L'ultimo segreto di Tesla
eBook - ePub

L'ultimo segreto di Tesla

  1. 364 pagine
  2. Italian
  3. ePUB (disponibile su mobile)
  4. Disponibile su iOS e Android
eBook - ePub

L'ultimo segreto di Tesla

Informazioni su questo libro

New Jersey, 1895. Un uomo scruta nella notte, in cerca dei bagliori di un incendio di cui ha avuto notizia. L'uomo è Thomas Alva Edison, il celeberrimo inventore, un nome che è quasi sinonimo di elettricità. Ma c'è un altro uomo che ha in questo campo enormi meriti, superiori a quelli di Edison, e di molti altri. Quello che sta bruciando è il suo laboratorio. E certo non è un caso… In un avvincente romanzo-verità, Anthony Flacco ricostruisce vita e vicissitudini di Nikola Tesla, geniale e poliedrico inventore, scopritore di principi fondamentali e rivoluzionari nel campo dell'elettricità, affascinante catalizzatore di mille misteri, divenuto prima ricco e celebre e quindi povero e dimenticato.
Solitario e tormentato, oggetto di invidie e persecuzioni, quando, dopo aver rifiutato nientemeno che il premio Nobel, Tesla morì, agenti del governo che sorvegliavano l'albergo in cui dimorava irruppero e sequestrarono tutte le sue carte. Solo un prezioso incartamento riuscì a sfuggire alla razzia: il piano per il sistema di energia universale. Produrre elettricità gratuita: per tutti, ovunque, per sempre. La più grande delle scoperte che la sua Musa gli aveva ispirato. Un progetto che molti avrebbero avuto interesse a distruggere.

Domande frequenti

Sì, puoi annullare l'abbonamento in qualsiasi momento dalla sezione Abbonamento nelle impostazioni del tuo account sul sito web di Perlego. L'abbonamento rimarrà attivo fino alla fine del periodo di fatturazione in corso. Scopri come annullare l'abbonamento.
No, i libri non possono essere scaricati come file esterni, ad esempio in formato PDF, per essere utilizzati al di fuori di Perlego. Tuttavia, puoi scaricarli nell'app Perlego per leggerli offline su smartphone o tablet. Per maggiori informazioni, clicca qui.
Perlego offre due piani: Essential e Complete
  • Essential è l'ideale per studenti e professionisti che amano esplorare un'ampia gamma di argomenti. Accedi alla libreria Essential, che include oltre 800.000 titoli di comprovata qualità e bestseller in vari settori, tra cui business, crescita personale e discipline umanistiche. Include tempo di lettura illimitato e voce standard per la sintesi vocale.
  • Complete: perfetto per studenti e ricercatori esperti che necessitano di un accesso completo e illimitato. Accedi a oltre 1,4 milioni di libri su centinaia di argomenti, inclusi titoli accademici e specialistici. Il piano Complete include anche funzionalità avanzate come la sintesi vocale premium e l'assistente di ricerca.
Entrambi i piani sono disponibili con cicli di fatturazione mensili, semestrali o annuali.
Perlego è un servizio di abbonamento a testi accademici, che ti permette di accedere a un'intera libreria online a un prezzo inferiore rispetto a quello che pagheresti per acquistare un singolo libro al mese. Con oltre 1 milione di testi suddivisi in più di 1.000 categorie, troverai sicuramente ciò che fa per te! Per maggiori informazioni, clicca qui.
Cerca l'icona Sintesi vocale nel prossimo libro che leggerai per verificare se è possibile riprodurre l'audio. Questo strumento permette di leggere il testo a voce alta, evidenziandolo man mano che la lettura procede. Puoi aumentare o diminuire la velocità della sintesi vocale, oppure sospendere la riproduzione. Per maggiori informazioni, clicca qui.
Sì! Puoi utilizzare l'app di Perlego su dispositivi iOS o Android per leggere quando e dove vuoi, anche offline. È perfetta per gli spostamenti quotidiani o quando sei in viaggio.
I dispositivi con iOS 13 e Android 7 o versioni precedenti non sono supportati. Scopri di più su come utilizzare l'app.
Sì, puoi accedere a L'ultimo segreto di Tesla di Anthony Flacco in formato PDF e/o ePub. Scopri oltre 1 milione di libri disponibili nel nostro catalogo.

