
- 176 pagine
- Italian
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eBook - ePub
Ancora un giorno
Informazioni su questo libro
Quattro ragazzi si confrontano con la vita in tempo di guerra: coprifuoco, bombardamenti, spie, in una Milano devastata che aspetta con il fiato sospeso il giorno della libertà.
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Informazioni
Editore
EDIZIONI PIEMMEAnno
2011Print ISBN
9788856612004eBook ISBN
97888585036905
La fidanzata
dello scheletro
ARRIVÒ UNA LETTERA di mio padre dalla Germania.
Era piena di timbri in tedesco e sulla busta si riusciva soltanto a leggere la parola “Feld-post”, che vuol dire Posta da Campo. Era la seconda volta che papà ci scriveva: molti mesi prima, forse un anno, era arrivata una cartolina che portava soltanto i saluti. La lettera era più lunga: ci diceva che stava bene e mi raccomandava di ubbidire alla mamma. Molte parti erano cancellate dai rigoni in inchiostro nero della censura militare. Chissà cosa voleva dirci! Intanto, però, sapevamo almeno che era ancora vivo.
Mio padre era andato in Germania come operaio meccanico nel mese di gennaio del 1944, dopo essere tornato dal servizio militare, l’8 settembre. Per mesi aveva cercato un posto a Milano, ma molte fabbriche erano chiuse e non sapeva come portare a casa il salario per mantenere la famiglia. Ne parlava con gli amici, anche loro nella stessa situazione, e alla fine aveva deciso, assieme ad altri quattro, di rispondere ai manifesti che invitavano gli operai disoccupati ad andare a lavorare in Germania: metà paga gli sarebbe stata consegnata nella fabbrica tedesca, l’altra metà sarebbe stata versata alla mamma, così la famiglia avrebbe potuto mangiare e pagare l’affitto di casa. Era con quei soldi che mia madre, la nonna, io e le mie sorelle riuscivamo a vivere. Ma non bastavano mai perché con la tessera annonaria, che serviva per avere cibo e vestiti a prezzi controllati, si ricevevano poche cose e oltretutto di cattiva qualità.
Intanto Luciano, Mario, Giuseppe e io eravamo sempre alla ricerca di una maniera per passare il tempo. Fino alle scuole elementari, con noi c’era sempre anche Antonio, il figlio del marmista, ma poi aveva fatto gli esami di ammissione ed era andato alle scuole medie. Per frequentarle bisognava pagare le tasse scolastiche, e le nostre famiglie non avevano i soldi necessari. Però Antonio, dopo il primo anno, era stato bocciato con pessimi voti e suo papà lo aveva iscritto alle scuole professionali, che sembravano più facili (ma anche lì c’erano le tasse da pagare).
A metà marzo, la mamma di Giuseppe ci disse che una sua parente, che abitava in Valtellina e ogni tanto veniva a Milano, presto sarebbe arrivata per trattenersi qualche giorno. La signora si chiamava Benvenuta, e ogni volta che veniva in città sembrava davvero enorme; quando ripartiva, due giorni dopo, era diventata magra come uno stecco. Non era un miracolo, né il risultato di una speciale cura dimagrante: la signora Benvenuta trasportava grappa clandestina dentro la camera d’aria di uno pneumatico, infilata attorno alla pancia.
Una volta ci aveva spiegato che se la metteva addosso ancora vuota e poi suo marito ci versava dentro la grappa con l’imbuto, attraverso il foro della valvola dell’aria. Poi lei si vestiva con abiti pesanti di tre misure più grandi, che la facevano sembrare una grassona, e quando arrivava a Milano svuotava la camera d’aria (sempre con l’imbuto, ma all’incontrario) nelle bottiglie che le portavano i compratori. Per la grappa venduta nei negozi bisognava pagare le tasse sui superalcolici, che erano altissime: così lei si guadagnava un po’ di soldi e chi voleva il liquore lo pagava molto meno.
La signora Benvenuta era una persona simpaticissima che parlava con tutti e diceva sempre che la guerra stava per finire.
– Lo sanno tutti, – dichiarava – fascisti e tedeschi non hanno più fiato.
Ma non c’era molto da fidarsi di questa opinione, l’avevamo ascoltata troppe volte. Per noi ragazzi l’arrivo della signora Benvenuta era una festa, perché nei due o tre giorni che si fermava a Milano trovava sempre il tempo di raccontare lunghe storie fantastiche. Storie su persone che sembravano esistite per davvero, non come nelle fiabe, in cui la magia risolve tutto.
Per ascoltarle ci radunavamo in casa di Giuseppe, ma non eravamo i soli, perché anche le nostre mamme e altre persone adulte venivano ad ascoltare la signora Benvenuta. Stavamo piuttosto stretti, ma non aveva importanza perché in questo modo non sentivamo il freddo.
