Le luci del Titanic
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Le luci del Titanic

  1. 350 pagine
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Le luci del Titanic

Informazioni su questo libro

Molti dei passeggeri scesi dal treno in arrivo da Parigi quel 10 aprile 1912 non erano della categoria a cui si poteva dire semplicemente: il Titanic è in ritardo, scusate tanto. L’attesa andava bene per i viaggiatori di terza classe, emigranti bulgari, croati, italiani, anche libanesi, arrivati a piedi da chissà dove. Ora più ora meno, per loro nulla cambiava, e infatti di loro nessuno si preoccupava. Gente come il miliardario John Jacob Astor IV o il famoso artista Frank Millet, invece, non amava gli intoppi. Avevano affari da seguire, appuntamenti importanti dall’altra parte dell’oceano. Ma adesso erano tutti lì, sulla banchina, insieme ad amanti impazienti di specchiarsi negli ori della nave più bella mai vista fino ad allora, o a genitori in lutto che tornavano in patria: destini sospesi sull’orlo di un’Europa ancora innocente. Intrecciando i fili che da molte destinazioni avevano portato il fior fiore del bel mondo a scalpitare per il ritardo della nave che li avrebbe consegnati a un destino non previsto nelle loro dorate scie, questa emozionante ricostruzione del fatale viaggio del Titanic, ci consegna un resoconto corale che fa palpitare raccontando l’intreccio di esistenze di colpo fatte a pezzi dalla tragedia, tra “sommersi” e “salvati”.
Nell’arco di tempo che va dall’imbarco all’affondamento, da profondo conoscitore di questa straordinaria vicenda, Brewster riesce a dare l’impressione di aver viaggiato anche lui sulla nave “inaffondabile”, regalandoci una storia che ha la tensione e la vivacità di una diretta.

