Amore e ritorno
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Amore e ritorno

  1. 368 pagine
  2. Italian
  3. ePUB (disponibile su mobile)
  4. Disponibile su iOS e Android
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Amore e ritorno

Informazioni su questo libro

La vita di Ellen non sembra perfetta, lo è senza ombra di dubbio. Trentatré anni, fotografa, è sposata con Andy, l'uomo che ama e che sa sempre tirare fuori il meglio di lei. Ma la perfezione può essere una trappola pericolosa: quando è impossibile che le cose migliorino, è molto facile che prendano la piega sbagliata. E infatti, tutto fila a meraviglia fino a quando, un giorno, Ellen incontra Leo. Leo, il perfido ma irresistibile rubacuori che non vedeva da otto anni. Leo, l'uomo che riusciva sempre a tirare fuori il peggio di lei e che, dopo una lunga e appassionata relazione, l'aveva lasciata senza una parola. Leo, l'ex con la E maiuscola, che ovviamente Ellen non ha mai dimenticato. Succede a New York, in un piovoso pomeriggio di gennaio. Due ombrelli che si incrociano per strada. Due persone che si salutano frettolosamente. Niente di più. Ma quell'incontro scatena in Ellen un fiume di emozioni sopite. Quando, poco dopo, Leo decide di rifarsi vivo e in più Andy deve trasferirsi per lavoro ad Atlanta, Ellen comincia a porsi la fatidica domanda: "E se avessi sbagliato tutto?".

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Informazioni

Print ISBN
9788856614572
eBook ISBN
9788858501832

1

Accadde esattamente cento giorni dopo il mio matrimonio, alle tre e mezza, quasi alla stessa ora in cui io e Andy ci eravamo scambiati gli anelli. Ne sono sicura non perché io sia una novella sposa iperentusiasta fissata con questi frivoli particolari, ma perché soffro di un leggero disturbo ossessivo compulsivo che mi spinge a contare le cose. Cose insignificanti, come i passi che faccio per andare da casa mia alla fermata della metropolitana più vicina (341 con scarpe comode, una dozzina in più con i tacchi); quante volte viene pronunciata la frase “che unione straordinaria” nel reality show L’Uomo dei Sogni (almeno dieci volte a puntata!); i ragazzi che ho baciato nei miei trentatré anni (nove). O, come accadde quel freddo e piovoso pomeriggio di gennaio, da quanti giorni ero sposata, quando all’improvviso lo incrociai attraversando la strada tra Broadway e l’Undicesima.
Vista dall’esterno, diciamo da un tassista che osserva i pedoni attraversare la strada di fretta prima che il semaforo diventi rosso, era solo una banale scena metropolitana: due persone in apparenza sconosciute, con in comune solo uno sgangherato ombrello nero, che si incrociano, si scambiano uno sguardo fugace e si salutano con freddezza ma senza essere scortesi, prima di continuare ognuno per la propria strada.
Ma dentro di me era tutta un’altra cosa. Ero confusa, agitata e senza fiato quando raggiunsi il marciapiede e mi rifugiai in una tavola calda deserta vicino a Union Square. “È stato come vedere un fantasma” pensai, uno di quei modi di dire che avevo sentito mille volte, ma che non avevo mai compreso del tutto fino a quel momento. Chiusi l’ombrello e mi sbottonai il soprabito, con il cuore in gola. Mentre osservavo la cameriera pulire un tavolo con mano ferma ed esperta, mi domandai perché fossi così sconvolta da quell’incontro quando sapevo benissimo che sarebbe stato inevitabile. Ma non nel senso nobile del termine, quello del Fato o del Destino. Era il modo sottile e ostinato che hanno le cose rimaste in sospeso di imporre il loro volere.
Dopo un lunghissimo attimo, la cameriera si accorse di me, in piedi dietro il cartello SIETE PREGATI DI ASPETTARE IL VOSTRO TURNO, e disse: «Oh! Non l’avevo vista. Avrei dovuto togliere quel cartello passata l’ora di pranzo. Prego, si sieda dove vuole».
