
- 336 pagine
- Italian
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eBook - ePub
La vera storia di Capitan Uncino
Informazioni su questo libro
Il 28 aprile del 1829 una delle amanti segrete di Giorgio IV, re d'Inghilterra, dà alla luce un bambino, che viene immediatamente mandato a vivere in Oriente con la madre. Cresciuto sulla costa occidentale dell'India, davanti al mar di Malabar, infestato dai pirati, James Fry prende il mare a soli tredici anni: lo aspettano avventure, naufragi, lotte con i coccodrilli, ammutinamenti e una carriera da pirata che ne faranno l'uomo più ricercato di tutte le Indie Orientali, riconoscibile da un inconfondibile uncino al posto della mano sinistra. La sua ossessione resteranno sempre l'Inghilterra, l'isola che non può esistere senza di lui, e il suo più acerrimo nemico, il giovane principe che gli ha usurpato il trono, il suo Peter Pan.
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Informazioni
Editore
EDIZIONI PIEMMEAnno
2011Print ISBN
9788856617757eBook ISBN
9788858505410
E così, mentre a Londra il rettore di Eton sceglieva di mettersi prematuramente a riposo, e partecipava all’inaugurazione della Società Etnologica per lo Studio delle Civiltà Esotiche, James Fry affrontava i suoi primi giorni a bordo di una nave. Divenne aiutocambusiere di Ciro il Grande, che di grande aveva solo il soprannome e la velocità. Ciro lo chiamava Giacomo, come se fosse uno scugnizzo napoletano. Era nato a Sorrento, una terra a picco sul mare da cui provenivano le due piante di limoni di bordo, venerate come se fossero sacre. Aveva mai sentito parlare delle Repubbliche Marinare? ruggiva Ciro, mentre sudavano sepolti nella buia cambusa del ponte inferiore. No? E Amalfi? La conosceva, Amalfi?
E poiché James non ne sapeva nulla, Ciro gli raccontava di battaglie e imprese per mare, di marinai ed esploratori, di Ulisse e di Scilla, dei veneziani e dei pisani. Erano stati gli italiani, secondo lui, a inventare il mare, per starsene lontano da casa, quando le cose si mettevano male.
James rideva, imparava, ascoltava, e, quando poteva, annotava ogni cosa sui suoi quaderni. Scriveva con una calligrafia minuscola, senza spazi, per risparmiare carta nel dubbio di non riuscire a procurarsene altra. Trascrisse i nomi di tutte le persone che gli venivano presentate: il nostromo O’Malley, che aveva perso la voce e tre dita dei piedi nei ghiacci dell’Antartide; Tenten, che si giocava ogni penny che gli capitasse tra le mani; Barret, di Manchester, quinto di sette fratelli marinai; Abraham, il più vecchio marinaio semplice di bordo, che aveva testardamente rifiutato qualunque promozione. E ancora: il barbiere Ridolini, che amava raccontare barzellette mentre ti passava il rasoio sulla gola; Chet Sette Mogli, che non poteva più sbarcare a terra per paura di incontrarne una; il cannoniere Delroy, che arrivava dal Belgio, e Truman, un taciturno africano dal passato misterioso; e infine Junior, il gigantesco indiano tamil imbarcato con il ruolo di guida e traduttore.
Durante i primi giorni di viaggio la presenza di James fu a malapena notata: Alvin e Rope, due dei ragazzi che si arrampicavano fino alle coffe, scommisero la loro razione settimanale di gallette che James si sarebbe contorto per il mal di mare per almeno dieci giorni.
E persero: non appena la nave cominciò a rollare sulle onde, James si sentì a casa; si spostava tra i ponti e le stive come se avesse sempre abitato a bordo; e, quando gli permisero di farlo, si arrampicò sull’albero di maestra come una scimmia, sotto lo sguardo stupefatto di Delroy.
La malinconia che aveva provato negli anni trascorsi a terra venne ben presto sostituita dal rimorso per il modo in cui era scappato da casa, e per le possibili conseguenze di quanto aveva fatto. Ma l’intensità della vita a bordo, i continui compiti a cui veniva assegnato e le perfidie di alcuni compagni gli lasciarono ben poco tempo per pensare. James doveva sopravvivere, e quell’unico compito gli risucchiava ogni energia disponibile.
Non dormiva mai più di quattro ore consecutive. E quando era sveglio doveva fare di tutto: controllare gli approvvigionamenti sui registri, aprire le casse, spostarle, organizzare i carichi, consegnare le ordinazioni alle cucine (cinque chili di carne salata da stufato ogni otto uomini), dar da mangiare agli animali, strigliarli, mungerli, raccogliere le uova; tenere il conto delle avemarie sul rosario di Ciro ogni volta che dovevano uccidere un maiale (il cambusiere soffriva più per loro che per i compagni di viaggio) e via di questo passo. Poi c’erano i ponti da pulire, gli abiti da portare al rammendo, le brande da scuotere, i cannoni da lustrare.
