La donna della luce
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La donna della luce

  1. 272 pagine
  2. Italian
  3. ePUB (disponibile su mobile)
  4. Disponibile su iOS e Android
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Informazioni su questo libro

Javier è un uomo di successo, ha denaro, potere, ricchezze. È soddisfatto di sé e del suo mondo e fiducioso di ciò che la vita gli riserva. Ma un terribile incidente sconvolge la sua esistenza, precipitandolo in un baratro senza fine. Condannato dalla medicina tradizionale, è l'incontro con una curandera di grande saggezza ad aprirgli gli occhi, spingendolo a interrogarsi, a cercare nuove risposte. Sarà lei a parlargli di una civiltà di semidei di cui narrano le leggende più antiche: sono gli "Immortali" che vivono in perfetta armonia in città sotterranee, collegate tra loro da una fitta rete di gallerie al centro della quale sorge la fonte dell'eterna giovinezza. Sarà lei a rivelargli che talvolta è concesso a un umano entrare in contatto con questo popolo, affascinante e misterioso. E Javier, godendo di questo privilegio, intraprende un viaggio nelle viscere della terra, durante il quale dovrà affrontare da solo le sue paure e insicurezze. Un percorso nel segreto del suo cuore che lo condurrà a una nuova consapevolezza, dissipando le ombre che hanno sempre imprigionato la sua vita, per ritrovare infine la luce, e scoprire un mondo possibile di pace e armonia. Attraverso un'avventura emozionante e coinvolgente, Javier segna la strada che tutti noi siamo chiamati a percorrere per ritrovare noi stessi e realizzare i nostri sogni.

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Informazioni

Capitolo Uno

ALZATI E CAMMINA

Javier Frisancho si svegliò di soprassalto, scosso dalla spaventosa esperienza che aveva appena vissuto: sognava che lo volevano uccidere, fuggiva tra le case, ma i suoi inseguitori erano armati e continuavano a sparare. Aveva corso con quanto fiato aveva in corpo nel disperato tentativo di salvarsi, ma i suoi aguzzini lo avevano raggiunto e bloccato contro un muro; lo tenevano sotto tiro e stavano per sparare. Proprio in quel momento, mentre cercava senza successo di gridare, aveva aperto gli occhi terrorizzato, rendendosi conto che era immerso nel buio più completo. Gli erano stati necessari alcuni lunghi secondi per comprendere che era disteso e che era stato solo un brutto sogno. Tese a fatica la mano intorpidita per accendere la luce, convinto di trovarsi in camera sua. Ma quando sbatté contro la nuda roccia si bloccò: non riusciva a capire dove si trovasse.
Era ancora confuso dal sonno e, se non fosse stato per il dolore della botta contro la roccia e il giaciglio troppo stretto, non avrebbe ricordato di essere in una grotta. Aveva assolutamente bisogno si luce. Si tastò in tasca alla ricerca della sua piccola torcia elettrica; la trovò, ma non riusciva ad afferrarla, perché una fitta terribile partita dalla spalla gli corse giù lungo il braccio fino al mignolo. Le dita sembravano intorpidite e avvertiva un dolore lancinante. Javier restò immobile, intorno a lui erano soltanto tenebre e silenzio; si sforzò di respirare, il suo corpo sembrava sopito, si sentiva debole, stanco e non aveva nemmeno la forza di afferrare la torcia. Avrebbe voluto gridare, chiedere aiuto. Ma ricordò: da molti giorni ormai era solo, nelle profondità della terra, a centinaia di metri sotto la superficie. Nessuno avrebbe potuto sentirlo.
