La sua è una famiglia che sta alla mafia come i padri pellegrini della Mayflower stanno all'America. Suo padre, un malavitoso dal cognome celebre, Riccobono, uno che spara a un uomo e lo ammazza perché aveva parcheggiato in modo da ostruirgli il passaggio. "Hai visto qualcosa tu?" "No papà" risponde il piccolo Jon. La strada per diventare un "eroe nero" appare segnata. E Jon ne compie tutte le tappe. Ragazzo ribelle. Giovane violento. Piccolo, tenace, aggressivo, Jon non molla mai; se lo picchiano, si rialza, torna indietro, picchia di nuovo. Se non ce la fa con le mani, usa una mazza da baseball, e magari una pistola. Esattore degli strozzini. Gestore di club e ristoranti della criminalità organizzata. Tossico. Spacciatore. Quando si tratta di scegliere tra il carcere e una divisa, anche soldato in Vietnam, dove impara a uccidere per conto dello Stato. Mafioso e complice di mafiosi. I traffici più o meno d'intesa con la CIA in funzione anticomunista. I cartelli colombiani e messicani della droga. Fino a conquistare il mercato criminale di Miami. Nella sua agenda figurano nomi come Jimi Hendrix, Richard Pryor, O.J. Simpson, Carlo Gambino, John Gotti, Manuel Noriega. Poi l'arresto, la condanna e una sorta di redenzione. Ma il dubbio che avesse ragione suo padre - poi rimpatriato in Sicilia negli anni Cinquanta, in base alle leggi americane - quando diceva "il male è più forte del bene" alla fine rimane. E forse si rafforza. Una lettura mozzafiato, la storia che ha ispirato il leggendario Scarface.

- 532 pagine
- Italian
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9788856623840
1
Jon è nato il 21 giugno del 1948, da Edie e Nat Riccobono. La famiglia Riccobono, che comprendeva già sua sorella Judy, che aveva allora cinque anni, viveva nel Bronx, sulla White Plains Road. Fuori dal loro appartamento correvano i treni della sopraelevata. Sotto i binari, la Little Italy del Bronx era piena di panetterie napoletane, macellerie e negozietti dove si vendeva l’olio d’oliva. L’appartamento dei Riccobono si trovava sopra il ristorante Luna, un posto dall’aria così siciliana che Francis Ford Coppola lo usò come set, cambiandone il nome, per la scena de Il Padrino in cui Michael Corleone (Al Pacino) entra a far parte della mafia uccidendo, con un revolver nascosto nella toilette, un trafficante di droga e un poliziotto corrotto che sono a cena con lui (interpretati rispettivamente da Al Lettieri e Sterling Hayden).
La maggior parte dei residenti di Little Italy erano cittadini rispettosi della legge, che non volevano aver nulla a che fare con la mafia. Ma i Riccobono erano di un’altra razza. Il padre e gli zii di Jon – Nat e i suoi fratelli, Sam e Joseph – si consideravano l’equivalente mafioso dei padri pellegrini sbarcati dalla Mayflower: si diceva che fossero arrivati a New York dalla Sicilia sulla stessa nave di Charles “Lucky” Luciano, uno dei fondatori di Cosa Nostra negli Stati Uniti. Per la mafia, Jon era uno di sangue blu.
Dei tre fratelli Riccobono, Joseph era il più tristemente famoso. Lo zio Joe (come lo chiama Jon) era finito sulle prime pagine dei giornali già nel 1937, quando il procuratore speciale Thomas Dewey lo aveva incriminato come membro della “Anonima Omicidi”. In realtà l’Anonima Omicidi era più che altro una gang ebraica, capitanata da Bugsy Siegel e Meyer Lansky, ma operava a stretto contatto con la mafia italiana. Joseph era il portavoce di Lucky Luciano presso il gruppo criminale yiddish. In seguito all’incriminazione, Joseph si diede alla macchia per sette anni. Quando finalmente si consegnò alle autorità, nel 1944, il «New York Times» scrisse di lui che era «uno dei più eleganti imputati comparsi in tribunale negli ultimi tempi». Joseph riuscì in qualche modo a sottrarsi alle accuse e in seguito fiancheggiò Carlo Gambino nella sua sanguinosa presa del potere mafioso, dopo l’espulsione di Luciano da parte del governo di Washington, nel 1946. Lo zio Joe esercitò il ruolo di consigliori di Gambino fino al 1975, quando il «New York Times» poté annunciare la morte di «Joseph Riccobono, uomo del racket».
