La velocità dei corpi
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La velocità dei corpi

  1. 182 pagine
  2. Italian
  3. ePUB (disponibile su mobile)
  4. Disponibile su iOS e Android
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La velocità dei corpi

Informazioni su questo libro

Don Sergio Quadrazzini è un uomo spregiudicato e di grande fascino, che sfrutta l'abito talare per fare il proprio interesse. Per lui gli affari e, soprattutto, il potere vengono al primo posto. Infatti, non si fa il minimo scrupolo a inscenare false apparizioni per gruppi di fedeli creduloni né a sfruttare indebitamente il nome di un noto cardinale organizzando una truffa ai danni di molti investitori incauti. È un misogino, che vede le donne come mero strumento di dominio, fantocci di carne, con la pochezza delle creature peccatrici. Un giorno, però, seduce la donna sbagliata, Maria Teresa, la moglie dell'altrettanto corrotto Enesio Locasciollo: un onorevole che ha fatto e ricevuto molti favori e che si crede onnipotente. Finché arriva per il prete il momento della resa dei conti: viene picchiato e finisce in coma. Maria Teresa, costretta a rinunciare all'amante, si chiude in casa, smette di parlare e si abbandona a una sopravvivenza muta e selvatica. E suo marito perde così l'unica cosa a cui tiene realmente. Perché non esistono vincitori in questo romanzo spietato sul degrado fisico e morale, che denuncia il nulla in cui stiamo vivendo.

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Informazioni

Print ISBN
9788856614640
eBook ISBN
9788858503126

1

Don Quadrazzini prima mosse le braccia, come a voler parlare con quelle. Poi le agitò ancora più forte, indicando lontano o come spostando ostacoli invisibili. Poi esclamò a voce altissima: «Ma là! Santo Dio! Là ho detto! I ciechi là! Qui ci vanno le carrozzelle! Volete che i ciechi sbattano contro le sedie a rotelle?!».
Quando vide gli sguardi sorpresi degli accompagnatori, dei parenti, quando vide le fronti che i ciechi alzarono ancora di più, e le loro labbra semiaperte a tacere, allora don Quadrazzini si fermò, tenne le braccia lungo i fianchi e disse tentando un sorriso: «Ma scusate, no? Lo vedete che così non andava, vero? Eh?».
Una suora anziana rispose: «Sì va bene. Adesso mettiamo tutto a posto. Con calma e con l’aiuto del Signore» e sorrise.
E anche qualche cieco sorrise, tenendo la testa alta, con la nuca quasi a toccare le spalle, il capo stranamente alzato, come solo possono fare i ciechi, intendendo misteriose vibrazioni di cui non sanno dire nulla.
La fila dei ciechi era composta da ventiquattro persone, dodici ciechi e altrettanti accompagnatori che li tenevano sottobraccio. Stavano in fila indiana. Alle indicazioni di don Quadrazzini, il lungo gruppo si spostò lentamente verso un lato della piazza.
La fila era opaca; vista da lontano poteva sembrare un enorme animale lento. Gli accompagnatori camminavano a brevi passi trattenuti, come procedendo su cose fragili; i ciechi andavano rigidi, con il mento proteso, alcuni con la testa reclinata su una spalla.
La piazza davanti al santuario della madonna di Utrizi era molto grande, ma tutta occupata dalla folla, da lettighe, ambulanze e carrozzelle d’invalidi. Era l’inizio della primavera ma il vento era ancora freddo. Alzava i veli delle suore, che si agitavano come bandiere e poi ricadevano inerti sulla schiena. Si muovevano le coperte e alcuni ombrelli aperti (spiovigginava, infatti, ma era acqua sottile leggera, che solo i vecchi temevano) ondeggiavano come saluti.
Ovunque era un brusio grosso e continuo. Da qualche parte che non si poteva indicare, iniziava una preghiera collettiva che poi continuava e si ingrossava di voci. Dagli altoparlanti si udì: «Per la benedizione dei non vedenti e dei non deambulanti, seguite le indicazioni con la scritta rossa! Ammalati rossa fra quindici minuti! Gli accompagnatori dividano i gruppi in massimo dieci elementi!».
