La notte non è un posto sicuro
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La notte non è un posto sicuro

  1. 630 pagine
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La notte non è un posto sicuro

Informazioni su questo libro

Nelle vesti di pubblico ministero, Penn Cage ha fatto condannare decine di assassini al braccio della morte. Credeva di aver visto il peggio, di aver fatto le scelte più difficili. Mai si sarebbe immaginato di dover affrontare il rischio più grande una volta eletto sindaco della sua città.
Natchez, nel sud degli Stati Uniti, ha tutta l'aria di un posto tranquillo, a parte qualche tensione razziale latente. In realtà, nasconde il suo vero volto anche a Cage. Un volto che si svela nella notte, sui casinò galleggianti ormeggiati alle rive del Mississippi, moltiplicatisi da quando la tentazione dei soldi facili ha fatto dilagare il gioco d'azzardo. Un volto più nero delle peggiori aspettative, se è vero che uno dei casinò, il Magnolia Queen, è un covo di prostituzione e di combattimenti clandestini.
La soffiata arriva a Cage da un vecchio amico d'infanzia che adesso lavora nel locale. Ma poco dopo la confessione l'uomo viene ritrovato ucciso, con un proiettile in petto e morsi di cane su tutto il corpo. Travolto dal senso di colpa, per non aver saputo proteggere l'amico, e dal peso del fallimento, per non aver saputo difendere la sua città dall'insinuarsi del male, Cage si rende conto ben presto che la ricerca della verità sarà una caccia solitaria. Tra le autorità locali, infatti, nessuno è disposto ad aiutarlo, perché crimine e istituzioni sono ormai saldamente intrecciati.
Quando in gioco ci sarà la sua stessa vita e quella della sua famiglia, proprio Cage, da sempre uomo di legge, scoprirà come non sempre la via della legalità sia sufficiente per punire i colpevoli. E quanto possa essere labile il confine tra giustizia e vendetta personale.