Ricordava anche perché si trovava lì. Era stata la sua imprudenza a metterlo in quella situazione. Aveva camminato da solo per ore e ore nelle viscere della terra, portando in spalla l’attrezzatura da speleologo. Aveva continuato a procedere all’interno di una galleria sotterranea lunga svariati chilometri. Per tutto quel tempo non aveva potuto lavarsi. Si sentiva sporco e quando aveva trovato un fiume sotterraneo aveva pensato di immergersi, senza nemmeno tastare la temperatura dell’acqua. Si era spogliato e tuffato nelle acque trasparenti. Ma l’acqua gelata gli aveva provocato uno shock termico. Aveva avuto l’impressione che migliaia di spilli lo trafiggessero, aveva sentito una fitta alla testa e gli sembrava che le pareti intorno prendessero a vorticare, mentre lui affondava. L’istinto di sopravvivenza lo aveva spinto a reagire ed era riuscito a raggiungere la sponda, dove era rimasto svenuto per un po’.
Sottoterra, in un ambiente umido e freddo, bastava spogliarsi per prendere un raffreddore. Lui, esponendosi irresponsabilmente per diversi minuti, aveva rischiato una polmonite. Aveva sentito i brividi corrergli lungo la schiena, tra le scapole. Anche se poi si era rivestito in fretta e aveva camminato per diverse ore, cercando di scaldarsi, non era riuscito a far risalire la temperatura corporea. Man mano che procedeva, si sentiva sempre più stanco, faticava a respirare, tossiva e gli bruciava la gola. Ma a preoccuparlo era soprattutto il dolore alla schiena e al collo che aumentava con il passar del tempo. Dopo aver raccolto le ultime forze rimaste, aveva cercato un posto il più asciutto e comodo possibile, dove riposare e scaldarsi.
I suoi passi si erano fatti sempre più pesanti, finché la stanchezza aveva avuto il sopravvento. Incapace di proseguire, si era sistemato con un certo sforzo accanto alla roccia, nel punto meno umido. Nel tentativo di rifocillarsi, aveva cercato di mangiare qualcosa senza quasi riuscirvi. Aveva fame, ma non riusciva a deglutire, la gola sembrava chiusa. Faticava persino a inghiottire l’acqua, ma, alla fine, era riuscito a far arrivare qualcosa allo stomaco.
Con le poche forze rimaste, aveva slegato e steso il sacco a pelo per infilarcisi dentro. Il corpo reclamava con insistenza un po’ di riposo e si era addormentato subito.
Ora, ritornando al presente, gli sembrava che lo avessero preso a bastonate e si sentiva a pezzi. Nel buio più fitto che avesse mai visto, Javier giaceva immobile dentro il sacco a pelo, con la bocca socchiusa, la lingua che bruciava tanto era secca, le labbra riarse per la febbre e un dolore lacerante in gola, che quasi non gli permetteva di deglutire. Si morse il labbro inferiore per accertarsi di essere ancora vivo, mentre le sue mani tremanti cercavano di prendere la piccola torcia che teneva nella tasca della giacca.
Se qualcuno avesse acceso la luce in quell’antro tenebroso si sarebbe trovato davanti una scena desolante. Javier tremava non di paura, ma per la febbre. Il suo corpo era scosso da brividi convulsi e nel silenzio si sentiva solo il fruscio dei suoi abiti. Dal suo viso scavato e affilato, con gli occhi arrossati e gonfi e il colorito cinereo, lo si sarebbe detto prossimo alla morte. Javier non chiamava aiuto: non aveva senso, non lo avrebbe sentito nessuno. Era l’unico essere umano laggiù, e stava lottando per sopravvivere.
A volte perdeva i sensi e la vita sembrava sfuggirgli per sempre, poi, lentamente, si riprendeva. Era come se la morte giocasse con lui, per farlo soffrire di più. Al dolore, alla sete che lo torturava, all’incapacità di muoversi, si aggiungevano la solitudine e il senso d’abbandono. E sapeva di essere ridotto così per colpa sua: aveva voluto scendere da solo nelle viscere della terra. Da diversi giorni i suoi compagni di avventura avevano cominciato la risalita in superficie. Javier li aveva pregati di lasciarlo solo perché voleva affrontare le proprie paure.