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Informazioni

Anno
2012
eBook ISBN
9788858506318
Print ISBN
9788856623857

1

SUL MOLO DI CHERBOURG

Mercoledì 10 aprile 1912, ore 15.40
Il Titanic era in ritardo.
Per i passeggeri di prima classe che erano a bordo del Train Transatlantique, giunto da poco alla stazione di Cherbourg, era una vera seccatura. Il viaggio da Parigi – durato sei ore – era già stato abbastanza lungo. Quanto tempo avrebbero dovuto aspettare in quella minuscola stazione annerita dalla fuliggine prima di imbarcarsi sul nuovo transatlantico della White Star alla volta di New York?
Mentre i passeggeri scendevano dal treno, sul binario c’era un viavai frenetico. I facchini correvano da una parte all’altra in mezzo alla folla che si spintonava. Dei passeggeri si agitavano per il timore di aver perso i bagagli, altri discutevano su una mancia, e intanto rappresentanti della Thomas Cook cercavano di placare gli animi di chi protestava per il ritardo. In breve, era un pandemonio.
In mezzo alla confusione c’era anche Nicholas Martin, il responsabile dell’ufficio parigino della White Star, giunto a Cherbourg in vesti di mediatore qualora si fosse presentata una circostanza come quella. Mentre i carrelli carichi di bauli e di valige di cuoio venivano sospinti lungo il binario, lui si muoveva tra i capannelli di passeggeri irrequieti, e gesticolando animatamente gridava per richiamare l’attenzione: «Signori, vi prego di pazientare ancora un poco, il Titanic è partito in ritardo da Southampton, e in questo momento sta attraversando la Manica. Le lance saranno pronte per l’imbarco non più tardi delle cinque e mezzo.»
Fra i personaggi bisognosi di rassicurazioni c’era un uomo alto e magro con un paio di mustacchi neri e sul volto un’espressione spazientita. Il milionario americano John Jacob Astor IV era il passeggero più ricco fra coloro in attesa di imbarcarsi sul Titanic, ed era anche amico del presidente della White Star Line, J. Bruce Ismay. Solo dieci settimane prima Astor e la sua giovane moglie, Madeleine, avevano compiuto la traversata da New York a bordo della nave gemella del Titanic, l’Olympic, in compagnia di Ismay. Astor era un cultore della puntualità e continuava a tirare fuori dalla tasca del panciotto l’orologio d’oro per sbirciare l’ora. In quell’occasione l’impazienza di Astor era dovuta alla salute malferma della moglie, incinta di diversi mesi. La preoccupazione per lei lo aveva indotto ad assumere un’infermiera che la assistesse durante il viaggio. Martin fece in modo che il gruppo di Astor, che comprendeva l’infermiera, una cameriera, un cameriere e un terrier Airedale, venisse condotto rapidamente all’interno della stazione.
Molto meno esigenti erano gli oltre cento passeggeri di terza classe, per lo più emigranti libanesi e siriani, con alcuni bulgari e croati, che si stavano docilmente sistemando sulle panchine di legno accanto alle valige di vimini e alle borse di stoffa. Dopo avere lasciato i loro villaggi avevano viaggiato per giorni, e qualche ora in più faceva poca differenza.
Anche per un viaggiatore esperto come il celebre artista e scrittore Frank Millet i ritardi erano una cosa da prendere con filosofia. Quello che non gli andava a genio era trascorrere ore interminabili in una sala d’attesa soffocante, assordato dalle voci squillanti degli altri americani. Come molti espatriati statunitensi, Millet aveva maturato un certo disprezzo nei confronti dei compatrioti – e delle compatriote – meno sofisticati. In particolare non sopportava quelle americane petulanti che dominavano i mariti e si portavano appresso minuscoli cagnolini, come avrebbe scritto il mattino seguente in una lettera indirizzata all’amico Alfred Parsons.
Solitamente Frank Millet non era così scontroso, era infatti noto per la squisita cortesia e il sorriso disarmante. Se quel giorno d’aprile era di cattivo umore, la colpa era da imputare alla stanchezza. Aveva appena trascorso un mese a Roma, e per lui era stato un inferno. Come direttore della nuova American Academy of Art nella Città Eterna, Millet si era trovato a dover affrontare una miriade di difficoltà di ordine amministrativo.
