Oltre il paradiso
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Oltre il paradiso

  1. 210 pagine
  2. Italian
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  4. Disponibile su iOS e Android
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Oltre il paradiso

Informazioni su questo libro

Sono passati anni dall'ultima volta che Salma ha messo piede nella casa bianca sulle sponde verdeggianti del Nilo, dov'è nata. Ne è fuggita perché non sopportava più il peso di tutti gli sguardi in cui leggeva solo delusione. Non c'è posto per una ragazza come le altre nella sua famiglia: avrebbe dovuto essere diversa, speciale, eccellere, ma non ci è riuscita. Per questo Salma ha deciso di andarsene, di trasferirsi al Cairo, di iscriversi alla facoltà di giornalismo e di costruire la propria vita da sola. Ben presto, però, si è resa conto che i nodi che la legano a quel luogo non possono essere sciolti fuggendo, non può esserci un futuro per lei se prima non accetta il proprio passato. Così, ha fatto i bagagli ed è tornata nel luogo dove tutto ha avuto inizio. Una volta nella sua vecchia stanza, i ricordi dell'infanzia riaffiorano a uno a uno, e Salma è costretta ad affrontare ciò che più di tutto l'ha spinta ad andarsene: Gamila, la sua migliore amica, quella con cui per anni ha condiviso tutto. Fin da piccole erano inseparabili e diversissime: Salma amava essere al centro dell'attenzione, Gamila, timidissima, preferiva rendersi invisibile dietro le spalle dell'amica. Un giorno, però, tutto è cambiato: Gamila se n'è andata, ha studiato, è diventata una donna indipendente, moderna, è riuscita a liberarsi dal peso del mondo ancestrale e magico di sua madre. Mentre Salma è rimasta sola a impilare i giorni uno sull'altro, senza mai viverli davvero. È diventata un peso e Gamila si è sbarazzata di lei. Ma adesso, nell'ombra lieve della propria stanza di bambina, è arrivato per Salma il momento di perdonare. C'è un modo per farlo: mettere sulla carta ciò che prova, scrivere la sua storia, quella della sua famiglia e liberarsi così del dolore che le ha impedito di vivere. Sarà il potere catartico delle parole a guarirla e a farla essere per la prima volta se stessa.

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Informazioni

Print ISBN
9788856615487
eBook ISBN
9788858504307

1

Salma Rashid scese gli otto gradini delle scale di casa come una pantera inferocita. La seguiva un domestico sul punto di soccombere sotto il peso dell’enorme baule che portava in spalla. La donna si fermò in uno spiazzo vuoto del cortile sul retro della casa, che ormai aveva perso molto del suo antico splendore. Fece un cenno con la mano, e il domestico posò a terra il baule e si pulì il viso dal sudore e dalla polvere. Salma sembrava non percepire il caldo cocente sprigionato da quel torrido mezzogiorno d’agosto. Non si era neppure accorta del serpente nero che aveva fatto capolino da un covone di paglia poco lontano da lei per poi tornare a nascondersi. Tantomeno aveva fatto caso al grosso topo grigio che era sfrecciato via, come una saetta, al suo arrivo. Lì vicino si era nascosto anche un camaleonte che si agitava tra le foglie della vite, i cui grappoli splendenti penzolavano dal pergolato di un arancione ormai scolorito.
Salma sembrava sospinta da una forza interiore, scatenata da una rabbia irrazionale. Aprì a fatica il baule, tirò fuori dal fondo alcune carte, le osservò per alcuni istanti e le rimise dentro. Poi cosparse il baule con un po’ di cherosene e, senza un attimo di esitazione, gli diede fuoco.
Con i capelli crespi raccolti all’indietro, lo sguardo tagliente, le labbra contratte per la rabbia, sembrava stesse celebrando un misterioso rito pagano. Soprattutto quando cominciò ad avvicinare le mani al fuoco, dando l’impressione a chi la guardava che stesse per ustionarsi. Thuraya, che stava seguendo da dietro la finestra le mosse della figlia, non capiva, ma al tempo stesso provava una sorta di sollievo. Finalmente era uscita dalla sua stanza, dove era rimasta rinchiusa da quando era ritornata a casa.
