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Ebook ISBN 9788858506271
www.edizpiemme.it
© 2012 - Edizioni Piemme Spa
Titolo originale: El alma de las piedras
© Paloma Sánchez-Garnica, 2010
Traduzione di: Lucia Taddeo / Studio Editoriale Littera
Questo romanzo è un’opera di fantasia. Personaggi e situazioni sono invenzioni dell’autore e hanno lo scopo di conferire veridicità alla narrazione e sono quindi utilizzati in modo fittizio. Qualsiasi analogia con fatti, eventi, luoghi e persone, vive o scomparse, è puramente casuale.
Iura, periura, secretum prodere noli.
Giura, spergiura, ma non rivelare il segreto.
PRIMA PARTE
L’origine di tutto,
ovvero la storia prima della storia
Lunedì 8 settembre, anno del Signore 824
In sella al suo cavallo, il vescovo Teodomiro seguiva i passi dell’eremita con la cautela di chi sta assecondando un povero pazzo, un’anima dimenticata da Dio. Non aveva potuto far altro che cedere alle sue insistenze. Per quanto infastidito e scettico, alla fine aveva acconsentito ad accompagnarlo fino al luogo in cui quell’uomo sosteneva di vedere Dio.
L’eremita Pelagio era una creatura minuta ed emaciata, il fantasma della sua stessa ombra. Aveva lunghi capelli bianchi arruffati che gli scendevano sulle spalle e indossava una tunica di lana di colore indefinibile, tenuta insieme dai rammendi. Quando il freddo si faceva pungente, si avvolgeva in un mantello donatogli da un viandante in segno di gratitudine per il cibo e il riparo ricevuti in una notte di bufera. Era sempre scalzo, tranne quando doveva affrontare lunghi tratti di cammino: in quei casi indossava un paio di zoccoli di legno che aveva costruito con le sue stesse mani per proteggersi dal fango e dall’umidità. Nessuno sapeva quanti anni avesse, ma sembrava un vecchio decrepito che, per come si comportava e soprattutto per i suoi discorsi, dava l’impressione di aver perso il senno. Viveva nella più assoluta povertà, mortificando l’anima e il corpo. Aveva deciso di diventare un eremita poiché, come raccontava a tutti coloro che avevano la pazienza di ascoltarlo, era stato Dio onnipotente, Signore del cielo e della terra, a ordinarglielo quando gli era apparso in sogno indicandogli il luogo in cui ritirarsi in preghiera. Così, obbedendo alla volontà divina, molti anni prima l’uomo si era stabilito in una località isolata chiamata Solovio, nelle vicinanze di Iria Flavia, nel bosco di Libredón. Lì aveva costruito quella che chiamava la sua chiesa: un piccolo ricovero di mattoni, paglia e pietre di fiume in cui dormiva, viveva e pregava, dove non c’erano che un rudimentale altare di pietra e una croce di legno appesa alla parete.
Le malelingue sostenevano che il suo scopo era procurarsi una reliquia qualsiasi che trasformasse la sua misera cappella in un santuario meta di pellegrini e di fedeli. Altri affermavano che le sue intenzioni erano più oscure e che in quei luoghi, sotto l’apparenza di un rigoroso ascetismo, nascondeva pratiche poco ortodosse, più vicine al paganesimo che ai dettami dalla Chiesa. Ciononostante, in tanti lo consideravano quasi un santo e si recavano da lui in cerca di consiglio e per trarre conforto dalle sue preghiere e dalle sue parole ispirate. Alcuni gli chiedevano persino rifugio per scampare ai nemici e alla legge, e a tutti Pelagio offriva ospitalità. Chiunque bussasse alla sua porta era certo di essere accolto senza domande sul luogo da cui provenisse o quello verso cui fosse diretto. L’asceta pregava insieme al suo ospite, gli lavava mani e piedi, metteva a disposizione il poco che aveva per sfamarlo e dissetarlo, se era necessario lo ascoltava per dare sollievo alla sua anima e lo lasciava riposare, vegliandone il sonno. Poi il viandante se ne andava, lieto e grato per il ristoro ricevuto.