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Informazioni

Anno
2011
eBook ISBN
9788858505663
Print ISBN
9788856614916

1

Mezzanotte nel giardino dei morti.
Una luna d’argento, sospesa sopra lo specchio nero delle acque del fiume, riversa la sua gelida luce sull’autostrada che dalla Louisiana si snoda fino al Texas.
Sono fermo qui, tra le pietre tombali, scosso da un brivido. Sono l’unica presenza umana nel raggio di chilometri. Ai miei piedi una semplice lastra di granito, sotto la quale giace il corpo di mia moglie.
Sulla lapide sono incise queste parole:
SARAH ELIZABETH CAGE
1963-1998
Amata figlia, moglie, madre, insegnante
Non mi sono intrufolato nel cimitero a notte fonda per venire a visitare la tomba di mia moglie. Sono qui perché me l’ha chiesto un amico. E se ho accettato non è stato per amicizia, ma per senso di colpa. E per paura.
L’uomo che sto aspettando ha quarantacinque anni, ma per me è come se ne avesse ancora nove. È a quell’età che ci siamo conosciuti, all’epoca del primo sbarco sulla Luna. Le amicizie nate nell’infanzia creano vincoli che durano nel tempo. Il mio senso di colpa è lo stesso che si prova nel vedere qualcuno che si sta perdendo senza poter fare niente per salvarlo. Nel corso degli anni, Tim Jessup ha continuato a cacciarsi nei guai e io, dopo qualche tentativo iniziale, ho smesso di aiutarlo.
Quanto alla paura, non ha niente a che vedere con Tim. Lui è solo un messaggero: verrà a portarmi notizie che preferirei non ricevere. Notizie che potrebbero confermare i pettegolezzi sussurrati sui campi da golf, mormorati nei capanni di caccia, bisbigliati a bordo campo durante le partite di football, come un vento che sale prima della tempesta.
Quando Tim mi ha chiesto di incontrarlo, ho esitato. Questo è il momento peggiore per fare i conti con la coscienza, sia per me sia per la città. Ma alla fine ho accettato di ascoltare quel che avrà da dirmi. Perché se quelle voci sono vere, se è vero che il male è entrato a Natchez, sono stato proprio io ad aprirgli la porta. Mi sono candidato alla carica di sindaco credendo fino in fondo nella mia missione. Certo della mia onestà, sono stato così presuntuoso da pensare di poter venire a patti con il diavolo senza sporcare la coscienza di questa città. Ma era solo una pia illusione.
Da mesi, ormai, il senso di fallimento cresce dentro di me, mi opprime con un peso insostenibile. Raramente, nella mia vita, ho fallito, e non mi sono mai dato per vinto. A tutti gli americani viene insegnato che non bisogna arrendersi, ma qui nel Sud questo precetto è quasi una religione. Due anni fa mi trovavo in questo stesso luogo, davanti alla tomba di mia moglie, con il cuore colmo di speranza e la certezza che grazie alla mia buona volontà avrei risollevato le sorti della ridente cittadina dove sono nato, richiudendo le ferite aperte lasciate dalla questione razziale. Ora, dopo due anni, a metà del mio mandato di sindaco, ho capito che alla gente non piace il cambiamento, nemmeno se è per il suo bene. Parliamo tanto di ideali, ma la nostra vita è regolata solo dall’opportunismo e dal pregiudizio. Prendere atto di questa ipocrisia è stata un’esperienza che mi ha messo a dura prova.
Le persone che mi vogliono bene hanno capito subito come sarebbe andata a finire. Mio padre e la mia compagna di allora hanno cercato di salvarmi dalle mie illusioni, ma non li ho ascoltati. E la cosa peggiore è che a pagare il prezzo più alto è stata mia figlia. Due anni fa mi sembrava di sentire la voce di mia moglie, che mi incoraggiava ad andare avanti. Ora sento solo il soffio indistinto del vento: mi ripete sottovoce la lezione che tanti hanno imparato prima di me: “Non si può tornare indietro”.
Il mio orologio segna mezzanotte e mezza. Tim è in ritardo di mezz’ora e non c’è traccia di lui nella foresta di lapidi che si stende fra me e Cemetery Road. Saluto in silenzio mia moglie, poi mi avvio verso il punto stabilito per l’incontro: la Collina degli Ebrei, la piccola altura che ospita il settore ebraico del cimitero. I miei passi non fanno rumore, l’erba è umida, folta e ben curata. Molti dei nomi incisi sulle lapidi appartengono a persone che ho conosciuto. Sono legati alla mia storia, ma anche a quella della città. Friedler, Jacobs e Dreyfus sulla Collina degli Ebrei; Knoxe, Henry e Thornhill nel settore protestante, e infine Donnelly, Binelli e O’Banyon in quello cattolico. La maggior parte dei morti sepolti qui aveva la pelle chiara. Tuttavia nei lotti che sulla mappa del cimitero sono contrassegnati dall’indicazione NERI riposano i pochi domestici e gli schiavi più fedeli che, vivendo ai margini del mondo dei bianchi, si guadagnavano il diritto a una zolla di terra consacrata. Perlopiù venivano interrati senza lapide o altri segni di riconoscimento. Bisogna scendere dalla collina e andare al cimitero nazionale per trovare le tombe dei neri liberi: in maggioranza soldati, i cui resti riposano fra quelli dei centoventotto caduti senza nome della Guerra Civile. Eppure la storia di questo luogo è ancora più antica. Ci sono tombe di persone nate a metà del Settecento: se i loro occupanti resuscitassero, scoprirebbero che alcune zone della città non sono cambiate di molto rispetto ai loro tempi. Bambini morti di febbre gialla riposano accanto a nobili spagnoli e a generali dimenticati, tutti ormai decomposti sotto statue di santi e angeli piangenti. Natchez è la più antica città sul fiume Mississippi, più antica anche di New Orleans: per capirlo basta guardare le lapidi annerite e mezze affondate nel terreno che si perdono fin dentro la foresta.
