L'uomo che uccide
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L'uomo che uccide

  1. 512 pagine
  2. Italian
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  4. Disponibile su iOS e Android
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L'uomo che uccide

Informazioni su questo libro

A Londra, tre giovani reclute si preparano ad affrontare il primo giorno nella polizia. Sanno che quella è la loro unica occasione per gettarsi alle spalle un passato non troppo pulito. Non sospettano di essere stati scelti per portare a termine un incarico molto rischioso: infiltrarsi nei loschi affari dell'uomo più ricercato d'Inghilterra. Un uomo talmente ricco e potente da sembrare intoccabile. Ma quando saranno finalmente vicini a incastrare la loro preda, scopriranno che la linea che separa il bene dal male può essere talvolta molto sottile...

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Informazioni

Print ISBN
9788838487453
eBook ISBN
9788858505076
Tre anni dopo
Marty Clare aspirò una lunga boccata dalla canna e trattenne il fumo nei polmoni, mentre contemplava le due ragazze sul letto. La bionda stava sopra, la rossa sotto e si baciavano, gambe e braccia intrecciate. Clare si grattò le natiche e soffiò uno sbuffò di fumo azzurro sulle due ragazze.
«Su, vi siete scaldate abbastanza» disse con il suo rauco accento irlandese. Le due si separarono. La rossa allungò una mano per prendere lo spinello, Clare glielo porse e si lasciò scivolare accanto alla bionda. Si chiamava Sylvia. O Sandra. Non aveva badato ai nomi. Tutto quello che gli interessava era un gioco a tre e il prezzo gli era parso ragionevole, considerate le tette pneumatiche e le facce da modelle. Erano slovacche, la bionda aveva ventun anni e la rossa poco più di diciotto. Da come si davano da fare a letto, Clare si era convinto che dovessero essere veramente bisessuali. Non che gl’importasse molto, la serata doveva soddisfare le sue di esigenze, non le loro.
Baciò la bionda, che emise un mugolio e aprì la bocca, in modo che con la lingua potesse perlustrarla a fondo, mentre lei si faceva strada tra le sue gambe. Si sentì leccare delicatamente tra le scapole dalla rossa, che porse lo spinello alla bionda, si distese sopra di lui, premendo le labbra sulle sue come se volesse togliergli il respiro e poi cominciò a muoversi verso il basso, baciandolo e mordicchiandolo. Clare le accarezzò i capelli con un mugolio che anticipava il piacere. La bionda si appoggiò alla testata del letto e soffiò il fumo verso il soffitto. Clare tese una mano per farsi ripassare la canna quando dalla stanza accanto giunse un rumore di legno fracassato, poi grida e passi come di molti uomini che calzassero scarpe pesanti e ancora urli. La porta si spalancò e sei poliziotti in divisa irruppero nella stanza insieme a una sventagliata di flash. Clare, per un momento quasi accecato, fece cadere lo spinello sulla schiena della rossa, che urlò dal dolore. La bionda cercò di scappare e Clare, nonostante tutto, sorrise perché era nuda, la casa aveva sedici piani, loro erano all’ultimo e l’unica uscita era bloccata da due energumeni con tanto di impermeabile nero. Anche loro sorridevano, mentre la rossa urlava e imprecava, cercando di uscire dal letto. La canna accesa le era rotolata su una gamba e le aveva bruciato la coscia. A furia di dimenarsi cadde per terra; arrancando si trascinò a quattro zampe verso la porta del bagno. Anche la bionda aveva deciso di dirigersi verso il bagno, ma si scontrò con la rossa e tutte e due ruzzolarono a terra in un groviglio di braccia e gambe. Un fotografo in jeans e giacca a vento grigia fece un bel ritratto alle due ragazze.
Clare scoppiò a ridere e risero anche i poliziotti in divisa, che afferrarono le ragazze e le consegnarono a una agente donna, che raccolse i loro vestiti e le spinse verso il corridoio, mentre i due detective con l’impermeabile nero si scostavano dalla porta per lasciarle passare. La rossa piangeva, mentre la bionda chiedeva a gran voce un avvocato. Il fotografo le seguì fuori della stanza.
Clare raccolse da terra la canna ancora accesa e tirò una lunga boccata. La offrì anche ai due di guardia alla porta, ma loro scossero la testa.
«Allora, ragazzi, qual è l’accusa?» disse con noncuranza. «Sesso, droga o rock-and-roll?»