Ora il suo corpo stava lottando contro la morte, come era già capitato alcuni mesi prima: non era un’esperienza nuova. Allora ce l’aveva fatta, ma stavolta non era sicuro di uscirne vittorioso. A tenerlo in vita era stata la sua determinazione. Dal profondo del cuore si era detto che non voleva ancora morire. Era riuscito a reagire e la sua forza d’animo l’aveva salvato. Ora, per la seconda volta, come un ferito sul campo di battaglia, si trovava di fronte al dilemma: resistere e continuare l’avanzata, o darsi per vinto e rinunciare. Se avesse scelto di avanzare sarebbe diventato un eroe, ma se decideva per la ritirata sarebbe stato per sempre un vigliacco. Javier cercò di schiarirsi le idee. Quella dell’eroe e del vigliacco era una reminescenza dell’infanzia. Quando era piccolo, Salvador Frisancho, suo padre, gli ripeteva sempre: «Chi è valoroso va deciso incontro alla morte coprendosi di gloria, ma se non muore continua a combattere finché non ha vinto; chi è vigliacco, invece, muore giorno dopo giorno, passa da una sconfitta all’altra e, se non fa nulla per cambiare, non assaporerà mai la vittoria».
Javier ricordò, come in sogno, le parole paterne. Gli tornò in mente la figura austera, sicura, coraggiosa e degna dell’uomo che era stato il suo idolo di bambino. Negli anni dell’infanzia, aveva forgiato la propria personalità prendendolo a modello. Da lui aveva ereditato la determinazione a vincere sempre. Il ricordo del padre fece scattare qualcosa in lui, una molla nascosta dentro di lui. Uno schiocco secco, poco più che un lamento gli uscì di gola: «Voglio vivere, voglio guarire; prima di morire, voglio a tutti i costi raggiungere la meta».
La sue parole rimbalzarono contro le pareti della grotta, perdendosi in lontananza come un’eco solitaria. Ma sentiva che il suo corpo accumulava calore. Un calore profondo, che risvegliava in lui la voglia di combattere l’apatia, l’immobilità e l’abbandono. Sentì una voce interiore che sussurrava: «Guarisci, e poi alzati e cammina perché non hai portato a termine il tuo compito».
Lacrime di gioia gli sgorgarono dagli occhi rossi e infossati, un raggio di speranza illuminò l’intero suo essere che lottava contro le tenebre fitte. Con uno sforzo di volontà ebbe la meglio sull’indolenza e l’inattività. Pur con tutti i muscoli doloranti, Javier si mosse. Sentiva una fitta acuta alla colonna vertebrale e gli sembrava che la testa dovesse scoppiare. A fatica afferrò la piccola torcia che gli fornì luce a sufficienza per poter accendere la lampada ad acetilene. Già con la prima fievole luce, l’oscurità aveva perso piede, ma con la seconda lampada l’ambiente fu illuminato a giorno. Javier rovistò impaziente nella borsa dei medicinali che teneva nello zaino. Non aveva nessun rimedio specifico contro la polmonite, ma lo sguardo gli cadde su una bottiglietta di olio di ricino.
Sapeva che era un purgante, per questo lo portava con sé. Ma qualcosa dentro di lui gli suggeriva di preparare con esso compresse da tenere sulla schiena e la gola. Javier esitò un momento, poi prese il fazzoletto e lo intrise di olio. Faticosamente lo appoggiò sulla schiena con le dita tremanti e poi si coprì. Ripeté l’operazione sulla gola, servendosi di una pezza più piccola. Il contatto con l’olio freddo gli provocò brividi terribili. Era una sensazione sgradevole, come quando su un metallo incandescente cade una goccia di acqua fredda. Superato il brusco cambio di temperatura, Javier recuperò la calma. Cercava di restare sveglio, ma la debolezza ebbe ancora una volta il sopravvento e sprofondò nel sonno. Fece appena in tempo a spegnere la luce.