Negli Stati Uniti lo attendevano altri impegni. A Washington il progetto di un tempio dorico per il Lincoln Memorial, a New York l’annuale riunione del consiglio d’amministrazione dell’American Academy, seguita da un viaggio nel Wisconsin, dove aveva avuto l’incarico di realizzare alcuni affreschi per la sede del governo di quello stato. Era un tour de force massacrante per un uomo che avrebbe compiuto sessantasei anni in novembre, ma Frank Millet non si era mai accontentato di fare una cosa per volta. Era un artista, sebbene costantemente sedotto dall’idea di esplorare altri campi della conoscenza. Per questo motivo, conduceva una vita da vagabondo.
E durante il suo vagabondare, Millet aveva sviluppato la straordinaria abilità di trovarsi sempre al centro degli eventi più significativi della sua epoca; dalla Guerra Civile Americana, alla costruzione della White City per l’Esposizione di Chicago del 1893 al conflitto nelle Filippine durante la guerra ispano-americana, fino al viaggio inaugurale del Titanic. Come scrisse ironicamente un critico d’arte, l’inerzia non era certo uno dei suoi difetti.
Millet era sposato con Elizabeth “Lily” Merrill, la sorella minore di uno dei suoi compagni di classe ad Harvard. Lily era una ragazza americana molto bella, una di quelle creature sicure e determinate nei confronti delle quali Millet avrebbe in seguito rivelato la propria intolleranza. Al loro matrimonio uno dei testimoni era stato Mark Twain, colui che aveva coniato la definizione di età d’oro.
Nel 1885 Lily e Frank avevano fondato una colonia di artisti nel villaggio di Broadway, nel Worcestershire. Fra i personaggi che frequentavano la loro casa si contavano Henry James, che diede notorietà a Broadway decantandolo come un villaggio perfetto, e uno dei suoi protetti, il pittore John Singer Sargent, l’autore di un ritratto di Lily Millet, dove appare vestita con un abito bianco, uno scialle lilla e i capelli neri raccolti in nodo sul capo. Ventisei anni dopo Lily portava ancora i capelli in quel modo, anche se nel frattempo si erano ingrigiti.
Nell’aprile del 1912 anche Frank mostrava i segni degli anni e il suo volto, un tempo bello, ricordava un gufo gioviale. Mentre camminava lungo l’atrio piastrellato della stazione di Cherbourg, i suoi tratti riflettevano la fatica per il mese trascorso a Roma. Lily lo aveva raggiunto verso la fine del suo soggiorno nella Città Eterna. Due giorni prima erano partiti per Parigi, e da lì avevano proseguito il viaggio separatamente. In quel momento Lily doveva essere quasi arrivata a Russell House, la grande canonica di pietra dove aveva cresciuto una figlia e due figli.
Per Millet, invece, negli ultimi anni Russell House era stata più un punto d’appoggio che una vera casa. I suoi viaggi lo portavano spesso negli Stati Uniti, dove dipingeva affreschi rappresentanti figure storiche e mitologiche che ben si adattavano agli edifici neoclassici che stavano sorgendo nel suo paese natale.
La passione dell’America per il neoclassicismo aveva raggiunto l’apice durante l’Esposizione Colombiana di Chicago del 1893 con la White City, una spettacolare serie di cupole, porticati, colonnati e logge dipinti interamente di bianco e di notte illuminati da lampadine elettriche bianche. Frank Millet era l’uomo che aveva reso bianca la White City. Frank aveva anche realizzato gli affreschi per il padiglione dello stato di New York e aveva dipinto alcune grandi figure alate sul soffitto del Palazzo delle Belle Arti, che ospitava la più grande esposizione di arte americana mai vista negli Stati Uniti.
Le opere d’arte americane esposte a Chicago erano all’origine dell’idea di creare un’accademia a Roma dove gli artisti potessero studiare l’arte classica. J. Pierpont Morgan aveva accettato di sostenere finanziariamente l’American Academy, ma in cambio aveva chiesto al noto architetto Charles McKim di progettare una biblioteca privata che ospitasse la sua collezione di libri e manoscritti rari. «Voglio un gioiello» aveva dichiarato Morgan, e il progetto di McKim per la Morgan Library, ispirato al Rinascimento italiano, è ancora oggi uno dei tesori architettonici di New York.