L’altro zio di Jon, Sam Riccobono, era un boss, oltre che un abile uomo d’affari. A capo di un grosso giro di usura nell’area di Brooklyn, Sam gestiva inoltre una compagnia di taxi e in seguito mise in piedi una catena di laboratori odontotecnici, attività questa del tutto legale.
Quanto al padre di Jon, Nat, era senza dubbio il più violento della famiglia. Era uno dei più fidati sicari agli ordini di Luciano, e al momento della nascita del figlio stava estendendo il controllo della mafia italoamericana sulle attività commerciali della gente di colore. Gestiva un giro di usura e i “numeri”, la lotteria clandestina, appoggiandosi a una serie di bar neri del New Jersey.
Tutti e tre questi uomini hanno influenzato Jon. Il gusto per l’abbigliamento vistoso lo ha preso da suo zio Joe, insieme alla facilità di rapporti con la mala ebraica e a una non comune abilità nello sgusciare fuori dalle trappole della giustizia, non importa quanto insidiose. Dallo zio Sam ha ereditato il senso degli affari. E, come suo padre, è diventato un violento.
La madre di Jon, Edie, era una splendida bionda dagli occhi azzurri, figlia di un polacco e di un’italiana. I suoi genitori si erano conosciuti a New York, dove entrambi lavoravano nell’industria dell’abbigliamento: Poppy Siloss, il padre di Edie (né Jon né Judy ricordano con certezza il nome di battesimo), era un tagliatore tessile, mentre Honey, sua madre, faceva la cucitrice. Anche se la mafia non era assente dal parentado della nonna materna (è il caso di Gerard “Jerry” Chilli, nipote di Honey e “capitano” della “famiglia” Bonanno, con cui Jon avrebbe avuto stretti rapporti negli anni Settanta), lei e il nonno lavorarono sodo per conquistare il loro pezzo di sogno americano. Crebbero la figlia a Teaneck, nel New Jersey, sperando di tenerla lontana dal ramo mafioso della famiglia. I loro sforzi furono vani. Prima di compiere vent’anni, Edie conobbe Nat Riccobono e rimase incinta di Judy, la sorella di Jon. Né lui né sua sorella sanno come fu che i loro genitori si conobbero.
2
La mamma non aveva niente in comune con papà. Erano la Bella e la Bestia. Lei sembrava Marilyn Monroe, lui era di vent’anni più vecchio. Era un tipo massiccio, ormai quasi calvo. La gente che lo vedeva per strada cercava di guardare da un’altra parte. Parlava a malapena inglese. Non penso che sia mai andato a scuola. Voglio dire, sapeva giusto scrivere nomi e numeri su un pezzo di carta, nient’altro.
Da piccolo, una volta chiesi a mamma cosa faceva il papà, e lei si arrabbiò e mi disse: «Non lo so. Quindi non chiedermelo più».
A casa nostra nessuno parlava di mafia. Dovetti arrivarci da solo, un po’ alla volta. A scuola sentivo altri bambini dire «Suo papà è uno del giro» e gli insegnanti mi trattavano diversamente dagli altri. Nessuno mi chiedeva come mai ero stato assente. Nessuno mi sgridava quando facevo i capricci.
Poi scoprii che mio padre era un uomo d’onore, un mafioso. Nei film ti fanno vedere che per diventare un uomo d’onore ci vuole un gran rituale. Questo al cinema. Ma se ti fanno entrare nella mafia, il motivo è uno solo, e cioè che gli fai guadagnare un sacco di soldi. Dicevano che un uomo d’onore non poteva essere ammazzato. Balle. Se volevano far fuori un uomo d’onore, un modo lo trovavano. Diventare un mafioso era questione di orgoglio, una volta che lo eri cercavi di portare a casa ancora più soldi. Nella mafia c’è la stessa competizione che si trova in ogni grande azienda. Da Burger King c’è il dipendente del mese. Nella mafia ci sono gli uomini d’onore.
Il lavoro principale di mio padre era controllare i bar dei neri, nel New Jersey. Oltre a quello prestava soldi a strozzo e gestiva i “numeri”. La lotteria clandestina era una cosa nata a Harlem, ai vecchi tempi, quando i neri crepavano di fame e avevano bisogno di fare un po’ di soldi. Poi si era diffusa a macchia d’olio. Ecco come funzionava: ogni giorno, il «Daily Mirror» di New York riportava il numero delle copie tirate, che era sempre diverso. Per giocare ai numeri, uno doveva indovinare la tiratura del giorno dopo. Scriveva il suo numero su un pezzetto di carta, con le sue iniziali e la scommessa: 1 dollaro, 5 dollari. Poi metteva il suo foglietto in una scatola di sigari, fai conto che ce n’era una in ogni bar. Qui arrivava mio padre, che ogni giorno faceva il giro dei locali, pagava chi aveva vinto e raccoglieva le scommesse per il giorno dopo.