Immobile come un cadavere, Javier vagava, con la coscienza addormentata, in un mondo sconosciuto fuori dal tempo e dallo spazio, come nel nulla assoluto. D’un tratto apparve un mare in burrasca, le cui onde scroscianti minacciavano di trascinarlo via. Lottava con tutte le forze, ma una voce gli ripeteva che non aveva senso, che era meglio lasciarsi andare alla corrente. Certo, ascoltarla era un po’ come un suicidio, ma forse era meglio così, farla finita una volta per tutte. Una parte di lui però si rifiutava, e lui continuava a nuotare e a sbracciarsi disperatamente, fino a quando le forze lo abbandonarono e precipitò nelle tenebre. In quel buio spesso, si accese una luce e si vide attorniato da facce a lui note, ma non sapeva dire dove si trovasse. Il mare era calmo, lui galleggiava in superficie, sotto lo sguardo di centinaia di occhi che lo osservavano stupiti o preoccupati. Dalla folla si staccò la sagoma inconfondibile di una donna molto amata.
«Mamma fammi uscire di qua» gli sfuggì di bocca.
«Figlio mio, vieni qui tra le mie braccia» rispondeva, mentre le lacrime le rigavano il volto. Javier si sentiva al sicuro stretto contro il petto materno... ma poco dopo i contorni ridivennero indistinti e l’immagine sfumò fino a scomparire.
«Mamma, mamma, non andartene, non mi abbandonare» gridava disperato.
Poi rivisse una scena scolastica, tra i compagni di scuola, quando si era battuto con Julio Salas, il bullo che estorceva soldi all’intera classe. Lui l’aveva affrontato, stanco di subire ingiustizie, anche se era più piccolo e debole. Gli aveva sferrato un colpo a pugni uniti e lo aveva gettato a terra. Sentiva le urla di gioia dei compagni che inneggiavano alla vittoria. Poi la scena sfumava di nuovo, e ne seguivano altre, flash della giovinezza, le voci gioiose dei compagni d’università. Il tempo trascorso con gli operai che costruivano un gigantesco ponte.
Javier, sconvolto dalla febbre, faceva sogni interminabili. Il suo corpo dormiva, ma il cervello gli riportava alla memoria scene del passato. E anche i suoi sentimenti venivano coinvolti; rievocava persone a cui voleva bene: la madre, il padre, la moglie, i figli. Gli ripetevano che le vie della provvidenza sono infinite. Nel frattempo, le sue condizioni evolvevano. Il corpo continuava a lottare, ma il sopore lo vinceva ancora. Rimase così per diverse ore, sprofondato in un sonno vicino alla morte.
Dall’ultimo sogno si svegliò bruscamente. Si tranquillizzò quando capì che era solo un incubo. Provava ora la meravigliosa sensazione di tornare alla vita, e tutto gli sembrava nuovo. Si sentiva meglio, il dolore alla schiena era diminuito e anche il bruciore lacerante in gola si era calmato. Accese di nuovo la luce e aggiunse il poco olio rimasto alle compresse sulla schiena e sul collo. Aveva fame, mangiò e bevve, seppure a fatica.
Si sentiva ancora molto debole, ma non più come prima. Pensò che doveva essere prudente, evitare una ricaduta, perché in quel luogo sarebbe stata fatale. Nessuno lo avrebbe aiutato. Ospedali, medici, amici e parenti erano lontani. Solo due persone al mondo sapevano dove si trovava ma non potevano immaginare quanto fosse prostrato, lì avvolto nel sacco a pelo e convalescente. Calcolò che, con un’attrezzatura leggera che non rallentava il passo, i due amici dovevano già aver raggiunto la superficie. Non poteva in nessun modo comunicare con l’esterno. Era solo, in una cavità della terra dove non si sentivano voci umane, perché l’unico essere umano era lui. Per fortuna, in tanta angosciante solitudine, tutti i suoi sensi erano all’erta.