Teodomiro non era mal disposto nei confronti di Pelagio. Aveva sentito dire cose buone su di lui e sulla sua vita esemplare, dedita alla contemplazione di Dio, lontano dal mondo. L’eremita aveva rinunciato a tutto per dedicare la sua esistenza alla preghiera in solitudine, con l’unico fine di rendere lode al Signore e chiedere perdono per i peccati degli uomini. Tutto ciò lo rendeva un esempio di virtù quanto mai prezioso per un popolo che aveva grande bisogno di fortificare la propria fede ancora insidiata dal paganesimo. Le chiacchiere sulle pratiche occulte che si sarebbero svolte in quei luoghi non turbavano il vescovo. Capiva che si trattava di falsità, maldicenze che potevano essere diffuse da qualsiasi persona desiderosa di screditare un uomo in odore di santità. Il prelato piuttosto diffidava delle sue presunte visioni mistiche, dei dialoghi immaginari tra Pelagio e l’Onnipotente. Bizzarrie che, se incoraggiate, avrebbero potuto suscitare un fervore incontrollabile tra i fedeli, un’esaltazione cui Teodomiro guardava con perplessità e timore.
Negli ultimi anni l’eremita aveva chiesto udienza al vescovo almeno una decina di volte, per metterlo al corrente di una delle sue visioni più frequenti. Accanto al suo modesto luogo di preghiera, nelle notti nebbiose Pelagio vedeva una fila di luci, simili a piccole stelle: a suo dire il presagio di un evento miracoloso, un segno inequivocabile della presenza di Dio. Ogni volta il prelato lo ascoltava con pazienza, gli faceva servire un buon pasto – che Pelagio consumava con foga trattenuta –, quindi lo congedava con parole benevole e con la promessa di riflettere attentamente sulla questione, eludendo però sempre l’insistenza dell’eremita, che lo supplicava di seguirlo nel bosco di Libredón, per constatare il fenomeno con i suoi stessi occhi. Preoccupazioni ben più gravi e decisamente più terrene affliggevano il prelato, che non poteva sprecare il suo tempo per dimostrare la follia del poveretto.
Quel giorno, però, gli eventi erano precipitati. Pelagio si era presentato di buon’ora alla casa episcopale. Dopo aver assistito alla prima messa del mattino, celebrata dal vescovo nella piccola cappella accanto alle sue stanze e alla quale erano presenti alcune personalità di alto rango della diocesi di Iria, Teodomiro e l’eremita passarono nel parlatorio, accompagnati da Martín di Bilibio, il segretario personale del prelato.
Teodomiro si sedette davanti a un’ampia vetrata, dalla quale si vedeva il mare. La giornata si preannunciava limpida e assolata, dopo che la pioggia era caduta incessante per quasi una settimana. Sospirò, scrutando l’orizzonte, mentre accanto alla porta Pelagio attendeva paziente di essere ricevuto. Dopo un attimo di silenzio, lo invitò ad avvicinarsi con un lieve cenno della mano.
«Dimmi, Pelagio, qual buon vento ti porta di nuovo qui?» chiese, senza distogliere lo sguardo dalla vetrata, poiché era sicuro di conoscere la risposta.
L’eremita cominciò a parlargli delle sue visioni. Benché tentasse di misurare le parole, la sua emozione aveva una forza tale che Teodomiro si volse a guardarlo e si rese conto che il viso rugoso dell’uomo era illuminato dalla certezza di essere nel giusto. L’eremita raccontò che un angelo mandato dal Signore gli era apparso in sogno, rivelandogli che nel luogo in cui contemplava la distesa di stelle era custodita la tomba dell’Apostolo Giacomo.
«Non fate caso a me, eminenza» proseguì Pelagio con fervore. «Consideratemi solo un umile strumento nelle mani di Dio. Rivolgete la vostra attenzione ai segni che Nostro Signore vi manda attraverso di me.»
Teodomiro lo guardò spazientito. «Devi capire, Pelagio, che se prestassi ascolto a tutti coloro che, come te, vengono a dirmi di essere stati testimoni di un evento miracoloso, dell’apparizione della Madonna, o di una rivelazione divina, trascorrerei le mie giornate a verificare la veridicità di simili affermazioni. So che alcuni di voi sono in buona fede, ma è pur vero che altri spregevoli individui approfittano delle vostre sante intenzioni e tentano di arricchirsi sfruttando la Chiesa e l’ignoranza delle anime semplici, sostenendo di essere in possesso di reliquie, di aver assistito a miracoli o ad apparizioni portentose impossibili da dimostrare, ma alle quali la gente si aggrappa con ingenuità.»