J.P. Morgan viaggiava molto e faceva continue acquisizioni per le sue collezioni, e a sessantacinque anni il suo interesse per gli affari non dava segni di declino. Fra i suoi progetti di quel periodo c’era la creazione di una grande associazione navale internazionale che ricavasse ingenti utili dalle lucrose rotte transatlantiche. Nel giugno del 1902 aveva acquistato la prestigiosa White Star Line dalla Gran Bretagna e l’aveva fusa con altre acquisizioni nel settore navale formando una società chiamata International Mercantile Marine. Nel 1904 Morgan aveva nominato presidente il principale azionista della White Star Line, il quarantunenne J. Bruce Ismay, figlio del defunto fondatore della compagnia di navigazione. Il secondo azionista era Lord William J. Pirrie, 57 anni, presidente del consiglio di amministrazione della Harland and Wolff, la società di costruzioni navali dalla quale uscivano le navi della White Star. Pirrie era stato il capo dei negoziatori che avevano trattato con gli uomini di Morgan e venne inserito nel consiglio di amministrazione della nuova società.
Il governo britannico aveva acconsentito all’acquisizione della White Star da parte di Morgan, che in questo modo aveva fatto sfoggio del potere economico americano, ma aveva anche fornito prestiti e sovvenzioni alla concorrente Cunard Line per la costruzione delle navi di linea più grandi e più veloci del mondo, il Lusitania e il Mauretania – con la condizione che fossero disponibili a prestare servizio in tempo di guerra. Nell’estate del 1907 il Lusitania aveva compiuto un viaggio inaugurale da record. Pirrie e Ismay non avevano perso tempo a progettare la risposta della White Star. Avrebbero usato il denaro di Morgan per costruire tre dei transatlantici più grandi e più lussuosi del mondo. Nel giro di un anno la Harland and Wolff aveva preparato i progetti per due navi gigantesche, e a metà dicembre era stata posata la lamiera di chiglia della prima nave, l’Olympic. Il 31 marzo del 1909 era toccato alla nave gemella, che si sarebbe chiamata Titanic. Una terza nave, inizialmente chiamata Gigantic, sarebbe stata costruita in seguito.
Il 31 maggio 1911 J. Bruce Ismay, Lord Pirrie e J.P. Morgan avevano presenziato alla cerimonia del varo del Titanic. La folla di più di un migliaio di spettatori aveva riconosciuto immediatamente Morgan grazie alle innumerevoli vignette apparse sui giornali, che lo rappresentavano come il tipico riccone americano. I baffi spioventi e il grosso naso paonazzo ben si prestavano alle caricature.
La cerimonia del varo era stata sobria. Non c’erano state né madrina né bottiglia di champagne infiocchettata. Non era nello stile della White Star. A mezzogiorno e cinque era stato sparato un razzo, seguito da altri due, e lo scafo di quasi 26.000 tonnellate era scivolato lentamente nel fiume Lagan accompagnato dall’esultanza della folla e dai fischi dei rimorchiatori. Una sottile patina bianca prodotta dalle tonnellate di sego, olio di balena e sapone usati per facilitare lo scivolamento si era allargata sull’acqua quando la nave era stata arrestata dalle catene dell’ancora. Lo scafo del Titanic aveva cominciato a oscillare dolcemente nel fiume mentre l’Olympic, appena ultimato, attendeva poco distante.
Il varo era andato secondo i piani e Lord Pirrie, estremamente compiaciuto, aveva offerto un pranzo a Morgan, Ismay e ad altri ospiti selezionati negli uffici del cantiere navale. Diverse centinaia di altri ospiti erano stati intrattenuti al Grand Central Hotel di Belfast, dove un terzo pranzo era stato organizzato per i rappresentanti della stampa. Al pranzo per la stampa la costruzione dei «leviatani», l’Olympic e il Titanic, era stata salutata come un esempio della vitalità e degli istinti progressisti della razza anglosassone: la «potente repubblica dell’Ovest» e il Regno Unito erano entrambe nazioni anglosassoni ed erano divenute ancora più unite grazie alla loro cooperazione.
Dopo il pranzo J.P. Morgan e Bruce Ismay si erano imbarcati sull’Olympic insieme ad altri ospiti ed erano partiti per Liverpool. Esattamente sette mesi dopo, il 31 dicembre 1911, a New York, Morgan era salito di nuovo a bordo dell’Olympic, stavolta diretto a Southampton. Dall’Inghilterra aveva proseguito alla volta dell’Egitto, dove aveva trascorso l’inverno in un’oasi del deserto chiamata Khargeh supervisionando gli scavi dei ruderi romani e di un cimitero protocristiano. A metà marzo Morgan era a Roma, e il mattino del 3 aprile 1912 si era incontrato con Frank Millet in cima al Gianicolo per esaminare i progetti e il sito del nuovo edificio dell’American Academy. Come la Morgan Library, anche quel palazzo – disegnato dall’architetto Charles McKim – sarebbe stato ispirato al Rinascimento italiano. Il giorno successivo il finanziere si era recato a Firenze, dove Millet lo aveva raggiunto poco dopo, forse per dare il proprio parere di esperto sulle nuove acquisizioni di oggetti d’arte e antichità effettuate da Morgan. «Pierpont comprerebbe qualsiasi cosa, da una piramide a un dente di Maria Maddalena» aveva osservato una volta sua moglie.