Informazioni

Print ISBN
9788856627824
eBook ISBN
9788858507483

1

1895
Menlo Park, New Jersey
Thomas Alva Edison era nel laboratorio deserto e fissava una notte senza nuvole, sforzandosi di vedere in lontananza i segni dell’edificio in fiamme del rivale. Pulì in fretta gli occhiali e se li rimise sul naso, strizzando gli occhi in direzione di Manhattan. Non aveva perso un momento; non appena il giovane messaggero era arrivato di corsa con la notizia dell’incendio, Edison gli aveva gettato una moneta per congedarlo e si era immediatamente rivolto verso la finestra scrutando l’oscurità in cerca del bagliore.
L’aria fredda e tagliente era limpida e consentiva di spingere lontano lo sguardo. Ma la grande città di New York cresceva disordinata a circa quaranta chilometri di distanza in linea d’aria e non c’era alcun segno di incendi. Là fuori non c’era nulla a turbare la gloria delle stelle e delle costellazioni argentee, così chiare e nitide che sembravano risplendere proprio sopra la sua testa.
Si disse che la distruzione poteva essere già avvenuta. La maggior parte della gente si sarebbe aspettata un incendio rapido per qualunque edificio in legno di cinque piani. Perché no?
Già, perché no. Edison soffocò l’impulso di gongolare, cosciente del fatto che soddisfazioni di quel genere erano degne di persone con meno disciplina. Individui venali. Eppure, “se il suo peggior rivale fosse stato davvero distrutto dal fuoco”, allora l’Anno del Signore 1895 prometteva di rivelarsi parecchio interessante. E l’anno era ancora all’inizio. Era giunto infine il momento di assistere alla stagione dell’epurazione.
Sorrise quando pensò all’ironia della data: il 13 marzo cadeva solo due giorni prima delle famose “idi” di marzo del vecchio calendario romano. Era la data in cui i romani si erano sbarazzati di quel tiranno, Giulio Cesare. Edison sentì un pizzico d’orgoglio: conosceva quella circostanza storica nonostante avesse solo la licenza elementare.
Rivolse di nuovo lo sguardo all’orizzonte e si sforzò di individuare qualunque traccia rossastra nel cielo, ricordando a se stesso che, anche se il fuoco bruciava ancora, era assai improbabile che le fiamme fossero visibili da quella distanza. Una perdita di tempo. Eppure…
Ruttò per la seconda volta da quando era arrivata la notizia dell’incendio. Assorbire quell’informazione era come digerire un cibo speziato. Lottò per reprimere la sensazione di calore che avvertiva sotto la pancia prominente, anche se in quanto gentiluomo non ne diede alcun segno. A quarantotto anni, Edison era convinto che un uomo di successo dovesse mantenere la dignità.
Accettava il comandamento secondo cui non è un bene per l’anima gioire delle disgrazie altrui. Neppure di quelle di un certo ex dipendente ingrato che aveva oscurato i tuoi risultati e mandato in fumo i tuoi progetti di un sistema elettrico che avrebbe coperto tutta l’America – un dipendente che a dirla tutta aveva dato mostra di essere così impudente, anzi temerario da dire all’inviato di una qualche rivista popolare, con parole che bruciavano ancora nel ricordo di Edison come la prima volta che le aveva lette, che Thomas Edison «non ha scoperto alcun principio basilare dietro le forze elementari dell’universo» e «si limita a costruire apparecchi basati sulla creatività pura di altri».
L’uomo aveva in effetti definito Thomas Alva Edison «il costruttore della prima lampadina davvero funzionante», un mero praticone nel campo dell’energia generata.
Un praticone.
Edison avvertì una fitta allo stomaco. Il dolore lo attraversò come quando era ragazzino e attaccava il cavallo all’aratro subito dopo pranzo. In quei lunghi giorni del passato la cura di sua madre per il mal di stomaco era una mistura di latticello e pane di mais, ma stanotte il bruciore acuto lo tormentava con un’intensità che nessun rimedio avrebbe potuto calmare.
Era provocata dalla gioia maligna. Lo sapeva. Un peccatuccio particolarmente malevolo lottava per prendere il controllo del suo comportamento. Quel sentimento tentava di indurre Edison a sogghignare, ridacchiare, persino a sghignazzare apertamente, forse addirittura a ballare con esultanza e a urlare come uno scolaro turbolento. La gioia maligna gli sussurrava che chiunque avrebbe capito una manifestazione di giubilo da parte sua.
Però, no. Aveva già stabilito che nessuno avrebbe potuto dire che Thomas Edison avesse esultato a quella notizia come un miserabile avaro che si fosse accaparrato l’oro di un altro. Non c’era alcuna necessità di farlo. La reputazione di Edison era salda, il suo posto nella storia assicurato.