«Eminenza, vi chiedo soltanto di seguirmi fino al luogo che vi ho descritto. Sono sicuro che nel campo accanto all’umile cappella dove dimoro si produce un evento miracoloso, che mi è impossibile comprendere senza l’aiuto del vostro dotto giudizio.»
Martín di Bilibio si avvicinò al vescovo e, osservando di sottecchi l’eremita, gli sussurrò: «Eminenza, non vi costa nulla accompagnarlo. Il bosco di Libredón non è molto distante, potremmo essere lì prima del calar della sera. Riuscirete così finalmente ad appurare se nelle insistenti parole di quest’uomo c’è del vero e, se così non fosse, sarete libero di congedarlo definitivamente, con la coscienza tranquilla».
Martín di Bilibio era un amanuense, istruito nelle più importanti biblioteche dell’epoca, un monaco prudente e guardingo, che lavorava al servizio del vescovo da oltre dieci anni e ne era diventato l’uomo di fiducia, con l’incarico di redigere tutti i documenti richiesti dalle attività della curia.
Teodomiro indugiò pensoso, quindi interrogò l’eremita. «Tu dunque sostieni che di notte si scorgono strane stelle?»
«È come se centinaia di candele illuminassero un punto preciso. Si tratta di un evento miracoloso, eminenza, non può essere un fenomeno naturale. E poi ho fatto quel sogno, in cui mi veniva indicata la tomba dell’Apostolo Giacomo...»
«Calma, Pelagio, calma» lo interruppe Teodomiro con un energico gesto della mano. «Meglio non trarre conclusioni precipitose. I sogni sono per l’appunto sogni, fantasie, e non c’è alcuna ragione di ravvisarvi un significato razionale.»
Pelagio stava per replicare, ma l’amanuense gli fece cenno di tacere. Obbedì, indietreggiò di alcuni passi e attese con pazienza e riverenza la decisione del vescovo. Osservava con attenzione la testa del prelato, coperta da una berretta lisa. Il religioso aveva le orecchie grandi, la pelle bianca e occhi piccoli e brillanti, quasi neri, che gli conferivano uno sguardo intenso e difficile da sostenere. Sembrava immerso nei suoi pensieri, e Pelagio immaginò che fosse sul punto di congedarlo come al solito, con parole gentili, offrendogli qualcosa per riempirsi lo stomaco. Incrociò le mani sul petto e sussurrò una preghiera.
«E sia, Pelagio» la voce del vescovo lo strappò alle sue orazioni. «Verrò con te al bosco di Libredón.»
Si alzò con un movimento risoluto e si rivolse all’amanuense: «Martín, fa’ i preparativi per la partenza. Andiamo ad accertarci di quanto vedono gli occhi di quest’uomo».
Giunsero alla radura al calar della notte. Il cielo era sgombro di nubi e nell’oscurità del firmamento scintillava un manto di stelle.
«È qui, eminenza. Vi prego, permettetemi di mostrarvi la strada.»
Pelagio indicò il luogo al vescovo, che lo seguiva sul suo cavallo dal pelo lucente, nero come l’ebano.
Si erano fermati davanti alla porta del misero ricovero dell’eremita. Gli uomini del seguito smontarono stancamente di sella, intuendo che avrebbero trascorso la notte all’addiaccio. Teodomiro invece scosse le briglie per incitare l’animale a seguire la loro guida, che si allontanava accennando con il braccio a un punto davanti a sé.
«Ecco, è qui.»
Pelagio si voltò, in attesa che il prelato lo raggiungesse. Il suo cavallo avanzava lento, esprimendo la stessa esitazione del padrone.
Quando raggiunse l’eremita, il vescovo si guardò intorno senza dire nulla.
«Eminenza, potete constatare di persona che le mie parole corrispondono al vero» disse Pelagio timidamente.
«È evidente che in questo luogo le stelle si osservano con maggiore chiarezza. Tuttavia, in questo fenomeno non ravviso alcunché di prodigioso.»
«Bisogna guardare con gli occhi della fede.»
«Intendi forse insinuare che non ho abbastanza fede per distinguere ciò che è opera di Dio dalle frodi degli imbroglioni?»