Quando Tim Jessup mi ha chiamato per chiedermi di vederci, ho pensato che volesse incontrarmi qui per semplice comodità. Tim lavora al Magnolia Queen, uno dei casinò galleggianti ormeggiati lungo la riva del fiume. Il Magnolia si trova grosso modo sotto la Collina degli Ebrei e il turno di Tim finisce proprio a mezzanotte. Lui però mi ha spiegato di aver scelto il cimitero perché è un posto isolato e non corriamo il rischio di essere visti da qualcuno. Mi ha anche messo in guardia, dicendo che non devo fidarmi di nessuno, neppure del dipartimento di polizia o dei funzionari del municipio. Poi mi ha fatto giurare che non l’avrei chiamato né al cellulare né al telefono di casa, per nessuna ragione al mondo. Sul momento le sue raccomandazioni mi sono sembrate eccessive e un po’ ridicole, ma poi ho dovuto dargli ragione: la corruzione può penetrare ovunque, io stesso ho avuto modo di sperimentarlo più di una volta.
Nella mia vita precedente ero un uomo di legge, lavoravo come pubblico ministero per l’ufficio del procuratore distrettuale di Houston. Iniziai la mia carriera come un avvocato idealista alla Atticus Finch e la conclusi dopo aver mandato sedici persone nel braccio della morte. Ripensandoci, non saprei dire di preciso che cosa accadde. Sta di fatto che una mattina mi svegliai e mi resi conto che punire i colpevoli non era lo scopo della mia vita. Così diedi le dimissioni e tornai a casa, da mia moglie e mia figlia. Non sapendo come impiegare il tempo che a quel punto avevo a disposizione (e avendo bisogno di denaro), cominciai a scrivere romanzi ispirati alle mie esperienze di magistrato, seguendo, come tanti altri ex avvocati, la strada tracciata da John Grisham. I miei libri ebbero un certo successo e il mio nome finì nella classifica dei bestseller. A quel punto comprammo una casa più grande e iscrivemmo Annie a una scuola più prestigiosa. Cominciai a provare un’emozione nuova: un senso di onnipotenza, la certezza che qualsiasi cosa avessi intrapreso, avrei avuto successo. Ero così giovane e arrogante da pensare di essermi meritato tutto ciò che avevo, e così stupido da credere che sarebbe durato per sempre.
Poi mia moglie morì.
La seppellimmo quattro mesi dopo che mio padre le aveva diagnosticato un tumore. Lo shock della sua perdita rischiò di annientare la mia vita e quella della mia bambina di quattro anni. Sconvolto dal dolore, tornai a Houston per riprendere Annie e portarla nella cittadina del Mississippi dove sono cresciuto, affidandola all’affetto dei miei genitori. E proprio qui a Natchez, mentre stavo ancora arrancando per ridare un senso alla mia vita, mi sono trovato coinvolto in un caso di omicidio: una vicenda risalente a trent’anni prima. Quell’esperienza mi ha salvato la vita, ma ha troncato quella di quattro persone. Da allora sono passati sette anni. Annie oggi ha undici anni ed è bellissima, il ritratto di sua madre. In questo momento è a casa che dorme. L’ho lasciata con la babysitter, che sta aspettando il mio rientro. Decido di concedere a Tim solo altri cinque minuti. Che cavolo. Se non riesce ad arrivare in tempo, può sempre venire a cercarmi nel mio ufficio in municipio, come fanno tutti.
Il cuore mi martella nel petto: la salita che porta in cima alla Collina degli Ebrei è ripidissima. A ogni respiro, mi arriva il profumo inebriante dei cespugli di osmanto, ancora in fiore a metà ottobre. Sotto l’effluvio dei fiori ribolle una miscela di odori più pesanti: foglie umide, terriccio e qualcosa di morto tra gli alberi, forse un cervo colpito da un bracconiere di passaggio.
Non appena raggiungo la cima della collina, il paesaggio e il cielo si spalancano di colpo davanti a me, lasciandomi senza fiato.
Il fiume scorre sessanta metri più in basso. Da questa altezza si vede l’immensa pianura stendersi a perdita d’occhio verso ovest con una maestosità che stordisce. La sensazione che si prova è la stessa che in passato ha spinto tante nazioni a contendersi queste terre. Francia, Spagna, Inghilterra, gli Stati Confederati durante la guerra di secessione: tutti hanno tentato di impadronirsene, senza mai riuscirci, come già era accaduto agli indiani Natchez prima di loro.
Mentre mi siedo su una panchina, vedo due fari risalire Cemetery Road come una barca che naviga controvento, sobbalzando sulla stretta carreggiata che si snoda lungo il margine della scarpata a picco sul fiume. Mi alzo in piedi, ma il mezzo non rallenta e dopo qualche istante riesco a distinguere un pick-up che supera sferragliando la baracca sull’altro alto della strada. Poi sparisce dopo la prima curva, in direzione della Tana del Diavolo, una profonda gola ai margini della contea, dove i fuorilegge che un tempo infestavano la zona gettavano i cadaveri delle loro vittime.
«Mi dispiace Tim» dico a voce alta. «Tempo scaduto.»