Il più alto dei due detective prese un portacenere e lo portò vicino al letto.
Clare era nudo, ma non fece neanche il gesto di coprirsi. Il suo torace muscoloso era ancora lucido di sudore. Spense la canna.
«Martin Clare, lei è in arresto per aver tentato di esportare quattro tonnellate di marijuana» disse il detective.
Clare s’irrigidì, ma il suo sorriso restò inalterato.
«La marijuana si trova sotto sequestro al molo di Rotterdam» proseguì il detective. «Come si dice al suo paese, signor Clare, lei è stato beccato».
Clare rispose: «D’accordo, d’accordo. Lasciatemi almeno mettere le mutande...».
Appena sentì suonare la campanella, Robbie afferrò la sacca della palestra, ma il professor Inverdale lo guardò così severamente che subito la lasciò scivolare per terra, accanto al banco. Inverdale finì di spiegare come andava svolto il tema che aveva assegnato come compito a casa, poi voltò la schiena alla classe e tutti si precipitarono verso la porta. Robbie tolse il Nokia dalla borsa e l’accese. Prima della lezione aveva mandato un SMS a Elaine Meade ed era ansioso di vedere se gli avesse risposto.
«Fuori di qui con quell’aggeggio, Donovan» disse il professore senza voltarsi. «Conosci il regolamento.»
Robbie corse in corridoio. Era arrivato un messaggio. Il cuore cominciò a battergli forte. Elaine era, in assoluto, la più carina del suo anno. Bionda con gli occhioni azzurri, come quella che faceva step alla televisione, aveva un modo molto grazioso di arricciare il naso quando rideva. Premette il tasto per leggere il messaggio sforzandosi di dominare l’ansia che gli stringeva lo stomaco. Il messaggio comparve. «SONO TORNATO. VIENI SUBITO A CASA. PAPÀ
Robbie sorrise e lanciò un pugno nell’aria. «Evvài!» disse a voce alta. Non vedeva suo padre da più di due mesi.
Rinfilò il cellulare nella borsa e si diresse verso il cancello d’uscita. Si guardò in giro nervosamente. Il cortile era quasi deserto, erano già tutti alla mensa. Robbie si avviò risoluto e una volta attraversato il cancello cominciò a correre, con la sacca che gli sbatteva contro una gamba.
Arrivò a casa tutto sudato, affannato. La Range Rover grigio argento di sua madre era parcheggiata lì davanti. Accanto, una Jaguar verde scuro, il cui motore mandava ancora qualche ticchettio isolato da sotto il cofano. Robbie fece scorrere un dito sulla vernice. A suo padre non piacevano le macchine inglesi, diceva che si rompevano sempre; i motori tedeschi, quelli sì che erano affidabili. Fece il giro della casa e passò dalla porta della cucina. C’erano due sacchetti di Mark & Spencer sul ripiano accanto al lavandino e due tazze da tè vicino al bollitore.
«Papà!» Nessuna risposta.
Corse in salotto. Nessuno. Raggiunse l’anticamera. «Papà!» La voce echeggiò per il corridoio.
Salì le scale, una mano sulla ringhiera. Sentì delle voci provenire dalla camera da letto dei genitori. Fece gli ultimi gradini a due a due e spalancò la porta, sorridendo emozionato. S’impietrì quando vide le due figure sul letto. Due figure nude. Sua madre stava sopra, seduta, con la schiena arcuata e la testa all’indietro. Si voltò verso di lui con lo sguardo stravolto da un’espressione di orrore.
«Robbie...» balbettò.
Per Robbie il tempo si fermò. Vide le gocce di sudore sulla schiena di sua madre, una ciocca di capelli biondi attraverso il viso, il rossetto sbavato all’angolo della bocca.
L’uomo disteso sulla schiena cercava di mettersi a sedere. «Merda» disse. Si mise una mano sulla fronte. «E adesso che cazzo si fa?»
Robbie lo riconobbe. Era lo zio Stewart. Non era un vero zio, era un amico di suo padre. Stewart Sharkey. Quando lo zio Stewart veniva da loro, suo padre diventava sempre molto serio; si chiudevano per ore a parlare nello studio. Solo a Natale suo padre non era così serio con lo zio Stewart, che arrivava con regali per lui e per i suoi genitori. Erano sempre cose molto belle. Costose.