Quella volta chiedemmo alla signora Benvenuta di raccontarci la storia della fidanzata dello scheletro; anche se l’avevamo già ascoltata molte volte e sapevamo come andava a finire, ci piaceva moltissimo. La signora Benvenuta cominciò:

1C’era una volta, nel paese di Tresenda, una ragazza di nome Angiolina che nella zona era considerata la più bella delle belle. Suo padre faceva il tessitore e dunque Angiolina non era ricca, anzi si può dire che era povera. Però le piaceva molto far bella figura e avrebbe fatto a meno di mangiare, pur di mettersi addosso dei bei vestiti nuovi.
Dovete sapere che da anni e anni a Tresenda c’è l’abitudine di far baldoria l’ultimo giorno di Carnevale. In quel giorno una compagnia di burloni, con nastri celesti sulla testa e merli vivi o morti legati al cappello per le zampe, gira per la città suonando col violino o con l’organetto una musica vivacissima che si può ballare saltellando. Ogni tanto questa comitiva di burloni si ferma davanti alla casa di qualche ricco e chiama a gran voce il proprietario, che regala soldi, vino e cose da mangiare.
Nello stesso tempo un’altra compagnia percorre altre strade e a una cert’ora si ferma in piazza della Chiesa. Qui uomini e donne si mettono a fare il girotondo e cantano la canzone del Pomo Bello. Appena suona la campana della Torre, le due compagnie si riuniscono e danno fuoco al Pomo Bello, che è un rogo formato di fascine di abeti. Mentre le fiamme avvolgono il rogo, tutti assieme cantano di nuovo la canzone del Pomo Bello, suonano l’organetto e le ragazze e i giovanotti ballano a più non posso.
Ora accadde che l’Angiolina, la bella fra le belle di Tresenda, si trovasse sulla piazza della Chiesa quando fu incendiato il Pomo Bello. L’Angiolina era accompagnata dal padre, che essendo un uomo allegro cantava a squarciagola, e le ronzava intorno il Baldo, che era un altro tessitore, tanto innamorato di lei da sembrare stregato. L’Angiolina, che era vanitosa e ambiziosa, lo teneva a bada ma non gli dava troppe speranze, perché il giovanotto non possedeva nulla.
Quell’ultima sera di Carnevale, dunque, c’era anche un giovane signore della famiglia Ferlenghi, venuto qualche giorno prima da Milano, dove frequentava l’Università. Appena vide l’Angiolina se ne innamorò a tal punto da non pensare minimamente al fatto che la ragazza era di famiglia povera e lui di famiglia nobile. Voleva lasciare gli studi e non muoversi più da Tresenda, e dopo aver ballato con lei e averle detto paroline dolci, continuò a camminare avanti e indietro davanti alla casa di Angiolina, cantando le ultime strofe della canzone del Pomo Bello che dicono:
La Brunettina mia,
coll’acqua della fonte,
si bagna la fronte,
il viso e il petto.
Nei giorni delle feste
con un bianco gonnellino
e un rosso camicino
sempre si veste.
coll’acqua della fonte,
si bagna la fronte,
il viso e il petto.
Nei giorni delle feste
con un bianco gonnellino
e un rosso camicino
sempre si veste.
La voce del giovane diventava più forte per cantare gli altri quattro versi, che sono questi:
S’io fossi in campo ucciso,
fra suoni e canti,
io mi vedrei davanti,
il tuo bel viso.
fra suoni e canti,
io mi vedrei davanti,
il tuo bel viso.
L’Angiolina, alla quale non era sfuggita la simpatia del giovane signore, capì che era lui che cantava e disse fra sé: «Che mi importa di Baldo? Di qui a poco sarò la moglie di questo bel cavaliere».
Il giorno dopo l’Angiolina stava filando sull’uscio di casa, quando Niccolò Ferlenghi, passando di là, la salutò cortesemente. Lei rispose al saluto e con belle maniere lo invitò a fermarsi per scambiare qualche parola. Da quel giorno Niccolò non smise di passare dalla casa dell’Angiolina, fino a quando le due chiacchiere diventarono lunghi discorsi.
A farla breve, siccome era sempre più consumato dalla fiamma dell’amore, le promise di sposarla non appena terminati gli studi. L’Angiolina era al colmo della felicità, perché aveva sempre desiderato vivere da persona ricca e vestire abiti di lusso, come quelli che aveva veduto indossare dalle signore incontrate durante le sue rare gite a Sondrio.
