OLGA WATKINS
con James Gillespie
OVUNQUE SARAI
Traduzione di
LINDA ROSASCHINO
Il viaggio di Olga
1. Zagabria – Osijek (277 km)
2. Osijek – Budapest (250 km)
3. Budapest – Osijek (250 km)
4. Osijek – Zagabria (277 km)
5. Zagabria – Vienna (358 km)
6. Vienna – Budapest via Veszprem (313 km)
7. Budapest – Komarom (96 km)
8. Komarom – Vienna (166 km)
9. Vienna – Norimberga (498 km)
10. Norimberga – Monaco via Passau (418 km)
11. Monaco – Dachau (16 km)
12. Dachau – Erfurt (387 km)
13. Erfurt – Buchenwald (24 km)
Totale: 3.330 km
Mi guardai intorno con gli occhi spalancati, ero stupita. L’acqua era ovunque. Copriva l’intero piano terra e lambiva il primo gradino delle scale. Misi con cautela un piede nell’acqua: era gelata. Sollevai il piede, mi ritrassi.
Strillai: «La casa è piena d’acqua!».
Mia madre rispose dal piano di sopra: «Olga? Di cosa stai parlando?».
Sentii i suoi passi sul pianerottolo e poi giù per le scale, alle mie spalle. Quando vide l’acqua si fermò. Gemette, parve sul punto di piangere.
Non riuscivo a credere ai miei occhi. Da dove era venuta tutta quell’acqua? La risposta era ovvia: dai tre fiumi, il Sava, il Kupa e l’Odra, che convergevano a Sisak, la città in cui sono nata, in Iugoslavia. La mia casa era solo una delle centinaia che quel giorno del 1926 vennero colpite dall’alluvione.
Per i bambini fu un grande divertimento: i più grandicelli non andarono a scuola e noi tutti ci divertimmo a percorrere le strade a bordo di canoe improvvisate, salutando gli amici con la mano; per una bimba di tre anni come me era difficile immaginare qualcosa di più eccitante. Per gli adulti, invece, fu una bella grana, anche se erano abituati. I fiumi che si incontravano a Sisak, a poco più di 50 chilometri a sud-est di Zagabria, portavano affari in città, ma di certo non contribuivano a tenerla all’asciutto. Ancora oggi, Sisak ha pochi edifici degni di nota, a eccezione del castello medievale che sorge nel punto più alto della città vecchia.
I miei genitori cominciarono a ripulire la casa imprecando contro l’acqua, e non avevano tutti i torti. Mio padre, Josip Czepf, era particolarmente arrabbiato. Aveva rivestito le pareti della sala da pranzo con legname pregiato proveniente dalla segheria e, in quel momento, la parte bassa di ogni asse era inzuppata. E l’umidità stava salendo rapidamente. Decise che ci saremmo trasferiti in una casa su un terreno più elevato, ma solo quando ne avesse trovata una con una sala da pranzo abbastanza grande da accogliere la sua boiserie.
Mio padre lavorava come contabile in uno stabilimento cittadino. Era un uomo molto pignolo e non voleva che i soldi spesi per il legno andassero perduti. Mia madre, Slava, che lavorava nel reparto vendite dello stesso stabilimento, ci sarebbe rimasta troppo male.
Si erano conosciuti otto anni prima. Allora lei faceva la traduttrice nello stabilimento della Shell di Caprag, un sobborgo di Sisak, lo stesso dove lavorava mio padre. Alta e molto bella, con degli occhi verdi penetranti e una grande energia, Slava aveva immediatamente attirato l’attenzione di Josip. Lui aveva otto anni di più, era alto, bruno, baffuto, con gli occhi scuri e un fisico imponente. Si erano sposati quando lei aveva solo diciannove anni e io ero nata l’anno successivo, il 20 marzo 1923.
Sisak era una cittadina tranquilla e frequentavamo regolarmente la chiesa cattolica di Santa Croce, dove mia madre cantava nel coro.
Molti dei parenti di mia madre vivevano nelle vicinanze, o in città o nella campagna circostante. Sua mamma, Amalia, veniva spesso a trovarci. Era una donna alta ed elegante, e mi voleva molto bene. Il suo rapporto con il genero non era altrettanto sereno. Si scontravano spesso per i motivi più svariati, dai soldi alle questioni domestiche.
Nel 1929 avevo sei anni. Ci eravamo trasferiti in una casa vicina al centro cittadino, ma in un punto più elevato. Vivevamo agiatamente e a scuola avevo molti amici. Quando mia madre veniva a prendermi mi sentivo molto orgogliosa; era bellissima e spiccava in mezzo alle altre mamme. Attirava gli sguardi degli uomini, e se qualcuno domandava chi fosse, rispondevo orgogliosa: «È la mia mamma!».
Con il passare del tempo, la salute di mia nonna aveva cominciato a peggiorare. Era una donna indipendente, ma quell’anno ebbe un colpo apoplettico che le lasciò il lato destro del corpo paralizzato. Non poteva più badare a se stessa: decidemmo di prenderla con noi. Mio padre, in realtà, non era affatto entusiasta, ma non c’erano alternative, e quando nonna arrivò la sistemammo in una camera sul retro. La lingua però non si era paralizzata e il conflitto con papà riprese immediatamente, implacabile.
