Non ti addormentare
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Non ti addormentare

  1. 420 pagine
  2. Italian
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Non ti addormentare

Informazioni su questo libro

Ogni mattina Christine si sveglia senza ricordi. Non sa a chi appartenga la casa in cui si trova, l'uomo che le dorme accanto le è totalmente estraneo, e anche il suo viso, riflesso nello specchio del bagno, le sembra molto meno giovane di quanto secondo lei dovrebbe essere.
È Ben, suo marito, a darle quotidianamente le coordinate della sua vita, a spiegarle chi è lui, chi è lei, e che cosa le è successo anni prima, un incidente che ha modificato radicalmente la sua esistenza, privandola dei ricordi e costringendola a ricominciare ogni giorno un difficile apprendimento.
Ma Ben le dice tutto? E se è così, perché non le ha parlato del dottor Nash, un giovane neuropsichiatra deciso a studiare il suo caso, con cui Christine si incontra di tanto in tanto e che la spinge a tenere un diario? E perché su una pagina di questo diario Christine ha scritto "non fidarti di Ben"?
Giorno dopo giorno, con l'aiuto del dottor Nash, lampi di memoria attraversano la mente di Christine, tessere baluginanti di un mosaico che fatica a ricomporsi nella sua interezza e che, con il passare del tempo, le sembra sempre più minaccioso e inquietante. Finché dal passato emergerà il vero pericolo, quello che, senza che lei ne sia consapevole, si è appropriato della sua vita.
Uno straordinario romanzo, teso e appassionante, una storia che non dà tregua e che mette in discussione l'idea stessa di realtà.