Intorno ai cinque o sei anni, papà cominciò a portarmi in giro con lui, invece di accompagnarmi a scuola. Lui aveva un autista, un tale chiamato Mister Tut, che lo portava ovunque. Mister Tut era un nero, uno che si era dato al pugilato ma non era mai riuscito a sfondare, perché appena cominciava a perdere tornava a fare il teppista di strada. Era un gigante, con dei pugni enormi, e a me piaceva perché a differenza di mio padre sorrideva, e sembrava contento.
Per mio padre, quelli di colore erano “muli”, perché erano scuri come la “mulingiana”, la melanzana. Era un termine offensivo, ma non è che avesse dei pregiudizi particolari. A lui stavano sui coglioni praticamente tutti. Forse anche lui stesso. Avere un autista nero aveva uno scopo ben preciso. Era più facile entrare in un bar di neri in compagnia di un nero che di un bianco, perché così gli altri neri non si agitavano. Il fatto che Mister Tut fosse un duro non guastava.
Non voglio sparlare di mio padre, né tanto meno giudicarlo, ma non ho un gran bel ricordo di lui. Non era un tipo allegro, non era per niente simpatico.
Papà aveva sempre dei macchinoni, tipo Mercury o Cadillac. Si sedeva davanti, accanto a Mister Tut, e metteva me dietro. Certe mattine mi portavano a scuola, altre papà mi portava con sé sul lavoro. Dato che non mi diceva niente, non sapevo mai dove stavamo andando finché non guardavo fuori dal finestrino.
Un giorno, doveva essere nel ’55, partimmo al mattino presto. Dovevamo andare in quei bar del New Jersey. Io mi ero appisolato sul sedile dietro, quando sentii la macchina fermarsi. Mi riscossi, e vidi che papà e Mister Tut tenevano gli occhi fissi in avanti.
Siamo in una zona del Jersey dove ci sono sia case sia fattorie circondate dai campi. La strada passa su un ponte a una corsia sola, e sul ponte c’è un’altra macchina che blocca il passaggio. Mister Tut fa per aprire la portiera, ma mio padre dice: «A questo ci penso io».
Così scende e va verso l’auto sul ponte. Lui aveva sempre addosso una pistola. Vedo che la estrae dalla cintola e che dice qualcosa all’uomo dentro la macchina. Poi caccia la pistola dentro al finestrino e gli spara. Bum. Bum. Bum.
Mister Tut non dice una parola. Restiamo a guardare mentre mio padre apre lo sportello dell’altra macchina, butta fuori il corpo del morto e si siede al volante. Poi fa retromarcia, liberando il passaggio. Superiamo il ponte e papà risale con noi.
Poi si volta a guardarmi e mi chiede: «Quello che è successo… Tu hai visto qualcosa?».
«No» dico io. «Io non ho visto niente.»
Penso di essere stato fortunato, di aver dato la risposta giusta. Lui studiò la mia faccia, come se fosse una mappa. E io mi studiai la sua, come se fosse la mappa del mio futuro. Ero spaventato, ma lo sentivo vicino come mai prima di allora. Aveva fatto una cosa che non avrei dovuto dire a nessuno. Sentivo che mi stava trattando da uomo.
Credo che quei colpi di pistola mi abbiano cambiato. La mia reazione non è stata quella di una persona normale. Ho imparato a non agitarmi, ho imparato a non piangere. Mio padre ha usato questa cosa per addestrarmi come un soldato, insegnandomi a non lasciare che quello che avevo visto mi travolgesse, ad andare oltre. Ero solo un bambino, non è che ci potevo ragionare. L’ho imparato con l’istinto.
Dopo l’omicidio, ho guardato il notiziario in tv. Mi aspettavo di sentire una cosa del tipo «Uomo ucciso con tre colpi in testa» invece niente. Non riuscivo a capire. Nei film quando sparavano a qualcuno non era una roba da poco. La polizia indagava, c’erano i titoloni sui giornali, c’erano arresti, processi… adesso però ne avevo vista una vera, di sparatoria, e non stava succedendo niente.