Non appena con la punta delle dita sfiorò le fiamme, Salma ritrasse di scatto la mano e si andò a sedere sull’immenso tronco del salice che Rashid aveva tagliato anni prima e il cui fusto era rimasto lì per fare da sedile irregolare, e insieme per ricordare ai visitatori che un tempo lì c’era un albero e che una vita, carica di eventi e di piccoli dettagli, se ne era andata via per non ritornare mai più.
Osservava il baule che si stava consumando come se la sua esistenza fosse appesa a quella distruzione. Rashid, Sameh, Gaber, Rahma, Thuraya, Gamila, Hisham e Lula si stavano sciogliendo davanti a lei tra le fiamme. Anche Salma, come loro, era avvolta dal fuoco, pronta a ricominciare con uno spirito nuovo e ricordi meno dolorosi.
Si presentò di nuovo il grosso serpente nero: sbucò dal covone di paglia e questa volta andò verso la base del muro di fronte, lasciando tracce circolari sul terreno morbido. Nemmeno ora Salma si accorse della sua presenza, ma anche se l’avesse visto non si sarebbe spostata di un millimetro, assorta com’era a osservare il fuoco e la spessa coltre di fumo che saliva verso il cielo.
Poco dopo provò una sensazione di pesantezza, scrollò dagli abiti una polvere immaginaria e, sempre sovrappensiero, s’incamminò lentamente verso il giardino, per poi voltarsi, dirigersi verso le scale di casa e salirle di corsa.
Sin dall’infanzia aveva creduto che i gradini non si dovessero salire, bensì assalire e, nonostante i suoi trentadue anni, continuava a restare inconsciamente fedele a questa sua convinzione.
Trascinò indietro una sedia di bambù e si sedette accanto alla zia Nazla, intenta a recitare sottovoce il Corano. Percorse con lo sguardo l’ampia veranda, gli angoli del soffitto dove i ragni avevano tessuto le loro tele, inspirò profondamente e poi espirò. Era la prima volta che usciva dalla sua camera, nonostante abitasse in quella casa ormai da un mese.
I suoi occhi erano più infossati del solito, ricamati da innumerevoli, sottili capillari, e la sua mente vagava in un altro luogo, più lontano, ma più vivo. Un luogo con al centro una bambina che piangeva terrorizzata.
Salma era ritornata alla casa paterna spinta da un sogno!
Un sogno che le assomigliava ben poco: era violento, anche se non si trattava di quella violenza accumulata che emerge solo quando si perde la pazienza, quando si è troppo irritati oppure in un eccesso d’ira ingiustificato, ma di una violenza vera, presagio di una furia omicida, di sangue e riti sepolcrali.
Provava un terribile senso di colpa. Viveva nell’angoscia, come un assassino che crede di essere maledetto in eterno e si tormenta perché non ha alcuna speranza di veder cancellata la maledizione che incombe su di lui. Una convinzione che a volte spinge a desiderare con tutto il cuore di scomparire, per rinascere con un’anima innocente e pura.
Era convinta di avere ucciso qualcuno, di aver sepolto il cadavere a mani nude e di aver fatto in modo che nessuno lo scoprisse. Era convinta di essere rimasta a osservare con calma il sangue che scorreva e poi si coagulava, di aver tagliato a pezzi il cadavere per poi raccogliere e sotterrare gli arti amputati, di averli ricoperti e di aver livellato bene con i piedi la buca per poi sedersi sulla terra umida senza preoccuparsi di sporcare il suo abito elegante.
Ripeteva tra sé: «Ho ucciso Gamila».