Vero? A quel pensiero si voltò e percorse la stanza con lo sguardo: una lunga fila di lindi tavoli da laboratorio, ognuno un quadro vivente di un esperimento in corso. Gli assistenti lavoravano sodo tutti i giorni, sforzandosi di trovare soluzioni alle sfide infinite presentate dai progetti di Edison.
«Il diavolo si nasconde davvero nei dettagli» amava ripetere ai ragazzi del laboratorio. Per lui era un articolo di fede anche il fatto che il diavolo potesse essere cacciato fuori dai dannatissimi dettagli, a patto che ci lavorasse un numero sufficiente di assistenti esperti – ognuno di loro un perfezionista implacabile, tutti desiderosi che il capo li notasse.
Il boss era lui: il cocco di mamma sovrappeso, il ragazzino di campagna duro d’orecchi e semianalfabeta. Per il ragazzo umile che ancora viveva dentro l’uomo famoso, il laboratorio silenzioso era una visione rassicurante, ancor più quella notte. Adesso il laboratorio di ricerca sull’elettricità di Edison era il migliore d’America – non più soltanto il più grande o il più costoso. Da quel momento in poi avrebbe potuto far conto sul fatto che il suo esercito di invenzioni avrebbe marciato senza trovare opposizione, soldati affamati che avrebbero saccheggiato le città del pianeta su suo ordine. Gli avrebbero portato ancora più denaro, ancora più celebrità. E avrebbero beneficato l’umanità.
Da solo in quel momento glorioso, Edison dichiarò in silenzio che non sarebbe mai stato così rozzo da andare a dare un’occhiata ai resti anneriti non appena fosse sorta l’alba, non importa quanto grande fosse la tentazione di farlo. Non sarebbe passato di lì per dare un’occhiata distratta con la coda dell’occhio e controllare se quell’uomo fosse in ginocchio, ricoperto di fuliggine per aver rovistato tra la cenere.
E anche se avesse deciso di andare e fosse capitato che le loro strade si incrociassero, Edison non si sarebbe abbassato a ignorare il bastardo arrogante come lui aveva fatto all’Esposizione universale di Chicago. Perché in realtà l’imbecille aveva superato Edison e un gruppo di giornalisti con la testa fra le nuvole! Troppo occupato per togliersi il cappello come avevano fatto tutti i gentiluomini presenti. Troppo “puro” per chiunque di loro.
Proprio davanti a quei giornalisti ficcanaso.
“Bastardo arrogante” era l’espressione giusta per lui, altroché. E così Edison ripeté di nuovo la sua posizione, giusto per fissarsela in mente: “mettersi a deriderlo adesso sarebbe sconveniente, vista la mia posizione” (anche se nessuno avrebbe potuto condannare un uomo perché era un essere umano, rivelando di provare invidia). La prima signora Edison amava dire che la misura della raffinatezza di una persona non è sentirsi tentati o meno; è come si gestisce l’impulso. Di solito lui si comportava nel modo giusto.
Fece un respiro profondo e ruttò come uno scaricatore di porto. Ecco che cos’era, dunque. Tempo ben speso. Era stato un bene far scendere la notizia nelle viscere, ruminarla per bene, considerarne le numerose implicazioni.
Alla fine, quando si sentì pronto, raddrizzò le spalle, fece un respiro profondo e si diede un ordine sempre valido: “Davanti alla tentazione estrema, la cosa importante è limitarsi a tenere tutto dentro. Usa un ariete se necessario, ma reprimila in fretta e con decisione”.
Sapeva che la regola era buona, la comprese con la sua peculiare combinazione di buonsenso e rapidità d’intelletto. Fece voto di rispettarla.
Insieme a quella decisione arrivò un’intuizione di più ampio respiro – era un messaggio della parte più intima di sé che sarebbe sempre stato un campagnolo scalzo che correva come il vento per prendere un treno merci e pregava in ginocchio con il cuore in mano. Gelò fino al midollo l’uomo che era diventato: non poteva rischiare che qualcuno fosse testimone della sua gioia, né nel privato del laboratorio buio né nel silenzio del suo io più intimo. Altrimenti sarebbe arrivata la punizione. L’avrebbe colpito sia che il peccato della gioia maligna avesse un testimone in questo mondo sia che ce l’avesse solo nell’altro.
“Devi farlo” ripeté a se stesso; tieniti tutto dentro anche se la notizia riferita dal ragazzo alludeva al fatto che né l’edificio né ciò che conteneva erano assicurati contro gli incendi. Era una svolta così spettacolare da far nascere la domanda: ma gli angeli cantavano mentre tutto bruciava?
Mettici l’antica stagione romana per sbarazzarsi di un tiranno ed ecco un quadro perfetto. Perché negarlo? Non l’avrebbe capito anche un imbecille chiacchierone che una simile meravigliosa ironia non avrebbe mai potuto essere una pura coincidenza?
Era questo a rendere tutto perfetto.