Cominciai a immaginare di avere una pistola, per vedere che effetto faceva. In soggiorno c’era questo grosso armadietto in legno chiaro. Mi accorsi che mio padre ci metteva delle cose, sul ripiano più in alto, pensando che nessuno lo vedesse. Mi arrampicai fin lassù e ci trovai una pistola, un revolver calibro .38. Ricordo di averla tenuta in mano, sbalordito. Quando gli aveva sparato in testa, a quel tizio, non era stato un piccolo bang, come al cinema. No, era stata un’esplosione. Soppesai la pistola, che era piccola, e pensai: incredibile, la potenza di questo affare!
Commettendo un omicidio di fronte a me, mio padre mi aveva dato anche un’altra lezione di vita. Mi aveva dimostrato che uno può sempre farla franca. Non è come ti insegnano a scuola. Papà aveva fatto quello che aveva fatto, e non era andato in prigione. E Dio non lo aveva punito, non gli aveva fatto perdere una gamba, non gli aveva fatto venire un cancro. Quello che aveva fatto mio padre non aveva provocato alcun cambiamento nell’universo. Era la dimostrazione che puoi fare qualunque cosa, basta stare attenti a non farsi beccare. Era una grande lezione, forse la migliore che abbia mai ricevuto. In seguito, per me è stato molto più facile affrontare tutta la violenza che ho incontrato sulla mia strada.

Più o meno al tempo della sparatoria, la mia famiglia si era trasferita in Mulberry Street, nella Little Italy di Manhattan. Era un appartamento in un vecchio palazzo senza ascensore. Dentro però c’erano un sacco di belle cose. L’arredamento era nuovo di zecca. Avevamo due televisori, l’aria condizionata. Era evidente che eravamo diversi. Tutto d’un tratto, a casa nostra cominciarono a spuntare delle pellicce di visone, e c’erano dei tizi con la pistola che ci portavano cibi costosi e liquori. Quando uscivo in strada con mio padre, la gente si faceva da parte.
I miei litigavano in continuazione. Non ho mai visto papà picchiare la mamma, ma lei aveva paura di lui. Non riuscivo a capire come mai si erano messi insieme. Cosa ci aveva trovato in lui? Non me l’ha mai detto.
La pensavano in modo opposto praticamente su tutto. Mamma aveva compassione per la gente, lui zero. Tutto quello che avevano in comune erano due figli, io e mia sorella Judy. Lei era una brava ragazza. Non si metteva nei guai, le piaceva andare a scuola, guardava in tv American Bandstand, con le teenager che ballavano. Ma per quanto fossimo molto diversi, Judy è sempre stata solidale con me. Qualunque cosa facessi, non mi ha mai disprezzato.
3
Nostra madre adorava mio fratello Jon. Lui era fissato con i cowboy e gli indiani, e guardava tutti i western che passavano in tv. Lei gli comprò il vestito da cowboy, le pistole giocattolo e i soldatini. Quando lui era a letto malato, si sedeva lì e gli teneva compagnia per ore, giocando a cowboy e indiani con quegli stupidi soldatini.
La mamma aveva del talento, era un’artista. Sapeva disegnare e teneva sempre dei fiori in casa. I suoi genitori, Honey e Poppy, erano pieni di vita. Poppy era nato in Polonia, ma qui aveva imparato l’inglese e scriveva poesie che poi recitava a Jon e a me. Honey faceva la cucitrice per Claire McCardell, una stilista dell’epoca, e mi confezionava dei bellissimi vestiti. La mamma aveva preso un sacco di lati positivi dai suoi. Quando papà era fuori, lei era allegra, scherzava. Le piaceva il suono delle risate, le piaceva la musica e mi ha insegnato a suonare il piano.
Si dava da fare per farci avere un’infanzia normale. Lei e Honey mi portavano a Philadelphia, dove giravano American Bandstand, così potevo ballare in studio.
Jon era generoso con me. Se gli davano un biscotto faceva a metà con me, ed è raro che un ragazzino lo faccia con la sorella più grande. Era un tipo turbolento, uno scavezzacollo, sempre a saltare di qua e di là, sempre di corsa. Saltò giù da un davanzale e si ruppe il cranio. Tornò dall’ospedale con in testa come dei morsetti giganti, e subito si mise a correre come un pazzo. Temevo che gli si impigliassero da qualche parte e che gli si aprisse la testa in due.
Jon andava matto per lo sport e imparava tutte le classifiche. Era proprio portato per i numeri. Certo, era un po’ matto, ma era anche dolce. Era un ragazzo normale.
Quella che non era normale era la nostra famiglia. Avevamo una doppia vita. La mamma era la luce. Papà era il buio. Jon cambiò quando andò alle elementari. Cominciò a comportarsi male, ad alzare la voce e a fare il bullo con la mamma. E lei lasciava perdere, non gli diceva di smetterla, le chiesi il perché e mi disse: «Non posso dire nulla a tuo fratello, tuo padre non vuole».