Era come se gli eventi vissuti in sogno avessero fatto riaffiorare alla sua memoria uno scenario appartenente a un passato remoto. Era oppressa da un profondo senso di colpa. Una sensazione diversa da quella provata dall’assassino il cui delitto è stato scoperto e che sfida gli sguardi di biasimo e disprezzo di chi lo incontra, sguardi che, al contrario, gli danno la forza e persino l’audacia di provocare. L’assassino provoca e sfida, senza lasciar scorgere agli altri il rimorso che lentamente si insinua dentro di lui.
Lei invece provava la sensazione del carnefice che ha commesso nel modo più perfetto un atroce omicidio, senza che nessuno ne venisse a conoscenza, e ritiene quindi di essere così forte e sicuro da non provare alcun rimorso, ma alla fine viene tradito dalla sua stessa forza e si trasforma, inconsapevolmente, nel proprio peggior nemico.
Sentiva di essersi rovinata la vita intera con quell’omicidio, anche se nessuno l’aveva vista, e tuttavia stava cercando di escogitare un modo per espiare e per lavarsi il sangue dalle mani.
A un certo punto si era distaccata dal sogno, ne era uscita. Era sollevata, ma al tempo stesso terrorizzata, perché si sentiva come un omicida che, dopo avere tenuto nascosto il proprio delitto per decenni, avrebbe dovuto, tradito dalle proprie forze, confessarlo.
L’attimo in cui si separava dal sogno di solito non corrispondeva a un passaggio immediato alla realtà, trascorreva ancora del tempo prima che si riprendesse del tutto da quel che aveva vissuto. Per un po’ nella sua mente alcuni particolari della vita reale continuavano a essere confusi, la fantasia si fondeva con la realtà, le ossessioni si mescolavano ai sentimenti profondi.
A occhi chiusi passò in rassegna per un attimo gli eventi della sua esistenza. Non si era mai imbattuta in un delitto. Ringraziò Allah di non dover provare nella realtà quei terribili e amari sensi di colpa. E tuttavia continuava a sentirsi pesante e confusa. Molte volte i sogni avevano invaso la sua vita, facendo in modo che se ne distaccasse per sprofondare nei vaneggiamenti e nella confusione mentale al punto da non riuscire più a distinguere il sogno dalla realtà e viceversa.
Era pura fantasia per lei immaginare che si sarebbe affrancata da quel senso di colpa. Era vero che in sogno le sembrava più sopportabile, e tuttavia non riusciva a liberarsene, ormai era inseparabile da lei, e allora cercò almeno di trovare una spiegazione.
Pensava che il significato del sogno stesse nella segretezza dell’omicidio che aveva commesso, nel fatto che nessuno ne fosse a conoscenza e quindi nessuno l’avrebbe potuta accusare. Dunque la chiave era la segretezza. Chissà qual era il segreto nascosto dentro di lei che la inseguiva nel sonno? Se lo chiedeva tra sé e sé, senza giungere a una risposta che la tranquillizzasse.
La notte successiva fece un altro sogno che sembrava il proseguimento del precedente. In questo i particolari diventarono più distinti e al tempo stesso più terribili.
Il corpo inerme di Gamila era disteso sul letto, dove Salma l’aveva trascinato con fatica. Ora lei si stava dando una sistemata davanti allo specchio del bagno. Un po’ di rossetto sulle labbra, eye-liner sulle palpebre, dimenticando però una passata di fard sulle guance da aggiungere agli strati di cipria.
La voce rantolante e roca di Gamila, che biascicava le sue ultime parole, l’aveva quasi fermata, ma ormai era giunta a un punto di non ritorno: le sue coltellate inarrestabili e concitate erano andate a fondo, molto a fondo. Il sangue rosso vivo, e ancora caldo, di Gamila continuava a sgorgare a fiotti, mentre Salma aveva iniziato a tremare e a fissare intensamente il viso che stava per essere abbandonato per sempre dalla vita.