2

1874
Ventun anni prima
Smiljan, Lika, Austria-Ungheria
Il reverendo Milutin Tesla allungò la teiera verso il dottore di città, offrendogli un’altra tazza di tè. Il medico, accigliato, non fece alcun gesto per accettare. «Vi prego, dottore» disse il reverendo con il suo tono più gentile, «aspettate che il temporale si calmi un po’ prima di andarvene.»
«No» sospirò l’uomo. «Questa pioggia è troppo fredda per essere nel pieno dell’estate. Si ammaleranno altre persone. Anche quelli che non sono cagionevoli di salute.» Non fu necessario che aggiungesse “come vostro figlio…”.
«Allora lasciate che mi scusi di nuovo per il suo comportamento» continuò il reverendo. «Di sicuro è stata la febbre a provocare l’accesso di questa notte.»
«Forse» disse il medico tirando su col naso. Si alzò per mettersi l’impermeabile senza offrire alcun sollievo dal senso di colpa per gli oltraggi che l’orgoglioso medico di campagna aveva subìto in casa del pastore.
Il reverendo Tesla insistette, tallonando l’ospite. «Dottore, almeno… che cosa potete dirci della sua salute? Che cosa si dovrebbe fare per fargli superare le crisi?»
Il medico sorrise: «Che cosa potrei dirvi che vostro figlio non sappia meglio di me?».
«Dottore!» Il reverendo Tesla alzò la voce allarmato. «Di certo perdonate il ragazzo per il suo gesto…»
«Tirarmi in faccia le sanguisughe? Dopo che mi sono fatto otto chilometri di calesse sotto la pioggia per aiutarlo?» Il dottore era arrivato all’ingresso, girò la maniglia e aprì la porta. Adesso poteva esprimere tutta la sua contrarietà.
«Non condivido la vostra fede, reverendo, eppure curo voi e tutto il vostro gregge esattamente come farei con chiunque altro.»
«E noi apprezziamo…»
«Ma forse siete salito di grado nella gerarchia della Chiesa così in fretta che la vostra famiglia ha dimenticato le più elementari norme della buona educazione.»
«Dottore, la mia famiglia si comporta sempre nel miglior modo possibile!»
«Davvero, reverendo? Anche se dimentichiamo l’episodio di stanotte, questo può scusare il comportamento di Nikola al cimitero oggi pomeriggio?»
«Dottore, è stato il precettore di quella giovane per quasi un anno. Le era affezionatissimo e…»
«Era la figlia della famiglia più potente della città; lui non aveva altro posto nella sua vita se non come insegnante! Presentarsi al funerale senza essere invitato ha costituito un’offesa che voi durerete molta fatica a far dimenticare! E comunque sia… questa sera sono venuto qui per aiutarlo a combattere una febbre provocata senza dubbio dall’essere rimasto in piedi sotto la pioggia al cimitero per tutto il pomeriggio!»
Lanciando un’occhiata in direzione della camera da letto al piano superiore per sottolineare le sue parole, il medico sollevò il parapioggia e si preparò a uscire. «Vostro figlio si è attirato il genere sbagliato di attenzioni da quando vi siete insediato in questa parrocchia, reverendo. Nessuno mette in dubbio la sua intelligenza; è la natura dei suoi pensieri che la gente trova disturbante.»