Alcuni psicologi sostengono che la voce è un mezzo di comunicazione fondamentale e irrinunciabile. Se un essere umano non parla almeno una volta al giorno con gli altri, ne soffre. Se il silenzio dura giorni interi, l’individuo tende a parlare e rispondersi da solo a voce alta. E se la cosa si protrae a lungo, corre il rischio di impazzire. Javier lo sapeva e per questo, dal momento stesso in cui era iniziato il suo viaggio da solo, si era imposto un programma di attività. Era un modo per tenere in esercizio le facoltà mentali e per non cadere in uno stato confusionale. E, alla fine della giornata, annotava sul diario cosa aveva fatto o i pensieri che gli erano passati per la testa.
Ora, costretto all’immobilità forzata, in un antro immerso in un silenzio spaventoso, Javier cercava di ricordare nei minimi dettagli l’ultimo sogno. I suoi ricordi sembravano appartenere a un mondo immaginario, popolato di figure che sorgevano dal nulla per poi volatilizzarsi, o che prendevano a poco a poco forma di immagini suggestive e riconoscibili.
Secondo il suo orologio, questa volta aveva dormito più di diciotto ore, e aveva avuto incubi, sogni terribili, che sembravano quasi reali. L’ultimo, in particolare, lo aveva spaventato. Si trovava davanti a un baratro profondissimo e guardava, agitato, dall’alto il panorama a centinaia di metri più sotto. Poi si era sentito spingere, aveva perso la presa ed era precipitato nel vuoto. Terrorizzato, aveva cercato di urlare per chiedere aiuto, ma la voce gli moriva in gola, mentre, affannosamente, cercava un appiglio che gli permettesse di frenare la sua caduta. Cercava disperatamente un’ancora di salvezza. All’ultimo, era riuscito ad afferrare un arbusto che spuntava tra le rocce e vi era rimasto appeso. Quando si era destato, il cuore gli batteva all’impazzata.
Adesso era sveglio e rifletteva sul significato del sogno. Di tanto in tanto si distraeva a guardare i giochi di luce e ombra tra le rocce, in mezzo a tanta solitudine. Nel silenzio sepolcrale, Javier pensò al suo futuro, a ciò che avrebbe fatto se fosse sopravvissuto.
«Se Dio già una volta mi ha lasciato in vita e ora mi sta guarendo dalla malattia, un motivo ci deve essere. Forse è perché ho sempre desiderato mettermi al servizio degli altri.» Parlava tra sé e sé, come a cercare una scusa alla temerarietà che lo aveva spinto ad affrontare da solo una simile avventura, una vera e propria follia.
Poi pensò alla vita passata, a quanto era stato felice insieme ai suoi. Dora, la moglie, una donna di straordinaria bellezza, quando erano ancora ragazzi aveva scelto lui tra i tanti pretendenti. Lo amava molto. Dopo le nozze, non gli aveva mai fatto mancare coccole, attenzioni, sollecitudine. Era stata la più devota delle amanti. Senza troppe pretese o ubbie, aveva trasformato la casa in un nido d’amore. Dora lo ammirava ed era orgogliosa di dedicargli la propria vita, di fare di tutto per renderlo felice. Da quell’amore profondo erano nati quattro bei bambini, che non avevano affievolito in lei il sentimento per il marito. Da madre esemplare, aveva insegnato ai figli ad amare e ammirare il padre e seguirne l’esempio. Da piccoli, i figli avevano rallegrato la loro vita. Cresciuti, avevano abbandonato uno dopo l’altro il nido paterno. Avevano imparato a cavarsela da soli e avevano spiccato il volo verso paesi lontani. Martha si era sposata e abitava in Svezia, José si era trasferito in Australia dove faceva l’ingegnere civile, Renato e Adolfo, entrambi economisti, erano emigrati negli Stati Uniti. Avevano tutti famiglia, un mestiere e una volta all’anno andavano a trovare i genitori.