Pensò che sarebbe stata una follia mettersi a ripulire la stanza, guardò la giacchetta rosa senza maniche e la minigonna nera che indossava e decise di lavarle. Per fortuna la giacchetta non era macchiata di sangue, ma sul suo braccio sinistro era comparsa una macchia che ricordava un gladiolo rosso con un lungo gambo dal quale spuntavano quattro fiori schiacciati l’uno sull’altro. Questa somiglianza le piacque e scoppiò in una risata che riecheggiò nell’appartamento chiuso a chiave. Si era già dimenticata della donna sdraiata sul letto priva di ogni segno di vita.
Si sedette sulla poltrona e posò il borsone nero a terra, in mezzo ai piedi. Tirò fuori il pacchetto di sigarette e iniziò a fumare con calma. Sentiva di essersi finalmente separata dalla vita precedente, dal suo frastuono e dalle sue delusioni. Non sarebbe più stata la giovane donna di qualche giorno prima, né la ragazza dei tempi passati. Non sarebbe più stata vittima dei sensi di colpa, al contrario si sentiva ormai pervasa da una sensazione di misterioso piacere che la stordiva, ma che non le era ostile. Una sensazione ammaliante che non avrebbe mai pensato si sarebbe potuta impadronire di lei.
Frastornata, decise di accendersi un’altra sigaretta. Dopo averla finita, prese il borsone e si trasferì nella camera da letto dove giaceva il corpo della sua amica d’infanzia. Sembrava più alta di come era prima. Guardò il suo viso immobile e bluastro, ma non osò toccarlo. Era terrorizzata dal profondo contrasto tra il viso che vedeva davanti a sé e quello a cui era abituata.
Ritornò in bagno, aprì il rubinetto e si lavò il braccio una decina di volte. Solo ora notò allo specchio le profonde occhiaie blu che avvolgevano i suoi occhi e, all’improvviso, immaginò di vedervi riflesso il volto di suo padre, anche se quando guardò di nuovo il volto dell’uomo si era dileguato.
Lasciò l’appartamento con calma, chiudendo la porta dietro di sé. La scala era avvolta nella penombra, quindi impiegò più tempo del solito per raggiungere la strada. Sembrava deserta, la attraversò lentamente. Non sapeva a cosa pensare, allora si mise a contare i passi, ma al decimo si sbagliò, perse il conto e ricominciò da capo. Quando si stancò di quel gioco, si diresse verso un caffè vicino e si sedette in un angolo isolato. Lo sforzo immenso che aveva compiuto aveva esaurito tutte le sue forze, le aveva rovinato i vestiti. Provava un’atroce sensazione di sudiciume che cercò di ignorare in ogni modo. Si accese un’altra sigaretta. Bevve un sorso di caffè dalla tazza che il cameriere aveva appoggiato davanti a lei prima di scomparire in tutta fretta. Se lo gustò, poi rovesciò la tazza sul piattino, infine la prese in mano per osservare sul fondo una sorta di mappa confusa. Davanti a lei c’era il viso di Gamila, pallido e terrorizzato, come negli ultimi attimi della sua vita. Non riuscì a controllare i brividi che all’improvviso iniziarono a percorrerla. Il viso di Gamila sarebbe rimasto impresso nella sua mente, si sarebbero rincorsi a vicenda. Le coltellate l’avevano avvicinata a lei come non mai.
Ricordava con compassione l’immagine di Gamila che cercava di aggrapparsi a qualsiasi cosa avesse a portata di mano, mentre il sangue sgorgava a fiotti. Avrebbe voluto bloccare quell’istante all’infinito, perché non si era mai sentita tanto vicina a una persona come a lei in quel momento. Vicina come aveva sempre sognato, di quella vicinanza che invece Gamila le aveva sempre negato.
Si guardò il braccio, ed ecco ricomparire il gladiolo rosso sangue. Lo strofinò per provare a cancellarlo, ma invano. Avanzava lentamente, come un deserto. Si precipitò fuori dal caffè. Corse a lungo, senza accorgersi di quanta strada faceva. Quando si sentiva stanca, si fermava e si appoggiava ai lampioni di una via affollata. Il fiore si ingrandiva sempre più. Una persona iniziò a fissarlo con gli occhi sgranati. Lei si allontanò a passi stanchi ripetendo: uno, due, tre.