Fino a quel momento Djuka Tesla se n’era rimasta in disparte. Ma all’udire quel discorso sul figlio, si avvicinò e piantò sul dottore i suoi occhi scuri. Se l’uomo avesse prestato attenzione, avrebbe potuto cogliervi un avvertimento.
«Vi prego, dottore» insistette il reverendo Tesla. «Non lasciamoci arrabbiati.»
«Reverendo, se le voci che ho sentito durante i miei giri hanno un minimo di fondamento, la gente potrebbe chiedersi seriamente perché il pastore della parrocchia non educhi il suo ragazzo a comportarsi in modo più normale.» Lanciò un’occhiata a Djuka. «E non impedisca alla moglie di leggere i sogni e predire la fortuna.»
Il reverendo Tesla sapeva di dover tenere per sé qualunque ulteriore obiezione. Quel visitatore contrariato trascorreva le giornate a casa della gente; il potere delle dicerie era nelle sue mani.
Djuka fece un passo verso il medico. Gli tenne gli occhi puntati addosso mentre toglieva la mano dell’uomo dalla maniglia. Il dottore aprì la bocca senza parlare e lei spalancò la porta.
«Fuori di qui» disse in un sussurro.
Milutin sussultò e gridò: «Djuka!».
Lei lo ignorò e continuò, rivolta al dottore: «Fuori di qui, subito». Sorrise e aggiunse: «Oppure voi non sapete che cosa potrei fare, che incantesimo potrei gettare». Fissò l’uomo dritto negli occhi. Prima che l’impietrito medico potesse replicare, lei gli appoggiò una mano sul petto e lo spinse fuori, sotto la pioggia. Sbatté la porta e tirò il chiavistello, poi guardò Milutin come a sfidarlo a rimproverarla.
Il reverendo rimase in silenzio, scuotendo la testa. Il tambureggiare della pioggia era troppo violento perché la coppia potesse udire il rumore del calesse del medico che se ne andava. Ma dopo che il fragore dell’ultimo tuono fu svanito, entrambi sentirono il figlio ridere al piano di sopra. La lunga risata si spense in una tosse convulsa.
Marito e moglie evitarono di guardarsi. Alla fine il pastore sospirò, passò davanti al caminetto e si lasciò cadere sulla sua sedia preferita. «È solo la febbre» mormorò. «È la febbre che lo fa comportare a quel modo.»
Nemmeno Djuka aveva voglia di discutere. Si assicurò che Milu non sentisse la sua risposta sussurrata mentre saliva le scale: «Non è solo la febbre». Si fermò sul primo gradino e guardò verso la stanza del figlio.
Le ultime parole non le uscirono neppure di bocca: “C’è qualcos’altro…”.
Il diciottenne Nikola Tesla giaceva solo nell’oscurità della stanza, tremando sotto le lenzuola fradice di sudore. Il corpo esile era percorso da crampi. Ciononostante, stava perfettamente immobile cercando di allontanare il dolore usando come distrazione le grandiose creazioni della propria immaginazione. Era la sua unica difesa contro la sofferenza.
La questione centrale delle ultime ore era stata come affrontare la sfida. Era convinto di non dover permettere ai medici del luogo e alla loro pseudoscienza di avvicinarsi a lui, ma i sintomi della febbre erano sconcertanti. Il suo udito era reso più acuto dalla malattia, sicché, nonostante il temporale, era riuscito a sentire la pendola al piano di sotto battere la mezzanotte.