La voce trasformata dal microfono era aspra e quasi maligna. Continuò: «Per la benedizione degli ammalati di tumore, seguite le indicazioni con la scritta blu! Ammalati blu fra trenta minuti!».
Chiamate da questo appello terribile, quaranta o cinquanta persone si mossero dalle sedie dove prima aspettavano e si diressero verso un lato della grande chiesa.
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Erano persone di ogni età, uomini e donne, anche tre bambini. Non si capiva chi era l’ammalato e chi il sano che lo accompagnava, perché erano tutti mesti e assorti allo stesso modo; pochi parlavano.
Il gruppo si mosse e non vi era in esso nulla di lieto: sembravano condannati a morte appena usciti dal tribunale; non vi era speranza tra di loro, ma solo la gravosa intenzione di terminare un lavoro.
La chiesa della madonna di Utrizi era stata costruita non più di otto anni prima, eppure era già la meta di centomila pellegrini ogni anno. Nel 1978 una commessa del vicino supermercato, Antonella Sogliani, mentre stava aprendo la portiera dell’auto per tornare a casa, aveva visto la madonna. Era, raccontò, una bellissima donna alta, slanciata, con i lunghi capelli biondi e la carnagione rosata, gli occhi azzurri, coperta da un candido manto lucente. La madonna stava su una nube proprio sul tettuccio della macchina di Antonella.
«Voglio qui una bella chiesa in mio onore» aveva detto alla Sogliani «deve essere grande e bella. E tutti quelli che qui verranno a pregare me e il mio diletto figliuolo, riceveranno grazie in abbondanza.»
Prima di sparire, la bianca signora salutò la commessa con la mano. In poco più di un anno, furono raccolti fondi sufficienti a far partire i lavori. Antonella Sogliani non fece più la commessa ma divenne il fulcro di una comunità di devoti che la chiamavano madre, nostra signora, anima eletta, avvocata nostra, patrona, guida e spiritual genitrice.
Quando si diffusero le notizie dei primi miracoli, accanto al santuario della madonna fu edificato un paese, che ebbe sei alberghi, ventinove negozi di ricordi, cartoline e immagini benedette, dodici ristoranti, undici bar, tre tavole calde.
Don Sergio Quadrazzini era già stato sette volte a Utrizi. Ci portava non solo i malati, ma spesso anche i bambini che dovevano fare la prima comunione, gruppi scout, il gruppo anziani. I vecchi parrocchiani non capivano quando lui si infervorava e diceva parole sentite cento volte (...testimonianza, il progetto di salvezza, la vita di Cristo si fa storia dell’uomo...); loro chiedevano: «Fa i miracoli? Quella madonna i miracoli li fa? Guarisce la gente?». Don Quadrazzini sorrideva e faceva sì con la testa, bonario, divertito, rispondeva: «Certo che li fa, ma bisogna meritarseli...».
Quando i malati tornavano a casa ancora malati, don Quadrazzini spiegava durante la messa che la fede non è un contratto, non è un’assicurazione sulla vita e Dio non promette nulla se non se stesso (un vecchio storpiato dall’anchilosi sussurrò alla moglie: «Ce lo doveva dire prima di andare al santuario»; don Quadrazzini lo sentì e ci restò male, si sentì incompreso).
Ora, sulla vasta piazza circolare davanti alla chiesa, il vento aumentava e alzava brevi turbini di polvere grigia, dentro cui roteavano pezzetti di carta. Don Quadrazzini osservava la lenta fila dei ciechi che si spostava. Non pensava a nulla. Camminò verso la suora che era in testa; cominciava a sentir freddo, si abbottonò il cappotto fino alla gola e mise la mano in tasca per estrarre i guanti.
Vide arrivare verso di lui una donna. Riconobbe subito la sagoma e il modo di camminare: i passi brevi e rapidi, le spalle curve e la testa un po’ troppo reclinata; come chi si affretta ma non vorrebbe.
