non avessi preso le dovute precauzioni, nascondendone un paio, saremmo rimasti completamente a bocca asciutta.
E non avevo torto.
Non appena i primi ospiti cominciarono ad arrivare e a migrare verso il tavolo del cibo, le bocche si spalancarono e le dita iniziarono a buttarci dentro tartufi. Il che valeva soprattutto per un amico di mio marito, Reinhold, che si era presentato tutto avviluppato in una grande sciarpa di lana nonostante ci fossero ventuno gradi, quando, in tutta onestà, non avrei nemmeno voluto che venisse. Lo avevo sempre trovato irritante, quel genere di persona di scarso talento che però si comporta come se fosse un dio sceso dall’Olimpo. Anche se per la verità di talenti ne possedeva davvero; talenti che, pur essendone lui del tutto inconsapevole, crescevano rigogliosi come se fossero stati attaccati a una flebo di fertilizzante liquido. E includevano la sua straordinaria capacità di chiamare proprio quando stavamo per sederci a una cena importante e farneticare per un’ora su una poesia che aveva appena scritto o sulla nuova forma che voleva dare ai suoi peli facciali; la sua propensione a parlare per un tempo illimitato senza aspettarsi risposte; e la sua abilità, nonostante fosse già un uomo adulto, di sbronzarsi con una sola birra come una liceale prima che la pubertà bussi alla porta. La mia Nana reggeva l’alcol meglio di Reinhold, ma quando Reinhold era ubriaco, Reinhold aveva sempre ragione, cosa che, per quanto impossibile, lo rendeva ancora più insopportabile di quando era sobrio, perché quando aveva della benzina in corpo la sua capacità di resistenza diventava pari a quella dell’Uomo da sei milioni di dollari.
Ora, disprezzare Reinhold come lo disprezzavo io era una faccenda complicata, perché a mio marito, che è il bravo ragazzo che è nonostante una volta a una festa di Natale dell’ufficio avrebbe preferito di gran lunga continuare a scolarsi birre gratis piuttosto che salvare la vita di un collega, Reinhold piaceva. E siccome Reinhold era sempre assolutamente gentile con me, ogni discussione sulla possibilità di non invitarlo era futile e vana.
Così non dissi niente. Non dissi niente quando Reinhold, dopo tre sorsi di birra, perse gran parte della coordinazione occhio-mano e si tuffò nei tartufi di cioccolato con uno strillo normalmente riservato alle ragazze che sono state appena nominate reginette della scuola. Come un infante dalla mano molliccia che cerca di mangiare da solo, fece cadere sulla mia tovaglia di lino nuova di zecca due tartufi, i quali rotolando uno dietro l’altro lasciarono una serie di tracce che non sfuggirono a commentini vari sulla loro somiglianza con un tipo più privato di tracce simili. Mangiò così tanti tartufi che lo spazio che aveva fra i denti gli si riempì di quella che sembrava carne marcia e che gli conferì un istantaneo sorriso da consumatore compulsivo di metamfetamina. Ingurgitò quei tartufi ancora prima che la maggior parte dei nostri amici arrivasse, e prima che me ne rendessi conto le uniche prove che ci fossero mai stati davvero dei tartufi furono le tracce di finta cacca e il cioccolato che stava vigorosamente corrodendo lo smalto dei denti di Reinhold.
Per fortuna a quel punto si ritirò in giardino, dove si erano radunati gli amici di mio marito, che avevano acceso qualche ciocco di legno nella buca della griglia. Lì chiacchierarono dell’ultima puntata di Frontline, del numero di quel mese di «Harper’s», del loro romanzo preferito di Kenzaburō Ōe e credo che qualcuno fece anche qualche battuta divertente sulla politica estera. Il fuoco crepitava, scoppiettava e scaldava tutti quanti. Mio marito e i suoi amici fissavano il bagliore aranciato e riflettevano.
In salotto, dove si erano riuniti i miei amici, io feci la mia imitazione di una scimmia, il marito della mia migliore amica si gettò a terra esibendosi in un "verme" da Guinness e tutti insieme berciammo di come fossimo ansiosi di vedere lo speciale natalizio di Anna Nicole Smith, che sarebbe stato trasmesso da lì a sei minuti, perché avevamo visto nelle anteprime che la cugina sdentata Shelly era stata sorpresa nuda in una vasca da bagno e poi aveva mollato un paio di pugni agli invitati di Anna Nicole durante una "rissa festaiola". Il mio cane, che non avevamo convinto a uscire, fece una scoreggia. Noi scoppiammo a ridere e due di noi grugnirono di gioia come porcellini.
Purtroppo Shelly non si spogliò ma mise solo in mostra le mutandine biascicando: «Okay, chi vuole fottermi?». Quando nessuno si fece avanti, Shelly concentrò tutta la sua scarsa autostima nei pugni e si azzuffò con le due ragazze che cercavano di consolarla, mandandole al tappeto con una delle sue zampate come farebbe un orso. Il tutto con le mutandine a vista. Puro oro televisivo.
Proprio mentre Shelly era nel bel mezzo del suo incontro personale di wrestling, una delle amiche di mio marito, Blythe, attraversò il salotto diretta in bagno.
«Oh» disse con curiosità alla vista della cugina pazza Shelly che in mutande lanciava delle ragazze contro il muro, mentre Anna Nicole la supplicava di darsi "una calmata". «Che programma è?»
Anche se tutte quante le teste si voltarono verso Blythe, nessuno disse una sola parola. Non era una nostra responsabilità. Se lei non lo conosceva, non toccava certo a noi spiegarglielo. Vedete, tutti gli anni la nostra serata natalizia si divideva come una cellula e dava vita quasi immediatamente a due feste separate: il gruppetto di mio marito nel giardino sul retro era la festa di "Quelli intelligenti ma noiosi", dove prima di andartene probabilmente sei costretto a imparare qualcosa o a fare una donazione a un’organizzazione no profit; e nel salotto c’era la festa di "Quelli stupidi ma divertenti", dove spettegoli, guardi una fessa ubriaca che dà fuori di matto in televisione e prendi in giro senza pietà la festa degli Intelligentoni.
Vedete, era troppo facile. Blythe era entrata nel territorio degli Stupidi, un territorio ricco e seducente. Fuori, gli Intelligentoni rabbrividivano stretti gli uni agli altri vicino al fuoco, inalando fumo e puzzando come peluria bruciacchiata. Dentro, il nostro fuoco ruggiva forte nel caminetto, ma era chiaramente solo un elemento decorativo, e avevamo una canna fumaria per evitare di farci venire i polmoni neri. Fuori, sedevano su sedie e ciocchi di legno o se ne stavano in piedi. Dentro, avevamo poltrone e divani imbottiti. Fuori si chiacchiera...
Indice dei contenuti
- Copertina
- Frontespizio
- Colophon
- Quello che voglio davvero per Natale
- Consigli utili per organizzare una festa natalizia indimenticabile e morire da soli in sei facili mosse
- Cortese o scortese
- Tu scendi dalle stelle o l’anno in cui ho rovinato il Natale
- C’è un fucile da qualche parte sotto l’albero di Natale
- Un sereno Natale da Kmart
- Purè, patate dolci e un campione di urine
- Rissa al centro commerciale
- Tu scendi nelle fiamme
- Dove vanno gli alberi buoni quando muoiono?
- Trappola natalizia
- La padrona di casa meno divertente del mondo
- Buone feste dalla famiglia DiMerda
- Ringraziamenti