Ma intanto che i due giovani parlavano del loro avvenire, il fratello maggiore di Niccolò, al quale non era sfuggita la passione del giovane per la bella fra le belle, gli ordinò di tornarsene a Milano per terminare gli studi. Niccolò, prima di partire, infilò al dito dell’Angiolina un ricco anello e si fece promettere fedeltà. Entro tre mesi sarebbe tornato e allora avrebbero pensato a celebrare le nozze. L’Angiolina si mise a piangere, ma il timore di guastarsi i begli occhi che tutti lodavano la fece smettere e, ripreso il fuso, tornò sulla porta di casa a cantare per svagarsi.
I giovanotti che si erano allontanati per lasciare campo libero al nobile Niccolò, appena lo videro partire ricominciarono a ronzare intorno all’Angiolina, che li trattava gentilmente e rispondeva senza scoraggiarli, come sono abituate a fare le ragazze che desiderano sentirsi sempre adulare. Intanto Niccolò non si era fatto vivo e l’Angiolina cominciava ad annoiarsi di doverlo aspettare tanto tempo.
Un giorno l’Angiolina era andata fuori paese a fare merenda da una sua amica che era già sposata, e verso sera se ne tornava a Tresenda, quando le si avvicinò un cavaliere in groppa a un bellissimo cavallo.
«Che cosa desiderate, signor cavaliere?» domandò l’Angiolina alzando su di lui i suoi begli occhi.
«Bella fra le belle, vorrei offrirti questa rosa, meno fresca delle tue labbra» rispose il signore.
L’Angiolina fece una risata: «Voi non sapete che io sono promessa sposa e che non posso accettare neppure un fiore, se non dal mio sposo».
Il cavaliere non rispose, ma scese di sella, infilò il braccio nella briglia e si mise a camminare accanto all’Angiolina, sussurrandole nell’orecchio paroline dolci. Fra le altre cose le disse: «Se la bella fra le belle non vuole accettare una rosa, posso offrirle un bel fiore d’argento, perché mio padre mi ha lasciato tante monete d’oro da caricare tre carri».
«Anche il mio sposo è ricco e non mi rifiuterebbe nulla» rispose l’Angiolina.
Quando ebbero fatto un pezzo di strada, il cavaliere disse: «Oltre l’eredità di mio padre, ho anche i beni che mi ha lasciato mia madre, ossia campi e vigneti, e se la bella fra le belle rifiuta il fiore d’argento, posso offrirglielo d’oro».
«Non vi ascolto» rispose l’Angiolina turbata, con lo stesso atteggiamento di Eva quando sentiva la voce del serpente.
Fecero un altro pezzo di strada e il cavaliere disse: «Fin qui ho parlato alla bella fra le belle soltanto dei beni ereditati da mio padre e da mia madre; ma ho ancora dei boschi immensi che mi ha lasciato mio zio, e se il fiore d’oro le sembra troppo misero, posso offrirgliene uno tutto scintillante di diamanti e rubini».
Questa volta l’Angiolina rispose: «Tacete, signor cavaliere, voi volete la mia dannazione».
page_no="56" Ma lo sconosciuto continuò a parlare a voce bassa di ciò che voleva offrire alla bella fra le belle. Prima di tutto abiti più ricchi di quelli di una regina e un palazzo degno di un grande re. L’Angiolina non poté resistere: si tolse dal dito l’anello da sposa e l’offrì al cavaliere, e invece di tornare a casa si lasciò condurre lontano, nel luogo dove doveva trovare il palazzo promesso. Ma più camminavano, più il cielo si faceva scuro e a una a una sparivano le stelle. Nella campagna non si sentiva altro canto che quello funesto della civetta.
Allora l’Angiolina ebbe paura e disse allo sconosciuto: «Signor cavaliere, è tanto che camminiamo e non vedo dinanzi a me altro che una spianata, che somiglia a un camposanto».
«È il cortile del mio palazzo» rispose il signore.
«Vedo una croce come quelle che piantano sul margine delle vie, nel luogo dove è stato commesso un delitto.»
«È la banderuola del mio tetto» rispose lo sconosciuto.
L’Angiolina fece qualche passo e poi si fermò: «Mi pare di camminare sopra una cava abbandonata, dove gettano gli animali morti».
«È la soglia della mia dimora» disse il cavaliere, e la trascinò giù per la discesa.
Ma appena ebbero toccato il fondo della cava, la luna ricomparve e l’Angiolina si vide dinanzi, invece del bel cavaliere, uno scheletro avvolto in un lenzuolo sbrindellato.
L’Angiolina cadde in ginocchio, gridando: «Misericordia!».