Scelto da 375,005 studenti

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Informazioni

Anno
2012
eBook ISBN
9788858505809
Print ISBN
9788856617986
SECONDA PARTE

Il diario di Christine Lucas

Venerdì 9 novembre

Mi chiamo Christine Lucas. Ho quarantasette anni. Sono amnesica. Sto scrivendo la mia storia seduta su questo letto sconosciuto, con indosso una camicia da notte di seta che, a quanto pare, l’uomo al pianterreno (che dice di essere mio marito e di chiamarsi Ben) mi ha regalato per il mio quarantaseiesimo compleanno. La stanza è immersa nel silenzio e l’unica luce è il fioco bagliore arancione della lampada sul comodino. Mi sento come se galleggiassi, sospesa in una polla di luce.
Ho chiuso la porta della camera da letto. Sto scrivendo queste righe in privato. In segreto. Sento mio marito in salotto (il sospiro sommesso del divano quando si sporge in avanti o si alza, un occasionale colpo di tosse educatamente soffocato), ma se salirà gli nasconderò questo diario. Lo infilerò sotto il letto o sotto il cuscino. Non voglio che mi veda mentre lo uso. Non voglio essere costretta a dirgli come ne sono giunta in possesso.
Guardo l’orologio sul comodino. Sono quasi le undici; devo fare in fretta. Immagino che presto sentirò il televisore spegnersi, lo scricchiolio del pavimento mentre Ben attraversa la sala, lo scatto di un interruttore. Andrà in cucina a prepararsi un panino o a versarsi un bicchiere d’acqua? Oppure verrà direttamente a letto? Non lo so. Non conosco i suoi rituali. Non conosco nemmeno i miei.
Perché non ho memoria. A sentire Ben, a sentire il dottore che ho visto questo pomeriggio, quando mi addormenterò la mia mente cancellerà tutto quello che so oggi. Tutto quello che ho fatto oggi. Domani mi sveglierò come mi sono svegliata questa mattina. Pensando di essere ancora bambina. Pensando di avere ancora un’intera vita di scelte davanti a me.
E poi scoprirò, di nuovo, che mi sono sbagliata. Le mie scelte sono già state fatte. Metà della mia vita è passata.
Il dottore si chiama Nash. Mi ha telefonato stamattina, è venuto a prendermi in macchina e mi ha portata in uno studio. Mi ha chiesto se lo conoscevo e io ho risposto di no; a quel punto ha sorriso, ma non in modo scortese, e ha aperto il computer sulla sua scrivania.
Mi ha mostrato un filmato. Un video. C’eravamo entrambi, vestiti in modo diverso ma seduti sulle stesse sedie, nello stesso studio. Nel filmato lui mi passava una matita e mi chiedeva di tracciare alcune forme su un foglio di carta, ma guardando in uno specchio in modo che tutto apparisse rovesciato. Era evidente che facevo fatica, ma riguardandolo adesso non riuscivo a vedere altro che le mie dita raggrinzite e il bagliore della fede nuziale sulla mano sinistra. Al termine dell’esercizio, il dottore sembrava soddisfatto. «Sta diventando più veloce» diceva nel video, e poi aggiungeva che anche se non ricordavo l’azione in sé, nel profondo della mia mente dovevo ricordare gli effetti delle settimane di pratica. «Significa che a un certo livello la sua memoria a lungo termine funziona» proseguiva. Io sorridevo, ma non sembravo felice. E a quel punto il filmato finiva.
Il dottor Nash ha richiuso il computer. Ha detto che sono diverse settimane che ci vediamo, e che io mostro un grave deterioramento di quella che si chiama memoria episodica. Questo significa, mi ha spiegato, che non riesco a ricordare eventi o episodi della mia vita e di solito è dovuto a un problema neurologico, strutturale o chimico, o a uno squilibrio ormonale. È qualcosa di molto raro, e io sembro esserne affetta in modo particolarmente grave. Quando gli ho chiesto quanto grave, mi ha risposto che in certi giorni i miei ricordi non vanno molto al di là della prima infanzia. Ho ripensato a questa mattina, quando mi sono svegliata senza alcuna memoria della mia vita da adulta.
«Certi giorni?» ho ripetuto. Lui non ha risposto, e il suo silenzio mi ha rivelato ciò che in realtà voleva dire: “Il più delle volte”.
Esistono cure per l’amnesia persistente, ha detto, terapie farmacologiche e ipnotiche, ma la maggior parte le ho già provate. «Tuttavia lei è nella posizione unica di potersi aiutare da sola, Christine» ha aggiunto, e quando gli ho chiesto per quale motivo, mi ha spiegato che sono diversa da gran parte degli altri amnesici. «I sintomi che presenta non indicano che i suoi ricordi sono perduti per sempre» ha proseguito. «Lei è in grado di ricordare per ore. Finché non si addormenta. Riesce addirittura a ricordare dopo un sonnellino; basta che non raggiunga la fase del sonno profondo. E questo è molto insolito. Quasi tutti gli amnesici perdono i nuovi ricordi nel giro di pochi secondi…»
«E…?»
Ha sospinto verso di me un volume marrone, facendolo scivolare sulla scrivania. «Penso che potrebbe valere la pena di documentare la sua terapia, le sue sensazioni, le impressioni o i ricordi che le vengono in mente. Qui dentro.»
Ho teso la mano e ho preso il libro. Le pagine erano bianche.
Dunque è questa la mia terapia? mi sono chiesta. Tenere un diario? Voglio ricordare le cose, non soltanto prenderne nota.
Il dottore doveva aver percepito la mia delusione. «Spero anche che trascrivere i suoi ricordi possa suscitarne di nuovi» ha detto. «Potrebbe verificarsi un effetto cumulativo.»
Sono rimasta zitta per qualche istante. Quale alternativa avevo, in realtà? Tenere un diario o restare come sono per sempre.
«Okay» ho accettato. «Lo farò.»
«Bene» ha detto lui. «Ho segnato i miei numeri sul davanti del quaderno. Mi chiami se si sente confusa.»
Ho preso il libro e ho promesso che l’avrei fatto. C’è stata una lunga pausa, poi lui ha ripreso: «Negli ultimi tempi abbiamo fatto un buon lavoro sulla sua prima infanzia. Guardando fotografie e cose simili». Non ho detto nulla, e lui ha estratto una foto dalla cartella davanti a sé. «Oggi vorrei che desse un’occhiata a questa» ha detto. «La riconosce?»
Era l’immagine di una casa. Sulle prime mi è sembrata del tutto sconosciuta, ma poi ho notato il gradino consumato che portava all’ingresso e all’improvviso ho capito. Era la casa in cui ero cresciuta, quella in cui avevo creduto di essermi svegliata stamattina. Un tempo sembrava diversa, in qualche modo meno reale, ma era inconfondibile. Ho deglutito a fatica. «È la casa in cui vivevo da piccola» ho detto.
Lui ha annuito, dicendo che gran parte dei miei primi ricordi è intatta. Mi ha chiesto di descrivere l’interno della casa.
Gli ho detto quello che ricordo: che la porta d’ingresso dava direttamente sul salotto, che sul retro c’era una piccola sala da pranzo, che i visitatori venivano invitati a usare il vicolo che separava la casa da quella dei vicini ed entrare dalla cucina.
«Altro?» ha domandato. «Il primo piano?»
«Due camere da letto» ho risposto. «Una davanti e una dietro. Al bagno si andava dalla cucina, in fondo alla casa. In origine era separato dal resto della casa, finché non erano state aggiunte due pareti di mattoni e un tetto di plastica ondulata.»
«Altro?»
Non sapevo dove volesse arrivare. «Non sono sicura…» ho detto.
Lui mi ha chiesto se ricordavo qualche dettaglio minore.
È stato allora che mi è tornato in mente. «Mia madre teneva un barattolo nella dispensa con la scritta Zucchero» ho ripreso. «In realtà ci metteva i soldi. Lo nascondeva sul ripiano più alto, insieme alle marmellate. Le faceva in casa. Andavamo con la macchina a raccogliere le bacche in un bosco. Ci avventuravamo tutt’e tre in mezzo al bosco a raccogliere more. Sacchi interi. E mia madre le bolliva per fare la marmellata.»
«Bene» ha detto Nash annuendo. «Eccellente!» Stava scrivendo qualcosa nella cartella davanti a sé. «E queste?»
Mi ha mostrato un paio di altre foto. Una di una donna in cui dopo qualche istante ho riconosciuto mia madre. Una di me. Gli ho detto ciò che potevo, e quando ho finito lui le ha messe via. «Molto bene. Ha ricordato molto più del solito della sua infanzia, penso grazie alle fotografie.» Ha esitato. «La prossima volta mi piacerebbe mostrargliene altre.»
Ho accettato. Mi sono chiesta dove le avesse trovate, quanto sapesse della mia vita che io stessa ignoravo.
«Posso tenerla?» ho domandato. «La foto di casa mia?»
Lui ha sorriso. «Ma certo!» Me l’ha data e io l’ho infilata fra le pagine del quaderno.
Mi ha riaccompagnata a casa. Mi aveva già spiegato che Ben non sa dei nostri incontri, ma a quel punto mi ha raccomandato di riflettere bene se fosse il caso di parlargli del diario. «Potrebbe sentirsi inibita» ha detto. «Riluttante a scrivere certe cose. Credo sia molto importante che lei si senta di poter scrivere ciò che vuole. Inoltre, Ben potrebbe non essere contento di scoprire che ha deciso di tentare una nuova terapia.» Ha fatto una pausa. «Potrebbe essere costretta a nasconderglielo.»
«Ma come farò a ricordarmi di scrivere?» ho obiettato. Lui non ha detto nulla. Poi mi è venuta un’idea. «Me lo ricorderà lei?»
Mi ha promesso che l’avrebbe fatto. «Ma dovrà dirmi dove lo nasconde» ha aggiunto. Stavamo accostando davanti a una casa. Un istante dopo che l’auto si è fermata mi sono resa conto che era la mia.
«L’armadio» ho detto. «Lo metterò in fondo all’armadio.» Ho ripensato a ciò che avevo visto vestendomi. «C’è una scatola da scarpe. Lo metterò lì.»
«Buona idea. Ma dovrà cominciare a scrivere stasera stessa. Prima di dormire. Altrimenti domani non sarà altro che un quaderno vuoto. Non saprà di che si tratta.»
Ho promesso di farlo, assicurandogli che avevo capito. Sono scesa dall’auto.
«Abbia cura di sé, Christine.»
Ora sono seduta a letto. Ad aspettare mio marito. Guardo la foto della casa in cui sono cresciuta. Sembra così normale, così banale. E così familiare.
Come sono arrivata da lì a qui? mi chiedo. Che cosa è successo? Qual è la mia storia?
Sento suonare l’orologio del salotto. Mezzanotte. Ben sta salendo le scale. Nasconderò questo quaderno nella scatola da scarpe. Lo metterò nell’armadio, come ho detto al dottor Nash. E domani, se lui mi chiamerà, scriverò ancora.