Non poteva nemmeno lamentarsi del lavoro, che era sempre stato fonte di soddisfazione. Per trentacinque anni, lo Stato gli aveva affidato incarichi importanti, con cui aveva potuto dimostrare le proprie doti e capacità professionali. Aveva sempre puntato in alto, al successo; tutto sembrava giocare in suo favore e andare per il meglio, finché non era accaduto qualcosa che gli aveva sconvolto la vita.
Il suo amico Benjamin Ordoñez era stato nominato Premier dal Presidente e lo aveva proposto come ministro dei Lavori Pubblici del suo governo. Sebbene a lui la politica non interessasse, aveva accettato l’incarico. Riteneva che le sue conoscenze e la sua competenza potessero risultare utili al paese. Non aveva considerato che entrare in politica potesse sconvolgere la sua vita. Riunioni di ore, agende traboccanti di impegni, discussioni, mediazioni, negoziazioni con imprenditori e sindacati dei lavoratori edili, viaggi da un angolo all’altro del territorio, inaugurazioni di opere, e tanto altro. A questo si aggiungevano le continue pressioni di quei senatori e deputati interessati a favorire determinate imprese nelle varie gare d’appalto. Si era visto costretto fin da subito a rifiutare mazzette offertegli per dare la precedenza a progetti di costruzione che avrebbero ricevuto finanziamenti pubblici. Politici e imprenditori edili disonesti avevano cercato di corromperlo, invano. Capito che non sarebbero riusciti a trascinarlo dalla loro parte, avevano tentato altre strade: avevano cercato di farlo dimettere per sostituirlo con un ministro più compiacente; avevano messo in giro voci che lo accusavano di intascare parte dei fondi dell’erario nazionale.
Alla testa della rivolta dei disonesti c’era un mestierante della politica, proprietario di una grossa impresa di costruzioni nonché editore di giornali. Il sinistro personaggio, servendosi dei mezzi di informazione a propria disposizione, mediante giornalisti dalla dubbia etica professionale, aveva duramente attaccato il suo operato, lo aveva definito un inetto, un ministro incapace che avrebbe dovuto dimettersi.
Javier aveva restituito colpo su colpo, senza abbassarsi al loro livello ma in maniera efficace, facendo capire a quei politicanti che non si sarebbe lasciato intimidire. In una seduta del parlamento aveva spiegato i retroscena delle accuse che gli venivano rivolte, dimostrando la propria innocenza in tribunale e illustrando il proprio modo di agire trasparente, ovunque ne avesse l’occasione. Si era difeso con tutte le forze, convinto della propria innocenza e dell’onestà del suo operato.
Aveva denunciato davanti alla giustizia i responsabili delle dicerie a suo danno, lottando per ottenere che pagassero la colpa di aver infangato il suo nome e di aver messo in dubbio le sue capacità professionali. I giudici gli avevano dato ragione, gli avvocati difensori dei suoi nemici si erano appellati. Dopo una lunga battaglia legale, aveva vinto la causa. La sua integrità e il suo prestigio erano salvi.
Dora era rimasta sempre al suo fianco, sostenendolo e confortandolo in quei terribili momenti. Ma soffriva. Leggeva gli articoli che attaccavano il marito e si rodeva tra rabbia e senso d’impotenza. Sapeva che Javier era innocente, ma i giornali si permettevano impunemente di gettargli fango addosso e dipingerlo come un volgare delinquente. Spesso, quando tornava dal lavoro, Javier la trovava in lacrime. La preoccupazione, l’ansia, la tensione continua erano stati all’origine di un esaurimento, era dimagrita e, d’un colpo, sembrava invecchiata. Si era sottoposta a esami e analisi, ma tutto sembrava normale. Lei però continuava a deperire.