La sua espressione così stranamente comprensiva mi colpì a tal punto che mi chiesi se, come secondo lavoro, facesse la veggente; a dire il vero quasi pensai di confidarmi con lei. Invece, mi infilai in un séparé di finta pelle rossa in fondo al locale e giurai a me stessa di non parlarne mai con nessuno. Confidarmi con un’amica sarebbe stato un atto d’infedeltà nei confronti di mio marito. Dirlo a mia sorella Suzanne, più grande di me e decisamente cinica, avrebbe potuto scatenare una tempesta di osservazioni caustiche sul matrimonio e la monogamia. Scriverlo sul diario sarebbe stato come dargli troppa importanza, cosa che non avevo alcuna intenzione di fare. Raccontarlo a Andy, infine, sarebbe stato allo stesso tempo stupido, autodistruttivo e offensivo. Non mi andava di tenergli nascosto qualcosa, una macchia nera sul nostro fresco matrimonio, ma decisi che dovevo farlo per il nostro bene.
«Cosa le porto?» mi chiese la cameriera. ANNIE, c’era scritto sul cartellino. Con i suoi capelli ricci e rossi e qualche lentiggine mi fece pensare all’orfanella protagonista del musical Annie, appunto, e iniziai a canticchiare dentro di me The sun will come out tomorrow. Volevo solo un caffè, ma anch’io in passato avevo fatto la cameriera e ricordavo quanto fosse frustrante quando un cliente ordinava solo qualcosa da bere, anche durante un break tra i pasti principali, così oltre al caffè chiesi del pane ai semi di papavero con del formaggio fresco.
«Bene» disse, con un cenno cortese del capo.
Sorrisi e la ringraziai. Poi, appena si diresse verso la cucina, sospirai e chiusi gli occhi, cercando di fissare la mente su un pensiero: quanto amavo Andy. Amavo tutto di lui, compreso ciò che avrebbe irritato la maggior parte delle ragazze. Mi faceva tenerezza la sua difficoltà a ricordare i nomi delle persone (chiamava sempre il mio ex capo Fred, invece di Frank) o persino i testi delle canzoni più famose (“Billie Jean is not my mother” invece di “my lover”). E non riuscivo a fare altro che scuotere la testa e sorridere quando, tutti i giorni da quasi un anno, dava un dollaro allo stesso barbone di Bryant Park, che probabilmente era un artista della truffa e possedeva una Range Rover. Amavo la sicurezza e la sensibilità di Andy. Amavo la sua personalità solare che ben si accompagnava alla sua aria da bravo ragazzo biondo con gli occhi azzurri. Mi sentivo fortunata a stare con un uomo che, dopo sei lunghi anni insieme, si alzava ancora dal tavolo quando tornavo dal bagno delle signore, e disegnava sdolcinati cuori asimmetrici sullo specchio tutto appannato del bagno. Andy mi amava, e non mi vergogno di ammettere che questo era il motivo principale per cui stavamo insieme, per cui ricambiavo il suo amore.
«Il pane lo vuole tostato?» chiese Annie da dietro il bancone.
«Sì, grazie» risposi, sebbene in realtà non avessi preferenze.
Tornai con la mente alla notte in cui, a Vail, in Colorado, Andy mi aveva chiesto di sposarlo: aveva fatto finta che gli cadesse a terra il portafoglio, una scena chiaramente riprovata più volte, in modo da chinarsi a raccoglierlo e trovarsi in ginocchio. Ricordo che, sorseggiando lo champagne con l’anello che mi brillava al dito, pensavo: “Ci siamo. Questo è il momento che tutte le donne aspettano. Questo è il momento che ho sognato, pianificato e aspettato per tutta la vita”.