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Don Quadrazzini per un istante pensò che sarebbe potuto sfuggire alla donna che, lo sapeva, si stava dirigendo verso di lui. Avrebbe potuto fare uno scarto brusco, ficcarsi in una fila di malati e cercare di nascondersi. Ma quella donna, lui lo sapeva, era capace di inseguirlo, anzi di fare proprio una scenata. In meno di un istante, don Quadrazzini vide – esplosa in un solo lampo, ma nitida e piena come una fotografia – vide la donna urlare, indicarlo mentre strillava, la gente che si scostava da lei e lei, al centro dello spiazzo improvvisato, si guardava attorno, cercava ascoltatori a cui gridare con gli occhi da pazza.
Allora, il prete rallentò e, sguardando in modo obliquo, osservò la donna. Veniva da lui. Don Quadrazzini si infilò lentamente un guanto, e così la donna lo raggiunse. Quando gli fu a due passi, lei disse: «Senta, senta, senta, senta...».
Era come un ansimare, uno sfiatare roco. Il fiato della donna era acido e don Quadrazzini ne provò uno schifo esasperato.
«Guardi che non è il momento» fece lui, con durezza. Non guardava in faccia la donna, eppure gli occhi di lei gli apparivano come due pietre traslucide.
«Senta, senta...» ripeteva la donna che allungò la mano verso il prete, ma la ritrasse subito. «Guardi don Sergio, io non sarei venuta a disturbarla...»
«Non mi disturba» disse il prete, ancor più duramente. «Non mi disturba. Però lei deve capire. Eh sì sant’Iddio, deve capire.»
«Ma guardi don Sergio...» la voce era adesso lamentevole, quasi bambinesca e questo fece schifo a don Quadrazzini più del suo fiato guasto.
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«No, ascolti lei. Lei non può pensare che tutti stiano a suo servizio...»
«Ma ho bisogno! Ho tanto bisogno!» fece la donna che portò le mani giunte davanti alla faccia.
«Lei ha già avuto più di molti altri. Ha avuto tre incontri personali. C’è gente che non ha tre incontri nemmeno in tre anni.»
La donna guardava disperata il prete. Gli occhi erano lucidi di lacrime. Cominciò a mordersi l’unghia del pollice, teneva sempre le mani giunte in preghiera.
«Ieri notte ho sognato il diavolo» mormorò a voce bassissima, per far capire che era una rivelazione importante e segreta. «Mi voleva portare via, all’inferno.»
Don Quadrazzini la guardò in faccia, finalmente. Vide un volto sfatto, livido, le labbra tremanti con agli angoli due grumi schifosi di saliva bianca densa.
«Ma non abbia timore. Lei è sotto la speciale protezione della nostra santa. Non dubiti. Sa che fa peccato, se dubita della nostra santa?»
La donna pareva masticare qualcosa: muoveva le labbra in modo strano, non parlava. Forse le poche e decise parole del prete la stavano rassicurando. Don Quadrazzini ne era certo e ne fu contento: gli era bastato un minuto per placare quell’anima stravolta. E benché sapesse che il merito era soltanto di Dio, si inorgoglì per esserne uno strumento così efficace, tanto che un po’ della potenza divina se la sentiva nelle braccia, nel petto, sulla lingua.
Ora aveva un tono buono con la donna: «Vada in chiesa, vada a pregare. Non dubiti, perché la nostra santa la protegge. Vada in chiesa e preghi tanto. Vedrà che stanotte non avrà brutte visioni. Il demonio non oserà toccare un cuore consacrato. Vada a pregare».
La donna parve destarsi da quei sonni brevi e quasi molesti che ci sorprendono al pomeriggio. Si asciugò gli occhi con il fazzoletto, che poi sfregò sulla bocca. Domandò: «Posso preparare io il pane per la santa cena domani?».
Don Quadrazzini le disse in fretta: «Vedremo. Sentirò cosa dice la santa. Vedremo».
«Ci terrei tanto, don Sergio.»
«Peccato di superbia...» fece lui, guardando il guanto che infilava nella mano destra. «Attenta al peccato di superbia.»
«Ci terrei tanto, don Sergio.»
«Vedremo. Ora vada. Vada a pregare. Bisogna pregare tanto. Ma tanto tanto.»
La donna fece un inchino, piegò un po’ il ginocchio in una goffa riverenza sbilenca. Don Quadrazzini alzò la destra in un mezzo segno di croce in aria. Poi andò via, camminando veloce. Pareva dovesse recuperare il tempo perduto.