Sabato 10 novembre

Sto scrivendo queste righe a mezzogiorno. Ben sta leggendo al pianterreno. Pensa che stia riposando, ma anche se sono stanca non lo sto facendo. Non ho tempo. Devo annotare queste cose prima di perderle. Devo tenere il mio diario.
Controllo l’orologio. Ben ha proposto di fare una passeggiata nel pomeriggio. Ho poco più di un’ora.
Quando mi sono svegliata stamattina, non sapevo chi ero. Ho aperto gli occhi aspettandomi di vedere gli spigoli di un comodino e una lampada gialla. Un armadio squadrato in un angolo e una tappezzeria con una delicata fantasia di felci. Mi aspettavo di sentire mia madre che friggeva il bacon al piano di sotto, o mio padre in giardino che fischiettava potando la siepe. Mi aspettavo di essere in un letto singolo, soltanto io e un coniglio di peluche senza un orecchio.
Mi ero sbagliata. Sono in camera dei miei, ho pensato sulle prime, ma poi mi sono resa conto di non riconoscere nulla. La stanza mi era del tutto estranea. Mi sono ridistesa sul letto. “C’è qualcosa di sbagliato” ho pensato. Di terribilmente sbagliato.
Quando sono finalmente scesa al pianterreno, avevo ormai visto le fotografie attorno allo specchio e letto i biglietti. Sapevo di non essere una bambina, e avevo capito che l’uomo che stava preparando la colazione e fischiettando la canzone trasmessa dalla radio non era mio padre, il mio coinquilino o il mio ragazzo, ma si chiamava Ben ed era mio marito.
Ho esitato appena fuori dalla cucina. Ero impaurita. Stavo per vederlo come se fosse stata la prima volta. Che aspetto poteva avere? Lo stesso delle fotografie? Oppure erano anch’esse una rappresentazione imprecisa? Sarebbe stato più vecchio, più grasso, più calvo? Che voce avrebbe avuto? Come si sarebbe mosso? Avevo un matrimonio felice?
A un tratto mi è balenata in mente un’immagine. Una donna (mia madre?) che mi ammoniva di fare attenzione. Se ti sposi in fretta…
Ho aperto la porta. Ben mi dava la schien...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Non ti addormentare
  4. Prima parte. Oggi
  5. Seconda parte. Il diario di Christine Lucas
  6. Terza parte. Oggi
  7. Nota dell’autore
  8. Ringraziamenti
  9. Copyright