Il vento che soffia dal fiume si fa più intenso e mi penetra sotto la giacca. Ho freddo, sono stanco e ho voglia di andare a letto. Mi aspettano tre giorni frenetici, i più impegnativi dell’anno per il sindaco di Natchez. Domattina ho in programma una conferenza stampa, poi un volo in elicottero sulla città. Ma una volta superati questi tre giorni, ci saranno grandi cambiamenti nella mia vita.
Mi allontano dalla panchina e mi incammino verso il fronte meno scosceso della collina, diretto alla mia vecchia Saab parcheggiata oltre il muro del cimitero. Mentre mi piego in avanti per affrontare la discesa, una voce apprensiva rompe il silenzio: «Ehi, amico. Ci sei?».
Un’ombra, sbucata dalla parte più interna del cimitero, avanza verso di me. Da qui riesco a vedere tutte e quattro le entrate, ma non ho notato fari né sentito il motore di un’auto. Eccolo qui, Tim Jessup. Si materializza come uno dei fantasmi che si dice infestino questa antica collina. Lo riconosco subito, perché Tim è stato un tossico e si muove ancora come chi è in cerca di una dose: quell’incedere rigido e scoordinato sulle gambe sottili, quel continuo guardarsi intorno per assicurarsi che non salti fuori qualche poliziotto.
Lui giura che ha smesso di farsi da un pezzo, grazie soprattutto a Julia, la sua nuova moglie, che ha tre anni meno di noi e frequentava la nostra stessa scuola. A diciannove anni Julia aveva sposato il quarterback della squadra scolastica di football e le ci vollero cinque anni di inferno prima di decidersi a divorziare. Quando ho saputo che stava per sposare Tim Jessup, ho pensato che volesse aggiungere un altro fallimento al suo curriculum. Ma in città si dice che Julia abbia fatto miracoli con Tim. Gli ha trovato un posto come croupier ai tavoli di blackjack in uno dei casinò galleggianti ed è riuscita a non farglielo mollare. Ormai è più di un anno che Tim riga dritto e di recente è stato assunto al Magnolia Queen.
«Penn!» mi chiama. «Sono io. Dove ti sei cacciato? Esci fuori!»
La luce della luna mette in risalto la magrezza del suo volto. Anche se abbiamo la stessa età – siamo nati a solo un mese di distanza – Tim sembra molto più vecchio di me. Ha la pelle della consistenza del cuoio, come succede a chi è stato troppo a lungo sotto il sole del Mississippi. La nicotina rende giallastri i suoi baffi grigi; la pelle e gli occhi hanno la sfumatura itterica di un uomo il cui fegato è arrivato al capolinea.
Una delle cose che più ci ha unito da ragazzi era il fatto di essere entrambi figli di un medico. Eravamo fin troppo consapevoli della responsabilità che gravava sui nostri padri, molto simile a quella dei sacerdoti. Essere figli di un medico può portare benefici ma anche svantaggi. Tutti si aspettano che i primogeniti seguano le impronte paterne, scegliendo la stessa professione. In realtà io e Tim abbiamo entrambi deluso quelle aspettative, sia pure per strade molto diverse.
Con un sospiro di rassegnazione mi faccio vedere da lui. «Tim? Ehi, sono io.»
Si volta di scatto e infila rapidamente la mano in tasca come per prendere qualcosa. Per un attimo ho il terrore che stia per tirare fuori una pistola, ma poi mi riconosce e si rilassa.
«Amico» dice con un sorrisetto. «Pensavo che mi avessi tirato un bidone.»
«Sei tu quello che è arrivato in ritardo.»
Annuisce più volte. È uno che non riesce mai a star fermo. Mi chiedo come faccia a rimanere tutta la notte al tavolo del blackjack.
«Non potevo andarmene troppo in fretta» spiega. «Credo che mi stiano tenendo d’occhio. Anche se in effetti tutti i dipendenti del Magnolia sono costantemente sorvegliati. Ma forse hanno qualche sospetto specifico su di me.»
«Non ho visto la tua macchina. Come hai fatto ad arrivare?»
Un sorriso scaltro illumina per un attimo il suo volto scavato. «Ho i miei metodi, amico. Bisogna stare attenti con gente come quella. Sono come predatori, te lo dico io. Appena sentono una minaccia, scattano e... bam!» Batte le mani. «Uccidono per puro istinto, come gli squali.» Si volta verso la città che si stende sotto di noi. «A proposito, è meglio se troviamo un posto meno in vista.» Mi conduce verso il muretto che delimita un piccolo lotto di tombe della stessa famiglia. «Come ai tempi della scuola. Ti ricordi quando venivamo qui a farci le canne? Ci mettevamo a sedere proprio qui dietro perché gli sbirri non vedessero la brace dello spinello.»
In realtà, ai tempi della scuola non ho mai fumato erba con Tim, ma preferisco non contraddirlo. Spero che mi riferisca in fretta quello che ha da dirmi, in modo da poter tornare a casa.
Tim salta dall’altra parte con sorprendente agilità. Mentre lo seguo, scavalcando il muretto, mi torna in mente l’unico ricordo di questo cimitero che associo a Tim. Era la notte di Halloween. Insieme ad altri ragazzini lanciammo le nostre biciclette da cross oltre il muro del cimitero e cominciammo a scorrazzare tra i vialetti e le tombe, ridendo e divertendoci come matti, finché non fummo assaliti da un branco di cani randagi. Ci inseguirono fino alle grandi querce che sorgono vicino a uno dei cancelli d’ingresso. Chissà se Tim se lo ricorda.
Lanciando un’ultima, ansiosa occhiata in direzione di Cemetery Road, Tim si sie...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Colophon
  4. La notte non è un posto sicuro