«Non era mia intenzione offendervi, eminenza» mormorò l’eremita chinando il capo. «Vi supplico soltanto di disporre il vostro spirito ad accogliere il messaggio di Dio.»
Il vescovo Teodomiro sospirò stancamente. Aveva cavalcato tutta la sera, gli doleva la schiena e si sentiva stordito.
«Forse hai ragione» mormorò. «Devo disporre il mio spirito all’ascolto della parola divina. Digiunerò tre giorni e tre notti per sapere se in questo luogo l’Onnipotente vuole comunicarci qualcosa.»
Da tempo sentiva il desiderio di ritirarsi in un posto tranquillo, per meditare sulla confusione che agitava i territori della diocesi, sotto la costante minaccia delle incursioni normanne sulle coste e dei temibili Saraceni. I fedeli gli chiedevano di intervenire per restituire tranquillità alle loro famiglie, aggrappate a una fede sempre più vacillante. Doveva trovare il modo di rassicurarli, di rafforzarli nella certezza che Dio e la Chiesa non li avevano abbandonati, nonostante essa apparisse spesso estranea alle loro sofferenze, alle morti dei loro cari, alla perdita dei loro averi. Che cosa mai avrebbe potuto fare lui, il povero vescovo di Iria Flavia, in quella terra considerata la fine del mondo, dimenticata dal resto della cristianità? Aveva saputo che re Alfonso aveva sollecitato l’aiuto dell’imperatore dei Franchi per arrestare l’avanzata incontenibile degli infedeli e respingere i loro attacchi, ma si trattava pur sempre di questioni politiche, attinenti alle guerre, alla difesa del territorio e alla sicurezza degli abitanti del regno. Teodomiro sapeva che i fedeli della sua diocesi erano affidati soprattutto alla sua protezione, ed egli doveva vegliare sul loro spirito, mantenendo viva la fiamma della fede e della speranza. Rimandò così alla sede episcopale di Iria gli uomini del seguito, a eccezione di Martín e di tre soldati, sufficienti per proteggerlo, e quella stessa notte cominciò il digiuno.
Teodomiro trascorse i tre giorni e le tre notti successive in preghiera, camminando pensieroso da un lato all’altro della cappella. Beveva solo qualche sorso d’acqua e mangiava di quando in quando un frutto o un pugno di castagne arrostite sul fuoco, il minimo indispensabile per alleviare la spossatezza provocatagli dall’astinenza. Erano molti anni che non praticava un digiuno così prolungato, soprattutto da quando era stato nominato vescovo, e il suo corpo lo sopportava a fatica. La sua debolezza aumentava con il passare delle ore. A dire il vero, benché avesse sempre avuto abitudini frugali, non si faceva mai mancare pietanze squisite e vino buono.
Sul far della terza notte, Martín di Bilibio si scosse dal sonnolento torpore in cui era immerso, aprì gli occhi e vide in lontananza il vescovo conversare con Pelagio. Si alzò e, ancora un po’ assopito, si domandò quale potesse essere l’oggetto dei loro discorsi, poiché notò che Teodomiro ascoltava con attenzione le parole dell’eremita. Si diresse verso di loro barcollando, persuaso che quell’uomo, che si ostinava a voler scoprire un miracolo per un personale tornaconto, stesse infastidendo il suo signore. Per sua sorpresa, quando i due lo videro avvicinarsi ammutolirono.
«Monsignore, è successo qualcosa?»
«Non c’è nulla da fare» rispose Teodomiro in tono elusivo.
Pelagio guardò Martín di sottecchi e si allontanò, mostrandosi infastidito per quell’interruzione.
«Devo accertarmi che il mio spirito sia pronto a ricevere il messaggio di Dio» mormorò il vescovo. «Purché ci sia un messaggio divino» aggiunse in tono stanco e scoraggiato.
Si diressero verso il luogo che Pelagio aveva loro indicato il primo giorno, attraversando un tratto di bosco immerso nella penombra. L’aria era impregnata di umidità e sembrava più densa per effetto di una nebbiolina che trasudava dal terreno. Teodomiro camminava davanti, Martín lo seguiva a pochi passi di distanza e Pelagio procedeva accanto a lui, attento a cogliere ogni minima reazione del vescovo.
Improvvisamente a Teodomiro parve di veder sorgere dalla terra alcune piccole luci in movimento. Sorpreso, non disse nulla, temendo si trattasse di...