Fino al giorno in cui Javier aveva dovuto ricevere la notizia peggiore della sua vita: Dora era afflitta da un linfoma non-Hodgkin, un tumore maligno che lasciava poche speranze di sopravvivenza. L’avevano operata, sottoposta a cicli di radio e chemioterapia senza nessun risultato. I medici non erano riusciti a guarirla. Aveva sofferto indicibilmente, per i dolori, per la calvizie, per la perdita di peso e infine per la sedia a rotelle. Dora, la luce dei suoi occhi, si era spenta a poco a poco.
Javier ricordò con tristezza la morte della moglie, il dolore che aveva provato quando aveva visto la bara coperta di terra. In quei giorni di cupa disperazione, i suoi nemici avevano fatto ricorso contro la sentenza del tribunale. Era stato assolto da ogni accusa, ma aveva perso, nella lotta, il suo bene più prezioso: Dora.
L’uomo che, con l’appoggio dei suoi giornali, aveva cercato di affondarlo, era stato ripagato con la sua stessa moneta. Nello sforzo di frenare la degenerazione della stampa nazionale, il dottor Cuentas, un senatore delle sue parti, vedendo come avevano tentato di trascinare nel fango Javier, era accorso in sua difesa. In parlamento, con la consulenza di esperti, era riuscito a far votare una legge sulla libertà di stampa. Non contento del successo ottenuto, aveva ordinato un’inchiesta sugli affari del suddetto politico. In seguito alle indagini effettuate, quel senatore corrotto non solo era stato espulso dal senato, ma si era visto confiscare le testate che possedeva. Aveva perso tutte le cause intentategli dalle persone lese, ivi compreso Javier e, non riuscendo a sopportare il fuoco di fila seguito a tali avvenimenti, era morto di infarto, a dimostrazione che «chi mal semina mal raccoglie».
Con il passare del tempo, la ferita di Javier per la perdita della moglie si era rimarginata. Aveva ripreso a poco a poco a lavorare con rinnovata energia. Direttore esecutivo della ditta Chavin, ispettore generale del ministero dell’Energia e delle Miniere, e da ultimo consulente del ministro dell’Industria.
Prima di questo incarico, era già arrivato il tempo della pensione, ma il nuovo ministro, suo vecchio amico, lo aveva pregato di restare in servizio ancora qualche anno, per avvalersi della sua competenza. Dopo due anni e mezzo di lavoro, l’ingegner Bustamante aveva ricevuto un invito alla camera dei deputati per spiegare la politica del suo ministero. Ma lui, in quanto consulente, sapeva bene che si trattava di una interpellanza parlamentare. Aveva ormai abbastanza esperienza di queste metamorfosi politiche e aveva elaborato una tattica difensiva. La mattina dell’incidente l’aveva ormai ben chiara in mente passaggio dopo passaggio. Ma al ministero non era mai arrivato perché era stato investito da un’auto guidata da un giovane drogato. Era stato un miracolo che non fosse morto, ma da lì aveva avuto inizio la nuova tragedia che lo aveva condotto al punto in cui era.
E Dio aveva permesso una cosa del genere? Era questa la Sua volontà? Questo il disegno della provvidenza? Questa la ricompensa p...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Colophon
  4. Nota dell’autore
  5. 1. Alzati e cammina
  6. 2. Quando la morte bussa alla tua porta
  7. 3. Tra la vita e la morte
  8. 4. Quando la morte non vuole lasciarti
  9. 5. Diventare medico di se stesso
  10. 6. Alla ricerca dell’eternità
  11. 7. Scambio di destini
  12. 8. Un impero sotterraneo nel cuore delle Ande
  13. 9. Viaggio all’interno della Terra
  14. 10. La vita è una continua avventura
  15. 11. La solitudine come unica compagna
  16. 12. Sei di nuovo giovane
  17. 13. Wiñay Marka, la città eterna
  18. 14. Il Re del Mondo
  19. 15. Siamo eterni
  20. Un sogno: creare un mondo migliore