Mezzanotte. Nikola fece un’altra debole risata quando si rese conto che mezzanotte era probabilmente l’ora giusta per iniziare il suo esperimento. Sapeva che il fatto di aver usato le ultime forze che gli restavano per strapparsi di dosso le sanguisughe e gettarle in faccia all’unico medico del villaggio aveva cancellato ogni speranza di ottenere cure mediche convenzionali per la polmonite che gli divorava il petto. Fin qui, era tutto perfetto.
Adesso, se voleva che la malattia gli tornasse utile, aveva bisogno che la febbre salisse il più possibile. Era arrivato il momento di vedere quanto potere di visualizzazione fossero capaci di suscitare le sue allucinazioni febbrili. Rimase sdraiato a letto e si preparò ad abbandonarsi completamente, consegnandosi ai sintomi come una vittima consenziente. Il tempo si trascinava lento mentre lo scampanellio nella testa e il dolore nel petto continuavano a tormentarlo.
Nikola iniziò a sentire che la rabbia e la frustrazione gli davano in qualche modo una sorta di forza. All’interno di quella forza prese forma un’ispirazione. Aveva l’impressione di aver atteso per tutta la vita che si manifestasse. La sfida era usare i suoi poteri di visualizzazione per evocare l’immagine precisa fin nei dettagli di un essere umano.
Fino a quel momento, aveva impiegato la sua capacità soltanto su piccoli esseri viventi, soprattutto insetti. La sensazione di infrangere un tabù gli aveva sempre impedito di provarla su una persona vera. Anni prima, con il primissimo impulso a usare quella forza su una donna, aveva provato un tale spaventoso impeto di piacere sensuale da astenersi anche solo dal pensare a simili esperimenti. Non mentre viveva nella casa del reverendo.
Ma adesso, sofferente, decise di evocare l’immagine concreta di un particolare essere umano. Il continuo traboccare della sua sfrenata immaginazione stava per essere imbrigliato nel tentativo di portarlo il più vicino possibile all’esperienza di ciò che sarebbe stato fare un’ultima visita a Karina.
Scacciò la vocina nella sua testa che lo ammoniva sulle “cose vietate” e il “territorio di Satana”. La sua vera preoccupazione era che stava per imbarcarsi in quell’esperimento senza un modello in carne e ossa, perché intendeva evocare l’immagine di una persona morta. Se questo non fosse servito a chiamare a raccolta sufficienti energie mentali per alleviare il fuoco del lutto che lo consumava nell’intimo, nient’altro avrebbe potuto farlo. Rifletté che finché il padre non avesse scoperto quello che stava facendo, la versione interiore della voce del genitore non avrebbe potuto far altro che sedersi in un angolo e parlare da sola. Rise a quel pensiero. La risata scatenò un altro accesso di tosse.
Questa volta non se ne preoccupò.
«Che cosa succede?» Milutin si alzò di scatto dalla sedia presso il camino e si avviò verso le scale. «Per l’amor del cielo, s...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Colophon
  4. L'ultimo segreto di Tesla