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2

Lo specchio occupava quasi tutto un lato dell’ascensore. Don Quadrazzini vide la porta metallica chiudersi alle sue spalle.
Si avvicinò allo specchio e guardò la faccia. La osservò tanto da vicino come non faceva neppure quando si radeva. Guardò gli occhi; le pupille che si muovevano. Guardò le palpebre e gli angoli degli occhi. Pensò che la pelle era ancora ben tesa e chiara, e rivide certe facce di colleghi preti che pure avevano la sua stessa età, o perfino qualche anno in meno, ma erano gonfie, lustre di grasso sul naso e sulla fronte, sformate.
Osservò le labbra e le trovò ben disegnate, piene ma non volgari, d’un colore sano. Altre labbra di preti aveva visto come pezzi di carne appiccicati sotto il naso; labbra che avevano chiazze viola o nere.
Don Quadrazzini scoprì le gengive e guardò i denti: a parte un canino un po’ storto, aveva una dentatura molto bella e chiara. Non capiva, non sopportava la trascuratezza di tanti preti che appena fuori dal seminario ingrassavano, non si curavano più, puzzavano dell’odore triste che ricordava la caserma e il sanatorio. Tonache con qualche macchia opaca che spegneva il riflesso del nero; le scarpe scrostate e i tacchi consumati.
Don Quadrazzini voleva essere bello, conservarsi bello perché la sua gradevolezza avrebbe reso più facile a tutti accostarglisi, e non trovava per niente riprovevole che le donne lo giudicassero un bell’uomo. Si sentiva uno strumento di Dio, che lo aveva voluto così anche per realizzare il suo disegno di salvezza. Forse era più bello di molti altri preti proprio perché Dio contava su di lui più che su molti altri.
Tutto faceva parte dell’infinito progetto divino, anche il suo viso.
Si portò l’indice a saggiare la pelle sullo zigomo; passò la mano sulla mascella, sul collo. Sentì per un istante il profumo del dopobarba.
L’ascensore arrivò al dodicesimo piano e si arrestò con un rintocco di campana. Don Quadrazzini vide la porta aprirsi alle sue spalle; si girò e uscì. Camminò lungo un corridoio stretto su cui si affacciavano alcune porte; a terra un tappeto di fibra di cocco attutiva i passi. La porta numero 12 era socchiusa, dietro al piccolo varco dell’uscio stava una giovane donna che teneva con la destra la maniglia e con la sinistra toccava lo stipite. Quando don Quadrazzini le fu davanti, la donna aprì completamente la porta, fece un passo indietro ed esclamò: «Buongiorno don Sergio».
Lui fece un cenno con la testa. Entrarono nello studio. Era una camera con tre librerie alle pareti, una grande finestra, un divano su cui erano posati dei libri e la scrivania. Su questa, oltre al computer, stavano diversi fogli e bloc-notes, quaderni di appunti, alcuni libri aperti e altri con strisce di carta a segnare pagine.
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Don Quadrazzini sedette su una specie di alto sgabello, a fianco della scrivania. La giovane donna sedette a quello che era il suo tavolo da lavoro, davanti alla tastiera del computer.
«Allora, Carla, a che punto siamo?» domandò il prete, prendendo una risma di fogli scritti che stava in una cartellina gialla.
«Don Sergio...» fece lei, con un sorriso imbarazzato. «Non credo... guardi che non credo di finire entro domani.»
Don Quadrazzini alzò gli occhi dai fogli che stava esaminando, fissò la testa abbassata della donna, e disse: «Cosa? Cosa dice, Carla? Non credo? Ma come?!».
La donna non si aspettava una reazione così forte. Con un sorriso non lieto e falso, provò a guardare in faccia il prete, ma le sue labbra strette e gli occhi accigliati la spaventarono; portò le mani ai lati della tastiera e le tenne lì, immobili, e intanto guardava i tasti con le lettere bianche stampate sulla plastica nera.