Pensò di dover andare a guardare per un’ultima volta l’amica. Si domandava come avesse fatto a lasciarsela alle spalle così in fretta. Iniziò a sentirsi come chi ha smarrito il proprio nome, la propria identità o, per lo meno, gran parte di essa. Per lei il nome Salma Rashid non avrebbe più avuto lo stesso significato di qualche istante prima, ormai era distante da lei, così come lei era distante da quel nome. Nessuno dei due avrebbe più indicato l’altro.
La presenza di Gamila sembrava rafforzarsi grazie alla sua assenza, più cercava di allontanarla più la minacciava. Gamila Saber era la maledizione che da quel momento l’avrebbe tormentata per l’eternità. Era l’alter ego che si era distaccato da lei e che aveva tagliato ogni rapporto con lei senza un briciolo di esitazione.
Salma si risvegliò in preda a un’angoscia atroce. Questa volta ebbe la sensazione che quel che aveva vissuto non fosse un sogno, ma un fatto reale, che era accaduto davvero e aveva lasciato un’impronta sanguinosa nella sua anima. Di solito i suoi sogni non erano semplici particelle sconnesse tra loro, quindi sentiva la mancanza di questa successione logica.
Restò a letto ancora qualche istante, chiedendosi quale fosse la causa che aveva fatto rientrare Gamila nella sua vita, anche se facendola passare dalla porta dei sogni. Si alzò, entrò in bagno a piedi nudi, si lavò il viso e poi andò in cucina. Preparò un Nescafé e portò la tazza nello studio del suo piccolo appartamento.
Si sedette davanti al computer che la sera prima aveva dimenticato di spegnere. Non c’erano messaggi di posta elettronica ad aspettarla. Come al solito Ziya non aveva risposto alle sue numerose mail. Spense il computer, fece una colazione leggera, sistemò gli abiti nella valigia, infilò le pagine del “romanzo” che stava scrivendo in borsa, e uscì per andare a casa della sua famiglia, al villaggio. Quella casa che, dopo la morte di suo padre, era abbandonata. Ci abitavano solo sua madre e la vecchia zia, e talvolta sua sorella Hiyam, che di solito viveva con lei.
Di lì a un mese Salma avrebbe disceso le scale di casa come una pantera inferocita, seguita dal domestico con l’enorme baule di legno. Si sarebbe fermata nel cortile sul retro, senza curarsi del caldo cocente e del serpente nero che strisciava sereno facendo capolino dal covone di paglia, diretto verso la base del muro di fronte. Avrebbe sgranato più del solito gli occhi solcati da capillari rosso sangue, la sua mente si sarebbe librata in un altro luogo, antico, al cui centro si trovava una bambina terrorizzata.
Fuori, gli alberi di pesco erano in fiore, i bambini facevano a gara a chi arrivava per primo a comprare le caramelle, le contadine stavano sedute sulle soglie e chiacchieravano tra loro. Quella mattina presto le donne di casa erano andate al cimitero ed erano rientrate con una preda. Hikmat l’aveva trovata in lacrime lungo la via del ritorno. Arrivarono con la preda mentre i bambini e gli uomini stavano facendo colazione sulla tabliyya, il tavolo basso e circolare della veranda, insieme al domestico Saber, a sua moglie Bushra e alla loro figlia Gamila.
La preda era in piedi al centro della veranda e piangeva nel suo abitino di chiffon georgette verde come le foglie di fava, i capelli neri tagliati à la garçonne, la carnagione rossastra, occhi grandi come quelli di un vitellino.
Era più o meno coetanea di Gamila e Salma. Le due bambine la osservavano con una curiosità mista a gelosia. La bimba scoppiò di nuovo a piangere, in modo ancor più assordante di prima. Era come se si sentisse minacciata da quegli sguardi curiosi che la fissavano.
Thuraya le si avvicinò, l’accarezzò con affetto sulla spalla e le asciugò le lacrime, poi la prese per mano, la fece accomodare sul divano alla turca rivestito di cretonne color latte e le chiese come si chiamasse. La bimba, con voce tremante, rispose: «Samah».