Anche Morgan aveva progettato di partecipare al viaggio inaugurale del Titanic, ma in seguito aveva cambiato idea, preferendo soggiornare alle terme di Aix-les-Bains con la sua amante.
Il 10 aprile, mentre Morgan si godeva le acque curative, Millet attendeva sulla costa della Normandia l’arrivo della nuova nave di Morgan. Evitando gli americani chiassosi che affollavano la sala d’aspetto, decise di sgranchirsi le gambe dopo il lungo viaggio in treno. Di fronte alla piccola Gare Maritime dal tetto a mansarda c’erano le lance della White Star, il Traffic e il Nomadic, a bordo delle quali stavano caricando i bagagli e i sacchi della posta. La banchina antistante la Gare Maritime conduceva a un lungo pontile alla cui estremità svettava un’antica torre di pietra. Era una tiepida giornata primaverile e le nuvole che solcavano il cielo a tratti lasciavano scorgere il sole. Frank di diresse sul pontile per vedere se all’orizzonte compariva il Titanic. Aveva bisogno di sgomberare la mente dalle meschine questioni burocratiche che tanto lo avevano oppresso a Roma. Era fermamente convinto di non voler perdere tempo con quel genere di cose, a costo di rinunciare al suo incarico.
Per Lily Millet sarebbe stata una grossa delusione se Frank avesse deciso di abbandonare la carica di capo dell’American Academy. Era rimasta incantata da Villa Aurelia, il palazzo cardinalizio del XVII secolo che gli era stato assegnato insieme all’incarico. Adesso che i suoi figli erano cresciuti, Lily si occupava di arredamenti e aveva grandi progetti per la villa e i suoi giardini, dai quali si dominava tutta Roma. Non le era difficile immaginare le serate tranquille che lì avrebbe trascorso durante la vecchiaia, finalmente riunita e riconciliata con il marito girovago.
Anche l’amico di Frank, Archie Butt, aveva ammirato la villa quando i due uomini vi avevano soggiornato insieme, prima dell’arrivo di Lily. Dal 1910 la base più o meno permanente di Frank era stata Washington D.C., dove aveva diviso una casa con il maggiore Archibald Willingham Butt, l’assistente militare del presidente, noto come “Archie”. Era stato Frank a persuadere Archie ad andare con lui a Roma il mese precedente e a riposarsi un po’ prima delle elezioni presidenziali che si sarebbero tenute in autunno. Il presidente Taft aveva bisogno che il suo assistente fosse in forma per l’imminente campagna elettorale, così aveva preparato per Archie lettere di presentazione al papa e al re d’Italia in modo che il suo viaggio avesse un’aura di ufficialità. A Roma il maggiore Butt aveva avuto accesso alle dimore più esclusive e aveva fatto tutto ciò che i medici gli avevano severamente vietato, ma si era rimesso ed era finalmente pronto per tornare a casa. Prima di andare a trovare suo fratello in Inghilterra, il maggiore Butt si era recato in visita alle ambasciate di Berlino e di Parigi. Proprio mentre Frank lasciava Parigi a bordo del Train Transatlantique, Archie era salito a bordo del Boat Train alla stazione di Waterloo per imbarcarsi sul Titanic, che sarebbe partito a mezzogiorno per Southampton.
Alle cinque di quel pomeriggio, a Cherbourg, caricati i bagagli a bordo delle lance, i passeggeri cominciarono a dirigersi verso le passerelle. Per Frank fu un sollievo. Non vedeva l’ora di cenare con Archie a bordo del Titanic e di ascoltare le sue buffe osservazioni sugli altri passeggeri. Millet aveva detto spesso di non essere un appassionato dei viaggi inaugurali: preferiva le navi i cui ufficiali e il cui equipaggio avessero maggiore familiarità con l’imbarcazione. Ma i suoi impegni in America non potevano attendere oltre. E se la nuova nave di linea della White Star era all’altezza della pubblicità che le era stata riservata, alla fine di quella lunga giornata avrebbe goduto di una cabina confortevole e di un’ottima cena.