«È mia mamma!» gridò Robbie. «Cristo, è mia mamma!»
«Robbie...» lo supplicò sua madre.
«Merda merda merda!» disse Sharkey sottovoce, coprendosi gli occhi con le mani e sbattendo la testa contro il cuscino appoggiato alla testiera.
La madre di Robbie si avvolse nella trapunta e si voltò verso il bambino. «Robbie, non è quello...»
«Sì, invece!» gridò Robbie. «So che cos’è! Lo so che cosa state facendo! Non sono scemo!»
La madre di Robbie si alzò e l’uomo prese un cuscino per coprirsi le parti basse. «Che si fa?» ripeté.
Lei lo ignorò. Fece un passo verso il figlio, che si ritrasse alzando una mano per tenerla lontana. «Non avvicinarti!»
«Robbie, mi dispiace.»
«Papà vi ucciderà. Vi ucciderà tutti e due!»
«Robbie, è stato un errore...»
Robbie puntò un dito verso di lei. «Non sono stupido, mamma. So che cosa stavate facendo. Lo dirò a papà.»
«Vicky, per l’amor di Dio, fa’ qualcosa!» supplicò Sharkey a denti stretti.
Vicky si voltò verso di lui. «Vedi di non peggiorare la situazione, Stewart.»
«Cazzo, allora fa’ tu qualcosa, va bene?»
Robbie corse in corridoio. Sua madre lo seguì fino alla soglia. «Robbie! Robbie! Fermati!»
Robbie inciampò in cima alle scale e non riuscì ad aggrapparsi alla ringhiera. La sacca gli s’infilò in mezzo alle gambe e lui cadde in avanti. Muoveva la bocca, ma non riusciva a gridare, sconvolto dalla paura.
Dal fondo del corridoio, Vicky fece appena in tempo a vederlo ruzzolare a testa in giù. Lanciò un urlo. La trapunta le sfuggì dalle mani. «Robbie, no!»
Stewart la chiamò per sapere che cos’era successo.
Il corridoio sembrava aver preso una lunghezza telescopica mentre Vicky correva dietro a Robbie. Non riusciva più a vederlo, sentì i tonfi del suo corpo che precipitava. Un tonfo. Un altro. In un silenzio che la terrorizzava. Non un lamento, non un grido. Solo quei tonfi che le stritolavano il cuore. Poi il silenzio assoluto, e fu ancora peggio.
Vicky arrivò in cima alle scale. Robbie era disteso sull’ultimo gradino, con la faccia rivolta in giù, appena piegata da un lato. Dalla bocca gli usciva del sangue. Vicky sentì un pugno allo stomaco, si appoggiò al muro per non cadere. «Dio, ti prego, fa’ che stia bene» mormorò.
Corse giù per le scale, si chinò su di lui. Gli mise una mano sulla spalla e la strinse piano. «Robbie, amore! Robbie!» Il petto del bambino si sollevò, mentre riprendeva a respirare. Vicky rivolse a Dio una muta preghiera di ringraziamento.
Robbie aprì gli occhi all’improvviso.
«Robbie, amore, stai bene?»
«Non toccarmi!» disse lui con un’espressione di disgusto.
«Robbie, amore della mamma...»
«Stammi lontana! Ti ho vista! Ho visto che cosa facevi!»
«Robbie!» lo supplicò Vicky.
Robbie la spinse via e si alzò in piedi. Si pulì la bocca e si accorse del sangue. «Sei ridicola» disse.
Vicky si accorse di essere nuda e cercò di coprirsi con le mani.
«Ti odio» disse Robbie.
Sharkey comparve in cima alle scale, intento ad abbottonarsi la camicia. «Si è calmato?»
Robbie gli puntò contro un dito. «Mio padre ti ucciderà!» urlò con la voce carica d’odio.
«Robbie» disse Vicky, «ti prego, non parlare così!»
Sharkey cominciò a scendere le scale. «Non diciamo stupidaggini, Robbie.»
Vicky alzò lo sguardo verso il suo amante. «Per favore, Stewart, me la cavo da sola.»
«Se ne parla con Den...»
«Chiudi quella bocca di merda!» urlò Vicky.
«Stavo solo dicendo che...»
«Non dire niente! Non dire niente! Hai già fatto abbastanza...» Prima di finire la frase, Vicky vide Robbie che cercava di aprire la porta d’ingresso. «Robbie!» gridò. «Robbie, torna indietro!»