Io, però, ero contenta che si fosse trasferita in casa nostra e mi rifugiavo spesso in camera sua: leggevo per lei ad alta voce e, in cambio, ricevevo lezioni di tedesco.
Le sventure, quell’anno, non si erano esaurite con la malattia della nonna. Il crollo di Wall Street era avvenuto lontano, dall’altra parte del mondo, ma le conseguenze si fecero sentire perfino a Sisak. La famiglia di mia madre perse molti dei suoi investimenti e i prezzi dei prodotti agricoli crollarono. Come molte altre famiglie durante il periodo fra le due guerre, la nostra si ritrovò improvvisamente impoverita. Le tensioni fra mio padre e mia nonna aumentarono. La situazione non poteva durare, e infatti non durò.
Un giorno mia madre tornò dal mercato e trovò la casa stranamente silenziosa. Andò a controllare nella stanza della nonna e la trovò che dormiva tranquillamente. Io ero fuori con le mie amiche. Ma dov’era Josip?
In cucina trovò un biglietto, era di mio padre: ne aveva abbastanza di sua madre, scriveva, non sopportava più le continue liti e aveva deciso di andarsene. Se la situazione fosse cambiata, concedeva, sarebbe potuto tornare.
Fuori di sé, con il biglietto ancora in mano, mia madre corse in strada, come se si aspettasse di trovarlo ancora lì. Domandò ai vicini, ma nessuno lo aveva visto. Andò allo stabilimento dove lavorava, ma i suoi colleghi non sapevano nulla. Disperata, tornò a casa. Mi trovò che chiacchieravo con la nonna. Josip era sparito, non aveva lasciato tracce.
Quel cambiamento così forte, e improvviso, all’interno della nostra famiglia non mi sconvolse. Mia madre era angosciata perché non sapeva come avremmo fatto a sopravvivere, ma io avevo sempre trovato mio papà piuttosto freddo, distante e severo, e trovai conforto nella famiglia di mia madre. Le lezioni di tedesco nella stanza al piano di sopra continuarono e i parenti si offrirono di aiutarci economicamente, anche se mia madre era troppo orgogliosa per accettare il loro aiuto. A dire la verità, quella nuova vita non mi dispiaceva affatto.
Mio zio Drago aveva un ristorante sulle rive del fiume Kupa e ospitava di frequente i cittadini più in vista di Sisak. Ogni giorno arrostiva sulla griglia una gran quantità di carne. Dopo la scuola, correvo al ristorante per mangiare la testa d’agnello che mio zio aveva messo via per me. Drago era sempre molto contento di vedermi. D’altra parte, i miei cugini e cuginetti erano tutti maschi, e io l’unica femmina.
Mia madre fece il possibile, ma non riuscì a rintracciare mio padre; ci aveva lasciate senza un soldo e, senza sapere dove si trovasse, era impossibile chiedergli gli alimenti.
Mia madre continuò a lavorare nello stabilimento, ma le persone che assumeva per badare a me e a mia nonna non si fermavano mai a lungo. Alla fine, lasciò il suo impiego e cominciò a guadagnarsi da vivere ricamando. In quel modo poteva lavorare restando a casa, e io potevo darle una mano. All’età di sette anni imparai a ricamare.
Nel 1930 l’elettricità non era ancora arrivata a Sisak, così lavoravamo fino a tardi alla luce di una lampada a petrolio posata su una credenza, in modo che la stoffa non prendesse fuoco. La lampada gettava una luce giallastra sul lungo tavolo al quale lavoravamo. Stavo seduta sopra una casseruola posata sulla sedia, per arrivare al piano, e cucivo un’estremità del tessuto mentre mia madre ricamava l’altra. Durante il lavoro chiacchieravamo come vecchie amiche, con la testa china sulla stoffa e le dita che si muovevano rapide. Alla sera, facevamo una pausa per mangiare un panino con il salame e poi via, riprendevamo a ricamare.
La mia vita, però, non era fatta solo di lavoro. Un mio zio aveva una grande azienda agricola alla periferia della città e spesso lo aiutavo a portare da mangiare a coloro che lavoravano nei campi. Ci andavamo con la carrozza. Lui frustava i cavalli per spingerli al galoppo e mentre percorrevamo, sobbalzando, i viottoli di campagna, mi aggrappavo al sedile, finché la carrozza non rallentava e si fermava davanti a un granaio o a un cancello. Allora saltavo giù stringendo un pacco di cibo, correvo dal sovrintendente e glielo consegnavo. Il profumo speziato del salame che era nei pacchi mi faceva venire fame, e invidiavo i contadini che lo mangiavano.
D’inverno, quando la campagna era coperta da un manto di neve, il gelo ci pungeva la faccia mentre i cavalli sollevavano con gli zoccoli una nuvola bianca. Prima di partire, mio zio mi avvolgeva in una pelliccia di volpe. Stare seduta in carrozza avvolta nella pelliccia mi faceva sentire speciale.
