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entre a Jangalaliana era stata lanciata la sfida tra la principessa e Vannak, Kalea e Gunnar avevano percorso lo stretto passaggio che collegava il Lago Infinito ad Arcandida e ora seguivano fiduciosi la luce che scorgevano in fondo al cunicolo. Non era stato un viaggio lungo, ma da tempo ormai erano in cammino e la stanchezza si faceva sentire. La principessa era piuttosto provata, ma il pensiero di riabbracciare Nives e le cuginette Thina e Tallia dopo così tanto tempo la sosteneva, passo dopo passo.
Gunnar, invece, era preoccupato. Era stato lontano più di quanto avesse previsto e non si sentiva tranquillo. Avvertiva un nodo alla gola che gli impediva di parlare e sapeva che quel nodo si sarebbe sciolto solo vedendo Nives sana e salva.
La luce si faceva sempre più forte a mano a mano che i due viaggiatori avanzavano, lasciandosi il buio e il Regno delle Foreste alle spalle.
Quando finalmente raggiunsero l’uscita del tunnel, Kalea si schermò gli occhi con una mano, mentre Gunnar si sforzò di adattarsi il prima possibile per dare un’occhiata.
Ma la luce non era l’unico problema: entrambi indossavano abiti leggeri, poco adatti alle temperature gelide del Regno dei Ghiacci. Anche per questo Gunnar, che non sapeva con esattezza dove sbucasse il passaggio segreto, si augurava di non trovarsi troppo lontano dalla reggia.
Sbatté le palpebre alcune volte e poi la vide: Arcandida si ergeva davanti a loro, con le sue mura invalicabili e i suoi tetti a punta, la sua facciata alta e slanciata che i raggi del sole facevano brillare come un enorme diamante incastonato nella pianura ghiacciata.
Solo in quel momento capì davvero quanto il palazzo di ghiaccio gli fosse mancato.
– Non riesco a tenere gli occhi aperti, Gunnar.
– Dammi la mano, ti guido io. Ti abituerai presto, Kalea. Siamo stati fortunati, siamo sulla Strada dei Re, a ovest delle mura. Presto saremo al caldo.
– Caldo? Non credo di ricordare più che cosa sia – disse Kalea che, in preda ai brividi, camminava attaccata a Gunnar, i piedi scalzi sprofondati nella neve bianca e gelata.
Quando finalmente si fu abituata alla luce, Kalea alzò lo sguardo e rimase a bocca spalancata di fronte alla meraviglia di ciò che stava guardando. Osservò la reggia, incapace di parlare, in parte per il freddo, in parte per l’emozione di trovarsi in quel luogo tante volte pensato, ma ora sorprendentemente al di sopra di ogni sua fantasia.
– Non eri mai stata qui?
In realtà i suoi genitori l’avevano portata quand’era ancora piccola, troppo piccola perché potesse averne un ricordo nitido.
Ma questo sarebbe stato complicato da spiegare in quelle circostanze. Quindi Kalea scosse la testa, senza distogliere lo sguardo dalle guglie di Arcandida.
Anche Gunnar, sebbene abituato a quell’architettura, spettacolare, rimase colpito in maniera speciale, come se la lontananza gli avesse fatto comprendere una volta di più quanto fosse legato a quei luoghi.
Battendo i denti e rabbrividendo nei loro abiti leggeri, i due si avvicinarono al ponte levatoio, che era ovviamente alzato.
Kalea lo guardò con aria interrogativa. – E adesso?
Ma bastarono pochi passi e il ponte cominciò ad abbassarsi.
– Questo ponte ha il potere di riconoscere le persone autorizzare a entrare ad Arcandida – le spiegò Gunnar.
Quando si trovarono circa a metà del ponte, Kalea si avvicinò al parapetto e guardò giù, curiosa di scoprire che cosa ci fosse sotto. Ma subito fu costretta a ritrarsi, impaurita. Avvolto in una nebbia fitta c’era un fossato di cui era impossibile scorgere il fondo, tanto era lontano.
Gunnar la rassicurò: – Questo è il Fossato Fremente. Voi principesse lo potete usare senza che vi capiti alcun male. Laggiù si trova il passaggio per il Regno del Buio.
Kalea annuì, confusa. Come poteva quella voragine essere il passaggio per il Regno del Buio?
La Principessa dei Coralli provò a sporgersi di nuovo per guardare giù, poi, insieme a Gunnar, si avviò verso il portone chiodato.
l cortile della reggia era bianco, gelido e deserto. Gunnar diede una rapida occhiata in giro, insospettito dal fatto che non ci fosse nessuno. Poi notò che il portone d’ingresso era aperto. ‘Davvero strano’ pensò. Una volta entrati i due viaggiatori si trovarono nel grande atrio, anch’esso deserto. Gunnar si richiuse il portone alle spalle, per tenere fuori il freddo.
Kalea per fortuna aveva smesso di tremare. – Che spettacolo! – disse la principessa, naso all’insù e occhi che si posavano qui e là. Con le dita sfiorò una parete di ghiaccio, che era liscia come una gemma.