Si lanciò verso il ragazzo, ma lui fu più svelto, spalancò la porta, uscì e lasciò che gli sbattesse alle spalle. Quando Vicky riaprì la porta, lui correva già lungo il marciapiede. Vicky Donovan sentì che le gambe non la reggevano e si accasciò sul pavimento, mentre le lacrime le scendevano sulle guance.
Sharkey la raggiunse, abbottonandosi i polsini della camicia. «Fantastico» disse sottovoce, «e adesso che si fa?»
Il vento che soffiava sul Mare dei Caraibi scompigliava i capelli di Den Donovan, che se li scostò dagli occhi con il palmo della mano. Le onde color turchese erano screziate di bianco. Donovan sentiva sulle labbra il sapore del sale. «E se mi comprassi una barca, Carlos?» disse fissando lo sguardo lontano attraverso la distesa d’acqua.
Carlos Rodriguez si strinse nelle spalle. «Non saprei, soffro il mal di mare.»
«Una barca grande. Con gli stabilizzatori e tutto il resto. Non mi sposterei più in aereo tra le isole. Viaggerei per mare, da gran signore.»
«A me qualsiasi barca dà la nausea» ribatté Rodriguez.
Donovan si avviò lungo la spiaggia, con i sandali che affondavano nella sabbia. Vedeva, lontano, la gente in vacanza, sdraiata sotto gli ombrelloni. Rodriguez affrettò il passo. Donovan guardò verso la strada, a destra. Barry Doyle se ne stava appoggiato alla Mercedes grigio argento, con le braccia incrociate sul torace massiccio. Doyle fece a Donovan un cenno quasi impercettibile, per segnalargli che era tutto a posto. Donovan si guardò alle spalle. La persona più vicina si trovava a quasi cento metri, un donnone obeso con un bikini troppo piccolo; camminava nell’acqua bassa con un bambinetto che sgridava in tedesco ogni volta che si allontanava troppo nel mare.
Fu distratto dal rumore di un piccolo jet che stava virando verso l’aeroporto di Bradshaw. “Altri turisti con le tasche piene di soldi’’ pensò Donovan. Probabilmente avevano una suite prenotata al Jack Tar o al Four Seasons di Nevis, dove un quarto della forza lavoro dell’isola sgobbava per fare in modo che gli inconvenienti quotidiani di un paese del Terzo Mondo non turbassero una quiete a cinque stelle. A Donovan non piacevano né Nevis né St. Kitts, ma erano luoghi ideali per incontrarsi con uno dei più grossi fornitori di cocaina della Colombia.
«Come andiamo?» domandò a voce bassa.
«Il mercantile lascia il Messico questa sera» rispose Rodriguez.
«E la merce?»
«Nei serbatoi di quelli gialli.»
«Gialli?»
«Abbiamo pensato che sono più facili da individuare.»
«Tutti quelli gialli?»
«Tutti.»
«Non è un po’... prevedibile?»
Rodriguez sorrise. «C’è meno rischio di confusione. Avresti preferito un elenco con i numeri del motore o del telaio? Essere costretto a inginocchiarti per terra con una pila in mano?»
Donovan rise. La cocaina che procurava Rodriguez era stata trasportata dalla Colombia al Messico, dove c’era una fabbrica di Maggiolini Volkswagen. Dalla catena di montaggio di Puebla uscivano fino a quattrocento automobili al giorno e molte andavano all’estero. Rodriguez aveva comprato sessanta automobili da spedire nel Regno Unito.
«Non preoccuparti, Den» disse. «Le mance sono state abbondanti lungo tutto il percorso. Gialli o verdi che siano nessuno si avvicinerà a quelle Volkswagen.»
«Benissimo.»
«E i miei soldi?»
«Verserò la prima parte oggi pomeriggio.»
«E il resto all’arrivo?»
«Appena ritiriamo la merce.» Donovan diede una pacca sulla spalla al colombiano. «Carlos, ti ho mai deluso?»
«Non ancora, amico, ma mi ha detto un uccellino che hai parlato con dei russi.»
«Carlos, io parlo con tanta gente.»
«Piloti russi. Possiedono propri aerei da trasporto. Stanno in un albergo di Anguilla, poco l...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Colophon
  4. Tre anni dopo
  5. Tre mesi dopo
  6. Ringraziamenti