Aveva solo tre turni di riposo: il primo alle otto di mattina, ma solo dopo che aveva terminato di servire le gallette all’equipaggio; il secondo a mezzogiorno e l’ultimo alle quattro (se la navigazione lo consentiva).
Alla sera crollava nella branda senza avere nemmeno la forza di ascoltare un racconto, fischiettare una canzone o farsi una partita a dama.
Durante la notte, nella pancia dondolante della nave, pregava di riuscire a dormire, ma a volte era così distrutto da non riuscirci. Allora non gli restava che ascoltare il rauco ansimare di Hurricane, il baleniere afflitto da una tosse selvaggia, o Tenten che si allenava lanciando i dadi nei bussolotti.
Erano costretti a dividere un unico spazio comune, dove parole come intimità e riservatezza non avevano ragione di esistere, ma a James non dava lo stesso fastidio che aveva sempre provato a terra. Sognava che, prima o poi, avrebbe avuto una sua cabina, come i tenenti, il nostromo, il medico chirurgo, il contabile, il capocannoniere, il carpentiere o il barbiere. Ma quei lussi, per ora, gli erano sconosciuti.
Sulla nave c’erano le caste, esattamente come a Trivandrum.
Nei primi quattro mesi di viaggio non incontrò mai il Capitano Wilhem Scott Butler, ma scoprì che Salvo non gli aveva mentito, riguardo alle condizioni della sua nave: la Hope era un “sesto rango” che avrebbe già da tempo dovuto essere messo a riposo, ma che invece continuava a pattugliare, smistando corrispondenza e piccoli carichi tra un porto e l’altro del Bengala, di Ceylon e delle Andamane.
James annotò sul suo quaderno che poteva stivare fino a quattrocento tonnellate, aveva centodiciotto uomini, di cui dodici ufficiali, e che era armata con ventidue cannoni pronti al fuoco, che probabilmente non avrebbero mai sparato.
Annotò ogni giorno la rotta e la velocità, chiedendole all’ufficiale di seconda. Sud, otto nodi. Sud-sud-est, nove nodi. E così via.
Le settimane divennero mesi e i mesi ben presto fecero un anno.
E, senza nemmeno accorgersene, doppiarono il capo di Singapore, oltre il quale si apriva il Mare Cinese Meridionale, tristemente famoso per le scorrerie dei suoi pirati e l’asperità delle sue coste.
James era diventato un marinaio. Sapeva con chi scambiare una sigaretta per dieci gallette, sapeva leggere le stelle e arrampicarsi fino alla crocetta dell’albero di maestra tenendosi aggrappato con le dita dei piedi.
Una volta lassù si sentiva libero, e si perdeva nelle linee lunghe del tramonto, con le gambe che penzolavano nell’infinito.
A volte vedeva ancora le nuvole temporalesche che rosicchiavano l’orizzonte che si era lasciato alle spalle. Il porto dove James si era imbarcato.
E se improvvisamente veniva scosso da un brivido freddo, c’era sempre Salvo, dal ponte di basso, che mormorava la sua solita cantilena: – Scirocco chiru e tramuntana scura, mentiti in mari senza paura. Scirocco chiru e tramuntana scura, mentiti in mari...
– Senza paura – canticchiava allora James, tornando rapidamente giù.

Erano entrati nell’arcipelago indonesiano all’inizio dell’anno.
E si ritrovarono immersi in un paesaggio di pura luce. Una luce così intensa da rimanerne stupiti, come se gli occhi si fossero aperti per la prima volta. Sulle acque blu del mare danzavano luminose frange d’argento. E nel cielo non c’era nemmeno una nuvola.
Doveva essere quello, il Grande Oriente di cui parlavano i marinai. Il posto dove nasce il sole.
La Hope aveva da poco lasciato Singapore, dove aveva caricato una ventina di casse di legno sigillate e un passeggero senza nome. Avevano piegato verso nord-est, con l’ordine di intercettare un’ingente partita di tè al porto di Saigon. Ma, secondo James (e molti altri), la loro rotta era troppo virata a est perché fossero davvero diretti a Saigon.
Il vecchio modo di dire “sospettoso come un marinaio” non era certo l’invenzione di uno scrittore. Durante una delle pause del mezzogiorno James avvertì una densa aria da complotto e, incuriosito, si unì agli altri per mangiare.