Annie mi portò il caffè. Presi la tazza, bollente e pesante, con tutte e due le mani. Me la portai alle labbra, bevvi un bel sorso e pensai al nostro lungo anno di fidanzamento, un anno di feste ed eccitanti preparativi a parlare di tulle e smoking, di valzer e torte nuziali. Poi venne quella magica sera. Ripensai ai nostri occhi lucidi mentre ci scambiavamo le promesse. Al nostro primo ballo, sulle note di What a wonderful world. Ai brindisi affettuosi, a volte spiritosi, alla nostra salute, discorsi pieni di frasi fatte che però nel nostro caso erano effettivamente vere: perfetti l’uno per l’altro... vero amore... anime gemelle.
Ripensai al volo per le Hawaii la mattina successiva. Io e Andy ci tenevamo la mano seduti in prima classe, ridendo di tutte le piccole cose che erano andate storte nel grande giorno: «Quale parte di “Confonditi tra la gente” non aveva capito il fotografo?»; «Avrebbe potuto piovere di più mentre andavamo al ricevimento?»; «Tuo fratello James è mai stato così ubriaco?».
Ripensai alle lunghe passeggiate al tramonto durante la luna di miele, alle cene a lume di candela e, in particolare, a un terso mattino che io e Andy passammo distesi in un’appartata spiaggia a forma di mezzaluna chiamata Lumahai, sulla costa settentrionale di Kauai. Con la sua soffice sabbia bianca e le spettacolari rocce laviche che spuntavano dall’acqua turchese, era il posto più bello che avessi mai visto. A un certo punto, mentre stavo ammirando il paesaggio, Andy posò la biografia di Nixon sul nostro asciugamano matrimoniale, mi prese le mani e mi baciò. Io lo baciai a mia volta, fotografando quel momento. Il rumore delle onde che s’infrangevano, la fresca brezza marina sul viso, il profumo dei limoni mischiato all’aroma di cocco della crema solare. Alla fine di quel bacio dissi a Andy che non ero mai stata così felice. Era la verità.
Ma la parte migliore arrivò dopo il matrimonio, dopo la luna di miele, dopo aver sistemato i regali utili nel nostro piccolo appartamento a Murray Hill, Manhattan, e aver relegato quelli inutili e stravaganti in un deposito in centro. Arrivò quando ci abituammo alla nostra routine di marito e moglie. Impercettibile, semplice e reale. Arrivava tutte le mattine, quando bevevamo il caffè chiacchierando mentre ci preparavamo per andare al lavoro. Arrivava quando il suo nome compariva ogni due ore tra le e-mail in entrata. Arrivava di sera, quando sfogliavamo i menu dei take away, decidendo cosa mangiare per cena e giurando che un giorno non troppo lontano avremmo usato i fornelli di casa. Arrivava con ogni massaggio ai piedi, ogni bacio, ogni volta che ci toglievamo i vestiti al buio. Cercai di fissare la mente su questi dettagli. Tutti i dettagli che compongono i primi cento giorni del nostro matrimonio.
Eppure, quando Annie mi portò il pane ero tornata di nuovo a quell’incrocio, con il cuore che batteva forte. Capii all’istante che, per quanto fossi felice di passare il resto della mia vita con Andy, non avrei dimenticato presto quel momento, quel nodo in gola nel rivedere di nuovo il suo viso. Anche se volevo dimenticarlo con tutta me stessa. Soprattutto perché volevo dimenticarlo.
Imbarazzata, guardai il mio riflesso sulla parete a specchio accanto al tavolo. Non mi sembrava certo il caso di preoccuparmi del mio aspetto, e ancor più fuori luogo era esultare scoprendo che, contro ogni previsione, dopo un pomeriggio di commissioni sotto la pioggia i miei capelli stavano straordinariamente bene. Ero anche rossa in viso, ma mi dissi che era solo colpa del freddo. Nient’altro.
Fu allora che mi squillò il cellulare e sentii la sua voce. Una voce che non sentivo da otto anni e sedici giorni.
«Eri veramente tu?» chiese.