Poi, tra le lacrime, precisò: «Samah Ahmad ‘Abd al-Hadi».
Per due ore cercarono di risalire al nome della sua famiglia, ma non ci riuscirono. Per loro la famiglia era tutto, ma Ahmad ‘Abd al-Hadi era un cognome sconosciuto che nella selva di questo mondo non forniva nessuna indicazione utile per risalire alla sua identità.
La bambina non soddisfò il loro desiderio, non riuscì neppure a indicare il nome del villaggio da cui era arrivata alla loro fattoria sperduta vicino al Nilo. E a un certo punto smisero di farle domande.
Le offrirono del cibo che però non toccò, un bicchiere di latte di cui bevve solo la metà. Si sedette in disparte, con le mani aggrappate ai bordi del suo vestitino verde.
Aveva le dita lunghe e affusolate, le unghie pulite e ben curate. L’anulare sinistro era adornato da un sigillo con al centro un rubino artificiale che attraeva lo sguardo di Gamila come una calamita. Così piccola, intuiva per istinto che quelle mani erano ciò che più separava quella sconosciuta dal loro mondo, che rendeva la sua presenza come una presenza estranea che avrebbero ben presto dimenticato.
Gamila osservò le proprie mani, le dita dalle unghie trascurate, sotto le quali si intravvedeva la sporcizia. Pensava tra sé che un giorno anche lei avrebbe avuto quell’aspetto elegante e ordinato: capelli corti e ben pettinati, belle unghie, un abito del verde delle foglie della fava e soprattutto un’aria intelligente e uno sguardo malinconico.
Dopo la preghiera di mezzogiorno, Sameh montò sul suo asino e andò alla stazione di polizia del villaggio vicino. Lungo il tragitto si distrasse cantando le nenie popolari che conosceva a memoria e recitando le lettere dell’alfabeto imparate di recente per poter leggere le carte che aveva trovato nascoste nella stanza di suo padre.
Arrivò alla stazione di polizia dopo aver ripetuto più di venti volte l’alfabeto. Comunicò all’agente il nome della bambina e gliela descrisse, poi gli spiegò come raggiungere la loro casa anche se tutti alla stazione di polizia la conoscevano. Non dimenticò neppure di precisare che era stata la prima casa nella zona costruita con mattoni cotti.
Mentre tornava, si fermò a comprare datteri pressati, sottaceti e un’arancia. Rientrò soddisfatto della missione che aveva portato a termine e per alcuni istanti dimenticò la sua ossessione, i segreti contenuti nel tesoro cartaceo di suo padre.
La sera arrivò il padre della bimba a bordo di una vecchia Polo rossa, prese con sé la figlia e ringraziò. Mise in moto l’automobile, sgommando rumorosamente e lasciando dietro di sé una nube di gas di scarico, mentre Gamila restava ferma a osservarla sino a quando l’oscurità non la inghiottì.
L’immagine di quella bambina sarebbe rimasta impressa a lungo nella sua memoria, e soprattutto sarebbe diventata il traguardo che un giorno avrebbe raggiunto.
Nazla finì di recitare il Corano, lo prese in mano e si alzò lentamente senza rivolgere una sola parola a Salma, non notò nemmeno il rossore dei suoi occhi, non commentò neppure il fatto che aveva dato fuoco agli abiti di suo padre e alle vecchie carte, né che se ne stava giorno e notte china sui suoi fogli, sui suoi libri, immersa nel frenetico sforzo di portare a termine il suo romanzo.
Nazla, ormai vicina ai sessant’anni, sembrava voler mantenere il suo vecchio atteggiamento: non immischiarsi mai in quel che accadeva intorno a lei. D’altra parte anche Salma non gradiva che gli altri si intromettessero o commentassero quel che stava facendo.
Quando nacque Salma, la zia passava t...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Colophon
  4. Nota bio-bibliografica
  5. Oltre Il Paradiso