Come molti bambini dell’epoca, dovetti crescere in fretta. Presto cominciai a fare la spesa al mercato e a contrattare sui prezzi del formaggio, delle uova, della frutta, della verdura e delle galline. Imparai a mettere per terra la gallina viva e a schiacciarla con un piede per saggiare la qualità della carne. I venditori mi stuzzicavano: «Olga, sei troppo furba. Perché non compri questa gallina vecchia e scheletrica?».
Alla domenica, io e mia madre andavamo a messa, e poi mangiavamo pollo fritto e torta di mele. Nella bella stagione, fra aprile e ottobre, andavamo in campagna a fare picnic. Sedute sull’erba, mi insegnava a fare ghirlande di margherite e mi raccontava di quando era bambina.
Nel 1933 la nostra vita si era assestata in una tranquilla routine. Non potevamo permetterci nessun lusso, ma sopravvivevamo. Il fatto che a 1.200 chilometri di distanza, a Berlino, Adolf Hitler fosse stato nominato cancelliere era una cosa che ci lasciava del tutto indifferenti. Anche se la poco numerosa popolazione tedesca della Iugoslavia aveva accolto con entusiasmo la notizia, cosa cambiava per noi? Eravamo troppo presi dalla nostra quotidianità, il resto del mondo avrebbe dovuto cavarsela da solo. Piuttosto, quell’anno dovetti affrontare un nuovo problema.
Avevo solo dieci anni quando una sera, mentre ero china su un ricamo, mi accorsi che facevo fatica a vedere. I punti si confondevano davanti agli occhi e i colori sfumavano gli uni negli altri. Sbattei le palpebre e mi strofinai gli occhi. Mi sembrava che ci fosse dentro della sabbia e strofinarli non fece che peggiorare le cose.
Nel corso delle settimane successive, il dolore peggiorò e la vista si deteriorò rapidamente. Avevo dolore ogni volta che sbattevo le palpebre. Il medico di famiglia mi mandò da uno specialista, che non capendoci nulla mi mandò in una clinica di Zagabria: «Laggiù sono più attrezzati» disse a mia madre. «Saranno in grado di aiutarvi.»
Io e mia madre prendemmo il treno per Zagabria, che distava 56 chilometri, per una serie di visite. Il viaggio in treno fu pieno di sorprese, fu come scoprire un nuovo mondo. I contadini si arrampicavano a bordo con gli animali in braccio o tirandoseli dietro con una corda. Tutti sembravano portare con sé grandi quantità di cibo. Il vino veniva trasportato dentro bottiglioni che rischiavano di rompersi quando gli scossoni del treno li mandavano a sbattere contro le pareti degli scompartimenti. Ogni volta che se ne rompeva uno c’erano urla e recriminazioni.
Mentre la maggior parte dei passeggeri era diretta ai mercati di Zagabria, io e mia madre saremmo andate in una clinica. Ero eccitata dalla folla e dal trambusto della città, ma, nonostante l’ottimismo del medico di Sisak, neppure gli specialisti di Zagabria riuscirono a trovare la causa del mio problema. Furono tentati vari trattamenti, ma continuavo a non vederci. La mia eccitazione fu ben presto rimpiazzata dalla paura. Il mio mondo continuava a restringersi.
«Mamma, diventerò cieca?» domandai.
«No, certo che no. I medici ti cureranno» rispose nascondendo la sua preoccupazione e chiedendosi chi avrebbe potuto aiutarci.
I viaggi in treno e le cure erano un grosso peso per mia madre, che aveva pochi soldi, aveva perso la sua aiutante ed era stata costretta a vendere i mobili più belli e alcuni gioielli.
Per proteggere i miei poveri occhi indossavo degli occhiali scuri e non potevo più andare a scuola. Trascorrevo le giornate seduta su una sedia davanti a casa, ascoltando gli altri bambini giocare. Non correvo più al ristorante di Drago per mangiare la testa d’agnello e non andavo più in carrozza con mio zio. Il mio mondo era buio e aveva confini molto ristretti.
Ero terrorizzata. Perdere la vista è una prospettiva spaventosa per un bambino. Piangevo spesso, avevo paura di ciò che mi sarebbe accaduto. Eravamo andate dai migliori specialisti di Zagabria ed eravamo rimaste senza un soldo. Se non avevano potuto curarmi loro, chi avrebbe potuto farlo?
La risposta giunse per puro caso.
Una donna, che era andata a far visita a un’altra famiglia che viveva nella nostra strada, mi vide seduta davanti a casa, con gli occhi nascosti dietro le lenti scure, e mi domandò cosa c’era che non andava.
Glielo spiegai. Disse che si chiamava Brun e mi chiese di farle vedere gli occhi. Li esaminò attentamente, poi tirò fuori dalla tasca della giacca una piccola lente d’ingrandimento e li osservò di nuovo: «Credo di sapere cosa c’è che non va» disse.
«Davvero?»
«Penso proprio di sì. Tua madre o tuo padre sono a casa?»
«C’è mia ma...