2

L’ATTESA A BORDO DEL NOMADIC

10 aprile 1912, ore 17.30
Come aveva promesso Nicholas Martin, alle 17.30 la lancia Nomadic era pronta per la partenza. Sebbene il Titanic non fosse stato ancora avvistato, Martin aveva deciso di fare salire a bordo i passeggeri e di fare aspettare la lancia nel porto. L’aria del tardo pomeriggio si era raffreddata e la maggior parte dei 172 passeggeri di prima e seconda classe scesero sottocoperta, dove ci si poteva sedere su panche di legno. La stanza era rivestita di pannelli bianchi e decorata con ghirlande di nastri intagliate nel legno che davano l’idea dell’eleganza del Titanic. Il Traffic, invece, aveva interni puliti ma spartani, in stile con gli alloggi di terza classe della White Star.
Ben presto a bordo del Nomadic il pavimento prese a vibrare e il fumo a uscire dall’unico fumaiolo, mentre la lancia cominciava a dirigersi verso il frangiflutti. Non passò molto prima che un giovane americano, R. Norris Williams, cominciasse a domandarsi il motivo di quell’imbarco anticipato. Inizialmente aveva trovato interessante il rollio della lancia nella parte più esterna del porto, ma poi aveva cominciato ad annoiarsi. Sottocoperta mancava l’aria, quindi non gli restò che salire di nuovo in coperta e aspettare mentre si susseguivano i falsi allarmi sull’avvistamento del Titanic. Fra i passeggeri in attesa a Cherbourg Williams aveva notato uno dei suoi idoli, la stella internazionale del tennis Karl H. Behr. Behr, ventisei anni, era il terzo classificato negli Stati Uniti e aveva gareggiato a Wimbledon per la Coppa Davis. Norris Williams era un bravo tennista e aveva vinto campionati in Svizzera e in Francia. Quell’estate intendeva giocare negli Stati Uniti prima di entrare ad Harvard, in autunno. Stava viaggiando con suo padre, Charles Williams, originario di Philadelphia e trisnipote di uno dei più celebri cittadini della città, Benjamin Franklin. Williams padre aveva fatto l’avvocato a Philadelphia e in seguito si era trasferito a Ginevra con la moglie. Norris era nato ed era stato educato lì, di conseguenza parlava correntemente tre lingue. A ventun anni era alto e magro, con le orecchie sporgenti e un sorriso accattivante incorniciato dall’ampio colletto della giacca di pelliccia. Padre e figlio indossavano voluminose giacche di pelliccia che non passavano inosservate.
Anche gli Astor attiravano l’attenzione. Del loro seguito numeroso faceva parte un terrier Airedale di nome Kitty, divenuto famoso per le tante fotografie della coppia con il cane apparse sui giornali l’estate precedente. Tutto quello che riguardava gli Astor faceva notizia, ma il fatto che il quarantasettenne John Jacob Astor IV, che i giornali scandalistici preferivano chiamare Jack Astor, o addirittura Jack-Ass(tor) * fosse fidanzato con una ragazza che aveva quasi trent’anni meno di lui aveva costituito il pettegolezzo più appetitoso di quell’anno. Ogni dettaglio della loro storia aveva alimentato i titoli dei giornali. Alla fine del 1909 Astor aveva confessato l’adulterio per garantire alla prima moglie il divorzio che tanto desiderava. Questo aveva facilitato le cose in tribunale, ma aveva ridotto le probabilità di un secondo matrimonio in chiesa.
Il primo matrimonio di Jack Astor con la bella Ava Lowle Willing era stato un disastro fin dal principio. La sera prima delle sontuose nozze, celebrate nel febbraio del 1891, la futura sposa in lacrime aveva supplicato i genitori di annullare la cerimonia. Sposare il rampollo della famiglia più ricca d’America non era sufficiente a compensare il fatto che a ventisei anni Jack Astor si stesse già guadagnando il soprannome di somaro. Insieme alla sua cerchia di amici aveva la reputazione di fare il cascamorto con ogni ragazza sulla quale posava...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Le luci del Titanic
  3. Colophon
  4. Prologo - UN INSIEME NON COMUNE
  5. 1 - SUL MOLO DI CHERBOURG
  6. 2 - L’ATTESA A BORDO DEL NOMADIC
  7. 3 - IL SALONE DELLE PALME
  8. 4 - «UN MUCCHIO DI PERSONE ECCENTRICHE»
  9. 5 - QUEENSTOWN
  10. 6 - COMPAGNI DI VIAGGIO
  11. 7 - VITE PRIVATE
  12. 8 - CRICCHE DI BORDO
  13. 9 - UNA DISEGNATRICE DI MODA
  14. 10 - UNA DOMENICA TRANQUILLA
  15. 11 - L’ULTIMA SERA
  16. 12 - LA COLLISIONE E IL DOPO
  17. 13 - ALLE SCIALUPPE
  18. 14 - GLI ULTIMI MINUTI
  19. 15 - VOCI NELLA NOTTE
  20. 16 - UNA NAVE IN LUTTO
  21. 17 - DUE CONTINENTI SCOSSI
  22. Poscritto - LE VITE DEI SOPRAVVISSUTI
  23. Appendice A - LETTERA DI FRANK MILLET AD ALFRED PARSONS
  24. Appendice B - LETTERA DI MARIAN THAYER AL PRESIDENTE TAFT
  25. Bibliografia
  26. Ringraziamenti