La sua voce era ancora più profonda di quanto ricordassi, ma per il resto mi sembrò di tornare indietro nel tempo, di riprendere una conversazione iniziata qualche ora prima.
«Sì» risposi.
«Allora,» disse «hai ancora lo stesso numero di telefono.»
Poi, dopo una lunga pausa che io testardamente mi rifiutai di riempire, aggiunse: «Immagino che certe cose non cambino mai».
«Sì» risposi di nuovo.
Perché, per quanto non volessi ammetterlo, aveva perfettamente ragione.

2

Il mio film preferito in assoluto è Harry, ti presento Sally. Lo adoro per un sacco di ragioni: l’atmosfera anni Ottanta, la strana chimica tra Billy Crystal e Meg Ryan, la scena del finto orgasmo al Katz’s Deli. Ma la parte che mi piace di più, probabilmente, è quella in cui coppie di anziani, con gli occhi che ancora brillano, raccontano seduti su un divano come si sono conosciuti.
La prima volta che vidi il film avevo solo quattordici anni, non ero mai stata baciata e, per usare una delle espressioni preferite di mia sorella Suzanne, non avevo nessuna fretta di farmi togliere le mutandine da un ragazzo. Avevo visto Suzanne innamorarsi di diversi ragazzi e finire sempre con il cuore spezzato, più spesso di quanto a me stringesse l’apparecchio per i denti, perciò non trovavo nulla di divertente nell’amore.
Eppure mi ricordo ancora che stavo seduta in quel cinema con l’aria condizionata un po’ troppo alta, a fantasticare su dove fosse in quel momento il mio futuro marito, che aspetto e che voce avesse. Chissà se era al suo primo appuntamento e teneva per mano una ragazza, a separarli solo un pacchetto di caramelle gommose e un bicchierone di Sprite. O forse era molto più grande di me, andava già al college ed era un esperto in fatto di donne e di mondo. Magari era un campione di football, oppure suonava il tamburo in una banda. L’avrei incontrato su un volo per Parigi? Nell’ufficio di una grande banca? Al reparto frutta e verdura del supermercato della città in cui sono nata? Immaginavo che ci saremmo raccontati più volte le nostre storie, tenendoci la mano, proprio come quelle coppie innamorate sul grande schermo.
Ciò che dovevo ancora imparare, però, è che raramente le cose vanno lisce come in quegli ingenui racconti da film. Con il tempo ho capito che quasi sempre, quando senti storie simili da coppie sposate, entra in scena una leggera licenza poetica, una vena romantica, capace di far brillare tutto nel tempo. E a meno che non sposi il tuo fidanzato del liceo (e certe volte anche in questo caso), di solito dietro non c’è un passato così glorioso. Persone, luoghi e circostanze diverse possono aver influito sulla fisionomia di un rapporto, e spesso preferiresti dimenticare tutto questo o, almeno, ometterlo. Alla fine, basta appiccicarci sopra una bella etichetta con scritto “Fortuna” o “Destino”. O credere che sia il modo casuale in cui si svolge la vita.
Comunque lo si chiami, sembra che ogni coppia abbia le sue due storie: una versione rielaborata da condividere pubblicamente dal divano, e una integrale, che è meglio lasciare da parte. Io e Andy non facciamo eccezione. Anche noi abbiamo entrambe le storie.