Credo che mio padre non volesse bene a nessuno, ma per Jon provava qualcosa. Credo che lo stesse attirando nello stesso buio in cui stava lui. Jon era così piccolo, eppure cominciò a sprigionare tanta di quella rabbia… E la sua rabbia non faceva altro che crescere.
4
La mamma non mi diceva di fare i compiti, di mettere in ordine la stanza, niente. Smise di parlarmi e basta. Non capivo il perché. Col tempo, mi resi conto che la mamma aveva una paura tremenda di papà. Ce l’avevo anch’io, del resto. Non poteva essere altrimenti, ti pare? L’avevo visto sparare a un uomo solo perché gli intralciava il passaggio su quel ponte. Una persona normale avrebbe fatto retromarcia, no? Non è più semplice, mettere la retromarcia e spostarsi, invece di sparare in testa a qualcuno? Per mio padre, era più semplice sparargli. Per cui ho sempre fatto in modo di non farlo incazzare. Anche quando diceva o faceva qualcosa di insensato, io niente, non gli ho mai detto neanche mezza parola.
Però quel morto ha reso più forte il nostro legame. Lui e Mister Tut hanno cominciato a portarmi con loro sempre più spesso. Ormai non ci andavo quasi più a scuola. Quell’estate mi portò al mare, nel Jersey. Mi guardavo in giro, e c’erano altri bambini che giocavano, ed erano con le loro mamme. Io stavo con papà e i suoi amici, degli omaccioni smisurati, gorilla con la pistola, che passavano il tempo a giocare a carte, in pieno giorno. Nessuno aveva un lavoro normale, in una fabbrica, in un ufficio.
Spesso papà mi portava all’ippodromo. Era l’unica cosa che sembrava farlo quasi contento. Gli piacevano i cavalli ed era in gamba a calcolare gli handicap. La passione per i cavalli l’ho presa da lui. Anni dopo, quando comprai il mio primo cavallo, pensai a mio padre. È l’unica cosa a cui mi ha iniziato per la quale gli sono grato.
A papà piaceva davvero la musica dei neri. Ovvio, lui aveva in mano il giro dei bar dei neri, e quella era la musica che sentivamo in quei locali. Ma gli piacevano anche le nere. Quando mi portava nei bar dove andava a raccogliere le scatole di sigari con i soldi dei “numeri”, diceva a Mister Tut di tenermi d’occhio.
Mister Tut mi faceva sedere al banco e mi ordinava una Coca, intanto che papà spariva nel retro con una donna. Sì, oltre alla musica, gli piacevano anche le donne nere. Gli italiani non vogliono che si dica, ma anticamente c’è stata una migrazione di neri, in Sicilia. Ecco perché vedi un sacco di italiani così scuri, perché nelle nostre vene scorre anche sangue africano.
Un’altra parte del lavoro di papà era andare in cerca di quelli che gli dovevano la “fetta”, gli interessi sui prestiti. Mio padre prestava a strozzo un sacco di soldi, a chiunque, bianchi e neri. Quando uno non pagava puntuale, lui lo andava a cercare e lo riempiva di botte.
A quei tempi era facile trovare una persona. Era un mondo meno complicato. La gente non era in grado di fare le valigie e scappare. Se uno doveva dei soldi a mio padre, lui e Mister Tut giravano in macchina avanti e indietro, finché non lo trovavano. Chiedevano nei bar, e c’era sempre qualcuno pronto a fare la spia su chi non pagava: «Sì, quel topo di fogna che ti deve del grano sta laggiù».
Ci andavamo, dovunque fosse “laggiù”, e papà lo pestava. Prima gli prendeva tutto quello che aveva in tasca, e se aveva una macchina prendeva anche quella.
Papà aveva braccia e mani forti, ma in queste occasioni non usava le mani. Teneva in macchina una mazza da baseball, e a volte usava un tirapugni. Se non aveva nient’altro, pestava il tizio con il calcio della pistola. Non era venuto lì per fare a pugni con lui, era lì per pestarlo.
Anche se ero un bambino, capivo come ragionava mio padre: «Prima lo stendi, meglio stai». Se attacchi a fare a pugni con uno, mica lo sai quanto può andare avanti. Mio padre era dell’idea di colpirlo con qualcosa di duro e farla finita al più presto possibile.
Però papà stava attento a non dargli botte in testa, a quelli che erano in debito. Se picchi uno in testa con una mazza da baseball, magari lo ammazzi e a quel punto addio quattrini. Lui preferiva spezzargli un...
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