«Cos’è questa cosa, Carla?» diceva don Quadrazzini, a voce più alta. «Come sarebbe che non può finire entro domani? Ma lo sa che ho preso l’impegno con l’editore? Lo sa che abbiamo già avuto l’anticipo? Eh?»
«Ma guardi don Sergio che io proprio...»
«E lo sa che c’è una penale se non lo consegno entro domani?»
«Ci lavoro da un mese notte e giorno, non ce la faccio più...»
«No, Carla! No! Non si fa così. Lei mi delude. Lei delude tutta la comunità dei fratelli.» Don Quadrazzini le aveva puntato contro l’indice, e Carla si sentì un chiodo di fuoco bucarle lo sterno, proprio sotto i seni, nel mezzo. Le mancò il respiro per qualche istante, aprì la bocca, la chiuse. Sussultò in un singulto.
Don Quadrazzini le andò vicino, le mise il braccio destro sulle spalle e chiuse le mani della donna dentro la sua mano sinistra.
«Scusi se sono stato un po’ duro» sussurrò il prete. Carla sentì sull’orecchio il suo fiato caldo.
«Lei ha ragione, don Sergio, sono una schifezza» gemette la donna, intanto lacrimava.
Il prete la strinse più forte.
«Non dica così. Lei è solo un po’ debole, un po’ stanca. Ha pregato?»
Lei annuì.
«Le farò avere uno scapolare dalla santa.»
«Davvero? Veramente, don Sergio?»
«Sì.»
Carla portò la mano di lui alla bocca e la baciò più volte.
«Grazie, grazie, grazie» ripeteva lei, mentre baciava. Don Quadrazzini prima lasciò fare, poi gli dettero fastidio le lacrime e il muco sul dorso della mano, che ritrasse con decisione.
«Ora bisogna mettersi al lavoro. Su, da brava.»
Carla si soffiò il naso. Don Quadrazzini la guardò compiere quel gesto piccolo e semplice e gli apparve una miserabile cosa di carne, un fantoccio di carne, in cui tutto – le labbra semiaperte, gli occhi rossi, fermi e opachi e i seni pesanti sulla pancia – tutto rivelava la miserabile pochezza della creatura peccatrice.
«Quanto le manca per finire?» domandò il prete con un tono così indulgente, così generoso e benevolo che gli dette il gusto del sovrano piacere del perdono.
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«Il capitolo sulla luce della grazia.»
«Ah sì. Bello. Tanto bello, vero?»
Carla fece sì con la testa, asciugandosi le ultime lacrime.
«Mi raccomando, scriva del potere generatore e trasformatore della grazia. È un punto che mi sta molto a cuore e che ho già trattato nel mio libro Salvi nella sua mano
Carla prese appunti e don Quadrazzini ne fu contento. Proseguì: «Faccia anche molte metafore. Io uso spesso le immagini per chiarire il concetto. Ma stia attenta; non usi più la similitudine della grondaia perché l’ha già usata in La tua parola nella mia bocca».
«Sì, mi ricordo.»
«E invece no, perché voleva mettere ancora la grondaia nel terzo capitolo. Non ricorda?»
«Scusi» mormorò Carla.
Don Quadrazzini sorrise. Si diresse verso la porta. Disse: «Domani, alle sette di sera, torno a prendere tutto il testo. Va bene?».
Carla esitò. Non guardò il prete, ma la stanza come vi cercasse qualcosa di piccolo, di importante.
«So che dovrà lavorare tutta la notte. Ma è una bellissima prova di amore verso Dio, verso la comunità e verso la santa. Offra questa sua piccola pena al Signore. Non è bellissimo? Eh Carla? Non è meraviglioso poter offrire un dolore a Dio?»
Carl...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Colophon
  4. 1
  5. 2
  6. 3
  7. 4
  8. 5
  9. 6
  10. 7
  11. 8
  12. 9
  13. 10
  14. 11
  15. 12
  16. 13
  17. 14
  18. 15
  19. 16
  20. 17
  21. 18
  22. 19
  23. 20
  24. 21
  25. 22
  26. 23
  27. 24
  28. 25
  29. 26
  30. 27
  31. 28
  32. 29
  33. 30
  34. 31
  35. 32
  36. 33
  37. 34
  38. 35
  39. 36