Entrambe sono iniziate allo stesso modo, con l’arrivo di una lettera in un afoso e umido pomeriggio d’estate dopo il diploma, e solo qualche settimana prima di lasciare Pittsburgh per la Wake Forest University, in North Carolina, la bellissima università in mattoni che avevo scoperto su un annuario e che avevo scelto dopo aver ricevuto una generosa borsa di studio. La lettera conteneva tutti i dettagli importanti sul programma di studi, le regole del dormitorio e i corsi di orientamento. Ma, soprattutto, indicava il nome della tanto attesa compagna di stanza, scritto a macchina a chiare lettere su tutta una riga: Margaret “Margot” Elizabeth Hollinger Graham. Studiai a lungo quel nome, l’indirizzo e il numero di telefono di Atlanta, in Georgia, sentendomi intimidita e impressionata allo stesso tempo. Tutti i ragazzi della mia scuola avevano nomi comuni come Kim, Jen e Amy. Non conoscevo nessuno che si chiamasse Margot (quella T muta finale mi colpiva più di tutto il resto) e di sicuro non conoscevo nessuno con un nome così lungo. Ero certa che Margot da Atlanta fosse una di quelle belle ragazze ritratte nella brochure patinata della Wake Forest, quelle che andavano alle partite di football con gli orecchini di perle e i vestiti a fiori di Laura Ashley (io alle partite avevo sempre indossato solo jeans e felpe con il cappuccio). Ero sicura che avesse un fidanzato serio e che lo avrebbe lasciato senza pietà alla fine del semestre, per sostituirlo con uno di quei ragazzi allampanati e scalzi, membri di una confraternita, fotografati in quelle stesse brochure mentre si lanciavano il frisbee nel giardino dell’università.
Ricordo di essere corsa in casa con la lettera in mano per raccontare le novità a mia sorella Suzanne. Lei frequentava il terzo anno all’Università della Pennsylvania, perciò era esperta sull’argomento “compagne di stanza”. La trovai in camera nostra intenta a passarsi una spessa linea di eye-liner blu elettrico mentre ascoltava Wanted Dead or Alive dei Bon Jovi con il suo stereo portatile.
Lessi a voce alta tutti quanti i nomi di Margot; poi condivisi con Suzanne le mie previsioni, imitando l’accento di Julia Roberts in Fiori d’acciaio, il mio modello di riferimento per ogni cosa che avesse a che fare con il Sud degli Stati Uniti. Arrivai persino a esibirmi brillantemente nel ruolo di sudista, tipo Rossella O’Hara con tutta la servitù al seguito. Scherzavo, ovvio, ma mi assalì anche l’ansia di aver scelto la scuola sbagliata. Sarei dovuta andare all’Università di Pittsburgh come il resto dei miei amici. In North Carolina sarei stata un pesce fuor d’acqua, una yankee emarginata.
Suzanne si allontanò dallo specchio a figura intera (l’aveva appoggiato a terra per rendere meno evidenti i chili di troppo che aveva messo su nel primo anno di università e ancora non era riuscita a perdere) e disse: «Il tuo accento fa schifo, Ellen. Sembra tu venga dall’Inghilterra, non da Atlanta... E che cavolo, perché non dai a quella ragazza una possibilità? E se lei pensasse che tu sei una provinciale senza alcun gusto per la moda?». Rise e aggiunse: «Oh, be’, in effetti avrebbe ragione!».
«Molto divertente» commentai, ma non riuscii a trattenere una risata. Paradossalmente, la mia lunatica sorella era al massimo della sua simpatia proprio quando mi prendeva in giro.
Suzanne continuò a ridere mentre mandava indietro la cassetta e cantava a squarciagola con Bon Jovi: «Oh, I walked these streets, a loaded six-string on my back!». Poi si fermò a metà canzone: «Non sto scherzando: per quanto ne sai quella ragazza potrebbe essere, non so, la figlia di un contadino. E in ogni caso potrebbe piacerti davvero».
«Sì certo, è noto che le figlie dei contadini hanno quattro nomi» ribattei.
«Non si sa mai» obiettò Suzanne con un tono saggio da sorella maggiore. «Non si sa mai.»