– Voci strane a bordo... – gli sussurrò Salvo, facendogli posto accanto a sé.
James sgranocchiò qualcosa, ascoltando. La maggior parte dell’equipaggio non aveva le idee molto chiare sulla loro esatta posizione, o su come fossero le coste di quella porzione di mare, che affrontavano per la prima volta. Sembravano però sapere perfettamente quali erano i pericoli a cui stavano andando incontro: draghi e creature mostruose, donne magnifiche e fatali, tagliatori di teste e cannibali armati di cerbottane; civiltà pagane di adoratori del fuoco, divinità mostruose che collezionavano teschi; strangolatori dal volto tatuato.
Le casse sigillate caricate a Singapore erano il secondo argomento preferito dei complottisti: contenevano oro. Armi. Gioielli sottratti a un raja. Amuleti magici. Gli ingredienti segreti della pietra filosofale.
E il nuovo passeggero, di conseguenza, passava con rapidità dall’essere una spia all’essere un alchimista.
James faceva saettare lo sguardo dall’uno all’altro dei suoi compagni di bordo, bevendosi ogni racconto come se fosse oro.
Il vecchio Abraham mise tutti a tacere con un bramito. – Basta con queste sciocchezze!
E subito raccontò di quando era già stato in quei mari, di come avesse raggiunto Manila e Giacarta, passando dalle Molucche. E di quella volta che erano sbarcati a Hong Kong con un carico di oppio.
– Davvero hai trasportato oppio, Abraham? – gli domandò Delroy beffardo.
L’oppio era la più preziosa merce di contrabbando dell’epoca. Una droga che gli inglesi acquistavano in India e trasportavano in Cina nonostante tutti i divieti. E che aveva appena scatenato una vera e propria guerra dei mari.
– Ma certo, Delroy! Tutti i marinai inglesi hanno trasportato oppio almeno una volta nella vita! Perché? Cosa credete che ci sia, davvero, nelle stive della Hope? Foglioline di tè? – ruggì Abraham, facendo ridere tutti.
– Il Capitano Butler ha detto...
– Finiscila, stupido di un belga! Non mi vorrai far credere che il Capitano Butler ha parlato con te!
Quella seconda risata fece imbestialire Delroy e gli rese il volto paonazzo. Delroy aveva i denti radi e gli occhi che si muovevano veloci, come quelli di un camaleonte.
– Vecchia capra che non sei altro! – replicò. – Chiedi a O’Malley che cosa trasportiamo!
Sbatté il cucchiaio nella gavetta.
– E da quando possiamo credere a una sola parola di O’Malley? – disse Abraham. – Potrebbe raccontarti che trasportiamo scarpette da signora o denti di elefante, e per te non cambierebbe nulla! Sei solo un marinaio!
– Ben detto, Abraham! A noi cosa importa del carico?
– Quello che trasportiamo trasportiamo!
– L’importante è che nessuno ci dia fastidio!
La discussione ricominciò a frammentarsi in battibecchi, aneddoti, insulti e supposizioni, e a poco a poco terminò.
L’ultimo a parlare fu Junior, la guida tamil. Parlava così raramente, e con un accento talmente misterioso, che ogni volta che apriva bocca otteneva, senza chiederlo, un silenzio sbigottito.
– Animali impagliati... – disse.
E tutti lo guardarono.
– Nelle casse trasportiamo animali impagliati. Li ho visti mentre le chiudevano a Singapore.
I marinai si scambiarono più di un’occhiata preoccupata.
– Animali... impagliati? – balbettò James.
– Con il corpo pieno di paglia, esatto. E gli occhi di vetro – continuò Junior, appoggiandosi le dita sopra alle pupille.
C’era qualcosa di stregonesco, nell’immaginare di trasportare animali con gli occhi di vetro.
E tutti se ne andarono senza trovare il coraggio di replicare.

Chiunque fosse il passeggero salito insieme alle casse, per le prime settimane di viaggio non si fece vedere.
La Hope gettò l’ancora nella baia di un isolotto, davanti a un insediamento che si presentava come un’impenetrabile barriera verde. La città era nascosta dalla giungla, e lasciava trapelare le guglie dorate di alcuni templi. Matasse di liane erano avviluppate ai rami e pendevano sull’acqua. Minuscole imbarca...
Indice dei contenuti
- Copertina
- Frontespizio
- Colophon
- Parte Prima - James Fry
- 1829
- 1830-1837
- 1842
- 1843-1844
- Parte Seconda - James Brooke
- 1845
- 1846-1852
- 1879
- Parte Terza - James Barrie
- 1884-1901
- 1904-1907
- Ringraziamenti