Allora il morto disse: «Non urlare, sono Niccolò, lo sposo tuo. Tornavo per celebrare le nozze e sono stato assalito da due ladroni, i quali dopo avermi spogliato, mi hanno messo questa corda al collo e mi hanno gettato in questa cava. Sono morto, ma Gesù s’è impietosito e mi ha dato apparenza d’uomo per provare la tua fede. Tu sei una spergiura, ma io voglio mantenere le promesse che ti ho fatto poco fa. Avrai abiti da regina, perché anche le regine sono vestite di terra dopo morte; avrai un palazzo degno di un grande re, perché anche i re, una volta morti, vanno sottoterra. Dammi la mano, sposa mia, e mettiti al mio fianco, perché per me è suonata l’ora di tornare in seno alla morte».
Detto questo, lo scheletro legò la corda attorno al collo della ragazza con un nodo così forte che nessuno avrebbe potuto scioglierlo, e si coricò sulla terra umida.
page_no="58" L’Angiolina passò tutta la notte a pregare la Madonna, che non la sentiva. Verso l’alba vide qualcosa che si muoveva ai suoi piedi. Era un topolino che stava fermo a guardarla. Nel medesimo tempo, sopra la cava apparve qualcosa di nero e un corvo grigio andò a posarsi sopra una pietra. Il corvo e il topo erano due maghi.
«Corpo del diavolo» disse il corvo «sei arrivato presto e scommetto che hai già scelto i bocconi migliori di quella ragazza».
L’Angiolina si sentiva gelare dalla paura ma ebbe la forza di dire: «Ahimè! Sono tanto giovane e smilza che avrete poco da mangiare. Scommetto che vi sarebbe più utile salvarmi».
«Salvarti? E come?»
«Non è difficile; basta che il topo rosicchi la corda che mi tiene legata e che il corvo mi porti fuori da questa caverna.»
«Che cosa ci daresti se ti accontentassimo?» domandarono i due maghi.
«Supplicherei mio padre di tessere un bell’abito di tessuto prezioso per ciascuno.»
I maghi si misero a ridere.
«Una camicia di finissimo lino.»
I maghi risero più forte.
«Anche un mantello di velluto.»
«No,» disse il topo «non ho bisogno di vestiti né di biancheria, ma voglio due ali per volare».
«E io» continuò il corvo «voglio quattro piedi per camminare».
«Se domani non ci dai quello che chiediamo, l’anima tua è perduta» aggiunsero tutti e due.
Quelle condizioni sembrarono molto dure all’Angiolina, ma accettò tutto, piuttosto che restare in quella cava. I maghi le fecero fare giuramento sulla piccola croce d’oro che portava al collo e, appena ebbe giurato, il topo si mise a rosicchiare la corda finché non fu spezzata e poi il corvo si avvicinò, la fece salire in groppa e la ricondusse fino alla casa del padre. Quando l’ebbe posata nell’orticello del tessitore, l’avvertì che il giorno dopo sarebbe tornato assieme al compagno, perché la ragazza mantenesse la promessa.
L’Angiolina bussò subito alla porta della cucina e il padre andò ad aprire, ma vedendo la sua bella figliola pallida, infangata, con gli occhi sbarrati, cominciò a urlare che doveva esserle accaduta qualche disgrazia, e dal baccano svegliò tutta la gente del vicinato. L’Angiolina raccontò quello che le era accaduto e il padre disse che bisognava ricorrere a fra’ Cirillo, che era un frate francescano famoso per dar consigli.
Appena fu giorno, l’Angiolina andò al convento, accompagnata dal suo papà, e in confessione raccontò tutto a fra’ Cirillo, che le disse: «Figlia mia, tu hai giurato sulla croce e nessuno può scioglierti dal giuramento; ti conviene fare quanto hai promesso».
«Dio mio, sarò dannata!» esclamò l’Angiolina.
«Stammi a sentire» replicò il frate «e fa’ quanto ti ordino».
La ragazza promise di non dimenticare nulla.
«Prenderai prima un coltello nuovissimo e molto affilato; andrai lungo le siepi ascoltando il soffio del vento fra le erbe; quando sentirai un lieve rumore di sonaglio, taglia la parte superiore dell’erba, che è quella del sonno, portala nell’orto, stendila in terra e torna ad avvertirmi.»
L’Angiolina fece come aveva ordinato il frate e, trovata l’erba, la tagliò con il coltello nuovo, la stese nell’orto e poi tornò dal frate, il quale la rimandò a casa dopo averle insegnato quel che doveva fare.
Fino a sera l’Angiolina rimase nell’orto a pregare e quando fu notte ...
Indice dei contenuti
- Copertina
- Frontespizio
- Colophon
- Un individuo misterioso
- Il sacco dei polli
- Un chilo neanche a mia madre
- Rompere la noia
- La fidanzata dello scheletro
- La spia c’è davvero
- Anna e il carbone
- Attenti alla bomba
- La ricerca della spia
- Passeggiata col vitellino
- Domani saremo liberi
- Scheda storica