Ma i miei sospetti furono confermati quando, qualche giorno dopo, ricevetti una lettera scritta a mano da Margot, con una calligrafia adulta su carta color rosa pallido. C’era stampato il suo monogramma argentato in corsivo, composto in modo che la G del cognome fosse più grande e posta di fianco alla M e alla H. Mi chiesi a quale ricco parente avesse mancato di rispetto omettendo la E. Il tono era espansivo (in tutto otto punti esclamativi) anche se stranamente formale. Scriveva che non vedeva l’ora di conoscermi. Aveva provato a chiamarmi parecchie volte ma non era riuscita a trovarmi (non avevamo l’avviso di chiamata né la segreteria telefonica, cosa che mi imbarazzava molto). Mi scrisse che avrebbe portato un piccolo frigorifero e lo stereo (per i cd! E io che non sapevo ancora usare bene le cassette...). Sperava che avremmo comprato le trapunte in tinta. Ne aveva trovate di carine, rosa e verde salvia, di Ralph Lauren. Si offrì di prenderne due per noi se ero d’accordo. Ma se non amavo il rosa, potevamo sempre scegliere giallo e lavanda, “un bell’accostamento”. O turchese e corallo, “ugualmente gradevole”. Non andava matta per i colori sgargianti, ma era aperta ai miei suggerimenti. Mi augurò “di tutto cuore” di passare una bella estate, firmandosi “Calorosamente, Margot”. Più che “caloroso” mi sembrava un saluto distaccato e sofisticato. Io avevo sempre firmato le lettere con “cordiali saluti” o “con affetto”, ma cercai di memorizzare quel “calorosamente” per usarlo al momento giusto. Era la prima di molte cose che avrei copiato da Margot.
Il pomeriggio successivo trovai il coraggio di chiamarla, tenendo strette carta e penna per essere sicura di non dimenticare nulla, come il suggerimento di coordinare gli asciugamani in bagno rimanendo rigorosamente nelle tinte pastello.
Il telefono suonò due volte, poi rispose una voce maschile. Supposi fosse il padre di Margot, o forse il giardiniere che era entrato a bere un bel bicchiere di limonata fresca. Con la voce più impostata che mi riuscì, chiesi di parlare con Margot.
«È andata al club a giocare a tennis» rispose l’uomo.
“Club!” pensai. “Bingo!” Tecnicamente parlando, anche noi facevamo parte di un club, anche se in realtà era solo la piscina del quartiere. Però si chiamava “club”. Comprendeva, da una parte, una piccola piscina rettangolare con uno snack bar che vendeva patatine fritte confezionate e, dall’altra, un trampolino; il tutto era circondato da una rete metallica. Ero piuttosto sicura che il club di Margot fosse di tutt’altro genere. Immaginavo le file di campi da tennis in terra rossa, i raffinati sandwich serviti su piatti di porcellana, le colline ondulate del campo da golf chiazzato di salici piangenti o di qualsiasi altro albero tipico della Georgia.
«Vuole lasciare un messaggio?» chiese l’uomo. Aveva un leggero accento del Sud, percettibile solo nell’intonazione.
Esitai, un po’ titubante, poi mi presentai timidamente come la futura compagna di stanza di Margot.
«Oh, ciao! Sono Andy, il fratello di Margot.»
Ed ecco fatto.
Andy. Il nome del mio futuro marito, che in seguito avrei scoper...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Colophon
  4. Dedica
  5. Capitolo 1
  6. Capitolo 2
  7. Capitolo 3
  8. Capitolo 4
  9. Capitolo 5
  10. Capitolo 6
  11. Capitolo 7
  12. Capitolo 8
  13. Capitolo 9
  14. Capitolo 10
  15. Capitolo 11
  16. Capitolo 12
  17. Capitolo 13
  18. Capitolo 14
  19. Capitolo 15
  20. Capitolo 16
  21. Capitolo 17
  22. Capitolo 18
  23. Capitolo 19
  24. Capitolo 20
  25. Capitolo 21
  26. Capitolo 22
  27. Capitolo 23
  28. Capitolo 24
  29. Capitolo 25
  30. Capitolo 26
  31. Capitolo 27
  32. Capitolo 28
  33. Capitolo 29
  34. Capitolo 30
  35. Capitolo 31
  36. Capitolo 32
  37. Capitolo 33
  38. Capitolo 34
  39. Capitolo 35
  40. Capitolo 36
  41. Ringraziamenti