Gunnar invece era evidentemente preoccupato. Imboccò il corridoio sulla sinistra e ispezionò i primi saloni che incontrò. Nessuno, non si vedeva nessuno in giro. C’erano soltanto vuoto e silenzio.
– Ma dove sono tutti?
– Non lo so Kalea, ma presto lo scopriremo. Vieni con me – disse precipitandosi sullo scalone che portava ai piani superiori.
Il corridoio del primo piano era silenzioso e deserto, come tutti gli ambienti che avevano visitato fino a quel momento.
Poi Gunnar ebbe un’intuizione. Si avvicinò a grandi passi a una porta, seguito a breve distanza da Kalea. La spalancò con irruenza: quello era l’ingresso della sala del trono, l’unica a non essere vuota. E fu in quella sala che tutti i timori di Gunnar divennero realtà.
Dovette guardare più volte per credere ai propri occhi: un enorme blocco di ghiaccio occupava la stanza e al suo interno... era imprigionata l’intera corte di Arcandida!
Il respiro gli si fermò in gola, per un istante il suo cuore smise di battere.
– Oh, no! – gridò Kalea scoppiando a piangere.
Quindi corse d’impulso verso l’enorme trappola di ghiaccio, per vedere meglio.
Gunnar la seguì atterrito. Faticava quasi a muovere i piedi, come se dentro quel blocco fosse rimasto imprigionato anche lui.
I visi di Olafur, Tallia, Thina, di zia Berglind, di Erla e Arla, tutti erano stati immortalati in un’espressione di terrore. Bocche spalancate e occhi sbarrati. Ma com’era potuta accadere una cosa simile? Gunnar non si dava pace.
– Ma... ma... dov’è Nives? – chiese Kalea non riuscendo a trovarla.
Gunnar fece il giro dell’enorme blocco e la vide: la Principessa dei Ghiacci era stata congelata mentre allungava una mano, come per fermare qualcuno. Nell’altra mano stringeva un piccolo astuccio cilindrico. E l’astuccio era vuoto.
– È qui – disse il principe, con tono lugubre. – Guarda, ha tentato di proteggerla fino all’ultimo!
– Di che cosa parli?
– Della strofa della Canzone del Sonno. Era contenuta in quell’astuccio. Il principe non era riuscito a rubarla quand’è venuto la prima volta. È fuggito, lasciandomi questo ricordo – disse Gunnar toccandosi la gamba. – È stata colpa mia. Se lo avessi catturato, se solo fossi stato in grado...
– Non dire così, Gunnar, sono certa che hai fatto il possibile! – lo consolò Kalea, che tentava comunque di non perdere la speranza.
Gunnar posò una mano accanto al viso di Nives, come per trasmetterle il calore del suo amore.
– Ti libererò, vedrai – le disse. Poi la guardò negli occhi; erano più azzurri e limpidi di sempre. Sembravano chiedere aiuto.
Kalea era sconvolta. – E adesso che cosa facciamo?
– Dobbiamo trovare il modo di liberarli.
– Ma come?
– Non lo so, tutto fa pensare che siano vittime di un incantesimo.
Gunnar ripensò alla sua vita da lupo, ma fu solo un istante. Non c’era tempo per i ricordi, doveva agire.
Kalea, invece, continuava a fissare la corte imprigionata nel ghiaccio. C’era qualcosa che non le tornava. – Non manca qualcuno?
Gunnar guardò con attenzione, poi ebbe un’illuminazione. – Ma certo! Helgi! Qui manca Helgi il giardiniere.
– Oh, no!
– Non è detto che gli sia accaduto qualcosa di brutto, Kalea. Magari si è salvato! Dobbiamo andare a cercarlo.
Così detto, il Principe dei Ghiacci Eterni si precipitò giù dalle scale e uscì in cortile. Kalea rimase nella sala del trono; le lacrime che aveva cercato di trattenere fino a quel momento le rigarono le guance. Si nascose il viso tra le mani e pianse per la paura, per lo sconforto, per la stanchezza. Poi un rumore la fece trasalire: erano lunghi ululati che si ripetevano a intervalli regolari. La guardia reale di Arcandida era stata chiamata in soccorso della corte addormentata; Gunnar aveva bisogno dei suoi amici lupi.
ntanto, molto lontano dalle guglie di Arcandida, Yara passeggiava nervosa lungo le passatoie della reggia di Jangalaliana. Aveva fatto bene a lanciare quella sfida al suo nemico giurato? Non avrebbe voluto ammetterlo, ma era spaventata. Come le era venuto in mente di mettere a repentaglio il suo regno per tre tiri di frecce?
Ma era tardi per i ripensamenti; il dado era tratto, e lei non poteva più tirarsi indietro.
Avrebbe dovuto vincere per riportare la pace e la serenità tra le foreste. Ma se avesse perso...
No, non doveva pensarci. Scosse la testa per scacciare quel pensiero e subito pensò a Samah, al suo viso contrariato. Sua sorella di certo non approvava, ma non le aveva detto nulla; si era limitata a un ostinato silenzio e a una serie di occhiate taglienti.
– In qualche modo è un gesto d...